Nel sessantesimo anniversario della rivoluzione cubana, che il Partito comunista ha festeggiato il 1 gennaio 2019, il paese è stabile: è riuscito a superare minacce come l’invasione della baia dei Porci nel 1961, la crisi dei missili nel 1962 e cinquant’anni d’isolamento diplomatico e di devastanti sanzioni economiche imposte dagli Stati Uniti. Cuba è anche sopravvissuta al collasso dell’Unione Sovietica, la sua principale benefattrice durante gli anni della guerra fredda, e a una serie di agitazioni interne traumatiche, compreso l’esodo di centinaia di migliaia di persone dal porto di Mariel nel 1980 e la crisi dei balseros, i cubani che tentavano diraggiungere gli Stati Uniti su imbarcazioni di fortuna , nel 1994. Inoltre, l’isola ha saputo gestire bene le sue prime transizioni politiche importanti: la morte del líder máximo Fidel Castro nel 2016 e la nomina a presidente di Miguel Díaz-Canel Bermúdez, 58 anni, che è stato un dirigente fedele del Partito comunista, succeduto a Raúl Castro nell’aprile del 2018. In altre parole, per la prima volta dal 1959 a Cuba non c’è un Castro al governo, e la transizione è stata gestita senza i drammi o gli spargimenti di sangue che molti altri stati rivoluzionari hanno affrontato dopo la morte dei loro patriarchi. Il sistema comunista cubano non dà segni di cedimento. Ma c’è un forte dibattito interno tra chi chiede più democrazia e chi vorrebbe mantenere la dittatura, anche se i termini usati non sono questi. L’esito del dibattito determinerà il futuro del paese. Anche se la retorica usata è così rigida da sembrare quasi liturgica, lo spazio per i punti di vista diversi è in aumento. È evidente che la società cubana non è più un blocco omogeneo (se mai lo è stato) di lavoratori rivoluzionari disposti semplicemente ad applaudire o a restare in silenzio davanti alle decisioni dei loro leader. Preoccupazioni economiche Un possibile segnale di cambiamento è il referendum di febbraio sulla nuova costituzione, che dovrebbe sostituire quella dei tempi della guerra fredda. La proposta ha subìto numerose modifiche per tenere conto delle opinioni dei cittadini cubani consultati sulle riforme. Non tutte le modifiche sono progressiste: in seguito a quella che è stata definita una richiesta generalizzata, è stata eliminata una clausola che avrebbe consentito esplicitamente il matrimonio gay; inoltre è stata ripristinata la frase che afferma che il principale obiettivo politico di Cuba è avanzare “verso la società comunista”. I cubani si sono opposti anche a un disegno di legge che vietava di accumulare la proprietà privata. Alla fine il governo ha ceduto e ha stabilito che saranno dei regolatori statali a determinare, caso per caso, quanti beni si possono possedere. Un altro decreto che ha generato resistenze da parte dei cubani propone un sistema di approvazione ufficiale preventivo per svolgere attività culturali e una censura dell’arte ritenuta “volgare e oscena” o in cui si faccia un cattivo uso dei simboli nazionali. Il governo ha promesso che rivedrà alcuni aspetti del decreto. Questi disaccordi rivelano che la battaglia per definire lo stato cubano sta cambiando. Alcune preoccupazioni che sono venute a galla nelle consultazioni riflettono con chiarezza la posizione dei cubani più anziani, socialmente conservatori, che hanno passato la maggior parte della loro vita sotto il regime comunista e sono una percentuale sempre maggiore della popolazione. Altre preoccupazioni sono legate all’influenza e alla crescente fiducia in se stessi dei cubani più giovani: molti fanno parte della nuova economia del paese e sono cuentapropistas, lavoratori autonomi, una forma di occupazione che si è diffusa soprattutto durante il mandato di Raúl Castro. Oggi quasi 600mila persone, circa il 13 per cento della forza lavoro del paese, lavorano in proprio. Il cuentapropismo è il settore più attivo, innovatore e redditizio dell’economia nazionale, ma il governo ha cercato di frenare la sua crescita attraverso controlli più rigidi. Di recente i tassisti privati hanno dichiarato uno sciopero informale (un’iniziativa quasi senza precedenti) dopo che il governo ha annunciato nuovi limiti alla professione e un piano per aumentare il trasporto pubblico. Una delle principali preoccupazioni del governo è capire come sostenere un’economia che nel 2018 ha avuto un tasso di crescita molto basso, dell’1,4 per cento, e come far quadrare i conti pubblici senza eliminare la gratuità del sistema sanitario e d’istruzione, e garantendo cibo, lavoro e una casa ai cittadini. In ogni caso, anche se la maggior parte delle notizie che arrivano da Cuba in questi giorni riguarda l’economia, ci sono novità che potremmo considerare di un’altra epoca. A dicembre, per esempio, i giornali riportavano in prima pagina che i cubani avranno accesso alla rete 3g sui loro telefoni. È un avvenimento insignificante per la maggior parte dei paesi occidentali, ma di grande importanza a Cuba, dove prima del 2008 i cittadini non potevano neanche avere un cellulare. Un’altra notizia importante è stato il nuovo record di turisti alla fine del 2018: 4,75 milioni, quasi il doppio di quelli di appena quattro anni fa, quando il presidente statunitense Barack Obama e Raúl Castro annunciarono la ripresa delle relazioni diplomatiche tra Washington e L’Avana dopo cinquant’anni di rottura. A differenza del suo predecessore, il presidente Donald Trump ha assunto una posizione ostile rispetto a Cuba e ha imposto una serie di sanzioni per limitare gli investimenti e gli aiuti finanziari ad aziende e istituzioni legate alle forze armate o ai servizi d’intelligence cubani, compresi alcuni alberghi e centri turistici. I rapporti tra i due paesi si sono deteriorati anche a causa di misteriosi “attacchi sonori” avvenuti sull’isola dalla fine del 2016. Questi attacchi, che hanno colpito alcune decine di diplomatici statunitensi e canadesi, hanno portato alla chiusura della rappresentanza diplomatica statunitense a Cuba. Il dipartimento di stato degli Stati Uniti ha trasferito i suoi servizi consolari per i cubani presso la sua ambasciata in Guyana, a più di tremila chilometri. Nel novembre del 2018 il consigliere per la sicurezza nazionale di Trump, John Bolton, ha accusato Cuba, il Nicaragua e il Venezuela di essere la “troika della tirannia” e si è impegnato a promuovere iniziative per aiutare a rovesciare i loro governi. Reinventarsi Anche se i rapporti ufficiali tra L’Avana e Washington restano precari, in generale il contatto tra comuni cittadini cubani e statunitensi è aumentato e migliorato. Oggi i cubani possono avere un’attività commerciale e viaggiare (non potevano farlo senza un permesso ufficiale fino a dieci anni fa), non sono più isolati come prima e hanno più libertà. Questi cambiamenti sono un buon augurio per il futuro di Cuba, anche se i suoi leader devono ancora convincersi che la stampa libera, l’arte, la letteratura e il diritto di associazione non sono una minaccia. Dovranno continuare a giocare d’astuzia con gli Stati Uniti, per evitare che si ripetano certe politiche di contenimento della guerra fredda, che portarono all’isolamento del governo cubano e che oggi sono applicate al Venezuela di Nicolás Maduro. In un’epoca in cui gli Stati Uniti non possono più dire di essere il bastione democratico di una volta, Cuba ha l’opportunità di farsi valere, anche se in scala molto minore. Nonostante tutti i suoi difetti, buona parte del mondo la rispetta per aver affrontato il gigante statunitense negli ultimi cinquant’anni. Cuba è ammirata e amata anche per il suo programma di assistenza medica internazionale, per la sua musica, i suoi balli e i suoi successi nell’arte e nello sport. Ma queste virtù del passato non bastano per garantire il progresso dell’isola. Per esistere senza fare della sopravvivenza la sua unica aspirazione, Cuba deve reinventarsi. Può cominciare evitando di schierarsi nel nuovo ordine mondiale, estremamente polarizzato. Nell’immediato, questo significa rivedere i rapporti con il Venezuela e con il Nicaragua: due paesi con cui Cuba ha legami che vengono da lontano e una storia condivisa. Ma entrambi stanno diventando sempre più repressivi e non sono più degli amici di cui si possa andare orgogliosi. Per fare la cosa giusta non c’è bisogno che l’isola tradisca i suoi amici: potrebbe mettere in campo le sue notevoli risorse politiche e diplomatiche per assumere un ruolo di leadership e garantire che le necessarie transizioni politiche a Caracas e a Managua si realizzino in modo pacifico. Anche i leader cubani devono proseguire sulla strada dell’apertura. Come ha fatto sessant’anni fa con una rivoluzione che, nel bene e nel male, ha contribuito a definire il mondo moderno, oggi Cuba può di nuovo scegliere quale strada seguire. Potrebbe diventare un paese più democratico, e questa sarebbe davvero una scelta rivoluzionaria. u fr
Nonostante tutti i suoi difetti, buona parte del mondo rispetta Cuba per aver affrontato il gigante statunitense negli ultimi cinquant’anni
l’autore Jon Lee Anderson è un giornalista statunitense. Dal 1999 scrive per il New Yorker. I suoi ultimi libri pubblicati in Italia sono Che. Una vita rivoluzionaria (Feltrinelli 2017) e Guerriglieri. Viaggio nel mondo in rivolta (Fandango 2011).
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Questo articolo è uscito sul numero 1289 di Internazionale, a pagina 46. Compra questo numero | Abbonati