Poco dopo il matrimonio Jess e il marito scoprono che avranno una bambina. Decidono di chiamarla Layla. Jess passa la gravidanza in un’attesa felice, quasi euforica. Un’euforia insolita che nota anche sua madre nelle ore successive al parto. Quando torna a casa, quell’euforia si trasforma in angoscia. Jess ha paura di non essere in grado di svegliarsi di notte quando Layla piange. Non dorme. Anche l’allattamento è problematico: la figlia si attacca poco al seno e piange molto, e quel pianto sembra indicare a Jess che sta facendo qualcosa di sbagliato, che è una cattiva madre, nonostante tutte le persone attorno a lei continuino a rassicurarla. Il suo medico le diagnostica una depressione post-partum: le prescrive degli antidepressivi e la frequentazione di gruppi di ascolto per madri con la stessa condizione. Agli incontri però Jess si rende conto di avere esperienze molto diverse da quelle che raccontano le altre donne: non si sente depressa, ma vive in uno stato di agitazione permanente ed è sempre più ossessionata dalla paura di uccidere involontariamente la figlia. Questo episodio sulla psicosi post-partum è di qualche anno fa, ma è tornato a circolare nel dibattito pubblico nei giorni del processo a Lindsay Clancy, la madre del Massachusetts che ha ucciso i tre figli e la cui sentenza di condanna è appesa a una diagnosi di psicosi post-partum.
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Questo articolo è uscito sul numero 1681 di Internazionale, a pagina 124. Compra questo numero | Abbonati