Anche se ben pochi dei suoi abitanti sapevano chi fosse Bertolt Brecht, la città di Butte, nel Montana, era il genere di posto che Brecht avrebbe apprezzato: un centro minerario tirato su in fretta su un arido altopiano più adatto alle pecore che agli uomini, una rude Mahagonny appollaiata sul ciglio di una cava di rame ed esposta a ogni capriccio della sorte. In quella cava, una fredda sera d’ottobre del 1966, un gigantesco camion da trasporto stava depositando il suo carico quando i pistoni del cassone ribaltabile si bloccarono. Mentre l’autista cercava d’individuare il guasto, entrambi i pistoni cedettero. Il cassone, crollando, mancò il busto dell’autista ma gli schiacciò le gambe. Passarono quattro ore prima che i soccorritori riuscissero a tagliare i pistoni, sollevare il cassone con una gru e liberargli le gambe private di ossigeno.
La soluzione migliore sarebbe stata probabilmente l’amputazione, ma la miniera avrebbe dovuto versargli una pensione d’invalidità permanente. Tre giorni dopo, il Montana Standard riportò che Lee Elmer Kinsky lasciava la moglie Louanne e una figlia, Adele.
Adele scrisse della notte in cui aveva sentito la presenza di Cristo in camera da letto. La reazione di Bromley fu: “Scrivi benissimo. E Cristo in camera tua… Altro che Disneyland”
L’incidente costò caro alla miniera. Louanne Kinsky, che si era sposata a 19 anni ed era rimasta vedova a 24, avrebbe potuto usare il risarcimento per andare al college o aprire un’attività. Invece comprò una casa più grande a Butte e si dedicò a vestirsi bene e correre dietro ai bellimbusti. Nei primi ricordi di Adele c’era sempre la sensazione di essere di troppo. Quattro o cinque sere alla settimana veniva parcheggiata da una vicina, la signora Friedeck, una cristiana evangelica rinata che la faceva pregare insieme a lei. Ben presto Adele cominciò a pregare da sola. Le piaceva pensare che Dio, a differenza di sua madre, prestasse attenzione a tutto quel che faceva. Quando, da grande, s’imbatté nell’espressione “disturbo da deficit di attenzione”, la scambiò per una descrizione della sua infanzia.
Per qualche motivo che Adele non avrebbe mai compreso, sua madre s’innamorò di un ex cowboy da rodeo, Dean Bixby. Quando arrivò il momento di presentarlo ad Adele, Louanne regalò alla figlia uno scamiciato nuovo, tirò a lucido la casa come non aveva più fatto da quando l’aveva comprata, irrorò ogni stanza con una bomboletta di profumo e si cimentò ambiziosamente in un pollo arrosto con patate. Dean Bixby si presentò vestito da uomo della prateria, con fiori e whisky. Pur essendo venuto, in teoria, per conoscere Adele, dopo il primo saluto non le rivolse quasi più la parola. Non vedeva altro che il succinto abitino di Louanne, la sua grande casa senza mutuo, i suoi elettrodomestici senza rate e la sua tv a colori. Quando il whisky cominciò a scorrere, Louanne bruciò il pollo e Dean spostò altrove il suo appetito. Adele si defilò per andare a guardare Walt Disney, ma sua madre la seguì con Dean, proponendo allegramente di “dedicare del tempo alla famiglia”, un concetto fino ad allora sconosciuto in casa loro. Di lì a poco, dal divano alle spalle di Adele si levarono schiocchi di bocche e saliva così forti da sovrastare Disney. Il rumore proseguiva senza sosta. Girandosi per farlo smettere, Adele vide Dean con la lingua in bocca a sua madre e una mano sotto il suo abitino.
Dedicare del tempo alla famiglia, a quanto pareva, voleva dire fare bambini. I fratellastri di Adele avevano sei e quattro anni quando lei fu battezzata nella chiesa della signora Friedeck. Andava a scuola con maglioni informi e i capelli raccolti in due trecce severe, in parte per ribellarsi alla madre, che si vestiva come una sgualdrinella e in parte per conformarsi agli amici evangelici. Tranne il lunedì, quando si riuniva il gruppo giovanile della chiesa, Adele era tenuta a rientrare subito dopo la scuola per fare da babysitter ai fratelli. Lo stesso valeva per il venerdì e il sabato sera, quando Dean e Louanne uscivano a bere e ballare il two-step. La domenica mattina andava in chiesa presto e al ritorno trovava la madre ancora a letto e il patrigno che ciondolava in cucina. Quando Dean preparava i pancake alla banana, le rondelle di banana cadute a terra finivano spiaccicate sul linoleum e sotto i suoi calzini. Non era più tanto bello e portava maglie da baseball oversize per nascondere la pancia. Guadagnava 3,85 dollari all’ora come commesso in un’armeria.
Nel piccolo mondo della Butte high school, Adele era una studente modello, ulteriormente motivata dal desiderio di diplomarsi in anticipo e filarsela da quella casa. Nell’estate dei suoi sedici anni lesse tutti i libri solitamente assegnati dall’insegnante di letteratura del quarto anno, la signora Latrobe, per poi scoprire, il primo giorno di scuola, che lei era in congedo per malattia, alle prese con uno di quei tumori che sembravano colpire la metà degli abitanti di Butte. Il distretto scolastico aveva assunto come supplente un ribelle hippy, Bromley Stokes, recentemente approdato in città.
Bromley Stokes aveva un fisico da linebacker e modi da Merry Prankster, una coda di cavallo lunga trenta centimetri e un’espressione perennemente stupita. Gli interessava di più cambiare la vita degli studenti che seguire il programma scolastico. Spinse i banchi in fondo all’aula e fece sedere tutti in cerchio per terra. Adele aveva preparato una brillante disquisizione su Ethan Frome, ma Bromley chiese ai ragazzi cosa leggevano nel tempo libero. Qual era il loro libro preferito?
“La Bibbia”, rispose Adele quando venne il suo turno. Altri due avevano dato la stessa risposta, ma Bromley parve particolarmente stupito dalla sua. Le chiese cosa le piacesse della Bibbia.
“Racconta la storia”, disse lei, “degli insegnamenti di Gesù, della sua crocifissione e della sua resurrezione”.
“Ti piace perché è una bella storia”.
“È la Bibbia”.
“Qual è il tuo capitolo preferito?”.
“Il Vangelo di Giovanni”.
“Ok. E quel tale, quel Giovanni… ha conosciuto Gesù di persona? Era lì quando è successo tutto quel casino?”.
La parola volgare usata da Bromley suscitò un brivido nel cerchio degli studenti.
“Non ne sono sicura”, rispose Adele.
“Non ne sei sicura? È un’informazione piuttosto importante, non trovi? Perché se non era lì – e infatti non c’era, l’ha scritto un secolo dopo – perché dovresti credere alla sua versione dei fatti? Non fraintendermi: secondo me la Bibbia è un libro pieno di storie fantastiche. Ma è un’opera di fantasia, no? Come Il grande Gatsby. Come Ethan Frome”.
“No”, disse Adele. “Gesù è reale. Ethan Frome è un personaggio inventato”.
“Boh, ragazzi, Ethan Frome se lo uccidi resta morto. Mi sembra piuttosto realistico, in confronto”.
Alcuni studenti soffocarono una risatina, e tra questi c’era un ragazzo alto dai capelli flosci di cui Adele non sapeva il nome. Aveva un pacchetto di sigarette arrotolato nella manica della maglietta, i bicipiti di uno che sapeva fare a botte. Adele, vedendolo sogghignare, arrossì di rabbia.
Bromley Stokes non aveva intenzione d’insegnare Ethan Frome né gli altri testi previsti dal programma. La sua missione dichiarata era tirare fuori “l’incredibile potenziale creativo” della Butte high school. Il primo compito che assegnò agli studenti dell’ultimo anno fu scrivere un tema autobiografico di tre pagine e leggerlo ad alta voce. Adele scrisse della notte in cui aveva sentito la viva presenza di Cristo nella sua camera da letto, una notte che quando ne aveva parlato in chiesa le aveva procurato una gratificante approvazione, anche se, nel segreto del suo cuore, temeva di non aver sentito la presenza di nulla se non del proprio desiderio di sentire qualcosa. Tolse i suoi dubbi dal tema e concluse che quella notte le aveva cambiato la vita per sempre e che la derisione dei non credenti non aveva fatto altro che rafforzare la sua fede, perché nessuno era mai stato perseguitato più ingiustamente di Cristo ed essere cristiani significava seguire il suo esempio, sopportando serenamente le persecuzioni e perdonando i propri persecutori.
Quando la lesse in classe, quella conclusione la commosse fino alle lacrime. La reazione di Bromley fu: “Wow”.
Lei piegò i fogli e non lo guardò.
“Sul serio, Adele, mi lasci senza parole. Scrivi benissimo. E poi avere Cristo in camera tua… ragazzi, che roba. Altro che Disneyland”.
Adele cercò di sopportare serenamente quella persecuzione, ma il ragazzo muscoloso la guardava sogghignando. Si chiamava Jamie Grennan.
“Lo sapete cosa mi affascina dei Vangeli?”, disse Bromley. “Che Gesù si diverte a maltrattare i devoti. Cioè, ok, promette ai veri credenti una ricompensa in Paradiso, ma non perde occasione per sottolineare che Dio non li trova interessanti. È la parabola del figliol prodigo, no? Ci sarà più gioia in cielo per un peccatore convertito che per novantanove giusti che non hanno bisogno di conversione. Cento volte più gioia. È un favoloso dito medio contro l’intera istituzione del cristianesimo. Ed è proprio lì, nella Bibbia. Adele, capitolo e versetto?”.
“Luca 15”, mormorò lei.
Poi toccò a Jamie Grennan. Il suo tema consisteva in un elenco delle trote che aveva pescato durante una gita con il nonno. Bromley, contrariato, chiese che alzasse la mano chi pensava che questa fosse veramente la cosa più interessante che Jamie aveva da raccontare su di sé. Gli disse di tornare con una storia di tre pagine che non fosse una cazzata.
Il giorno dopo Jamie saltò la lezione. Quando non si presentò neanche il giorno successivo, Bromley assegnò alla classe un esercizio di scrittura diaristica e andò a cercarlo. Nel suo esercizio, Adele scrisse: “Il signor Stokes vede se stesso come Gesù e Jamie G come il figliol prodigo”. Non lo intendeva come un complimento.
Eppure Bromley aveva i capelli come Gesù ed era alto e forte proprio come lei immaginava Gesù. Per lei era scontato che lo spirito di Gesù fosse vivo nel mondo di oggi, e che potesse trovarsi ovunque, in chiunque. E se lei si fosse rivelata una di quelle persone orribili che non lo riconoscevano quando lo incontravano? Che lo perseguitavano?
“E se invece” scrisse, “il signor Stokes fosse Satana? Cosa farò se Satana busserà alla mia porta? Avrò la forza di non aprirgli?”.
Jamie Grennan tornò in classe con un tema più lungo. Cominciò descrivendo il suo allenamento quotidiano, il numero di flessioni e sollevamenti alla sbarra che riusciva a fare. Poteva sembrare una spacconata e invece risultava toccante, letto con quella voce monotona e i capelli davanti alla faccia. Lui e la sua sorellina erano cresciuti a Great Falls. Il patrigno era un agente della polizia di stato che sua madre aveva considerato un ottimo partito, ma che non le permetteva di avere amici. Alla fine aveva cominciato a picchiarla. Quando Jamie cercava di fermarlo, il patrigno gli tirava un calcio nello stomaco, lo scaraventava contro una parete, lo picchiava con la cintura e così via. Anche se avesse messo da parte il suo senso di colpa, sua madre non sarebbe potuta andare alla polizia, perché suo marito era uno di loro. Poi una sera le aveva rotto tre costole e le aveva puntato la pistola di servizio alla testa davanti a Jamie e alla sorella. Per questo stava scontando tre anni nel carcere di Deer Lodge. La mamma di Jamie aveva divorziato ed era andata a vivere a Butte con sua madre. Alla fine del tema, Jamie spiegava perché si allenava tanto: con ogni flessione, con ogni sollevamento, si preparava a difendere sua madre. Bromley Stokes fissava Adele, come per accertarsi che sapesse che il tema migliore non era più il suo.
Lo stesso Bromley riservava delle sorprese. Aveva studiato recitazione a San Francisco, aveva mollato l’American conservatory theater per cofondare un gruppo d’improvvisazione chiamato The Irregulars, e poi aveva mollato anche quello per partire alla ricerca dell’America. Nei pressi di Butte, sulla highway 2, aveva provocato un incidente dal quale era uscito illeso ma che aveva distrutto il suo furgone e mandato in ospedale una donna con la figlia ventenne. Aveva deciso di trattenersi a Butte finché le due donne non fossero guarite, e lì aveva avuto una rivelazione: chi aveva davvero bisogno dell’esperienza dell’arte non erano gli hippy altoborghesi di San Francisco, bensì la classe operaia di posti come Butte. Con grande costernazione di Adele, trasformò l’aula in un laboratorio per esercizi d’improvvisazione, percorsi di sensibilizzazione e scrittura di sketch. Bromley replicò alle proteste di Adele osservando che lei aveva già letto tutti i testi e voleva solo fare le verifiche per prendere il massimo dei voti. Ma come coinvolgere gli studenti meno motivati di lei?
Da principio voleva solo attirare l’attenzione di Bromley. Voleva dimostrargli che non poteva liquidare una persona solo perché era una studente modello e una cristiana rinata. Ma stava già cadendo nella trappola di Satana. Fu la prima, dopo Bromley, a pronunciare una parolaccia in classe. Poiché lui era facile da imitare e lei voleva vedere se sapeva ridere di se stesso, Adele improvvisò un personaggio chiamato Bumley Tokes. Anche Bromley partecipava agli esercizi, e il personaggio che improvvisò si chiamava Addled Bitchby. Crearono un’operetta a due con Bumley e Addled. C’era in gioco la salvezza della sua anima, e lei la trasformò in una scenetta da ridere.
Un giorno Bromley portò in classe un racconto “folgorante”, Nella colonia penale, e chiese a ogni studente di leggerne mezza pagina ad alta voce. Non piacque a nessuno, così Bromley propose di passare la settimana successiva a trasformarlo in uno sketch. Affidò a Jamie Grennan il ruolo dell’ufficiale. Adele ottenne uno dei ruoli muti nella macchina umana che incideva la sentenza del prigioniero sul corpo dell’ufficiale. Bromley disse che la macchina era il personaggio più importante perché era fatta di corpi, e che chi incolpava le macchine di disumanizzare le persone non afferrava il senso del racconto: per Kafka i veri agenti disumanizzanti erano le comunità rigidamente organizzate di altri esseri umani. Adele la trovò una magra consolazione per i quindici ragazzi confinati in un ruolo muto.
Durante le prove Jamie continuava a saltare le battute, e Adele, impaziente, cercava di suggerirgliele. Ma Bromley la zittì.
“Guardalo”, le disse. “Guarda cosa fa non dicendo niente. Non è roba che si può insegnare, ma prova a imparare osservandolo”.
Era vero: Jamie che si caricava per recitare la battuta, cominciava a recitarla e s’interrompeva, camminando avanti e indietro mentre ricominciava a caricarsi, era già di per sé un dramma. Guardarlo recitare – o forse non recitare – le fece sprofondare le viscere intorno a un vuoto di cui non aveva mai avuto coscienza.
La lussuria non era il suo unico peccato. C’era anche l’invidia dell’attrice. Un lunedì sera, tornando a casa dalla chiesa, vide Jamie e Bromley che camminavano in Park street, alto e più alto, capelli flosci e coda di cavallo, immersi in una conversazione. Immaginò che Bromley stesse dando a Jamie dei consigli di recitazione, e le fece male vederli sparire dentro un bar. Quando il giorno dopo Bromley annunciò l’intenzione di mettere in scena Il crogiuolo, Adele ebbe la certezza che la sera prima lui e Jamie stessero discutendo del personaggio di John Proctor. Si prefisse di interpretare Abigail Williams, l’amante di Proctor. Quando invece Bromley le assegnò il ruolo di Betty Parris, la ragazza posseduta da uno spirito maligno, come per punirla di essere cristiana, si sentì un nodo in gola per tutto il giorno. Lo spirito che la possedeva era il teatro.
Sua madre non voleva che prendesse parte alla recita. I soldi erano pochi, e qualcuno doveva essere a casa quando i bambini tornavano da scuola. Adele suggerì di mandarli dalla signora Friedeck, ma Louanne voleva tenerli alla larga da quella donna: una figlia fanatica di Gesù bastava e avanzava. Adele, per non litigare, si offrì di trovare un lavoro part-time e versare tutto lo stipendio alla madre, purché le permettesse di recitare.
Così si ritrovò a fare tre turni nel fine settimana al ristorante di pesce Il divin merluzzo, e per il resto del tempo a risiedere nell’auditorium della scuola. Preferiva il buio del retropalco alle aule inondate di sole, dove ormai la sua svogliatezza saltava agli occhi. Cinque ore passavano come cinque minuti quando costruiva una scenografia e poi usciva fuori ed era notte, le stelle sopra di lei in competizione con le luci della cava di rame.
Per Jamie l’occasione offertagli da Bromley con il teatro era come una sospensione della pena. Lavorava con furiosa concentrazione, come un carcerato che scava un cunicolo per evadere. Si fermava sempre più a lungo dopo la fine delle lezioni, fino a rimanere solo con Adele. Lei provava le battute con lui, gli teneva ferma la scala. Sentiva una vampata di calore quando lo guardava piantare un lungo chiodo con tre colpi di martello. A volte si accorgeva che anche lui la fissava.
Poi, una sera, rimasto solo con lei a lavorare alle sue scene, Jamie le confessò di odiare John Proctor.
Adele gli chiese perché.
“Perché è un grandissimo coglione”, le rispose. “Ha una brava moglie e le fa le corna”.
“Ma probabilmente si odia per questo. Forse è un bene che tu lo odi”.
“Solo che non capisco perché lo fa”.
“Non saprei… forse perché Abigail lo seduce?”.
Jamie guardò torvo l’auditorium buio e non disse niente. Adele si sedette sul letto di malattia di Betty Parris. Lo spirito maligno era in lei.
“È colpa di Abigail”, disse. “Non gli stacca mai gli occhi di dosso. Pensa solo a lui. E magari sono soli a casa di John. Magari lei si siede sul suo letto. Si siede e chiama… John!”. Il nome le uscì con un grido. “John, ho qualcosa in un occhio. Mi aiuti, per favore?”.
Jamie si girò a fissarla.
“Siediti qui con me. L’occhio mi fa molto male. Siediti qui”.
Batté una mano sul letto. Jamie esitò e poi, in una specie di trance attoriale, andò a sedersi accanto a lei. Adele si tirò giù la palpebra inferiore. “Lo vedi?”,
Lui le scrutò l’occhio. “Non c’è niente”.
“Guarda meglio. C’è qualcosa. Sai cos’è?”. Si sporse verso di lui finché i loro nasi si sfiorarono e lei sentì il suo alito di sigaretta. “Lo sai cos’è, John?”.
“Credevo che fossi una vera cristiana”.
Non era chiaro se stesse ancora recitando.
“Ti voglio, John Proctor”. Gli prese la faccia tra le mani. “Credo di essere innamorata di te”.
Da principio Jamie temeva che avere una ragazza potesse renderlo simile al patrigno. Le resistenze di Adele erano analoghe ma più complicate. Quando baciava Jamie le tornavano in mente gli schiocchi di labbra di sua madre e Dean, e quando gli si sfregava contro la gamba si sentiva assatanata come sua madre. Era stato proprio il disgusto nei confronti della madre a spingerla a cercare la rinascita in Gesù Cristo. Il piacere che provava sfregandosi contro Jamie conviveva con il senso di colpa per aver rinunciato alla propria superiorità morale. Per alcune settimane non volle uscire dalla parte quando pomiciava con lui. Era uno strano modo di cominciare una relazione, ma le permetteva di credersi al servizio della causa del teatro.
Se Bromley aveva scelto Il crogiuolo per farle cambiare idea sulla religione, avrebbe potuto risparmiarsi la fatica. Adele aveva relegato il suo amore per Gesù in una soffitta mentale e l’aveva messo sotto chiave come la sala audiovisivi dell’auditorium. Non aveva più tempo per la chiesa, e quando provava la parte di Betty Parris attingeva alla propria esperienza di undicenne che era stata battezzata senza sapere davvero cosa significasse. Forse è per questo che, quando lo spettacolo andò in scena per la prima delle tre serate in cartellone, ogni suo gesto nei panni di Betty Parris suscitò le risate del pubblico. Adele credeva di aver sbagliato qualcosa, ma più tardi Bromley le disse che no, era forte, il dramma era ancora più disturbante se i buoni cristiani di Salem prendevano sul serio una ragazza che il pubblico trovava ridicola.
Jamie, nel ruolo di John Proctor, era una bomba. Non sorrideva mai, neanche durante la chiamata alla ribalta, e manteneva quell’espressione furiosa anche quando misurava a grandi passi i corridoi della scuola. Aspettava Adele davanti al suo armadietto per poterla spingere in un angolo. Non gli importava se qualcuno li vedeva. La sua totale mancanza d’inibizioni, che lo rendeva fantastico sul palcoscenico, nella relazione faceva un po’ paura. Non voleva mai toglierle le mani di dosso. Ogni volta che Adele cercava un po’ di spazio per sé, le sembrava di ammazzarlo. Alla fine intuì che solo concedendosi completamente lo avrebbe un po’ rassicurato. Si esibì in quell’atto di misericordia in una stanza del retropalco di cui Bromley le aveva imprudentemente dato la chiave. Ma Jamie non si sentiva mai rassicurato a lungo. Era ossessionato da lei. La sorprese facendosi assumere come inserviente al Divin merluzzo. Le sere in cui non poteva vederla si beveva tutta la paga. Dopo un incidente a casa della nonna, probabilmente dovuto all’alcol, cominciò a dormire sul divano della casa mobile affittata da Bromley.
Le amiche evangeliche di Adele organizzarono un confronto nello spogliatoio delle ragazze. L’avvertirono che la sua anima era in pericolo se non smetteva di frequentare Jamie Grennan, che una di loro aveva visto tracannare del Jim Beam prima di entrare in classe. Lo sapeva che veniva a scuola ubriaco? Le ricordarono il nome del loro gruppo giovanile, Agape, e la implorarono di ricordare l’agape che nutrivano per lei, il vero spirito cristiano di comunione fraterna che lei sembrava aver dimenticato.
Adele scoppiò in una risata sprezzante. Un’ora prima era andata alla bacheca dove Bromley aveva affisso la lista del cast della recita di primavera, Come vi piace. Le tre parole che aveva visto – Rosalinda: Adele Bixby – l’avevano resa più felice di quanto fosse mai stata in vita sua. Si sentiva alta un metro e ottanta e leggera come una piuma.
Si credeva innamorata di Jamie, ma era anche un po’ invaghita di Bromley. Il metodo di Bromley consisteva nello sviscerare ogni battuta di Shakespeare per capirla fino in fondo. “I nostri attori non possono limitarsi a declamare le parole”, le disse. “Prima di cominciare a recitare devono sapere cosa stanno dicendo, e poi devono renderlo credibile in quel cavolo di inglese elisabettiano. Gli verrà un colpo, se non li aiutiamo”.
Adele aveva letto la commedia due volte a casa, concentrandosi in particolare su Rosalinda, ma Bromley non ci mise molto a dimostrare che l’aveva letta male. Si era lasciata sfuggire un intero passaggio della primissima scena di Rosalinda, quella con la cugina Celia. Bromley, che sembrava estaticamente stupito da Shakespeare quanto il pastore di Adele dalla Buona Novella, guardò gli studenti e chiese quanti anni avessero secondo loro Rosalinda e Celia.
“Trenta?”, disse qualcuno.
“Trenta?”, ribatté Bromley. “Nel sedicesimo secolo una trentenne era vecchia. Queste ragazze sono vostre coetanee o anche più giovani. Sono un paio di adolescenti annoiate che fanno a gara a chi sembra più scafata. ‘Quelle che fa belle non si preoccupa di farle oneste, e quelle che fa oneste temo che le riescano laide nella persona’. Chi è il soggetto? Adele?”.
“La Fortuna”, disse Adele.
“La Fortuna simboleggiata da una donna cieca. Cosa significa?”.
“Che la fortuna è cieca?”.
“Proprio così. E ‘oneste’?”.
“Significa che dicono la verità”.
“Davvero? Qui onesta vuol dire questo?”.
Una delle sue ex amiche di Agape, Carol Schott, parlò dal lato opposto del cerchio.
“Vuol dire anche caste”.
“Come fai a saperlo?”, chiese Bromley.
“Perché c’è una nota a piè di pagina”.
Bromley rivolse ad Adele un sorriso crudele e chiese a Carol, che era militantemente casta, cosa significasse quella battuta.
“È un po’ cattiva”, rispose Carol. “Credo che Celia stia dicendo che la Fortuna rende sgualdrine le ragazze belle e bruttine quelle virtuose”.
Adele si stava infuriando, per più di una ragione.
“Hai colto nel segno”, disse Bromley a Carol. “Ma c’è ancora un altro livello, giusto? Me ne accorgo solo adesso. Perché le ragazze per niente belle sono virtuose? Non perché siano favorite dalla Fortuna. Ma perché non le vuole un cavolo di nessuno! Shakespeare sta facendo una battuta. Giusto? Vuole essere ironico: ‘Non è strano che la Fortuna renda dissolute proprio le belle ragazze?’. Ah ah! La Fortuna non c’entra niente! Questo tizio mi manda fuori di testa! Più lo studi e più cose scopri: diventa sempre meglio. Perché, chi interpreta Rosalinda e Celia nel 1600? Ricordate, erano attori maschi. Due ragazzi che interpretano due ragazze che dicono sconcezze sulle ragazze come fanno i ragazzi!”.
Tentare di mettere in scena Shakespeare alla Butte high con attori dilettanti era una follia, ma Bromley aveva garantito un B+ a chiunque avesse lavorato più di cinquanta ore alla produzione e un A+ agli attori principali solo per aver imparato le battute a memoria. Era disposto a tagliare i passaggi più difficili ma non a modificare il linguaggio. Gli studenti avevano collettivamente deciso di ambientare la commedia nella Butte degli anni novanta dell’ottocento, trasformando la corte del duca Federigo nella dimora di un magnate delle miniere d’argento e collocando la foresta di Arden sui monti Absaroka. Jamie, nel ruolo del solitario e malinconico Jaques, indossava un lungo spolverino nero e un cappello da cowboy nero. Adele, nel ruolo di Rosalinda travestita da ragazzo, portava un cravattino texano e un cinturone basso sui fianchi con un revolver a sei colpi. Vestire i panni del ragazzo, Ganimede, risvegliò qualcosa in lei. Smargiassare e sbraitare ordini come un maschio le veniva così naturale che rientrare nel ruolo della femmina le sembrava sempre più difficile. Faceva sbellicare gli altri attori e si sbellicava anche lei. Perfino Carol Schott, che faceva Celia, non riusciva a non ridere. Gli unici che non ridevano erano Jamie e Bromley. Jamie la fissava come se non la riconoscesse, mentre l’espressione di Bromley raggiunse nuove vette di stupore. “Hai talento”, le disse serio. “Jamie è bravo, ma tu sei meglio. Mi ascolti? Puoi diventare una vera attrice”.
Ah, le parole degli insegnanti che lasciano il segno negli studenti. Adele avrebbe voluto avere cento ore in più alla settimana per poterle dedicare tutte al teatro.
Una sera di aprile, quando il ragazzo che interpretava Orlando era a casa malato e Jamie aspettava Adele nella loro camera del coito, Bromley la trattenne fino a tardi per lavorare alla scena in cui Orlando corteggia Rosalinda che interpreta Ganimede che interpreta Rosalinda. Il Bromley che esclamava “wow” ogni due per tre e andava fuori di testa per tutto era sparito. Con in mano il copione che guardava a malapena, era allo stesso tempo il suo giovane pretendente appassionato e il primo vero attore con cui Adele avesse mai recitato una scena. Dentro di lei avvenne un drastico cambiamento, simile alla sensazione provata la prima volta che aveva visto recitare Jamie. In mano a Bromley si sentiva impotente e potente allo stesso tempo. Un po’ come quando stava imparando a pattinare sul ghiaccio con le amiche della chiesa e un giocatore di hockey delle superiori le si era accostato, l’aveva presa per un braccio senza dire una parola e l’aveva trascinata intorno alla pista, zigzagando tra gli altri pattinatori a una velocità prima spaventosa e poi esaltante. Ora girava e girava intorno alla pista insieme a Bromley. Alla fine sentì sbattere una porta dietro le quinte e vide Jamie uscire dall’auditorium a grandi passi.
“Devo andare”, disse.
Bromley la guardava con un sorriso strano. “Ancora una volta”.
Adele provò la scena ancora una volta, non molto bene, e corse fuori. Jamie era in un angolo del parcheggio, intento a sollevare con un braccio un mattone di cemento. Non era chiaro da dove venisse il mattone, però era nuovo, con gli spigoli aguzzi.
“Scusami”, gli disse.
“Tranquilla. Intanto mi rimetto un po’ in forma”.
“Ma sei già in gran forma”.
“Da quando ti conosco non ho più fatto un cazzo di esercizio”.
In fondo al parcheggio Bromley avviò il suo pick-up Toyota. Si avvicinò e chiese se volevano un passaggio.
Jamie, continuando a sollevare il mattone, lo ignorò. Quando Bromley se ne andò, Adele gli chiese di accompagnarla a casa.
“Perché no”, disse lui. “Tanto siamo chiusi fuori”.
“Potevi aspettarmi dentro”.
Jamie si portò il mattone al petto e cominciò a fare piegamenti sulle gambe. “Vuoi sapere una cosa su Bromley? Il vero motivo per cui sta a Butte?”.
“Insegna qui”.
“Sai la donna che ha ferito nell’incidente? Era ancora in ospedale quando lui ha cominciato a farsi la figlia. Ecco perché è rimasto qui. Solo che adesso è diverso. Adesso si fa la madre. Un po’ schifoso, non trovi? Prima la figlia, poi la mamma?”.
Adele si sentì invadere dalla delusione. Si chiese se Jamie si fosse sbagliato, o se mentisse.
“Non dovevo dirlo a nessuno”, le disse. “È l’unica regola che mi ha imposto quando sono andato a vivere da lui. Dovevo rispettare la sua privacy. Ma adesso basta. Basta ascoltare tutto quello che dice. Lo vedo da come ti guarda”.
“Come mi guarda?”.
“Come la prossima della lista”.
“È assurdo”.
“Davvero?”.
Jamie si allontanò con il mattone. Dopo quello che aveva provato sul palco con Bromley, Adele faticava a sostenere la parte dell’innocente, e Jamie non era un pubblico bendisposto. Gli trotterellò dietro finché si fermò sul marciapiede, accanto a una Ford Pinto con adesivi cristiani sul paraurti. La fissò per un lungo istante. Poi levò in alto il mattone e lo scagliò contro il parabrezza della Pinto.
“Cazzo!”, gridò Adele, e si mise a correre. Arrivata all’angolo della strada si girò e vide Jamie che tornava senza fretta verso la scuola. Lo rincorse, scusandosi. Sì: scusandosi. Per averlo spinto a vandalizzare l’auto di una persona devota. Quando vide che le parole non bastavano a riconquistare il suo amore, provò con le azioni. Tra le ombre dietro l’auditorium fece per lui una cosa nuova che le suscitò un senso di squallore. In lui invece suscitò tenerezza e rimorso.
Davanti a casa, dopo mezzanotte, Adele si districò dall’abbraccio di Jamie e salì furtiva i gradini dell’ingresso. Quando aprì la porta trovò sua madre ad aspettarla, completamente vestita.
“Quello era Jamie Grennan?”.
Adele mormorò delle scuse per il ritardo e cercò di sgattaiolare via, ma la madre la prese per il polso. “Credi che non sappia di te e Jamie Grennan?”.
“Interpreta Jaques. Mi ha accompagnata a casa”.
“Carol Schott dice che suo padre picchiava la moglie e che lui beve a scuola. Dice che voi due ci date dentro parecchio. Dice che lo sa tutta la scuola”.
“Non dovresti credere a tutto quello che ti dicono”.
“È per questo che la sera rientri sempre tardi? Vai a letto con quel ragazzo?”.
“No. Stiamo facendo le prove”.
“Non volevo che recitassi in quello spettacolo, ma non credevo che tu potessi mentirmi. Con tutte le tue chiacchiere su Dio”.
“Non ti ho mai mentito”.
“Credi che resterò a guardare mentre ti rovini la vita? Andrò a dire a Mister Capellone di toglierti dallo spettacolo”.
“La tua è tutta invidia perché sono brava in qualcosa. Ti rode perché sto con uno che non è grasso, brutto e sfigato”.
Sua madre le diede uno schiaffo.
“Un brutto ciccione sfigato”, disse Adele.
Sua madre la schiaffeggiò di nuovo. “Ti andrà bene”, le disse, “se il tuo ragazzo non ti farà qualcosa di peggio”.
Adele si divincolò e corse in camera sua. Strano a dirsi, non odiava sua madre per quegli schiaffi. La facevano vergognare di se stessa, perché se li era meritati. Aveva spinto Jamie a spaccare un parabrezza, e la cosa sporca che aveva fatto per lui le bruciava ancora in gola. Sperava quasi che sua madre desse seguito alla minaccia e la tirasse fuori dallo spettacolo, lontano da Jamie.
Ma sapeva anche di essere un’attrice, perché gliel’aveva detto Bromley. Quando sua madre non diede seguito alla minaccia, Adele credette di aver vinto. Era esaltata dal proprio talento per le apparenze, che, lo sapeva, a Jamie mancava. Lui lo prendeva dalla vita reale, il disprezzo con cui interpretava Jaques. Pronunciava la battuta: “Il vostro peggior difetto è che siete innamorato”, come se stesse dicendo: “Da quando ti conosco non ho più fatto un cazzo di esercizio”. Se fosse stato più consapevole di sé, avrebbe potuto infuriarsi perché la gente credeva che stesse recitando e rideva della sua intensità.
Invece per Adele le risate del pubblico erano come ambrosia; più che udirle se le sentiva fluire direttamente nelle vene. La prima sera, dopo la chiamata alla ribalta, corse in platea da Louanne e Dean per ringraziare la madre di essere venuta e sentire il suo verdetto. “Sei una piccola mattatrice”, disse sua madre.
“Ti è piaciuto?”.
“È stato interessante. Non abbiamo capito la metà di quello che hai detto”.
Forse è per questo che, quando lo spettacolo andò in scena per la prima delle tre serate in cartellone, ogni suo gesto nei panni di Betty Parris suscitò le risate del pubblico. Adele credeva di aver sbagliato qualcosa
Dean guardò l’orologio, senza dubbio pensando alle ore di bevute del venerdì che aveva già perso. Adele aspettò che sua madre aggiungesse qualcosa.
“È molto intellettuale”, concesse.
“L’hai trovato divertente?”.
“Continuavo a chiedermi come hai fatto a imparare tutte quelle battute. Davvero notevole. Non sapevo quanto ti piacesse essere al centro dell’attenzione”.
E tanti saluti al sogno di portare l’esperienza dell’arte nella culturalmente arretrata Butte.
Eppure lo spettacolo fu un successo, tutto esaurito il sabato e la domenica. Bromley aggiunse una replica il sabato successivo e, senza dirlo ad Adele, invitò un vip che veniva da Bozeman: il direttore artistico del nuovo programma Shakespeare in the Parks del Montana. Dopo lo spettacolo il direttore invitò Adele, tramite Bromley, a fare un provino per la produzione estiva di I due gentiluomini di Verona.
“Aspetta… cos’hai detto?”, chiese Adele.
“Hai capito bene”, rispose Bromley, raggiante.
“E Jamie? Hanno invitato anche Jamie?”.
“No”.
Quell’invito la spaventava. Per l’estate aveva in programma solo di lavorare come cameriera a tempo pieno e stare con Jamie. Anche se era convinta di essere una vera attrice, quella convinzione le era sempre bastata, senza suggerirle alcuna conseguenza per il futuro. Immaginare una carriera, il suo nome a caratteri luminosi, le sarebbe parso un sacrilegio. Disse a Bromley che doveva chiedere a Jamie.
“Digli che se prova a impedirtelo lo prendo a calci in culo”, disse Bromley. Adele, memore del mattone, aspettò una settimana. E anche così non riuscì a dirlo a Jamie senza farsi un cicchetto di whisky sul loro divano nel retropalco. Lui rispose, imbronciato, che poteva fare quello che le pareva. Lui comunque non sarebbe potuto andare a Bozeman, perché il 1 luglio il suo patrigno usciva in libertà vigilata. Evidentemente stava cercando di evitare un altro episodio tipo quello del mattone, stava cercando di non essere possessivo. Adele apprezzò lo sforzo e provò pena per lui, unita al senso di colpa per il fatto di avere più talento. Non era sicura di amarlo ancora, il che in pratica voleva dire che non lo amava più; ma nutriva ancora agape per lui. Fu questo, insieme all’alcol e a un errore nel calcolo del ciclo, a spingerla a dire che non c’era bisogno di precauzioni. Voleva regalargli qualcosa di speciale.
In men che non si dica si ritrovò in una stanza del pensionato della Montana state university a chiedersi se le sarebbero mai venute le mestruazioni. Sia la prima sia la seconda audizione erano andate male, ma la compagnia doveva aver pensato che assegnare il ruolo di Lucetta a una dilettante proveniente da un postaccio come Butte avrebbe attirato l’attenzione della stampa. A Bozeman, abbandonata a se stessa e circondata da teatranti di professione uno più egocentrico dell’altro, si sentiva sola e invisibile come quando aveva cinque anni. Chiamò Bromley a carico del destinatario e scoppiò a piangere nella cornetta del telefono a gettoni. Lui le disse che doveva fidarsi del suo talento e lavorare più degli altri.
Adele seguì il suo consiglio. A luglio la compagnia partì in tournée, portando lo spettacolo nei parchi cittadini dell’intero stato. Malgrado sembrasse ormai candidata al titolo di donna più fertile del Montana, Adele continuò a fingere che non stesse succedendo niente, niente che valesse la pena di raccontare a Jamie le rare volte che lo chiamava da un telefono pubblico. Nel frattempo Jamie si era accampato a casa della nonna con una mazza da baseball di alluminio. Quando I due gentiluomini arrivò a Butte, Adele passò a trovarlo per una ventina di minuti. A giudicare dall’aspetto, non dormiva e non si lavava da una settimana. Era così agitato per il patrigno che sembrò stupito quando lei lo baciò. Senza mostrare alcun rammarico disse che non poteva andare a vederla perché doveva fare la guardia alla casa. Adele aspettò di uscire prima di scoppiare a piangere.
Bromley andò allo spettacolo e poi le offrì una birra nel bar in cui un tempo Adele lo aveva visto entrare con Jamie. Le disse che era ancora più incredibile vederla in un ruolo minore, dove praticamente non doveva far altro che essere presente e reagire.
“Guardavo gli altri attori”, disse. “Avevano tutti, tipo, tre espressioni. Tu ne avevi venti. Non riuscivo a staccarti gli occhi di dosso”.
“Facevo solo quello che ci hai insegnato”.
“Davvero? Ti sembro Stanislavskij?”.
Le sembrava l’unico vero amico che le era rimasto al mondo. La signora Latrobe aveva sconfitto il cancro e avrebbe ripreso a insegnare, e Bromley aveva trovato lavoro in un panificio intanto che decideva cosa fare. Voleva andare in India, ma forse sarebbe rimasto a Butte per fondare un gruppo d’improvvisazione teatrale… se Adele ne avesse fatto parte. Poteva interessarle?
Bromley aveva garantito un B+ a chiunque avesse lavorato più di cinquanta ore alla produzione e un A+ agli attori principali solo per aver imparato le battute a memoria
Dopo un lungo silenzio, Adele disse che pensava di essere incinta.
“Jamie lo sa?”.
Lei scosse la testa.
“Devi sbarazzartene. Subito”.
“Non posso fare niente fino alla fine della tournée”.
“’Fanculo lo spettacolo. Mi stai dicendo che vuoi un bambino? Cosa pensi di fare, sposare Jamie?”.
“Non lo so”.
“Adele”, le disse, prendendole le mani. “Sei forse la persona più straordinaria che io abbia mai conosciuto. Sei un’attrice nata. Non puoi buttare via tutto”.
Aveva mani enormi e morbide. Lei non voleva lasciarle andare, ma lui doveva gesticolare per dimostrare la sua volontà di aiutarla a risolvere il problema, cioè a uccidere il bambino. Una cosa ancora più impensabile che metterlo al mondo.
Tornò a essere Lucetta a Missoula, a Kalispell, a Great Falls, e rimuoveva il problema con tanta forza che tornava a erompere solo nel cuore della notte, quando l’attrice con cui divideva la stanza smaltiva la sua sbornia da whiskey sour russando sonoramente. Ogni giorno portava mille piccoli drammi, battute dimenticate e recuperi brillanti, arredi scenici mancanti e peti sul palco, la relazione extraconiugale tra Proteo e Giulia e i relativi commenti perfidi dell’attore gay, seguiti da scenate nei bar. Adele osservava tutto da lontano. Forse perché era giovane, perché il suo stato era visibile o perché era una pessima attrice, ma ormai era chiaro che nessun componente della compagnia voleva esserle amico. Passava le giornate immersa in qualunque libro riuscisse a trovare. Solo sul palcoscenico tornava ad animarsi.
Quando infine riuscì a rintracciarla al Pioneer park di Helena, un’ora prima dello spettacolo, Bromley sembrava folle di sfinimento. Adele lo vide arrivare e cercò di nascondersi tra gli altri attori, ma lui l’afferrò per un braccio e la trascinò in disparte. Adele si preparò a nuove esortazioni ad abortire. Ma Bromley era venuto a parlarle di un’altra violenza.
“Jamie è in prigione! Ha aggredito il patrigno con una mazza da baseball!”.
Adele sentì qualcosa muoversi in grembo. “Sta bene?”.
“Jamie? Jamie sta bene. Ma il patrigno è morto! Jamie gli ha fracassato il cranio!”.
La sera prima Jamie aveva telefonato a Bromley dal commissariato, chiedendogli di trovargli un avvocato. I fatti non erano del tutto a suo favore: non c’erano segni di effrazione a casa della nonna, e lui stesso ammetteva di avere colpito ripetutamente il patrigno. Ma poiché aveva violato sia la libertà condizionale sia un ordine restrittivo, l’avvocato sperava che Jamie potesse evitare l’incriminazione.
“Come sta?”, chiese Adele.
“È tranquillo. Non l’ho mai visto così tranquillo. Vuole vederti”.
“Ho uno spettacolo”.
Eppure lo spettacolo fu un successo, tutto esaurito il sabato e la domenica. Bromley aggiunse una replica il sabato successivo
Bromley si offrì di aspettarla e riaccompagnarla a Butte, ma lei rifiutò. Le faceva male pensare che il padre della vita che aveva in grembo era un assassino. Quegli estremi di violenza le erano estranei. Pensò allo stupido vecchio Dean con i suoi pancake alla banana e le sue maglie da baseball, a com’era innocuo e neanche tanto terribile, e capì meglio sua madre, e le venne nostalgia di casa. Avrebbe dovuto mettersi in contatto con Jamie, ma ormai tutto ciò che riguardava la loro relazione le dava la nausea. Non riusciva nemmeno a provare l’affetto necessario a scrivergli una cartolina.
Nell’istante in cui Adele entrò in casa, alla fine dell’estate, sua madre capì che era incinta. Louanne si concesse un “te l’avevo detto”, e poi domandò con delicatezza se non era troppo tardi per… se doveva proprio… Ma l’unica cosa che contava per Adele, ormai al quarto mese inoltrato, era essere perdonata. Nel sollievo di essere di nuovo a casa, lontana dagli attori e dal loro meschino narcisismo, sentì i pezzi della sua vita ricadere al loro posto. Era stata posseduta da uno spirito maligno. Aveva peccato e peccato ancora, e adesso era pronta a prendersi la responsabilità, se solo sua madre l’avesse accolta di nuovo. Era proprio come diceva Luca: finalmente aveva una vera ragione per rivolgersi a Gesù, perché adesso aveva qualcosa di cui pentirsi. Aveva bisogno della misericordia di Dio e capiva il giubilo centuplicato in cielo.
Sua madre rimase indifferente a quelle chiacchiere su Dio e non ammazzò nessun vitello grasso, ma disse che Adele poteva stare con lei. Poteva concludere l’ultimo semestre di scuola, riprendere le sue mansioni di babysitter e poi, quando fosse arrivato il momento, dare il bambino in adozione. L’unica condizione era che non vedesse mai più Jamie Grennan. Aveva commesso un omicidio premeditato ed era rimasto impunito! Secondo il medico legale, la vittima aveva ricevuto nove colpi alla testa e al collo. Nove colpi! Riusciva a immaginarselo? Se si rimetteva con Jamie poteva cercarsi un altro posto dove stare.
E così Adele diventò una di quelle ragazze incinte che si vedono a scuola. Quando Bromley andò a trovarla, si rifiutò di aprirgli. La prima volta che tornò all’Agape, s’inginocchiò davanti a Carol Schott, le chiese perdono e la ringraziò di essere stata un’amica in Cristo più fedele di quanto una peccatrice come lei si fosse meritata. Carol sarebbe rimasta per un altro anno come consulente del gruppo prima d’intraprendere la carriera pastorale. Si inginocchiò accanto ad Adele e le due pregarono insieme, ringraziando il Signore loro pastore di avere misericordiosamente riportato all’ovile il Suo agnello smarrito. Non c’era un occhio asciutto in tutta la stanza.
Fu Carol a convincerla ad andare da Jamie a dirgli che aspettava un figlio da lui. Sua madre acconsentì con riluttanza, purché Carol l’accompagnasse. La madre e la sorella di Jamie erano tornate a vivere a Great Falls, ma lui stava ancora dalla nonna. Aprì la porta alle tre e mezza di un pomeriggio feriale, con una birra in mano.
“Ehi, Carol”, disse.
Sembrava straordinariamente calmo, ma evitava di guardare Adele. Quando si sedettero in soggiorno non staccò gli occhi da Carol, le rivolse domande, l’ascoltò con aria interessata. Adele non esisteva, e per lei andava bene così. Era venuta preparata ad accogliere con gioia la meritata punizione. Alla fine Carol annunciò che Adele doveva dirgli una cosa.
Jamie non guardò Adele mentre parlava, non parve nemmeno sentirla. Ma alla fine scoppiò a ridere e si rivolse a Carol. “Te l’ha detto che è stata lei a voler scopare senza preservativo?”.
Carol esercitò la sua cristiana pazienza.
“Può farne quello che vuole”, disse Jamie. “Tanto io me ne vado. Mio cugino ha un peschereccio in Florida”.
“È tuo figlio”, disse Carol in tono solenne.
“Allora sarò un padre assente. Lei è stata una fidanzata assente”.
Adele non lo rivide mai più.
Dopo la passione con cui aveva recitato una parte minore in un’opera minore di Shakespeare, fu notevole la rapidità con cui si stancò del ruolo principale di peccatrice pentita. Il ritorno all’ovile era stato un momento altamente drammatico. Ma quante volte poteva pentirsi con sincerità? Appartenere al gregge significava starsene lì a fare “beeee”. Quando Adele non ne aveva bisogno, l’esistenza di Dio perdeva importanza, mentre Bromley era sempre lì, in carne e ossa, nella sua casa mobile, facile da raggiungere dopo la scuola. Era entusiasta di studiare con lei, si accontentava di massaggiarle i piedi, eppure, malgrado ciò, era un uomo maturo che la guardava con meraviglia. Non gli importava più che fosse incinta. Contrapponeva la morale colpevolizzante della Bibbia alla morale naturale di Shakespeare, dove il male era tutto ciò che impediva di fare bambini. Come diceva Benedetto, anche se controvoglia: “Il mondo ha da popolarsi”.
Adele non era la prima ragazza a innamorarsi dell’esserino profumato che aveva portato in grembo. E neppure la prima a esitare davanti ai documenti da firmare. Ma era anche un’attrice, e la scena era già allestita: sua madre torva accanto al letto d’ospedale, Bromley appena oltre la soglia, la donna dell’agenzia che le porgeva una stilografica. Il copione prevedeva che l’adolescente firmasse nell’apposito spazio, che la madre seguisse la donna dell’agenzia in corridoio e che la migliore amica entrasse a dare un abbraccio consolatorio all’adolescente. Ma improvvisare era molto più emozionante.
Dopo che Adele e sua madre ebbero litigato aspramente sulla sua decisione di tenere il bambino, e poi ancora più aspramente sul suo rifiuto di rintracciare Jamie in Florida per chiedergli gli alimenti, Bromley le propose di andare a vivere con lui finché non si fossero calmate le acque. E così Adele diventò una di quelle mamme adolescenti che si vedono davanti a una casa mobile.
Le piaceva il ruolo di madre, l’importanza che le conferiva, ma i capezzoli irritati e la carenza di sonno rendevano meno affascinante la morale naturale della commedia shakespeariana; c’era un motivo se il sipario calava prima che i bambini nascessero. Tutti davano per scontato che andasse a letto con Bromley, ma lui si stava ancora “facendo” la donna che aveva ferito nell’incidente. Quando rientrava dopo essere stato dalla donna o al panificio, la casa mobile si riempiva della sua energia, delle intuizioni avute lungo il tragitto, delle sue speranze immutate per Adele. Il bambino, Jasper, lo stupiva e aveva anche il vantaggio di non essere suo. La vita era un frutteto e Bromley un fruttariano.
Jasper aveva due mesi quando Shakespeare in the Parks invitò Adele a sostenere un’altra audizione, stavolta per La dodicesima notte. Quell’invito la rattristò così tanto che fu tentata di non dire niente a Bromley. Lui, invece, andò in visibilio. La metà delle attrici che aveva conosciuto a San Francisco aveva raccattato un figlio da qualche parte! Quante adolescenti senza alcuna formazione venivano invitate per un secondo provino? Bromley era sicuro che, se l’avessero presa, il regista avrebbe accettato che lui l’accompagnasse per badare a Jasper; in qualche modo se la sarebbero cavata. Adele non era altrettanto sicura, ma non poteva negare che lavorare sulla dizione e studiare La dodicesima notte, procedendo come al solito riga per riga, le sgombrasse la mente e le risollevasse l’animo.
Bromley andò allo spettacolo e poi le offrì una birra nel bar in cui un tempo Adele lo aveva visto entrare con Jamie. Le disse che era ancora più incredibile vederla in un ruolo minore, dove praticamente non doveva far altro che essere presente e reagire
L’unica parte che voleva era Viola. Quando arrivò all’audizione non aveva più bisogno del libro, e capì quanto le era servito analizzare ogni battuta. Eppure non fu richiamata. Bromley s’infuriò per la mancanza di palle del regista, ma Adele doveva misurarsi con attori cento volte più esperti di lei. Ormai era chiaro che l’estate prima la sua presenza era stata solo una trovata pubblicitaria; che i veri attori erano stati felici di non dover più condividere il palcoscenico con lei.
Mancavano dieci giorni alla prima quando ricevette una telefonata da Bozeman. L’attrice che doveva interpretare Viola aveva ricevuto un’altra proposta più allettante, e la sua sostituta d’emergenza, una professoressa trentaseienne della Michigan state university, si era fratturata la spalla cadendo da cavallo. L’attrice di Chicago che faceva Olivia stava dando di matto all’idea di provare con una stagista.
“Eccolo!”, esclamò Bromley. “Il colpo di fortuna che tutti gli attori aspettano”.
“Non posso farlo”.
“L’hai già fatto”.
“Non ho neanche ottenuto una seconda audizione. Tutti sapranno che sono finita lì per sbaglio”.
“Ma stai scherzando? Tutti ti vogliono. E non sto neanche parlando di quando reciti. Quando reciti… Dio mio!”.
Lei non gli credette, e quando andarono a Bozeman e il regista definì la sua interpretazione “diversa” – non in senso negativo, diversa nel senso di originale – non credette neanche a lui. Era costantemente nauseata dalla propria impostura, tranne quando provava. Allora qualcos’altro prendeva il sopravvento. Allora riusciva a vedere che, anche se gli altri attori erano più esperti con le apparenze, con corpi e volti più pronti ad animarsi, quando recitavano non cambiavano davvero. Lei, al contrario, si sentiva trasportata fuori da sé, rapita da battute estranee, scritte quattro secoli prima, e sottomessa alla loro volontà.
Poiché la compagnia aveva bisogno di lei, Bromley ebbe il permesso di seguire la tournée per badare a Jasper, destreggiandosi tra pannolini e biberon e il primo raffreddore del piccolo. Adele, fisicamente slegata dal bambino, diventò meno legata a lui anche emotivamente; diventò Viola/Cesario, l’adorabile ragazza/ragazzo che viveva dal lato senza bambini del sipario. Adesso che era la protagonista, tutti le prestavano attenzione. Le bastava esprimere un desiderio che subito qualcuno della troupe correva a esaudirlo. Adele l’attrice si rivelò sorprendentemente impaziente e piena di pretese.
E Bromley l’applaudiva. I suoi eccessi lo riempivano d’orgoglio, perché dimostravano che aveva saputo tirare fuori tutto il potenziale di una ragazzina di Butte. Da principio Adele continuava a chiedergli se andava tutto bene, se non gli pesava occuparsi del bambino, ma ben presto cominciò a darlo per scontato. Solo a tarda notte, quando tornava nella sua stanza e lo trovava intento a cambiare un pannolino, intravedeva la depressione che si accumulava tra le ombre, i diciotto anni di maternità a tempo pieno che aveva davanti, e detestava la creatura falsa che era stata per tutto il giorno. L’ovvia soluzione fu smettere di tornare nella sua stanza. Diventò ospite fissa dell’interprete di Olivia, che l’aveva iniziata all’erba.
Tornata a Butte, mentre spingeva un passeggino di seconda mano davanti a file di case pignorate si sentì così disgustata dal suo comportamento durante la tournée che fu tentata di rientrare nella chiesa. Invece, per consolarsi, e come ringraziamento e ricompensa, concesse a Bromley il piacere a lungo rimandato di andare a letto con lei. Lavorava al Divin merluzzo, tornava a casa ricoperta di salsa al burro e limone e badava a Jasper mentre Bromley faceva il turno di notte al panificio. Al mattino era felice di vederlo perché poteva mollargli il bambino e accendersi una canna. Il sesso da sballata diventò la sua evasione preferita dalla realtà oggettivamente deprimente delle sue giornate. Quando l’effetto della marijuana svaniva, Adele si piazzava davanti allo specchio sgangherato dell’armadietto dei medicinali rotto, vedeva occhi iniettati di sangue e una specie di eczema da stress, e risciacquava lo sgradevole oggetto contraccettivo che le aveva imposto Bromley. C’erano piatti incrostati di pappa per bambini sul piano del cucinino. Un mucchio di vestiti da cameriera puzzolenti di pesce. Pile di classici tascabili ingialliti che ormai non riusciva più a immaginare di leggere.
Bromley, dal canto suo, le stava progettando il futuro. Voleva che andasse al college, o almeno a Chicago, che secondo lui era la città con la scena teatrale più vivace. Adele, per accontentarlo, accettò di studiare il ruolo di Giulietta per la nuova stagione di Shakespeare in the Parks. Ma il tempo per studiare era poco, e lei continuava a rimandare.
Lo sgradevole oggetto non poté nulla contro la persona più fertile del Montana. Nelle settimane successive al Natale, stordita dalla cannabis e afflitta da una depressione che la rendeva vulnerabile alla religione, interpretò il ritardo del ciclo come il giudizio di Dio sui suoi peccati di attrice. Benché lei non fosse proprio una madre modello, agli occhi di Dio l’aborto rimaneva un omicidio. Se Bromley era disposto a crescere il figlio di un altro, rifletté, forse lo sarebbe stato ancora di più a crescere il proprio.
Il risultato fu una scena in cui Bromley recitò sopra le righe, Jasper si svegliò e cominciò a piangere, e lei aspettò che le urla cessassero per potersi sballare di nuovo.
“Non è un essere umano, maledizione! È un grumo di cellule grande come un pisello! Cosa preferisci buttare nel cesso, il tuo futuro di attrice o un grumo di cellule? Il teatro può offrirti una seconda possibilità, ma non una terza. Come diceva Oscar Wilde: una volta è una disgrazia, due volte sembra sbadataggine. Credi di poter continuare a sfornare bambini e mollarli agli altri? E io non ho nessuna voce in capitolo? È anche il mio grumo di cellule! Te lo giuro, Adele, se decidi di tenerlo ho chiuso. Finito. Ho di meglio da fare”.
“Tipo?”, disse Adele in tono spento. “Nuotare con la merda nel Gange?”.
“Meglio che restare qui a vederti cagare sul tuo talento”.
“Vado a stare da mia mamma”, disse lei. “Sono stufa di cercare di essere come vuoi tu”.
Bromley, dal canto suo, le stava progettando il futuro. Voleva che andasse al college, o almeno a Chicago, che secondo lui era la città con la scena teatrale più vivace. Adele, per accontentarlo, accettò di studiare il ruolo di Giulietta per la nuova stagione di Shakespeare in the Parks
“Preferisci l’altra versione? La mammina cristiana? Non si direbbe proprio”.
“Sono stufa delle tue insistenze!”.
Jasper, sentendola strillare, scoppiò di nuovo a piangere. Adele lo riempì di baci sulla testa, lo baciò e gli parlò sottovoce e lo baciò, ma venne assalita dalla detestabile immagine di una madre che si fingeva più amorevole di quanto non fosse per segnare un punto in un litigio. Ancora più detestabile fu il pensiero che seguì: troppo melodrammatica. Il punto avrebbe potuto segnarlo in modo più efficace, più commovente, dandogli solo un paio di baci.
Non c’era niente di più orribile che essere un’attrice.
“Va bene, allora”, disse Bromley. “Vai a stare dalla mamma”.
Dedicare del tempo alla famiglia non era più un modo di dire improprio in casa Bixby. Quella sera, quando Adele tornò a casa con Jasper, Dean e i suoi fratellastri stavano guardando la tv in soggiorno. Sua madre la condusse in cucina e le espose bruscamente le sue condizioni: settanta dollari alla settimana per vitto e alloggio, da pagarsi ogni venerdì. Era per il suo bene, spiegò Louanne. Così avrebbero evitato risentimenti per questioni di soldi, e Adele avrebbe imparato che le decisioni avventate hanno conseguenze durature.
Poiché adesso la sua stanza apparteneva al fratello maggiore, Adele trasportò Jasper e le sue borse nella cantina che Dean aveva sistemato con ritagli di moquette e pannelli in finto legno. La tv al piano di sopra trasmetteva pessimi attori e risate registrate. Sua madre scese le scale con le braccia cariche di biancheria, trascinò fuori il vecchio lettino dalla parte di cantina non risistemata e tolse il telo di plastica che lo ricopriva.
“Che succede, Mister Capellone è rinsavito?”.
“Sono stata io ad andarmene”.
“Che razza di uomo è, uno che fa da balia al figlio di un altro?”.
“Di certo non uno come Dean”.
“Dean ti ha mantenuta, Adele. Ti ha dato stabilità. Io sinceramente credevo che avresti combinato qualcosa nella vita. Eri così intelligente, così carina… non capisco cosa ti è successo”.
“Immagino di dover prendere la tua delusione come un segno d’interesse”.
Jasper si era svegliato, e Adele lo mise giù. Lui restò lì, barcollando, poi mosse qualche passo incerto verso il lettino e si aggrappò alle sbarre. Teneva gli occhi fissi su di lei, invitandola a essere fiera della sua verticalità.
“Non sei contenta di vedere tuo nipote?”.
Louanne aveva un’aria così infelice che sembrava sul punto di piangere. “Devi darmi tempo”.
“Per cosa?”.
“Non capisci cos’hai fatto? Niente marito, niente soldi… davvero non ti rendi conto? Dovrai trovare un asilo nido, e i tuoi soldi andranno tutti lì. Non puoi permetterti il college. Non puoi permetterti un corso di formazione. Sarai troppo occupata con un lavoro del cavolo per poterne cercare uno migliore. Come fa una persona tanto intelligente a essere tanto stupida?”.
Poiché adesso la sua stanza apparteneva al fratello maggiore, Adele trasportò Jasper e le sue borse nella cantina che Dean aveva sistemato con ritagli di moquette e pannelli in finto legno
“Mi sto assumendo la responsabilità delle mie azioni”.
“C’era un modo migliore di assumersi la responsabilità. Ma tu ti sei rifiutata. E adesso non c’è più niente da fare”.
“Sì, be’. Giusto perché tu lo sappia, sono incinta”.
Sua madre la fissò.
“È per questo che sono qui. Bromley non lo vuole”.
“E tu sì?”.
“È una persona. C’è una piccola persona nuova dentro di me”.
Sua madre afferrò la biancheria che aveva appoggiato sul divano. Le cadde un asciugamano, lo raccolse. “Allora non puoi stare qui”, disse. “Rovinati pure la vita, ma non ti permetterò di rovinarla anche a me. Un bambino in casa è già troppo”.
“Ho detto che pagherò vitto e alloggio”.
“Perché dovrei credere che ti fermerai a due? Che non succederà ancora con il prossimo uomo, e con quello dopo?”.
“Secondo te da chi ho preso?”.
“Io i padri dei miei figli li ho sposati. Ma tu! Tu sei troppo stupida per stare attenta, troppo cristiana per rimediare. Non so cos’ho fatto per meritarmi una figlia come te, ma in questa casa non ci resti. Neanche una notte”.
“Me ne andrò domattina”.
“No, torni da Mister Capellone. Sei un problema suo, non mio”.
Mentre riportava Jasper di sopra per metterlo nel passeggino e tornava in cantina a prendere le borse, Adele fu trafitta dal dolore per la scomparsa di Viola e della ragazza imperiosa che l’aveva interpretata. Si rese conto che quel dolore l’accompagnava dalla fine dell’estate, che il suo unico vero errore era stato smettere di recitare. Forse Bromley aveva ragione, dopotutto? Davvero la sola cosa che l’ostacolava era un grumo di cellule grande come un pisello?
E comunque non importava, perché Adele non aveva nessun altro posto dove andare. Telefonò a Bromley e gli chiese di venire a prenderla con il pick-up. A mezzanotte i due avevano raggiunto un nuovo accordo. Al costo della vita di un minuscolo essere umano, lei avrebbe studiato Romeo e Giulietta, smesso di fumare erba e permesso a Bromley di farle da coach e manager. In cambio di queste concessioni, lui avrebbe continuato ad aiutarla con Jasper. E lei avrebbe fatto vedere a sua madre chi era la stupida.
Quando, tredici anni dopo, l’allestimento di Hedda Gabler del Goodman theater partì da Chicago alla volta dell’est, neanche Adele era tanto vanitosa da credere che fosse solo merito suo; tuttavia aveva contribuito con un’idea brillante: la pièce rimaneva emotivamente inerte se il pubblico non si innamorava di Hedda, e la chiave per renderla amabile era interpretare in chiave comica la sua situazione senza via d’uscita. Da un certo punto di vista le trappole che Ibsen aveva teso ai suoi personaggi erano spassosamente perfette, e l’unico personaggio che coglieva dall’interno l’atroce umorismo del dramma era lei. Invece di una Hedda crudele, una Hedda fragile, una Hedda tragicamente illusa, Adele vedeva una donna comicamente disperata. Quando la vide anche il direttore artistico, la parte fu sua.
Lo spettacolo debuttò a New York ai primi di novembre. “L’allestimento sarebbe più soffocante che sontuoso”, sentenziò un certo Ben Brantley, nell’unica recensione che contava, “se non fosse per la boccata d’aria di Adele Bixby nel ruolo principale. La sua Hedda è una rivelazione”. Le repliche successive andarono esaurite nel giro di 48 ore. Nel camerino di Adele cominciarono ad apparire biglietti da visita. Lei si comprò un paio di occhiali da sole da mettere per strada, e la sua agente, Ginny Dulles, le annunciò che sarebbe venuta a New York.
Virginia Dulles era l’opposto di Louanne Bixby: nemmeno cento figli potevano esaurire il suo istinto materno. Dove trovasse il tempo per tutti i suoi clienti era un mistero, visto che era impossibile parlare con lei per meno di un’ora. Gli occhi sempre lucidi e un sentimentalismo sdolcinato si accompagnavano alla predilezione per una bottiglia di Chablis a pranzo; ma bastava nominare una grande agenzia della costa est o ovest per la quale un cliente ventilava l’idea di lasciarla perché gli occhi le si asciugassero e la voce perdesse ogni sdolcinatezza. “Se sei con me, sei uno dei miei”, diceva. “Se non sei più con me, sei morto”.
Con l’aiuto di Ginny, Adele aveva ottenuto un buon successo nei panni di Kate a Seattle, di Rosalinda a Dallas, di Nora ad Atlanta, prima della grande occasione con il Goodman. L’unico lato negativo era la limitazione della sua libertà. Le mancava la facilità con cui poteva svincolarsi da una storia di sesso alla fine della programmazione, e ora le toccava fare la madre che in teoria si rammaricava di non poterlo essere quando era in tournée. Per un po’ ogni ritorno a casa era stato un tripudio di gioia, con Jasper che le volava incontro a braccia spalancate mentre lei s’inginocchiava per ricevere un pacchetto di pura felicità, ma quella felicità si era affievolita ancor prima che Adele si stabilisse a Chicago, e lei si era rassegnata al suo ruolo secondario nella vita del figlio. Le bastava essere l’unico genitore biologico che Jasper conosceva, avere quella carta da giocare se lei e Bromley avevano qualche disaccordo sulla sua educazione, cosa che accadeva assai di rado.
Bromley aveva perso la coda di cavallo e aveva trovato un impiego rispettabile presso l’arcidiocesi di Chicago, come insegnante di letteratura e teatro alla Holy Trinity high school. Aveva investito una piccola eredità in un duplex a Bucktown, dove viveva con Jasper e la donna che era la sua compagna da diversi anni, un’insegnante di chimica polacca che Adele chiamava segretamente Madame Curie. Jasper era emotivo come il padre biologico, ma più benvoluto a scuola, con un talento per la matematica e il pianoforte. Chiamava Bromley Bromley anziché papà e per parità chiamava Adele Adele, cosa a cui lei si era dovuta adattare.
Anche se era orgogliosa del figlio e apprezzava la sua conversazione intelligente, le visite di Jasper le sembravano sempre più una questione di dovere. La seconda camera da letto, che incideva notevolmente sull’affitto, rimaneva vuota sei notti su sette, con le pareti spoglie e anonime, malgrado Adele avesse esortato Jasper a personalizzarla. Avvertiva un’analoga formalità nel proprio ruolo di madre, una rigidità messa ancora più in risalto dalla naturalezza con cui Madame Curie trattava Jasper. L’adolescenza incombente del ragazzo non sembrava destinata a migliorare la situazione.
New York le offrì un gradito stacco da tutto questo. Il giorno dopo Thanksgiving percorse Seventh avenue sotto la violenta luce della ribalta del sole invernale, una donna libera che schivava famiglie in gita e branchi di studenti in vacanza tra l’aroma di noci tostate e pretzel surriscaldati tipico di Manhattan, fino alla Trattoria dell’arte dove Ginny Dulles la stava aspettando.
Appena si sedettero a tavola, sotto un’enorme tetta disincarnata, Ginny allungò una mano ad accarezzarle i capelli e la chiamò “tesoro”, una promozione rispetto al solito “cara”. La cosa più importante, disse, era consolidare il rapporto di Adele con il Goodman, visto che lei era decisa a rimanere a Chicago per Jasper – l’enfasi con cui lo disse non sembrava ironica – ma ormai i telefoni del suo ufficio squillavano senza sosta: erano finiti i tempi in cui il suo tesoro doveva fare un’audizione per ottenere una parte. “Tra parentesi”, aggiunse, “John Cusack mi ha detto che Tabitha è in una clinica di disintossicazione”.
Niente di quel che diceva Ginny era mai davvero tra parentesi. Tabitha era stata una giovane promessa di Chicago, qualche anno prima di Adele. Adesso era finita.
“Che tragico spreco”, disse Ginny, versando lo Chablis. “Esclusi i presenti, non esisteva un’attrice più perfetta per il Goodman. Ma si era messa in testa che Chicago era troppo piccola. Trentatré anni, un solo film decente nel curriculum, e crede che Hollywood le stenderà il tappeto rosso. L’hai vista in Strani vicini? Sai cos’hanno messo al posto di quella serie? Dopo le rilevazioni di novembre?”.
“Sì, me l’hai detto”.
“Quella minestra riscaldata di Blue jeans. E questa è la fine, sai. A Hollywood nessuno si riprende da una batosta del genere. Tabitha troverà un teatro, se riesce a ripulirsi, ma non sarà il Goodman”.
A quanto pareva le madri erano tutte uguali, perfino quelle surrogate, ma almeno Adele non doveva più temere le parabole ammonitrici della sua vera madre. Perché chi era la stupida, adesso? Oltre a due lauree, una alla Montana State e l’altra alla DePaul, aveva un saldo della carta di credito sufficiente a pagare il viaggio di Louanne a Chicago per l’ultima replica di Hedda.
Ormai non si aspettava più che sua madre ammettesse di essersi sbagliata. Le bastò vederla contemplare i grattacieli di Michigan avenue, vederla meravigliarsi della quantità di rose nel camerino della figlia. Le era capitata la cosa più bella del mondo – sua figlia era diventata una star! – e la persona a cui esprimeva il suo entusiasmo era proprio la figlia. ◆ sp
Questo racconto dello scrittore statunitense Jonathan Franzen è uscito sul New Yorker con il titolo A talent for seeming.
Jonathan Franzen è uno scrittore e saggista statunitense. Il suo ultimo romanzo pubblicato in Italia è Crossroads (Einaudi 2021).
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Questo articolo è uscito sul numero 1685 di Internazionale, a pagina 96. Compra questo numero | Abbonati