“La cosa più strana è il silenzio. Tutto il giorno sento solo i cani che abbaiano e le sirene delle ambulanze”. Claudio Regazzoni, 33 anni, vive a Sorisole, poco più di cinque chilometri da Bergamo, dove lavora per una società informatica. Un borgo tranquillo ma attivo, tipico di queste province lombarde, motore della ricchezza italiana. Ma da quattro settimane qui si è interrotto il corso della vita normale: gli spostamenti sono stati limitati, i luoghi pubblici chiusi e molte aziende della zona si sono fermate. A Sorisole per evitare gli assembramenti è stato chiuso anche il cimitero.

La provincia di Bergamo non era tra i primi focolai dell’epidemia identificati alla fine di febbraio, ma al 18 marzo è quella con più casi di Covid-19 (4.305 su 35.713 persone contagiate in Italia, secondo i dati pubblicati dal ministero della salute). Un indicatore fornisce l’ampiezza del dramma: sul giornale locale, L’Eco di Bergamo, i necrologi occupano due o tre pagine; nell’edizione di venerdì 13 marzo le pagine erano addirittura dieci.

Milano, 16 marzo 2020. Galleria Vittorio Emanuele (Luz)

Sorisole è una piccola cittadina e nel territorio comunale sono stati registrati solo una ventina di casi di coronavirus. Ma nessuno crede a queste cifre. “Non hanno fatto abbastanza tamponi, questa cifra non vuol dire nulla”, afferma Regazzoni. “A cinquanta metri da me ho un vicino che è chiuso in casa con l’influenza da una settimana. Come si fa a sapere se è solo un’influenza?”.

Molti i contagi non accertati

“Pensiamo che il numero di casi nella provincia sia molto sottostimato”, riconosce Giorgio Gori, sindaco della vicina Bergamo. “Non possiamo dirlo con precisione, ma pensiamo che i casi siano l’80 per cento di più”. Per dieci persone contagiate ce ne sarebbero altre otto non accertate. Probabilmente questo spiega l’allarmante tasso di mortalità (dall’8 al 10 per cento rispetto al numero di casi) osservato in questi ultimi giorni in Lombardia, e che non è coerente con quello è osservato negli altri focolai in Asia. “Ci sono molti malati”, continua il sindaco. “Qui tutti conoscevano almeno una delle persone morte o conoscono un paziente in gravi condizioni. Attualmente ci sono molti dipendenti comunali in rianimazione e anche alcuni assessori”.

A Bergamo, forse più che altrove in Italia, l’isolamento è rispettato. Ma di fronte all’urgenza si creano nuovi comportamenti fatti di telelavoro, solidarietà e altruismo.

“Di solito la mia vita è piena di appuntamenti prevedibili che si susseguono nel corso della giornata”, racconta il sindaco. “Ma da due settimane lavoro al telefono quasi tutto il giorno, dalle sette di mattina alle dieci di sera, vedendo poche persone. Cinquecento volontari vanno in giro per la città e aiutano le persone isolate: gli portano la spesa, le medicine o un po’ di compagnia. Siamo fortunati, Bergamo era già una capitale del volontariato in tempo di pace”.

In tempo di pace? Gori lo ha detto senza farci caso, ma quando glielo facciamo notare, non si corregge. “Sì, in tempo di pace. Io non sono in prima linea, ma per i medici è come una guerra”. La linea del fronte più evidente, quella che l’Italia sorveglia con timore, è l’ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo. Questo centro ospedaliero inaugurato nel 2012 è una delle dimostrazioni più evidenti dell’immagine esemplare che Bergamo vuole dare. Con novecento posti letto, 36 sale operatorie e l’eliporto, operativo 24 ore su 24, il “Papa Giovanni”, come tutti lo chiamano, è il gioiello del sistema sanitario della provincia. Oltre a essere uno dei migliori ospedali a livello nazionale.

Da settimane Giuseppe Remuzzi, che fino al 2018 ha diretto il reparto di medicina generale dell’ospedale e che oggi guida l’Istituto di ricerca Mario Negri, fa il possibile per evitare la catastrofe. Non è più in prima linea, ma continua a collaborare con l’ospedale, che conosce perfettamente.

In questo momento (dato aggiornato al 16 marzo) il reparto di nefrologia e dialisi accoglie tutti i malati “non Covid-19”, mentre il resto dell’ospedale è dedicato alla lotta contro il coronavirus. “In pochi giorni il Papa Giovanni è stato quasi interamente trasformato in ospedale per il Covid-19”, spiega Remuzzi, lui stesso sconvolto da questa constatazione. “Eravamo preparati all’ipotesi di un’epidemia, ma in tutti i modelli sui quali avevamo lavorato non avevamo mai pensato a una cosa del genere. Pensavo a un’epidemia tipo quella della Sars, non a una cosa come questa”. La ricerca di letti, in particolare nel reparto di rianimazione, è una preoccupazione costante. “In rianimazione avevamo ottanta letti, più altri venti destinati a reparti specifici come cardiologia o chirurgia”, spiega Remuzzi. “Ora tutti questi letti sono occupati da malati di Covid-19. E questo vale per l’intera regione. In tutta la Lombardia ci sono mille letti destinati alla rianimazione: 723 (dati aggiornati al 16 marzo) sono occupati da malati di Covid-19”.

Mentre tutte le simulazioni prevedono un aumento del numero di casi (il fatto che domenica 15 marzo nella provincia ci siano stati “solo” 552 nuovi casi è stato considerata da tutti gli osservatori della pandemia una buona notizia), i prossimi giorni saranno cruciali. Ma anche se la progressione rallenterà, difficilmente il sistema potrà reggere. Già oggi il personale ammette che a volte i medici non hanno avuto altra scelta che concentrarsi sui pazienti più giovani e in grado di cavarsela. In un articolo pubblicato il 13 marzo dalla rivista scientifica The Lancet, Remuzzi ha detto che l’Italia dovrà creare urgentemente almeno quattromila nuovi letti di terapia intensiva.

Nel frattempo i malati di Bergamo sono distribuiti anche in altri ospedali fuori della Lombardia. Nella notte tra il 13 e il 14 marzo due pazienti in condizioni critiche sono stati trasportati a Palermo da un aereo militare. Una cosa impensabile in tempi normali. Per quanto tempo l’ospedale di Bergamo potrà reggere questo ritmo? “Ce la facciamo grazie ai più giovani”, riconosce Remuzzi. “Non si fermano mai. I medici corrono dei rischi e molti di loro sono stati contagiati”.

A poca distanza dall’ospedale Papa Giovanni XXIII, in un’altra struttura dedicata ai casi di Covid-19 meno gravi, Alessandra, un’infermiera esperta che ha lavorato in vari ospedali di Bergamo, si sforza nonostante la fatica di descrivere queste condizioni estreme: “È un’atmosfera strana. Abbiamo assunto molte persone arrivate da tutta Italia, e dato che indossiamo tutti le mascherine non sappiamo più con chi lavoriamo. Le giornate sono così dure che non abbiamo neanche il tempo di fare qualche domanda. Ogni sera quando torno a casa devo piangere un po’ per liberarmi dalla pressione”.

Ha paura che l’intero sistema possa crollare? L’infermiera risponde con voce rotta dall’angoscia: “Per ora ce la facciamo perché molti letti si liberano. E molti letti si liberano perché ci sono molti morti” . ◆ adr

Internazionale pubblica ogni settimana una pagina di lettere. Ci piacerebbe sapere cosa pensi di questo articolo. Scrivici a: posta@internazionale.it

Questo articolo è uscito sul numero 1350 di Internazionale, a pagina 20. Compra questo numero | Abbonati