Negli anni novanta il mondo occidentale viveva un periodo di pace e fiducia nel futuro che sembrava non avere fine. Se nel 1969 Woodstock aveva incendiato le proteste contro la guerra in Vietnam e negli anni ottanta il Live aid aveva mobilitato le donazioni verso l’Africa, la generazione del decennio successivo cercava una causa per la quale attivarsi. Nel 1994 il gruppo rap newyorchese Beastie Boys pubblicò il disco della consacrazione, III communication, che in diverse canzoni usava dei campionamenti di canti gutturali dei monaci del Tibet, la regione occupata dal 1951 dalla Repubblica Popolare Cinese. Il disco contribuì a far conoscere ai giovani statunitensi la causa tibetana e le battaglie per l’indipendenza di monaci e monache nella regione. Nacque proprio dai Beastie Boys l’idea del Tibetan freedom concert, un tour in città come San Francisco, New York, Washington, Amsterdam, Tokyo e Sydney, che riuniva gli artisti migliori del decennio. Per la causa tibetana salirono sul palco Björk, Rage Against The Machine, Radiohead, Fugees, Oasis, Blur e decine di altri. Erin Potts, l’attivista ventenne che all’epoca veniva chiamata “Free Tibet”, racconta la rocambolesca organizzazione di quell’evento che ha segnato l’ultimo momento di serenità dell’occidente.
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Questo articolo è uscito sul numero 1670 di Internazionale, a pagina 90. Compra questo numero | Abbonati