Due uomini, seduti al bar della cittadina di São Paulo de Olivença, nello stato di Amazonas, stavano ridendo a crepapelle: si vantavano di aver ucciso almeno dieci nativi nella Vale do Javari, una terra indigena nell’ovest dello stato, al confine tra il Perù e la Colombia. Erano andati a caccia per procurare un po’ di carne per la spedizione dei garimpeiros, i cercatori d’oro clandestini, e si erano imbattuti in un gruppo d’indigeni che raccoglieva uova di tartaruga. Probabilmente erano indigeni incontattati (nativi che non hanno contatti con l’esterno) chiamati flecheiros, armati di arco, che non avevano potuto difendersi dalla potenza delle armi da fuoco dei cacciatori e quindi erano stati uccisi.

Nel bar di São Paulo de Olivença un cliente seduto a un tavolo vicino, sconvolto da quello che stava ascoltando, ha registrato di nascosto la conversazione e l’ha passata alle autorità. I due uomini, ubriachi, dicevano di aver fatto a pezzi i corpi degli indigeni e di averli gettati nel fiume per nascondere le prove del delitto.

Le autorità brasiliane stanno indagando su questa presunta strage, che sarebbe avvenuta ad agosto del 2017. In un primo momento Pablo Luz de Beltrand, il procuratore federale, aveva confermato il massacro ma, dopo che la notizia è stata ripresa da vari mezzi d’informazione, anche internazionali, ha spiegato che è in corso un’inchiesta e che ci sono “fonti attendibili”,
ma che non può dare ulteriori informazioni perché altrimenti ostacolerebbe le indagini.

La valle, mille chilometri a ovest della città di Manaus, è di difficile accesso, un fatto che complicherà l’inchiesta. Le comunicazioni sono lente e saltuarie. Paulo Marubo, un nativo marubo e presidente dell’unione dei popoli indigeni della Vale do Javari, spiega che “qui l’energia elettrica va e viene, e lo stesso vale per la connessione internet. Questo crea molti problemi, e rende più difficile far conoscere cosa sta succedendo nella zona. Più ci si inoltra nella valle, più le cose diventano complicate. Le regioni occupate dagli indigeni incontattati sono molto isolate, soprattutto quella dov’è avvenuto il massacro ad agosto”.

La Vale do Javari, diventata terra indigena nel maggio del 2001, occupa otto milioni e mezzo di ettari e ha la più grande concentrazione di indigeni incontattati. Questi gruppi di nativi non hanno mai avuto contatti esterni né tantomeno un rapporto permanente con lo stato brasiliano.

L’assenza di comunicazione è un ostacolo per le indagini. Spesso sono gli indigeni contattati che denunciano i massacri subiti dai nativi isolati. All’inizio del 2017, per esempio, alcuni indigeni kanamari hanno denunciato un massacro dopo aver scoperto una ventina di cadaveri: dovrebbero essere i corpi di nativi warikama djapar, incontattati, forse uccisi da minatori illegali. La procura sta indagando anche su quest’omicidio.

La scusa dei soldi

“Nella foresta, a distanza di mesi non si ritrovano quasi mai i cadaveri”, spiega Felipe Milanez, che ha lavorato alla Fundação nacional do índio (Funai), l’ente che difende i diritti dei popoli autoctoni, e si occupa di conflitti ambientali all’università di Recôncavo da Bahia. Senza scena del crimine, senza corpi, senza tracce di sangue e senza testimoni, il lavoro d’indagine è completamente diverso da quello che si fa nelle città.

Secondo Milanez, le notizie sulle stragi di nativi seguono tutte lo stesso copione: “Uno degli assassini che ha bevuto troppo; un altro, scontento per la spartizione del bottino o assalito dai rimorsi, che si confessa con un prete. Spesso per ottenere le informazioni basta solo saper ascoltare”. Nel caso della strage di indigeni warikama djapar, per esempio, le foto aeree delle loro capanne bruciate sembrerebbero confermare gli indizi (il gruppo ha l’usanza
d’incendiare le case delle persone scomparse).

Nell’indagine sull’omicidio commesso ad agosto sono stati trovati tre cercatori d’oro con degli oggetti che sembrano appartenere ai nativi flecheiros. “Ci servono tempo, soldi e mezzi logistici per trovare prove inconfutabili”, spiega Marubo.

Secondo lui, gli indigeni non vengono presi sul serio: “Lavoriamo sul campo e denunciamo allo stato il rischio che siano commessi massacri contro i nostri fratelli isolati. Ma nessuno ci ascolta”. Nel 2015 c’è stata una sparatoria proprio all’ingresso del territorio indigeno, ma poi non è stata presa nessuna misura di sicurezza. “Le incursioni dei trafficanti di legname, dei narcotrafficanti, dei cercatori d’oro e dei cacciatori si moltiplicano, ma lo stato si limita a ripetere che non ha denaro”.

L’assenza di fondi è solo una scusa, afferma Milanez: “Cosa significa? Che una parte del territorio è fuori controllo? Allora a cosa serve l’esercito? Si devono stanziare fondi per l’inchiesta. Nel 1993, dopo il massacro di sedici nativi yanomani, il presidente della Funai andò sul posto per ascoltare gli indigeni e attirare l’attenzione dei mezzi d’informazione. Oggi i funzionari non si spostano più”.

Lo stato è assente e chi lo aiuta a svolgere il suo compito è minacciato di morte

In questi territori immensi gli omicidi degli indigeni possono passare inosservati: “Di recente abbiamo notato dei cacciatori bianchi che tornavano dal territorio dei korubo, una zona in cui neanche noi possiamo entrare. Come facciamo a sapere se laggiù hanno ucciso qualcuno?”, chiede Milanez. Anche solo una maglia contaminata dal virus dell’influenza e lasciata sul posto dai cercatori d’oro può provocare danni molto gravi in una comunità di nativi incontattati.

I massacri di nativi hanno anche altre conseguenze. A volte gli indigeni incontattati sono costretti a fuggire e a rifugiarsi nel territorio di un altro gruppo. La convivenza non è sempre pacifica. Nel 2015 un conflitto scoppiato nella regione tra i nativi matis (contattati di recente) e i korubos (incontattati) ha provocato una decina di morti. “Gli indigeni che lasciano il loro territorio non sono più protetti giuridicamente”, spiega Marubo. “In qualunque momento possono incontrare trafficanti di legname o di droga. Per loro sarebbe la fine. Altri indigeni invece si spostano in Perù. Scappano in tutte le direzioni”.

Scontro inevitabile

Informata del presunto massacro nella Vale do Javari, la procura federale, in collaborazione con l’esercito e l’Ibama (l’organismo governativo per la protezione dell’ambiente e delle risorse naturali), ha lanciato un’operazione per contrastare la ricerca d’oro illegale nella zona. Il risultato: la
distruzione di cinque barche usate dai cercatori per setacciare la sabbia delle rive dei fiumi. Secondo Gilderlan Rodrigues da
Silva, che si occupa degli indigeni incontattati per il Consiglio indigeno missionario (Cimi), l’operazione è servita anche se non è riuscita a individuare il luogo del massacro.

La protezione dei popoli nativi passa per la lotta contro le invasioni dei cercatori d’oro: “Se gli indigeni incontrano un gruppo di garimpeiros, lo scontro è inevitabile. L’unico mezzo per evitare i massacri è impedire i contatti indesiderati”. L’inchiesta sui fatti nella Vale do Javari dovrà chiarirlo, ma è probabile che i cercatori d’oro clandestini non volessero tendere un’imboscata ai nativi. “I cacciatori sono sempre pronti a uccidere. Se vedono degli indigeni, sparano perché temono che quelli, considerandoli degli intrusi, diventino violenti. Ma la lotta è impari: i garimpeiros cacciano grossi animali e portano sempre fucili di grosso calibro”, afferma Milanez. Secondo lui, questo caso va molto al di là dei tre cercatori d’oro clandestini accusati: “Un loro arresto non impedirebbe ad altri di continuare a invadere le terre indigene. Inoltre, vista l’impunità che c’è in Brasile, potrebbero uscire di prigione molto presto”. Lo dimostra un caso del maggio del 2017, quando undici braccianti sono stati uccisi vicino al villaggio di Pau d’Arco, nello stato di Pará: i tredici poliziotti accusati dell’omicidio sono stati rilasciati un mese dopo.

I cercatori d’oro contano sul sostegno degli uomini d’affari e dei politici locali. Le spedizioni non sono organizzate da persone sprovvedute che si avventurano a caso nella giungla, ma sono pianificate con cura e ben finanziate. Le imbarcazioni distrutte durante l’operazione nella Vale do Javari costavano ognuna più di un milione di real (270mila euro). Milanez assicura che “le denunce dei nativi riguardano anche sindaci e consiglieri comunali locali, che finanziano questi traffici. È un fatto molto grave. In questo caso in particolare è possibile che siano coinvolti deputati nazionali”.

Gli interessi dei parlamentari legati alla lobby mineraria si uniscono spesso a quelli dei colleghi legati alla lobby agricola, detta bancada ruralista. Per esempio un progetto di legge, presentato da un deputato ruralista, vuole impedire che il materiale sequestrato in un’operazione dell’Ibama sia distrutto. Visto che riportare quel materiale nel luogo da cui è stato sottratto è spesso un’impresa impossibile, la legge permetterebbe a chi se n’è appropriato di riprenderne il possesso appena gli ispettori vanno via.

Anche senza questa legge i trafficanti non si fanno scrupoli. Di fatto i funzionari dell’Ibama non possono organizzare operazioni senza il sostegno dell’esercito: cinquanta militari hanno scortato la spedizione nella Vale do Javari. A luglio, nel sud dello stato di Pará, otto camion dell’Ibama sono stati incendiati dai trafficanti di
legname.

Un testo, già firmato dal presidente Michel Temer, del Partito del movimento democratico brasiliano (Pmdb, centrodestra), limita le attribuzioni di nuove terre ai nativi e vieta qualsiasi ampliamento delle terre già registrate. Durante una riunione con un gruppo di nativi che si battono per la protezione delle loro terre, vicino a São Paulo, il ministro della giustizia Torquato Jardim ha detto: “Ricevo forti pressioni da parte di alcuni gruppi parlamentari”. Il congresso è pronto a votare 25 progetti di legge sfavorevoli ai popoli nativi.

“I territori indigeni sono le ultime zone incontaminate del paese e attirano molti interessi”, dice Rodrigues del Cimi. “La situazione è perfino peggiore rispetto agli anni della dittatura. Allora avevamo ottenuto nuovi diritti, oggi lo stato cerca di toglierceli. Le leggi cambiano in peggio”. Per molto tempo la legislazione brasiliana è stata considerata un modello per la difesa dei diritti dei popoli nativi, in particolare quelli incontattati. Oggi non è più così, e il governo di Temer vuole dare il colpo di grazia alla Funai, l’ente incaricato di proteggere gli indigeni.

Sopravvivere agli invasori

Per tutte le persone intervistate, la responsabilità del governo nella presunta strage di agosto è enorme. “La dissoluzione della Funai si è accelerata con Temer e ora non abbiamo più soldi per fare nulla”, spiega Christian Poirier, dell’ong Amazon watch. I fondi stanziati per la Funai sono stati drasticamente tagliati: nel 2016 erano previsti 546 milioni di real, ma ne sono stati versati solo 137 milioni.

Dei dodici fronti di protezione etno-ambientale (Fep) creati per tutelare gli indigeni incontattati e impedire agli estranei di entrare nei loro territori ne sono stati chiusi cinque, di cui uno nella regione della Vale do Javari. I controlli bloccavano il passaggio lungo i fiumi, le uniche vie di accesso possibili. “Senza questa protezione, i cercatori d’oro sono aumentati”, afferma Marubo. I fronti ancora attivi funzionano a intervalli, a volte con l’aiuto di indigeni volontari che non hanno né i mezzi né la formazione per impedire le invasioni. Secondo Rodrigues, “la Funai ormai è controllata dai ruralisti. La diminuzione dei fondi stanziati fa parte del loro piano per impedire all’ente di fare il suo lavoro”.

Da sapere
I popoli nativi

◆ All’epoca dell’arrivo dei primi colonizzatori, in Brasile c’erano più di mille popoli indigeni, che in tutto contavano tra i due e i quattro milioni di persone. Oggi nel paese vivono poco più di 240 popoli nativi. Secondo il censimento del 2010, gli indigeni sono 896.917. Di questi, 324.834 vivono nelle città e 572.083 nelle zone rurali. La maggior parte abita nei villaggi che si trovano all’interno delle 706 terre indigene sparse per tutto il paese. Si sa poco degli indigeni “incontattati” (nativi che non hanno nessun contatto con l’esterno), ma la Fundação nacional do índio (Funai), l’ente che si occupa dei diritti dei popoli autoctoni, ha confermato l’esistenza di 28 gruppi in Brasile. La costituzione del 1988 sancisce che gli indigeni sono i primi e i naturali proprietari delle terre in cui vivono. La costituzione stabiliva anche che la demarcazione delle terre indigene avrebbe dovuto concludersi entro il 5 ottobre 1993. Questo non è avvenuto e molte terre devono ancora essere riconosciute. Alcuni territori sono invasi da minatori clandestini, cacciatori di frodo, pescatori e trafficanti di legname; altri sono attraversati da strade, linee ferroviarie o centrali idroelettriche. Instituto Socioambiental, Funai


Le invasioni di garimpeiros e i massacri sono la conseguenza diretta dell’abbandono delle istituzioni. “Da tempo ci aspettavamo un episodio del genere. Il taglio di fondi alla Funai si ripercuote sulla sopravvivenza dei popoli nativi”, afferma Marubo.

Il Cgiirc, l’organismo della Funai che si occupa degli indigeni incontattati e di quelli da poco contattati, è l’ente preso più di mira dai ruralisti. Funzionari e persone che lavorano con gli indigeni hanno diffuso un documento in cui denunciano le manovre interne, ricordando l’obbligo costituzionale di proteggere i gruppi incontattati. “La persona che prenderà la direzione del Cgiirc avrà un grande potere. E tra i due candidati uno ha lavorato per vent’anni per una grande azienda mineraria, mentre l’altro ha fatto carriera nel turismo su raccomandazione di Osmar Serraglio, ex ministro della giustizia e grande alleato della lobby agricola”, dice Milanez.

Marubo non s’illude: “Non possiamo più sperare di vivere in pace come in passato, di crescere serenamente i nostri figli, di organizzare le feste tradizionali e di educare i giovani a diventare dei guerrieri. Cerchiamo solo di sopravvivere agli invasori”. Alcuni leader indigeni discutono della possibilità di dichiarare guerra a uno stato che non li protegge.

Dopo che le loro barche sono state
distrutte, i cercatori d’oro clandestini hanno minacciato i nativi di rappresaglie. La loro colpa: aver attirato l’attenzione sulla regione.

“Lo stato è assente e chi cerca di aiutarlo a svolgere il suo compito è minacciato di morte”, dice Poirier. Anche secondo Milanez, il pericolo di rappresaglie è alto,
“soprattutto per gli indigeni che vanno in città, per chi fa parte dei movimenti sociali e lotta per la difesa dei suoi diritti”.

Oltre alla Vale do Javari, i cercatori d’oro non autorizzati invadono le terre indigene degli araribóia, nello stato di Maranhão, e quelle degli yanomani, nello stato di Acre, nell’ovest del Brasile. Secondo alcuni funzionari della Funai, è probabile che ci saranno nuove stragi di nativi. “Finché lo stato non investirà nella protezione delle terre indigene continueranno a esserci vittime”, afferma Marubo.

Le reazioni della comunità internazionale servono a cambiare la situazione e aumentano la pressione sul governo brasiliano. “Ma per quanto tempo?”, si chiede Milanez. Poi aggiunge: “Questa situazione non riguarda solo gli indigeni. Ho appena letto che due braccianti sono stati uccisi da uomini armati nello stato di Pará”. ◆ adr

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Questo articolo è uscito sul numero 1226 di Internazionale, a pagina 60. Compra questo numero | Abbonati