È successa una cosa terribile, mi ha scritto un giorno la mia amica Anna: la sua cantina si era allagata. Tutte le lettere e le cartoline ricevute da me e da altri amici nel corso degli anni, gli sms ricopiati meticolosamente su innumerevoli quaderni e i nostri diari di viaggio erano fradici. Se non fossimo intervenute subito, rischiavano di ammuffire. Io sorridevo tra me e me: Anna e la sua fissazione per gli archivi! Ho provato a rassicurarla: le lettere, le cartoline e soprattutto gli sms sono pensati per il momento. L’importante è la gioia che si prova aprendo la cassetta della posta o guardando lo schermo; e magari anche il ricordo di quella gioia. Ma non succede mai di riprendere in mano quelle vecchie cose, quindi potevano tranquillamente ammuffire. Un po’ offesa, Anna ha replicato che – allagamento o no – era ben contenta di aver conservato lei i nostri diari, invece di darli a me. Oggi il journaling, l’abitudine di tenere un diario, va di moda. Su piattaforme come TikTok è pieno di suggerimenti, proposte d’impaginazione e di persone che si vantano delle idee più creative. Ci sono i consigli per cominciare e le regole per non mollare. Spesso si tratta di prendere coscienza delle cose di cui dobbiamo essere grate, dei nostri successi personali, desideri e buoni propositi. Come esercizio di consapevolezza e cura di sé sembra funzioni: mettere ordine nei pensieri tenendo un diario ha effetti positivi sull’umore, sul sonno e sulla salute mentale. Ma un diario di viaggio non serve solo a sentirsi meglio nel quotidiano; serve a catturare attimi, a viaggiare in modo più intenso e consapevole, e a creare legami tra compagni di avventure. Un diario di viaggio è un archivio di vita in miniatura: conserva la memoria delle sensazioni così come le abbiamo provate in quel preciso momento. Anna e io abbiamo tenuto il nostro primo diario di viaggio a quattro mani nell’estate del 2010, quando non c’erano ancora TikTok e il journaling. Era la nostra prima vacanza insieme dopo la laurea, con quella sensazione di una vita che sta finalmente per cominciare ed è tutta da scoprire. E quindi ci era sembrato il caso di dedicare un quadernino al nostro viaggio. Cosa che poi è diventata una tradizione. Anni dopo, sfogliando quei taccuini, a colpirmi è stato innanzitutto il fatto che quando scrivevamo non avevamo idea di ciò che sarebbe successo dopo. Nei nostri ricordi ogni viaggio è ormai una storia a sé, tutto sembra interconnesso; con il senno di poi ci formiamo un giudizio, rimuoviamo alcuni aspetti e ne abbelliamo altri. Sapendo come va a finire una storia, la raccontiamo in modo completamente diverso. Il diario, invece, è pieno di possibilità: i momenti vissuti, come se fossero stati intrappolati nell’ambra, sono riportati in modo più immediato, senza quella patina tipica dei ricordi. Leggo di momenti di gioia, che sarà delusa poche pagine dopo, e di dubbi che poi si riveleranno infondati. E d’improbabili presentimenti. Ogni giorno la nostra pagina di diario si apriva con la stessa frase: “Ancora nessun incidente”. Entrambe avevamo appena preso la patente per girare l’Italia con la vecchia Golf di mia madre. Poi è arrivato il giorno in cui uscendo da un parcheggio ho graffiato la fiancata. Ho dovuto scrivere: “Oggi incidente”. Ci eravamo assicurate il nostro personale colpo di scena. Le cronache degli esploratori La storia dei diari di viaggio comincia con un colpo di scena ancora più spettacolare. I primi diari di bordo o roteiros de navegação furono scritti dai navigatori portoghesi che nel quattrocento cercavano una rotta verso l’India circumnavigando l’Africa. Pochi anni dopo fu Cristoforo Colombo a salpare con lo stesso obiettivo: trovare una via per le Indie. Solo che puntò dritto a occidente. Come i suoi predecessori, anche lui teneva un diario. Gli originali di quel diario, resoconto di un viaggio che inaugurò l’epoca della colonizzazione europea e dello sfruttamento del “nuovo mondo”, sono andati perduti. Ci sono rimaste solo le trascrizioni di alcuni passaggi dei diarios de a bordo, molto probabilmente i primi diari di viaggio degni di questo nome arrivati fino a noi. Il formato ebbe successo: ogni grande esplorazione per mare intrapresa dagli europei in qualche angolo del mondo era seguita da un cronista che annotava eventi e impressioni. Nelle famose spedizioni di James Cook si univano all’equipaggio studiosi avidi di conoscenze astronomiche, scientifiche e geografiche. Spesso questi resoconti dettagliati servivano a dimostrare ai committenti che i soldi investiti erano stati ben spesi, sperando che finanziassero anche i viaggi successivi. I diari di bordo testimoniano la centralità degli interessi economici di molte di queste spedizioni. Ma le motivazioni per viaggiare e scrivere un diario erano anche altre. Nel 1799, dopo anni di preparativi, il naturalista Alexander von Humboldt partì per il Sudamerica, deciso a non trascurare nessuna pietra, foglia o pulce in cui si fosse imbattuto nel continente. Nel 1831, quando intraprese un viaggio di cinque anni al seguito di una spedizione cartografica, Charles Darwin aveva solo 22 anni. In calce al suo diario – su cui descrisse con la massima precisione piante, animali e fossili e su cui avrebbe basato la sua famosa teoria dell’evoluzione – annotò: “È stato più di un semplice viaggio. È stata una lezione sulla maestosità del creato”. Scrivere e riflettere All’inizio lo scopo dei diari di viaggio era soprattutto pratico: mappare nuovi continenti, aprire rotte commerciali, affermare una posizione di predominio. O scoprire, descrivere e sistematizzare paesaggi, flora e fauna per farsi un nome nel mondo della scienza. Ma il fascino del diario come genere letterario fu evidente da subito: nel trasporto con cui Colombo descrive lo sbarco; nell’entusiasmo per la scienza che straripa da ogni pagina di von Humboldt, perfino quando ha le vertigini per l’altitudine; nell’umiltà e malinconia di Darwin al termine di una spedizione che lo avrebbe catapultato nell’Olimpo della scienza moderna. Si potrebbe quasi pensare che queste persone fossero ossessionate dal trend del journaling su TikTok. Al di là delle motivazioni concrete che li portavano a viaggiare e a tenere quei diari, la pratica quotidiana dello scrivere le spingeva a riflettere e a esprimere pensieri e sentimenti personali. Nel 1786, quando partì alla volta dell’Italia, Johann Wolfgang von Goethe voleva soprattutto andarsene: non voleva aprire nuove rotte commerciali o descrivere nuove specie di piante e animali, ma mirava a seguire un impulso, perché si sentiva annichilito dai suoi impegni a corte. In viaggio avrebbe annotato meticolosamente tutto quello che gli capitava, descrivendo, passo dopo passo, la sua trasformazione interiore. Dopo aver rielaborato e limato accuratamente quei diari per pubblicarli trent’anni dopo con il titolo Viaggio in Italia, Goethe distrusse gli originali. Ma anche nella versione riveduta e corretta conservò la forma del diario di viaggio, forse perché intuiva quanto tenerne uno avesse influenzato la sua esperienza, consentendogli di scoprire non solo l’Italia ma anche se stesso. Un diario di viaggio ti cambia. Anna e io non avevamo sponsor su cui fare colpo né una crisi creativa o esistenziale in corso. Eppure scrivevamo tutto quello che ci capitava, per non farci travolgere dall’ondata di nuove impressioni, ma per cavalcarla e lasciare che ci trasformasse. E il diario ha cambiato anche il nostro modo di viaggiare. All’inizio è stato faticoso. Ricordo discussioni per stabilire a chi toccava scrivere il resoconto della giornata e gli sforzi per ritagliarci del tempo. Eravamo combattute tra la voglia di annotare tutto e quella di gettarci subito nell’avventura successiva. Nel 1911 questo dilemma attanagliava anche Franz Kafka che, secondo il suo amico e scrittore Max Brod, disse: “Prendendo nota troppo alacremente ti perdi tante cose di cui dovresti prendere nota. È come chiudere gli occhi. Ogni volta devi ricominciare da capo a vedere”. I due andavano da Lugano a Parigi passando per Milano e Kafka aveva suggerito all’amico di tenere un diario insieme. Solo per lamentarsi subito dopo dell’impossibilità dell’impresa. Tenere un diario a quattro mani in effetti non è facile. Anna e io, però, ci siamo avvicinate invece di allontanarci. Nel diario ci siamo raccontate come stavamo vivendo il viaggio, combinando le nostre prospettive in un’esperienza comune. Ospiti e compagni sono entrati a far parte del nostro progetto di amicizia. Ogni giorno arricchivamo le nostre osservazioni con appunti o disegni, ogni persona che conoscevamo doveva lasciare una traccia. Sulle pagine abbiamo incollato dei foglietti e i biglietti dei mezzi di trasporto che prendevamo; e abbiamo preso nota delle canzoni che sentivamo in macchina. Nel suo archivio Anna ha accumulato, come piccoli pezzi d’ambra, tutte le nostre avventure: dal vino versato sulle pagine una sera che avevamo bevuto troppo, al biglietto del faticoso viaggio in pullman verso Sofia; dal messaggio di saluti del nostro ospite ad Arles con la sua svolazzante grafia francese, al saluto in arabo di quello di Bologna, che non siamo mai state in grado di decifrare. E la canzone Nathalie di Gilbert Bécaud, tormentone che ci ha accompagnato nel sud della Francia. Dopo l’allagamento della cantina di Anna, ho sorriso della sua mania per gli archivi, però devo darle ragione. I vecchi cimeli si tirano fuori di rado, ma non è questo che conta: l’importante è che da qualche parte ci siano ancora. E se a un certo punto ci venisse voglia di rovistare negli scatoloni, saremmo prese dalla stessa euforia di un’archeologa che ha appena scoperto un tesoro ancora più prezioso di una polverosa tomba di faraoni. ◆ sk
Johanna Michaels è una giornalista tedesca che collabora con Die Zeit. Si occupa in particolare di scienza e filosofia.
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Questo articolo è uscito sul numero 1676 di Internazionale, a pagina 11. Compra questo numero | Abbonati