È arrivata l’epoca della ciberviolenza. Quando ci sono elezioni o scoppiano rivolte, alcuni paesi africani spariscono dalla mappa del web per giorni o perfino settimane. Il blocco delle telecomunicazioni in periodo di elezioni fa ormai parte dell’arsenale dei regimi che temono un’insurrezione popolare.

Questa volta è toccato alla Repubblica Democratica del Congo (Rdc), dove il 4 per cento degli 80 milioni di abitanti naviga regolarmente su internet. Alle elezioni presidenziali, legislative e provinciali del 30 dicembre 2018 non ci sono stati scontri. Dalla tarda mattinata del giorno dopo, però, internet e gli sms hanno smesso di funzionare. Secondo i consiglieri del presidente uscente Joseph Kabila, l’obiettivo era contrastare la folle macchina dei pettegolezzi e delle notizie false, ma anche la diffusione di risultati non ufficiali o delle temute prove di brogli. Inoltre il provvedimento è stato approvato per impedire l’organizzazione di manifestazioni o stroncare sul nascere i progetti di rivolta architettati sui social network, molto frequentati dagli attivisti.

Un seggio a Lubumbashi, nella Rdc, 30 dicembre 2018 (Caroline Thirion, Afp/Getty)

Poco importa se questo ha rallentato il conteggio dei voti da parte della commissione elettorale e la raccolta d’informazioni da parte delle decine di migliaia di osservatori elettorali inviati dalla chiesa cattolica, dalle organizzazioni regionali e dalla società civile congolese. “Non possiamo lasciar agire chi vuole provocare il caos”, ha detto un consigliere di Kabila.

Due anni fa il presidente congolese aveva fatto lo stesso: alla vigilia del 19 dicembre 2016, data in cui si è concluso ufficialmente il suo secondo e ultimo mandato, aveva ordinato a tutti gli operatori internet di sospendere i loro servizi, in un clima di violenza e contestazioni.

I territori digitali africani sono sempre più minacciati da regimi autoritari che faticano a controllare l’informazione online. I capi di stato dell’Africa sono quelli che usano di più il blocco delle telecomunicazioni, si legge nel rapporto Transparency di Facebook. Spesso adottano leggi antiterrorismo che si applicano anche a internet o aumentano drasticamente le tariffe delle telecomunicazioni. Alcuni paesi, come l’Uganda, hanno tassato l’uso dei social network.

Dalla Rdc
Alta tensione a Kinshasa

◆ Quaranta milioni di congolesi sono stati chiamati alle urne per le elezioni presidenziali, legislative e provinciali il 30 dicembre 2018, in ritardo di due anni rispetto alla fine del mandato del presidente Joseph Kabila. Il voto si è svolto in un’atmosfera di relativa calma, alla presenza di 40mila osservatori formati dalla chiesa cattolica e di altri 20mila delle organizzazioni civiche. Sono state riscontrate irregolarità e non si è potuto votare in alcune aree del paese, come le regioni dell’est colpite dall’epidemia di ebola, ma non sono stati denunciati brogli evidenti. Nei giorni successivi, con il pretesto di non turbare le operazioni di spoglio, Kabila ha ordinato di bloccare internet e le trasmissioni di Radio France International per fermare le speculazioni, le false notizie e le indiscrezioni sul vincitore. Un portavoce della conferenza episcopale congolese aveva dichiarato che dalle urne era emerso un chiaro vincitore, senza precisarne il nome. Secondo la radiotelevisione belga **Rtbf **“era Martin Fayulu, il candidato della coalizione d’opposizione Lamuka”. Il 9 gennaio a Kinshasa sono state rafforzate le misure di sicurezza nell’attesa dell’annuncio dei risultati.


Costi non trascurabili

Negli ultimi anni alcuni governi africani si sono rivolti alla Cina per ottenere strumenti che gli permettano di sorvegliare le attività digitali dei loro cittadini. L’industria del ciberspionaggio, che sia cinese, israeliana, europea e russa, fornisce ormai una varietà di servizi ai regimi in cerca di soluzioni avanzate per tenere sotto controllo gli oppositori. Tra i clienti ci sono l’Etiopia, il Sudan, il Camerun, il Marocco, il Congo, la Tanzania, lo Zimbabwe e il Ruanda.

Ma il blocco di internet in molti casi resta lo strumento più efficace e diffuso. A caro prezzo: il politologo Darrell West, della Brookings institution, ha stimato le perdite economiche causate da 81 blocchi di internet in 19 paesi, tra il luglio 2015 e il giugno 2016. Secondo West, si aggirano sui 2,4 miliardi di dollari (2,1 miliardi di euro), 320 milioni solo per il Marocco e 72 milioni per il Congo. La repressione online ha dunque un costo, ma è irrisorio di fronte alla minaccia di perdere le elezioni. ◆ gim

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Questo articolo è uscito sul numero 1289 di Internazionale, a pagina 24. Compra questo numero | Abbonati