Il soprannome di Mohammed bin Salman, il principe ereditario del regno saudita, è noto: “il feroce”. Una qualifica che si è conquistato da tempo, ben prima dell’omicidio di Jamal Khashoggi e del sequestro dei nobili e funzionari sauditi all’hotel Ritz-Carlton di Riyadh. Invece Mohammed bin Zayed, il principe ereditario di Abu Dhabi, non ha soprannomi. Un segnale tra gli altri del fatto che l’uomo forte degli Emirati Arabi Uniti è una personalità abituata ad agire nell’ombra, la cui influenza è inversamente proporzionale alla visibilità. Se dovesse avere un soprannome potrebbe essere “il burattinaio”, dato che gli esperti di penisola arabica lo considerano il mentore o il coach del leader saudita.

Entrambi sono impegnati nel conflitto yemenita, nella guerra economica contro il Qatar e nella repressione di qualsiasi opposizione nei loro paesi. E tuttavia i due uomini, che non sono della stessa generazione (Bin Zayed ha 57 anni, Bin Salman quasi 34), hanno personalità molto diverse. Mohammed bin Salman (noto con la sigla Mbs) è tanto irascibile, incontrollabile e all’incessante ricerca di visibilità, quanto Mohammed bin Zayed (Mbz) rifugge la pubblicità. Poche immagini, pochi discorsi, pochissime apparizioni pubbliche. Un ricercatore l’ha descritto come “la faccia nascosta della Luna”.

“Mbs il saudita” è ormai noto al mondo per la gestione caotica del suo paese e per una serie di clamorosi insuccessi: la guerra dello Yemen, dove Riyadh è rimasta impantanata; il fallimento dell’embargo messo in atto per soffocare il Qatar; la perdita di ogni reale influenza nei conflitti in corso alle porte del suo paese, in Siria e in Iraq. A questo si aggiungono le incertezze che pesano sull’ambizioso programma di riforme economiche Saudi vision 2030, annunciato da Bin Salman con grande pubblicità nel 2016. Il piano tra l’altro ricalca l’Abu Dhabi vision 2030, che Bin Zayed ha lanciato nel 2007 e che, a differenza di quello saudita, non è sprofondato nella sabbia.

Largo ai giovani

Al contrario del suo discepolo, “Mbz l’emiratino” è un grande calcolatore e uno stratega. La sua ascesa al potere ad Abu Dhabi, lo stato più ricco e potente della federazione degli Emirati Arabi Uniti, è avvenuta in sordina. Un po’ alla volta si è accaparrato la maggior parte delle attività dell’emirato e detiene ormai le leve del potere senza essere formalmente il re, soprattutto dopo che il suo fratellastro Khalifa, il presidente ufficiale degli Emirati Arabi Uniti e sovrano di Abu Dhabi, ha avuto un ictus nel 2014 e da allora non ha più un ruolo politico.

È il suo essere un uomo d’azione che sembra affascinare il principe saudita. Vicecomandante in capo dell’esercito più efficiente del Golfo, Bin Zayed è diplomato alla Royal military academy di Sand­hurst, nel Regno Unitso, ed è stato in Afghanistan come pilota e paracadutista. Bin Salman invece, pur essendo ministro della difesa, non ha esperienza militare. Eppure Mbz l’ha voluto far salire il più velocemente possibile al vertice del regno: il re Salman bin Abdulaziz, vecchio, stanco e malato, di fatto non ha più la guida del paese.

Il principe ereditario di Abu Dhabi è tra quelli che ritengono necessaria l’ascesa al potere di una nuova generazione di principi sauditi. Un dispaccio diplomatico firmato nell’ottobre del 2009 da Richard Olson, ambasciatore statunitense negli Emirati, poi rivelato da WikiLeaks, mostra la sua diffidenza verso la vecchia guardia saudita: “La leadership ad Abu Dhabi non perde occasione per far sapere ai funzionari statunitensi di passaggio la sua opinione che il regno sia governato da vecchi scorbutici circondati da consiglieri convinti che la Terra sia piatta”.

“Gli Emirati possono proiettarsi verso l’esterno, mentre l’Arabia Saudita non è ancora riuscita a risolvere i suoi problemi interni”

Ma l’arrivo al potere di Mbs non era scontato. Il principe era il secondo nell’ordine di successione al trono dopo suo cugino, il principe ereditario Mohammed bin Nayef, detto Mbn. Nella corsa al vertice quest’ultimo sembrava il favorito: aveva la preferenza dei paesi occidentali, in particolare degli Stati Uniti, che avevano apprezzato la sua capacità di combattere il terrorismo e di sconfiggere Al Qaeda nella penisola arabica (Aqpa). Sembrava quindi il partner più fidato in confronto a Mbs, che era totalmente privo di esperienza.

Solo che Mbn non aveva l’appoggio di Bin Zayed. Secondo un altro dispaccio statunitense, di fronte alle sue maniere goffe, Bin Zayed osservava che “Darwin aveva ragione”. In lui vedeva la continuazione del vecchio ordine saudita, che considerava inadeguato rispetto alla vastità delle sfide regionali. E gli rimproverava, a torto o a ragione, una presunta vicinanza allo sceicco Hamad bin Khalifa al Thani, l’emiro del Qatar (fino all’abdicazione nel 2013 in favore del figlio), uno dei suoi nemici a causa della vicinanza al movimento dei Fratelli musulmani.

Mbz quindi si è unito al fronte di coloro che nel regno saudita spingevano per l’uscita di scena di Bin Nayef. E che l’hanno ottenuta: il decreto reale del 21 giugno 2017 ha ribaltato l’ordine di successione e ha rimosso Bin Nayef da tutte le sue funzioni. Secondo fonti vicine alla famiglia, il principe è agli arresti domiciliari nel suo grande palazzo di Jeddah. A quel punto restava da imporre il nuovo principe ereditario agli Stati Uniti.

“Mbz si è impegnato molto per promuovere Mbs a Washington, dove ha buoni appoggi,” sottolinea David Rigoulet-Roze, docente francese esperto di Golfo e direttore della rivista Orients Stratégiques. In cambio, l’ha spinto a soddisfare due condizioni indispensabili sul piano interno. La prima era dimostrare agli Stati Uniti di essere l’uomo adatto, promuovendo una politica di riforme strutturali, economiche e sociali, e anche dei costumi. La seconda, collegata alla prima, era contenere il peso del wahabismo, che poteva costituire un’ipoteca sul successo delle riforme, dato che gli aggiustamenti politici interni al regno non sarebbero stati facili da realizzare.

Rigoulet-Roze spiega che i due leader avevano anche intenzione di “realizzare sul piano internazionale un riavvicinamento a Israele, cosa che spiegherebbe i rapporti che Bin Salman ha stretto con Jared Kushner, genero del presidente statunitense, trentenne come lui”.

Programmi e alleanze

L’attacco congiunto allo Yemen nel marzo del 2015 ha consacrato l’alleanza tra Bin Zayed e Bin Salman. Ma la loro intesa non è al riparo dai problemi. “La questione yemenita ha fatto venire a galla delle divergenze non trascurabili”, osserva David Rigoulet-Roze. “Innanzitutto perché i loro nemici principali non sono gli stessi. Per Mbz sono, nello Yemen come altrove, i Fratelli musulmani, accusati delle peggiori bassezze, ancora più dell’Iran, percepito come una minaccia in tutta la regione. Per Mbs sono invece i ribelli huthi, per il presunto appoggio che riceverebbero dal suo nemico giurato: l’Iran”.

Secondo lo studioso francese, nello Yemen i due non hanno gli stessi obiettivi: “Il principe ereditario di Abu Dhabi vorrebbe assicurarsi il controllo del sud del paese (in passato lo Yemen del Sud) e dello stretto di Bab al Mandeb, con l’obiettivo di stabilire una presenza diretta sulle rotte marittime del Golfo fino al mar Rosso attraverso la costa yemenita”. Una vera strategia a lungo termine “molto diversa dall’intervento saudita nello Yemen, la cui strategia è senza dubbio più confusa”.

Secondo Marc Lavergne, del Centro nazionale di ricerca scientifica di Parigi e specialista del Golfo e del Corno d’Africa, “l’espansione marittima degli Emirati è legata alle ambizioni cinesi”. Questa strategia di alleanza “mira a spianare il terreno in Africa e ha come obiettivi gli investimenti e la sicurezza alimentare” degli Emirati, un paese a caccia di terre e di materie prime. Per Lavergne si tratta di “una nuova colonizzazione i cui contorni non sono ancora del tutto definiti”. Questa strategia inoltre s’inserisce “nel quadro del futuro esaurimento delle risorse petrolifere e del ritiro degli statunitensi dalla regione”.

Gli Emirati Arabi Uniti, in particolare Dubai, Sharja e Ras al Khaima, si presentano quindi come l’avamposto della politica espansionista cinese delle cosiddette “nuove vie della seta”. Si trovano ai confini dell’oceano Indiano e si affacciano sul porto pachistano di Gwadar, il principale sbocco sul Golfo di queste “nuove vie” cinesi. In violazione di qualsiasi regola internazionale, nel 2018 gli Emirati hanno dispiegato il loro esercito sull’isola yemenita di Socotra, e sono sbarcati nello stretto di Bab al Mandeb, la porta sul mar Rosso. Contemporaneamente Abu Dhabi sta a poco a poco conquistando il litorale africano, insediandosi nei porti del Somaliland (a Berbera), dell’Eritrea (ad Assab e Massawa), fino al Sudan.

“Gli Emirati possono proiettarsi verso l’esterno, mentre l’Arabia Saudita non è ancora riuscita a risolvere i suoi problemi interni, sul piano economico, sociale e culturale”, continua Lavergne. “Il potere saudita ha emarginato la sua intellighenzia, cioè l’élite tecnocratica, l’élite sciita e le grandi famiglie di commercianti dell’Hegiaz, la regione nordoccidentale della penisola arabica il cui spazio naturale è il mar Rosso. Queste élite hanno ancora le loro reti, ma non hanno alcun potere politico. È evidente che Mbs non ha la vitalità del suo mentore né il suo dinamismo per definire una strategia”.

Da sapere
Le trame del potere

Mohammed bin Salman (detto Mbs) è nato a Riyadh il 31 agosto 1985. È diventato ministro della difesa quando suo padre Salman bin Abdulaziz è salito al trono dell’Arabia Saudita nel gennaio del 2015. Due mesi dopo è cominciata l’offensiva saudita nello Yemen. A giugno del 2017 un decreto reale ha ribaltato l’ordine di successione al trono e Mbs è diventato principe ereditario al posto del cugino Mohammed bin Nayef.

Mohammed bin Zayed (detto Mbz) è nato l’11 marzo 1961. Suo padre Zayed bin Sultan è stato il primo presidente degli Emirati Arabi Uniti e sovrano di Abu Dhabi. Nel novembre del 2003 il padre l’ha nominato viceprincipe ereditario, dietro al fratellastro Khalifa bin Zayed, e alla morte del padre l’anno successivo è diventato principe ereditario. Dal gennaio del 2015 è vicecomandante delle forze armate. A causa del cattivo stato di salute di Khalifa bin Zayed, succeduto al padre alla guida degli Emirati, Mbz spesso compare al suo posto.


Oggi la questione yemenita rappresenta una fonte di tensione tra l’Arabia Saudita e gli Emirati. Un ricercatore che ha chiesto di restare anonimo spiega che “nella sua lotta contro gli huthi, Riyadh ha preso contatti con il movimento Islah (il partito che raggruppa Fratelli musulmani e salafiti), violando quella che per Abu Dhabi è una linea rossa”. D’altra parte, sempre a causa di questo odio verso i Fratelli musulmani, “l’esercito di Abu Dhabi ha stretto nello Yemen delle alleanze con formazioni molto più estremiste, con gruppi salafiti e jihadisti, una mossa inaccettabile per il regime saudita”, continua il ricercatore.

Il minimo indispensabile

Altre due questioni hanno creato una distanza tra Bin Zayed e Bin Salman. La prima riguarda il premier libanese Saad Hariri, che nel novembre del 2017 è stato trattenuto in Arabia Saudita e costretto a dimettersi. In quell’occasione l’uomo forte di Abu Dhabi ha spinto il presidente francese Emmanuel Macron a intervenire e ad andare a Riyadh per “liberare” Hariri. La seconda questione è l’omicidio del giornalista saudita Jamal Khashoggi, la cui sanguinosa eliminazione macchia la reputazione di Mbz in quanto mentore del principe saudita.

David Rigoulet-Roze osserva che “quando Mbz è arrivato a Riyadh il 10 novembre 2018, Mbs era assente alla cerimonia di benvenuto, un fatto anomalo, perché nelle visite precedenti del principe ereditario di Abu Dhabi Mbs era vistosamente in testa al corteo”. Lo studioso sottolinea che nel caso Khashoggi “Mbz si è sforzato di tenersi il più possibile lontano dalla tempesta internazionale che si è scatenata, e che ha esposto Mbs in maniera eccessiva”. Alcuni si aspettavano una presa di posizione più forte da parte sua. Ma Bin Zayed, consapevole della posta in gioco ed evidentemente contrariato dalla disastrosa gestione del caso, ha fatto il minimo indispensabile, prosegue Rigoulet-Roze, “limitandosi a esprimere solidarietà a Mbs solo a parole, un gesto forse ritenuto troppo debole dall’interessato. Sta di fatto che o il principe ereditario saudita non si è degnato di accogliere personalmente Mbz per manifestare il suo disappunto oppure è stato quest’ultimo che ha preferito non essere accolto da Mbs prima di incontrare il re Salman per un faccia a faccia”.

Senza il suo mentore, il principe ereditario saudita resterebbe solo, visto il vuoto che ha creato intorno a sé. C’è poi un’altra differenza tra lui e Bin Zayed: il principe di Abu Dhabi non ha fatto epurazioni. “È davvero lui che tiene in mano le redini?”, si chiede Lavergne. “Nel suo palazzo si discute molto e intorno a lui ci sono giovani tecnocrati, anche loro principi, tutte persone di valore. Lo stesso Mbz ha un grande seguito tra la popolazione. I leader degli Emirati sono come delle guide. Hanno la fiducia della gente. È evidente: quando Mbz va in bicicletta, il giorno dopo non c’è più una sola bicicletta disponibile nei negozi”.

Resta però il fatto che dietro questa facciata sorridente, si nasconde una realtà molto più oscura: il rifiuto di ogni opposizione politica e la tolleranza zero nei confronti di tutto ciò che ha a che fare con l’islam politico. “Non hanno capito che per ottenere stabilità bisogna concedere un certo respiro”, commenta Lavergne. I Fratelli musulmani subiscono processi di massa, tra cui quello dell’estate del 2014, in cui 64 persone sono state condannate a pene tra i sette e i quindici anni di carcere.

Questa severità piace a Parigi. Durante l’inaugurazione del Louvre di Abu Dhabi, l’8 novembre 2018, Emmanuel Macron ha dichiarato: “Sulla lotta contro il terrorismo ci sono da tempo degli scambi con gli Emirati che si sono approfonditi e riflettono la fiducia in questo partenariato”. Questi legami sono già rafforzati dalla presenza della base militare francese di Al Dhafra, inaugurata nel maggio del 2009 dall’allora presidente Nicolas Sarkozy.

Rigoulet-Roze spiega che le relazioni tra la Francia e gli Emirati sono segnate dalla fiducia nel fatto che Abu Dhabi ha da tempo un atteggiamento intransigente nei confronti di tutto l’islamismo. Un’intransigenza fino a poco tempo fa molto meno evidente da parte di Doha o Riyadh. Lo studioso aggiunge che potrebbe trattarsi di “una forma di ‘attrazione emiratina’ da parte di Macron, come in passato ci sono state un’attrazione saudita di François Hollande e un’attrazione qatariota di Sarkozy”. ◆ fdl

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Questo articolo è uscito sul numero 1300 di Internazionale, a pagina 52. Compra questo numero | Abbonati