Donald Trump è stato la figura politica che ha dominato questo secolo: dopo aver ottenuto nel 2016 una delle vittorie elettorali più improbabili nella storia degli Stati Uniti, si è ripetuto otto anni dopo tornando clamorosamente alla Casa Bianca. Ha saputo alterare il rapporto del suo paese con il mondo, ha riscritto le regole della presidenza, ha fomentato le divisioni interne e ha cambiato il modo in cui gli statunitensi pensano al suo ruolo (e la frequenza con cui lo fanno).

Trump è un personaggio onnipresente che ricava il suo potere proprio da questa ubiquità. Ma il 3 novembre, dopo il risultato delle elezioni di metà mandato, ha dovuto prendere atto della sua mortalità politica. Aveva chiesto agli elettori di trasformare il voto in un referendum su di lui, invitandoli a immaginare che sulla scheda ci fosse il suo nome. Loro lo hanno ascoltato. E lo hanno punito.

Abdul El-Sayed e la moglie Sarah Jukaku festeggiano la vittoria a Detroit, Michigan, il 4 novembre 2026 (Brian Snyder, Reuters/Contrasto)

È stata una bocciatura sorprendente, diffusa. I democratici hanno conquistato sia la camera sia il senato, perché i cittadini hanno espresso nelle urne la loro profonda disapprovazione per il modo in cui il presidente ha governato il paese negli ultimi due anni. Ora Trump dovrà fare i conti con un congresso democratico che sarà nelle condizioni di bloccare le sue iniziative e potrà usare il subpoena (cioè il potere di convocare i rappresentanti dell’amministrazione e chiedere di vedere dei documenti). Inoltre è possibile che il Partito repubblicano, plasmato da Trump a sua immagine e somiglianza, cominci presto a guardare oltre la sua egemonia. Da oggi Donald J. Trump è ufficialmente e pienamente un’anatra zoppa.

Un’anatra zoppa

Questo non vuol dire che non sentiremo più parlare di lui: Trump resta il comandante in capo degli Stati Uniti, domina la politica internazionale, può contare sul potere sempre più vasto degli ordini esecutivi ed è ancora un maestro nel catalizzare l’attenzione. In passato è riuscito a sfuggire diverse volte al suo funerale politico, ritornando sulla scena più forte di prima. Eppure, nonostante questo potere e questa veemenza, nemmeno lui può sottrarsi all’inesorabile legge del calendario: le prossime elezioni serviranno a scegliere un suo sostituto. Presto Trump scomparirà dalle prime pagine, scalzato dalla campagna per le presidenziali. Se il suo successore dovesse essere un democratico, potrebbe chiedere al dipartimento di giustizia di esaminare a fondo i quattro anni precedenti e indagare sui suoi affari, gli alleati, gli amici e la sua famiglia. Di sicuro Trump dovrà affrontare la sua paura più grande, quella di diventare irrilevante.

Possiamo stare certi che il presidente non uscirà di scena in modo dignitoso. Ha stravolto le attese così tante volte che oggi non possiamo dare nulla per scontato. La sconfitta non lo renderà più umile, ma di sicuro segna l’inizio della fine del suo regno.

La campagna elettorale di Trump si è conclusa nel modo più ridicolo possibile. Da mesi il presidente era accusato di avere voltato le spalle agli statunitensi e di aver perso il suo ineguagliabile istinto nel cogliere le pulsioni dei suoi sostenitori. Si è preso gioco delle preoccupazioni della gente per il crollo del tenore di vita mentre il suo patrimonio continuava a crescere, ha scatenato una guerra che i cittadini non volevano, ha alterato pesantemente l’aspetto della Casa Bianca e ha progettato vari monumenti in suo onore. E il 2 novembre ha deciso che il modo migliore per rispondere a chi lo accusava di pensare solo alle opere autocelebrative e ai suoi interessi fosse pronunciare il suo discorso finale proprio nel luogo del suo progetto più assurdo e fallimentare.

Suscitando lo sgomento dei repubblicani, alla vigilia del voto Trump è apparso davanti alla Reflecting pool del Lincoln memorial, a Washington, e ha difeso la ristrutturazione della vasca, rovinata dalle alghe e dal lavoro scadente di un’impresa incaricata senza gara d’appalto. I lavori hanno sforato di diversi milioni di dollari il budget previsto e di sicuro non hanno fruttato al presidente un singolo voto in stati come il Michigan, il Kansas e l’Alaska. Come se non bastasse, la digressione ha distratto Trump dal suo vero messaggio, lanciato solo in chiusura del suo intervento: il senatore dell’Ohio Jon Husted ha un corpo fantastico.

Una campagna sotto tono

Trump è entrato in campagna elettorale in ritardo, dopo che per un mese i suoi avevano cercato di convincerlo a partecipare a comizi. Quando finalmente si è deciso, ha preteso che tutto ruotasse intorno alla sua persona a al suo successo. Ha voluto comparire negli spot elettorali e organizzare una convention a Dallas (in pochi sembravano particolarmente felici di esserci). Alla fine si è lanciato nella campagna tenendo comizi fiume ogni sera, in tutto il paese, ma questo carrozzone era un lontano parente di quello che nello scorso decennio era diventato un evento politico cruciale.

Risultati delle elezioni per il congresso del 3 novembre 2026, seggi (dati aggiornati al 4 novembre) (The New York Times)

I raduni, infatti, erano di dimensioni ridotte rispetto al solito: in Ohio un comizio organizzato nella settimana prima del voto si è svolto in una piccola palestra; in altre occasioni le immagini hanno mostrato molte sedie vuote. Anche i luoghi scelti hanno sollevato qualche perplessità: quasi la metà è stata organizzata in stati saldamente in mano ai repubblicani, dove Trump aveva sempre vinto facilmente e non aveva mai avuto bisogno di fare campagna. Qui il presidente ha trovato un pubblico più abbondante ed entusiasta, ma la geografia dei suoi spostamenti ha svelato una verità impietosa: Trump è stato costretto a visitare delle roccaforti repubblicane come la South Carolina e il Montana perché i seggi in palio, all’improvviso, rischiavano di essere conquistati dagli avversari e bisognava galvanizzare la base. Ma una volta arrivato lì, non aveva molto da offrire. I sondaggi hanno rivelato ripetutamente che gli elettori erano furiosi per le promesse infrante dal presidente, tra cui quella di ridurre i prezzi, non scatenare nuove guerre, pubblicare i documenti del caso Epstein ed espellere solo “il peggio del peggio” degli immigrati.

Tradizionalmente il partito del presidente in carica ottiene risultati deludenti alle elezioni di metà mandato, ma Trump è in difficoltà anche sui temi che in passato erano i suoi punti di forza, come l’economia e l’immigrazione. Ha epurato diversi senatori in carica perché non gli erano abbastanza fedeli e ha sostenuto alcune figure molto problematiche, aumentando in questo modo il numero di seggi in bilico. Ai candidati repubblicani, tra l’altro, ha lasciato ben pochi argomenti, mentre la rabbia degli elettori montava per un’economia che sembra premiare solo i ricchi (una categoria di cui fanno parte la famiglia del presidente e i componenti del suo governo). Anche per questo Trump ha cercato di rilanciare le guerre culturali che hanno segnato le campagne elettorali passate, come la paura degli interventi chirurgici per la riassegnazione del sesso, dei terroristi musulmani e perfino del comunismo.

Problemi in casa

Il presidente è sembrato fuori sincrono non solo rispetto agli elettori ma anche al suo partito. Nonostante le discussioni sulla possibilità che l’intelligenza artificiale spazzi via il genere umano (o quanto meno cancelli un’infinità di posti di lavoro), Trump ha sostenuto lo sviluppo di questa tecnologia e la costruzione dei data center (sempre più odiati dall’opinione pubblica) solo perché le aziende tecnologiche tengono in piedi il mercato azionario. Il presidente si è schierato dalla parte della Russia nella guerra contro l’Ucraina e ha minacciato di bombardare ancora una volta l’Iran. E la sua insistenza nel parlare dei fondoschiena altrui lascerà sicuramente perplessi gli storici del futuro.

Gli statunitensi, a quanto pare, non hanno abboccato. Mentre arrivavano i primi risultati dello scrutinio, Trump ha usato i social media per scaricare la colpa della sconfitta e contraddire il messaggio centrale della sua campagna: “Sulle schede elettorali non c’era il mio nome. Se ci fosse stato avremmo ottenuto una VALANGA DI VOTI”.

Alle prime elezioni di metà mandato di Trump, nel 2018, i democratici avevano ottenuto il controllo della camera, ma la loro vittoria era stata oscurata dall’avanzata dei repubblicani al senato. Anche se i deputati democratici avevano rallentato l’azione di Trump, la procedura di impeachment avviata nel 2019 per presunte pressioni sul governo ucraino aveva finito per rafforzare la sua popolarità, tanto da convincerlo che avrebbe facilmente ottenuto la rielezione anche grazie a un’economia in crescita (poi, però, è arrivata la pandemia). Oggi molti democratici raccontano di aver imparato la lezione: anche se in queste elezioni il semplice fatto di non essere repubblicani ha portato i candidati democratici al successo, in futuro non basterà. Il probabile prossimo presidente della camera Hakeem Jeffries ha lasciato intendere che si concentrerà sui provvedimenti per affrontare i problemi legati al costo della vita e all’assistenza sanitaria.

Elezioni
Il voto per il senato
◆ Il 3 novembre 2026 negli Stati Uniti si è votato per rinnovare tutta la camera dei rappresentanti e un terzo del senato. La mappa mostra il voto per il senato (dati aggiornati al 4 novembre). (The New York Times)

La base democratica, però, è ansiosa d’inchiodare l’amministrazione Trump alle proprie responsabilità: per aver distrutto le istituzioni governative, per la guerra, per gli affari con l’estero mascherati da diplomazia e per i profitti personali generati sfruttando la carica presidenziale. Le accuse di corruzione nei confronti di Trump e della sua amministrazione sono molte di più rispetto al suo primo mandato. Alcune persone vicine a lui sostengono che il presidente sarà felice di scontrarsi di nuovo con i democratici al congresso. “Gli piace avere qualcuno con cui combattere e soprattutto qualcuno da incolpare”, mi ha detto un consulente.

Allo stesso tempo, però, Trump è preoccupato dalle possibili indagini e non vorrebbe subire un’altra procedura di impeachment. Le indagini che il presidente dovrà affrontare l’anno prossimo potrebbero essere una sorta di antipasto di ciò che accadrebbe nel 2029 se i democratici dovessero vincere le elezioni. Trump può contare su una sorta di immunità garantita dalla maggioranza repubblicana alla corte suprema, e ha promesso la “grazia preventiva” a molti esponenti della sua amministrazione. Eppure l’idea che dei suoi collaboratori più stretti finiscano al centro di indagini pesanti al termine del suo mandato lo preoccupa.

Un futuro evanescente

Il voto del 3 novembre segna una tappa importante nel percorso di Trump verso l’irrilevanza politica. Molte persone che gli sono vicine credono che a motivarlo, ancora più della sete di potere o di denaro, sia il desiderio di essere al centro dell’attenzione. Negli ultimi dieci anni Trump è stato una presenza ineluttabile, ma tutto questo cambierà nel momento in cui Washington comincerà a guardare oltre la sua figura. Un tempo colosso, Trump si ritroverà presto relegato in secondo piano, ma non svanirà da un giorno all’altro , anche perché rivendicherà il compito di scegliere il prossimo candidato repubblicano. Scatenerà una nuova guerra con l’Iran? Attaccherà Cuba? Tornerà a rivendicare la Groenlandia? Tutto sembra possibile.

Nei prossimi mesi Trump potrebbe anche perdere la sua presa sul Partito repubblicano. La disfatta delle elezioni di metà mandato lascia pensare che il suo istinto e la sua influenza stiano svanendo. Di conseguenza alcuni repubblicani potrebbero essere disposti a sfidarlo. Mentre comincia già a farsi largo uno stuolo di candidati per le presidenziali, i repubblicani dovranno capire come sarà il loro futuro post Maga e quale sarà il ruolo di Donald Trump. Sempre che ne abbia uno. ◆ as

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Questo articolo è uscito sul numero 1690 di Internazionale, a pagina 18. Compra questo numero | Abbonati