La catastrofe ambientale in atto in Australia offre un terrificante assaggio della “nuova normalità” in un mondo che fa i conti con il riscaldamento climatico. I roghi attivi da settembre hanno ormai incenerito circa otto milioni di ettari, un’area più estesa dei Paesi Bassi. Stando agli ultimi dati, almeno 26 persone sono morte e più di duemila case sono state distrutte.

Le principali città sono quasi sempre avvolte da una cappa di smog giallo, una nube talmente tossica da aver provocato la morte per crisi respiratoria di un’anziana signora sulla pista d’atterraggio dell’aeroporto di Canberra. Milioni di australiani sono attualmente esposti a particelle cancerogene: respirare l’aria di Sydney è come fumare 34 sigarette al giorno. Nella devastazione, mezzo miliardo di animali sono morti, tra cui un gran numero di koala del New South Wales. Quasi certamente intere specie sono state spazzate via dal fuoco dilagato in ecosistemi che non erano mai stati esposti alle fiamme.

Le immagini provenienti dalle aree colpite sono sempre più apocalittiche. Decine di migliaia di abitanti delle aree rurali sono rimaste senza elettricità. In buona parte del New South Wales è stato dichiarato lo stato d’emergenza, il terzo negli ultimi mesi. Nelle zone colpite dal disastro nello stato di Victoria ci sono ancora persone in attesa di imbarcazioni che le portino in salvo. E probabilmente il peggio deve ancora venire: mentre scriviamo i roghi attivi sono 150 e per i prossimi giorni i meteorologi preannunciano un caldo feroce. L’estate durerà ancora due mesi, perciò non è finita qui.

Gli incendi non sono una novità in Australia, ma l’aumento globale delle temperature li rende più roventi, più intensi e più difficili da combattere. Scoppiano in anticipo, durano di più e raggiungono località mai colpite prima. Tutto ciò naturalmente è in linea con le tendenze mondiali e con le previsioni fatte per l’Australia. Nel 2007, per esempio, la Commissione intergovernativa sul cambiamento climatico (Ipcc) avvertiva che “le ondate di calore e gli incendi aumenteranno per intensità e frequenza”. A questi avvertimenti l’Australia ha reagito aumentando il ritmo e la portata con cui estraeva e consumava il carbone. Il paese è oggi il terzo esportatore di combustibili fossili (dopo Russia e Arabia Saudita) e ha giocato un ruolo decisivo nel fallimento dei colloqui sul clima Cop 25 di Madrid, dove la sua insistenza sul cosiddetto trasferimento dei crediti ha contribuito a scoraggiare un impegno per obiettivi più ambiziosi.

Al tempo stesso, sia il governo locale sia quello centrale appoggiano l’apertura nello stato del Queensland dell’enorme miniera di carbone Carmichael da parte della multinazionale Adani, un progetto che faciliterebbe l’estrazione di gas di scisto nel bacino di Beetaloo, nel Territorio del Nord, e nuove iniziative di estrazione di carbone e gas nei bacini settentrionali di Bowen e Galilee. Tutto questo immetterebbe 4,6 miliardi di tonnellate di anidride carbonica nell’atmosfera. Nel 2019, che con una temperatura di 1,52 gradi sopra la media è stato l’anno più caldo nella storia dell’Australia, il governo ha dato alla compagnia energetica norvegese Equinor l’approvazione sotto il profilo ambientale per estrarre petrolio nella Grande baia australiana, un importante vivaio della balena franca australe, una specie a rischio.

Carbone e provocazioni

L’entusiasmo per il carbone del primo ministro Scott Morrison, che una volta ne ha addirittura esibito un pezzo in parlamento, spiega in parte la sua assurda indifferenza davanti alla crisi in corso. A novembre, quando Shane Fitzsimmons, il commissario del servizio per gli incendi rurali del New South Wales, ha lanciato l’allarme per le condizioni “catastrofiche” che stavano alzando i rischi a “livelli sconosciuti”, Morrison ha usato Twitter per mandare “un pensiero e una preghiera” alle vittime dei roghi, uno slogan seguito immediatamente da una sua foto a un evento sportivo a Brisbane. “Sarà una grande estate per il cricket”, ha twittato, “e sono sicuro che i nostri ragazzi daranno ai nostri vigili del fuoco e alle comunità colpite dagli incendi qualcosa per cui gioire”.

A dicembre, mentre la situazione peggiorava, Morrison era introvabile finché i giornalisti l’hanno scovato in vacanza alle Hawaii. Una foto circolata ovunque lo ritraeva in pantaloncini con in mano una birra mentre faceva lo shaka (il saluto hawaiano con il pollice e il mignolo) verso l’obiettivo. Costretto dall’imbarazzo a rientrare in Australia, ha tenuto una festa di capodanno per i giocatori di cricket nella sua residenza ufficiale e ha pronunciato uno strano discorso in cui ancora una volta gli incendi erano presentati come uno sfondo per lo sport estivo.

Alcuni hanno attribuito questa sordità alla sua tanto sbandierata fede pentecostale, suggerendo come ai suoi occhi le fiamme rappresentano la volontà di dio. Il suo comportamento, tuttavia, è più comprensibile se lo si mette in relazione all’uso crescente che i conservatori australiani fanno della guerra culturale come strumento politico.

Un anno di fuoco
Incendi nel New South Wales tra il 2001 e il 2019

Quando, in occasione delle elezioni parlamentari di maggio, i conservatori al potere hanno ottenuto una vittoria inattesa, gli esponenti di destra hanno interpretato il risultato come la conferma dell’ostilità della cosiddetta maggioranza silenziosa nei confronti di un programma progressista “d’élite” che comprende, tra le altre cose, provvedimenti contro il cambiamento climatico. Il parlamentare conservatore Craig Kelly, per esempio, pare abbia incoraggiato i deputati del gruppo Parlamentari amici delle esportazioni di carbone (eh già, esiste davvero una cosa del genere!) a “bruciare la maggior quantità possibile di petrolio e gas in estate: cucinate l’arrosto in un forno a gas, riempite le vostre bombole a gas e volate da un’estremità all’altra del paese”.

Il governo ha confidato a tal punto nell’indifferenza dell’opinione pubblica al cambiamento climatico da promettere delle leggi drastiche contro Extinction rebellion e altri militanti ambientalisti. Il ministro dell’interno Peter Dutton li ha definiti degli “alienati” che dovrebbero essere esposti alla gogna pubblica e sottoposti a pene detentive obbligatorie. “Questi non sono contestatori, sono anarchici”, ha spiegato. “Non credono nella democrazia, non credono nel nostro modo di vivere”.

Roghi controllati e disinformazione

◆ Il caldo e la siccità nell’estate australiana non sono una novità, come non lo sono gli incendi. Quest’anno però la primavera è stata particolarmente secca e lunga, le temperature a metà dicembre hanno raggiunto livelli inediti, con una media di 41,9 gradi centigradi, e i venti sono molto forti. Nel New South Wales e nel Queensland non piove dal 2017. Tutto questo, spiega il New York Times, ha creato le condizioni per roghi disastrosi, che dall’inizio di settembre hanno bruciato circa otto milioni di ettari e ucciso almeno 26 persone. Migliaia di vigili del fuoco, la maggior parte volontari, sono al lavoro ma il governo ha dovuto impiegare l’esercito. Il devastante inizio della stagione dei roghi ha confermato quanto previsto dagli scienzati: via via che le condizioni del clima peggiorano, gli incendi in Australia saranno sempre più frequenti e intensi. Nel mondo ricco l’Australia è forse il paese più vulnerabile ai cambiamenti climatici. Per Ross Bradstock, direttore del centro di gestione dei rischi ambientali dell’università di Wollongong, intervistato da The Age, “i roghi controllati sono utili per ridurre la superficie infiammabile ma bisognerebbe usarli su un’area troppo estesa, facendo quintuplicare i costi e mettendo in pericolo i centri abitati”.

◆L’8 gennaio la polizia dello stato di Victoria e quella del Queensland hanno smentito la notizia, pubblicata dall’Australian e circolata in rete, dell’arresto di 183 persone che avrebbero appiccato gli incendi di proposito. In realtà il numero si riferisce alle persone arrestate o sanzionate in tutto il 2019 per aver violato le regole antincendio.


In accordo con la strategia di Morrison, per gran parte dell’anno importanti esponenti conservatori hanno ritenuto qualsiasi ammissione del rapporto tra riscaldamento globale e roghi una concessione inaccettabile alla sinistra. Così a settembre, mentre le condizioni nel Queensland sudorientale e nel New South Wales settentrionale superavano ogni record in base all’indice di McArthur sulla pericolosità degli incendi boschivi, il ministro per la siccità e i disastri naturali David Littleproud diceva a un giornalista di non essere certo che “il riscaldamento globale sia provocato dall’uomo”. Non più tardi del 31 dicembre il ministro dell’energia Angus Taylor ha pubblicato un articolo sull’Australian, un quotidiano negazionista di proprietà di Rupert Murdoch, intitolato “Dovremmo essere fieri delle nostre azioni contro il riscaldamento globale”. Nelle stesse ore circolava ovunque l’immagine di cinquemila persone accalcate su una spiaggia di Mallacoota e poi entrate in acqua per sfuggire alle fiamme.

Non sorprende che il governo oggi sia sotto tiro. Quando Scott Morrison si è avventurato nella cittadina di Cobargo, devastata dal fuoco, gli abitanti furibondi l’hanno aggredito per strada. “Amico, non avrai nessun voto da queste parti”, gli ha urlato uno. In un altro video un vigile del fuoco si è rifiutato di stringergli la mano (anche se Morrison gliel’ha afferrata lo stesso): “Sono sicuro che si tratti solo di stanchezza”, l’ha giustificato Morrison. “No”, ha risposto un funzionario, “ha appena perso la casa”. Perfino il ministro dei trasporti del New South Wales Andrew Constance, compagno di partito di Morrison, ha riconosciuto che il premier “ha probabilmente meritato” il trattamento ricevuto a Cobargo.

L’alternativa non sono i laburisti

Se l’apparente crollo di autorità di Morrison apre un varco per il Partito laburista, non è detto che un eventuale governo dell’opposizione sarebbe molto meglio. È vero che l’attuale leader laburista Anthony Albanese parla apertamente del rapporto tra gli incendi e il riscaldamento globale. Ma i laburisti sono al fianco dei conservatori nel sostenere l’industria del carbone. Di recente Albanese ha messo a tacere le voci interne al suo partito contrarie al carbone basandosi sulla classica argomentazione dello spacciatore di droga: “Se l’Australia smettesse di esportare carbone oggi”, ha dichiarato, “la domanda di carbone non diminuirebbe, semplicemente il carbone arriverebbe da qualche altra parte”. Questo succedeva il 9 dicembre, mentre il paese era già in fiamme. Qualche giorno più tardi il ministro ombra delle risorse – il laburista Joel Fitzgibbon, membro del gruppo degli amici del carbone guidato da Kelly – ha detto agli australiani di smetterla di “demonizzare” il combustibile fossile. Nel Queensland è un’amministrazione laburista a spianare la strada alla Adani mentre un premier laburista invoca il carcere per i manifestanti.

Condizioni estreme
Temperature in Australia sopra o sotto la media del periodo 1961-1990

Tutti abbiamo ascoltato i grandi discorsi sui cambiamenti climatici di Al Gore, Barack Obama e Kevin Rudd. Ma sappiamo che non hanno fatto una grande differenza per la gente comune. Fino a oggi le conferenze internazionali sull’ambiente non sono state altro che scenari per voli retorici, anche se le emissioni di anidride carbonica aumentavano di anno in anno. In Australia la catastrofe degli incendi potrebbe inaugurare un atteggiamento diverso. Dopotutto il cambiamento climatico in questo paese non è più un futuro possibile, ma qualcosa che sta chiaramente accadendo, qui e ora. C’è quindi l’opportunità di legare rimedi a breve termine a soluzioni a lungo termine: per esempio, l’evidente necessità di piani di soccorso nelle aree colpite legittima le riforme strutturali che potrebbero facilitare un’economia decarbonizzata.

Forse in passato i tentativi di spezzare la dipendenza dell’Australia dal carbone sono sembrati una minaccia all’occupazione nell’Australia rurale. Ma la devastazione a cui stiamo assistendo dimostra tuttavia che la sopravvivenza delle comunità rurali dipende da una transizione corretta che si lasci le miniere alle spalle.

Abbiamo già visto membri del sindacato che si rifiutavano di lavorare nella foschia inquinata di Sydney, una mobilitazione eccezionale e la dimostrazione che una più ampia azione sul clima è possibile. Nello stesso modo la rabbia di quelle persone a Cobrago suggerisce un sentimento che potrebbe collegare l’energia e l’idealismo degli scioperi studenteschi sul clima con la forza sociale dei lavoratori. Naturalmente è facile parlare di un nuovo movimento sul clima, meno facile è costruirlo, soprattutto alla luce dello stato in cui si trova la sinistra. Ma che scelta abbiamo? La portata degli incendi recenti è un segnale di ciò che ci aspetta con l’aumento globale delle temperature. Quello che stiamo affrontando oggi è solo l’inizio. Non tutti i paesi saranno devastati dagli incendi, alcuni dovranno affrontare siccità, inondazioni o gelate. Ma nessun luogo sarà al riparo. Il disastro che sta colpendo l’Australia lascia presagire una crisi più ampia, a cui la sinistra internazionale deve rispondere. ◆ gim

Jeff Sparrow _ è un columnist dell’edizione australiana del Guardian. Il suo ultimo libro è Fascists among us: online hate and the Christchurch massacre _(Scribe 2019).

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Questo articolo è uscito sul numero 1340 di Internazionale, a pagina 24. Compra questo numero | Abbonati