L’Etiopia è in guerra. In realtà, lo è da tempo. Ma gli scontri scoppiati il 23 settembre sono stati i più intensi dalla fine della guerra del Tigrai (2020-2022). Pochi giorni prima, il 20 settembre, era stata annunciata la nascita di un’alleanza tra i principali gruppi ribelli del paese: il Movimento nazionale amhara fano, l’Esercito di liberazione oromo (Ola), il Fronte popolare di liberazione del Tigrai (Tplf), il Fronte rivoluzionario democratico per l’unità afar (Ugugumo) e altri tre gruppi armati regionali. L’organizzazione, che si presenta come Coalizione delle forze popolari etiopi per la sopravvivenza, sostiene che la salvezza dello stato etiope dipende dall’estromissione del Partito della prosperità (Pp) del primo ministro Abiy Ahmed. Sotto il suo governo, dicono i ribelli, “il genocidio, i massacri e la povertà assoluta” sono diventati i “tratti distintivi” del paese.

Gli scontri sono cominciati con un attacco delle forze tigrine e amhara nella zona intorno a Weldiya, dove hanno preso il controllo di alcune città. Weldiya, che si trova all’incrocio di tre strade importanti, non è ancora caduta ma se l’alleanza ribelle riuscisse a conquistarla, come aveva fatto il Tplf nel 2021, sarebbe un punto di svolta nel conflitto.

Finora le forze governative hanno opposto resistenza. Hanno dichiarato di aver ucciso centinaia di combattenti ribelli e hanno lanciato un contrattacco ad Alamata (riconquistata il 28 settembre). Nel frattempo il Tplf ha preso il controllo di tre aeroporti strategici (Mekelle, Aksum e Shire). Insieme all’Ugugumo ha aperto un altro fronte nella regione di Afar, dove passa la via di rifornimento che collega l’Etiopia a Gibuti. Si combatte anche lungo il fiume Tekezé, nel Tigrai occidentale, mentre il blocco delle comunicazioni impedisce di sapere cosa succede nella regione, una situazione già osservata nell’ultima guerra del Tigrai.

Dal punto di vista del Tplf, quella guerra che aveva combattuto contro le forze governative e i suoi alleati, tra cui l’Eritrea, non è mai finita. L’organizzazione politica e militare ha definito la recente escalation una “guerra difensiva”, il culmine di mesi di scontri con le forze governative e di anni di deterioramento delle condizioni umanitarie nel Tigrai. Dopo la firma dell’accordo di Pretoria nel novembre 2022, il Tplf ha mal tollerato il fatto che il governo regionale sia stato affidato a un’amministrazione provvisoria, che ha creato un’autorità parallela alla sua. Ne è seguito uno stallo, durante il quale il Pp ha accusato il Tplf di non aver rispettato gli impegni sul disarmo. Dal canto suo il Tplf ha accusato il partito di Abiy di tenere il Tigrai sotto assedio e di impedire il ritorno degli sfollati.

Il rombo nei cieli

Dall’inizio dell’anno nei cieli di molte regioni etiopi si è sentito il rombo degli attacchi con i droni, delle sparatorie e delle lunghe colonne di mezzi militari. Gli scontri delle forze governative con le milizie fano nell’Amhara e con quelle dell’Ola nell’Oromia hanno interessato alcune zone rurali. L’intensità degli scontri con il Tplf è stata variabile: si sono verificati soprattutto lungo il confine con il Sudan e nel mese di agosto ci sono stati ripetuti attacchi con i droni.

Ultime notizie

◆ È difficile stabilire un bilancio delle vittime degli scontri nel nord dell’Etiopia, ma l’esercito il 25 settembre 2026 ha fatto sapere di aver ucciso 270 ribelli tigrini nella regione Amhara. L’ong Medici senza frontiere ha detto di aver ricevuto negli ultimi giorni centinaia di pazienti e feriti in più negli ospedali di Alamata e della vicina Korem. Nella regione Afar sono stati registrati 150mila sfollati. Al Jazeera


Più sorprendente dello scoppio del nuovo conflitto è la composizione degli schieramenti. La Coalizione delle forze popolari etiopi per la sopravvivenza riunisce due avversari della guerra precedente: le milizie amhara fano e il Tplf. Tra loro resta irrisolta la questione del Tigrai occidentale, un territorio conteso, che le milizie amhara hanno annesso ricevendo accuse di pulizia etnica. Ma è vero che le alleanze nel Corno d’Africa sono spesso dettate da valutazioni pragmatiche e per ora è plausibile che l’alleanza regga.

Dal canto suo il governo di Abiy ha ricevuto il sostegno del suo più stretto alleato, gli Emirati Arabi Uniti, mentre esponenti del suo partito si sono impegnati a ottenere il sostegno degli Stati Uniti: Washington ha lasciato scadere l’embargo sulle armi all’Etiopia senza rinnovarlo e l’ambasciatore statunitense in Etiopia, Ervin Massinga, ha fatto una dichiarazione di sostegno inequivocabile al Pp. Intervenendo all’assemblea generale delle Nazioni Unite il presidente etiope Taye Atske Selassie ha denunciato l’azione di “attori esterni irresponsabili”. Il riferimento era probabilmente all’Eritrea, oggi alleata del Tplf, che ha voltato le spalle al Pp dopo essere stata esclusa dai negoziati per mettere fine alla guerra del Tigrai. Il presidente, però, non ha fatto cenno alle minacce della stessa Etiopia di annettere la costa eritrea sul mar Rosso.

Si parla molto, in effetti, del rischio che la guerra si estenda oltre i confini. Potremmo però chiederci se non sia piuttosto il conflitto regionale a essersi riversato in Etiopia e se il coinvolgimento del Pp nella guerra civile sudanese non gli si stia ritorcendo contro. Nella regione si stanno delineando due blocchi: da una parte l’Etiopia, gli Emirati Arabi Uniti e i paramilitari sudanesi delle Forze di supporto rapido. Dall’altra l’Eritrea, l’alleanza dei ribelli etiopi, l’esercito sudanese e l’Egitto.

In prospettiva il conflitto attuale è l’episodio più recente di una lunga storia di compromessi difficili tra centro e periferie in Etiopia. Mentre si riaffaccia la siccità e si profila un nuovo isolamento del Tigrai, i leader mondiali devono darsi da fare per scongiurare la minaccia più immediata: una crisi umanitaria. Si stima che nell’ultima guerra civile siano morte 600mila persone. E simili orrori potrebbero ripetersi. ◆ gim

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Questo articolo è uscito sul numero 1685 di Internazionale, a pagina 24. Compra questo numero | Abbonati