Pechino. Lord Birkenhead scrisse nel 1930 che la Cina si incamminava verso la propria distruzione, incapace di mettere freno alle mire autonomistiche dei suoi caciques, alle sanguinose divisioni interne e all’eredità della sua stessa storia. Il politico britannico sottolineava che, così come Bismark evitò la disintegrazione della Germania e trasformò il paese in una formidabile macchina militare, la Cina aveva bisogno di un leader nazionale: un Napoleone che trasformasse la confusione in una forza imbattibile. Birkenhead, il cui paese costruì parte della sua colonizzazione grazie a molti comportamenti del colosso, notò che, se il caudillo fosse stato un soldato, i suoi eserciti avrebbero occupato l’Asia con una campagna inevitabilmente vittoriosa. “Se invece il Napoleone cinese fosse mosso da ambizioni pacifiche e concentrasse i suoi sforzi nella creazione di ricchezza, con il tempo metterebbe ko i suoi rivali su tutti i mercati del mondo”. Mao Tse Tung ha unificato la Cina con un partito unico e dogmi che si sono dimostrati rovinosi, perché né le purghe né il volontarismo hanno dato da mangiare. È arrivato poi Deng Xiaoping, soldato dell’esercito comunista che ha combattuto contro l’invasore giapponese e contro il nazionalismo fuggito a Taiwan. A partire dal 1978 è stato il capo più simile alla seconda variante dello scrittore londinese. Quindici anni dopo, i risultati dell’apertura economica intrapresa da questa nazione di dimensioni straordinarie sono tanto stupefacenti quanto gravi e distruttivi sono i fenomeni apparsi lungo il cammino verso la costruzione dell’impero.

Il brillante futuro immaginato da Birkenhead è possibile, ma lo è anche il catastrofico avvenire annunciato da osservatori più contemporanei. Peter Sherwood, uno di loro, evoca questo paesaggio: “Centomila Rolls Royce che scivolano per le strade delle principali città della costa, una inflazione galoppante, e alla fine, il caos”.

Una transizione enorme

Il timore del caos se la riforma dovesse abbattere il vertice del Partito comunista cinese (Pcc); lo spaventoso spettacolo di milioni di persone che si ammazzano a Pechino, Shangai, nel Tibet, nella Cina mongola o musulmana, sul litorale capitalista in mano a funzionari che sputano, appena possono, sull’autorità del partito; i milioni lanciati verso Corea del Sud, Russia, Thailandia o Australia; i milioni in armi che si disputano l’eredità di un patriarca vicino all’estrema unzione. Deng Xiaoping ha compiuto 89 anni in agosto e la permanenza al comando dell’attuale triumvirato, e anche il futuro del paese, dipenderanno dalla sua capacità di tenere sotto controllo una transizione enorme. Così come dall’equilibrio tra le crescenti ambizioni della tecnocrazia in cerca del successo economico e l’atteggiamento prevenuto di quelle forze che, costrette ai margini ma poderose, si rendono conto che l’ampia privatizzazione finirà col togliere peso al potere politico. “Dobbiamo organizzarci per assicurare la stabilità e la sicurezza del paese”, ha chiesto Jian Zeming, segretario generale del partito e, sulla carta, successore di Deng. Ma senza manovre o mutamenti politici sostanziali e senza istituzioni in grado di canalizzare gli interessi di una società sempre più diseguale, il regime continuerà a essere esposto alla protesta pubblica, e la coda davanti a una agenzia di viaggi potrà concludersi in una sanguinosa rivolta.

Quella che deve essere combattuta ora non è una crisi di successione: è una crisi economica, lo sconvolgimento causato dal rapido mutamento nazionale in ogni campo e dall’assenza di una adeguata infrastruttura legale. La brutalità governativa nella repressione degli abusi va in molti casi al di là del reato commesso. Non molto tempo fa, ammanettato e a testa bassa, piangendo tra soldati che sostenevano per le braccia il suo corpo inanimato, un condannato a morte per traffici bancari illeciti ha chiesto clemenza. Non l’ha ottenuta, né per sé, né per gli altri giovani funzionari che avevano messo in pratica a modo loro la raccomandazione del leader: “arricchirsi è glorioso”. Dopo aver ascoltato la sentenza, inginocchiati tra le sterpaglie, hanno ricevuto un colpo di pistola nella nuca. Pochi giorni prima del 1 ottobre scorso, giorno festivo, in un paese che punisce con la pena capitale 49 reati, corti militari e plotoni d’esecuzione pernottavano accanto ai tribunali di 119 città. In una sola giornata e in una sola provincia sono state giudicate 2.900 persone per sequestro, traffico di stupefacenti, concussione, truffa, smercio di materiale pornografico, tratta di donne e di minori, vendita di armi o costituzione di società segrete. E il dollaro è il denominatore comune. Più di 350 persone sono state condannate a morte o all’ergastolo. A Jiangxi sono stati in 80 a cadere a faccia in giù nella fossa; a Sichuan altri 32, e ancora 13 a Nanjing. L’esecuzione di assassini o violentatori è frequente, ma il colpo di pistola per reati di natura economica è terapia di nuovo conio. L’obiettivo è quello di mettere paura, neutralizzare la corruzione sempre più diffusa tra funzionari e militanti, mettere sull’avviso attraverso la forca quei cittadini che trasferiscono in Svizzera o alle Barbados le fortune accumulate durante l’ultimo periodo di confusione.

La sbrigativa e ostentata esecuzione degli impiegati di banca, che avevano fatto sparire circa sei milioni di dollari in mandati e lettere di credito, non è che un aspetto della crociata cominciata a giugno contro il crescente caos finanziario, la frode, la speculazione frenetica, il mercato nero, il contrabbando e la sotterranea ribellione delle province favorite dall’ingresso di operatori stranieri e dai meccanismi capitalistici. La scorsa settimana vari funzionari del partito si sono incamminati verso il patibolo. Lin Qihui, alto funzionario del Consiglio di Stato, fa sapere che nelle aree in cui i poteri locali dispongono di capacità decisionale, i capitali godono di un trattamento di favore e dove nasce una nuova Cina “è paragonabile all’intera Spagna e ospita 300 milioni di persone”. Queste zone franche che fanno perdere la testa ai contadini da 50 dollari all’anno sono l’origine delle disgrazie che il partito tenta di attutire con dure misure punitive e un pacchetto di 16 misure economiche. Il vicepresidente del governo, Zhu Rongji, 65 anni, epurato perché “di destra” durante l’aberrante rivoluzione maoista, è l’uomo scelto per mettere in riga gli operatori accusati di portare alla rovina con il loro affarismo le finanze dello stato. Lo farà “con la forza del tuono e con la velocità del vento”, sostiene l’agenzia di stampa ufficiale. L’esercito e la polizia collaborano all’impresa.

Una diaspora di 55 milioni di persone

Il problema fondamentale della Cina è la crescita sfrenata e politicamente destabilizzante dei bienni 1984-85 e 88-89. Le strutture cigolano quando le cifre degli investimenti o del consumo interno raddoppiano. Si tappa un buco, se ne apre un altro e l’enormità dei mutamenti mette alle corde un regime che ha perso in una diaspora di 55 milioni di persone molti dei suoi migliori cervelli. L’obiettivo di quest’anno era un aumento di otto punti del prodotto interno lordo, ma la locomotiva cinese avanza a tutto vapore su traversine e rotaie installate troppo tempo fa. L’incredibile sviluppo, al di sopra dei 14 punti nella prima metà dell’attuale esercizio, ha luogo in un paese che ha aggiunto da poco il companatico al pane e che approfitta fino all’indigestione della prosperità e delle opportunità. È un benessere precario, perché l’inflazione urbana supera il 23 per cento, il che rende indispensabili meccanismi di controllo; ed è diseguale, perché aumentano i battaglioni di mendicanti e di ricchi: più di un milione sono coloro che possiedono un milione di dollari. Il Pcc, con un occhio particolare per i cenacoli di questi ultimi, intende passare nei prossimi sette anni da un contingente di 80 milioni di poveri o indigenti a gruppi isolati in zone montagnose o desertiche, chiusi in sacche condizionate da un clima avverso e da una scarsa assistenza medica. Secondo i dati del partito, in otto anni sono stati strappati alla fame 20 milioni di anime.

L’amministrazione della giustizia alla buona, la defenestrazione o l’incarcerazione di dirigenti compromessi con il malaffare, la sostituzione di banchieri eccessivamente indebitati e l’emanazione precipitosa di sempre nuove norme occupano il vuoto lasciato dall’assenza di un quadro di legalità in grado di incanalare l’apertura e di ridurre le possibilità di abuso. “Ora, per limitare il deficit pubblico, obbligano la gente a comprare buoni del Tesoro. Così vanno le cose”, commenta un imprenditore. La concussione, la raccomandazione e l’arbitrio si sostituiscono alle leggi mancanti. La maggioranza delle società di Hong Kong, secondo un’inchiesta, hanno confessato come pratica abituale il pagamento di tangenti.

La tortura per i dissidenti

Nel corso di quest’anno gli indicatori avevano avvertito che il processo faceva acqua dal lato economico, l’unico praticabile, dato che il bastone e la carota importati dall’estero hanno riconvertito in commercianti o manager i manifestanti malmenati dai militari il 4 giugno 1989 sulla piazza di Tien An Men. I dissidenti sono torturati e chiusi in prigione, o tacciono per evitarlo. “La gente arriverà di nuovo a non sopportare più la corruzione o l’aumento del costo della vita, ma non chiederà maggiori libertà politiche”, sostengono residenti occidentali di lunga data. E quando escono dal carcere lo slancio non è più lo stesso. Wei Jingsheng, liberato sei mesi prima di scontare una condanna a 14 anni, ha affermato di “essere maturato”. L’ha detto pochi giorni prima che Pechino perdesse la sede olimpica. Quando era stato messo in prigione, Wei, che ha 43 anni, aveva scritto che “il popolo ha bisogno della democrazia. Chiede qualcosa che gli è dovuto per natura, e chi contrasti questa aspirazione è un bandito allo stesso modo dei capitalisti che rubano ai lavoratori”. La democrazia è così impossibile o sconosciuta nella storia nazionale che in Cina se ne parla appena, e una sorta di fatalismo, di noia esistenziale o di sarcastica condivisione degli attuali valori si è impossessata della gioventù intellettualmente più inquieta.

I problemi che pretende di risolvere il regime comunista, per chiamare in un qualche modo un sistema disposto a perpetuarsi con le stesse maniere dell’autoritarismo capitalistico di Singapore o di Taiwan, sono cominciati con l’insorgere della speculazione immobiliare, inevitabile in una transizione economica di questa portata.

Incontrollabile e malata, si è riprodotta come un esercito di cavallette, e perfino i mongoli hanno offerto le loro terre alla Sony. La credenza diffusa che Pechino sarebbe fiorita con i giochi del Duemila ha fatto salire i prezzi alle stelle. Convinto che presto avrebbe potuto ricavare di più, un abitante di Shandong ha rifiutato 300mila dollari, circa 480 milioni di lire, per una casa la cui valutazione è crollata con la campagna di austerità e di raffreddamento dei prezzi di Zhu; un altro chiedeva 9mila dollari all’anno, circa 14 milioni di lire, per l’affitto di una stanza. Parallelamente, funzionari del partito, esaurite le riserve monetarie, saccheggiavano milioni di agricoltori con balzelli scandalosi e investivano il bottino in appezzamenti messi in vendita come aree edificabili. L’atteso miglioramento dei trasporti, la costruzione di reti stradali nelle regioni isolate, il risanamento delle grandi imprese statali o il consolidamento di una base industriale moderna si sono fermati. Non è stato facile soffocare le violente rivolte scoppiate nelle campagne, dove vivono 800 milioni di persone e dove fu reclutato l’esercito che portò Mao alla vittoria nella guerra civile del 1949. La cultura urbana, più aggressiva e potente, si impone ai contadini, che perdono terreno nel processo di riforma. Gli abitanti in rivolta di dodici province ridotte allo stremo si sono arresi solamente quando il governo ha accettato in tutta fretta le loro richieste. “Ci imponevano tasse sulla radio, sulla televisione, su tutto. E ci davano buoni che poi non servivano a niente. Chi non pagava lo mettevano in carcere”, ricorda un agricoltore di Annui. In zone vicine alla costa, i grandi coltivatori di riso hanno cercato di seminare discoteche invece che cereali, e voraci intermediari hanno costretto famiglie intere a sloggiare da terreni appetiti dal capitale. Anche se le prime valutazioni sono moderatamente ottimistiche, i risultati definitivi dell’offensiva governativa contro il caos si attendono per il prossimo anno. Zhu Rongji ha aumentato i tassi d’interesse, ridotto la spesa pubblica di un 20 per cento, sospeso la riforma dei prezzi, soppresso la distribuzione di buoni agli agricoltori, obbligato i costruttori a vendere un 20 per cento delle opere ai residenti locali e si è insediato alla presidenza della banca centrale. Nonostante tutto questo, e di fronte a un’evasione fiscale generalizzata, il Governo centrale registra un’allarmante diminuzione delle entrate. Lo spreco praticato in molti comparti dell’amministrazione ha assestato un altro colpo: l’autonomia di spesa si è tradotta in automobili, turismo contrabbandato per viaggi di lavoro o fotocopiatrici gigantesche in uffici di quattro persone e tre scaffali.

Ji Jusheng, direttore aggiunto del ministero incaricato delle zone speciali, sostiene che l’austerità decretata per evitare un marasma di conseguenze sociali imprevedibili non provocherà una contrazione economica. “Non è una marcia indietro, è una canalizzazione del denaro verso progetti più produttivi. Si tratta di farla finita con i finanziamenti sconsiderati, ma non con quelli indirizzati a progetti interessanti o allo sviluppo della produzione agricola”. Il rappresentante di una impresa basca confessava a Hong Kong che in Cina la mancanza di liquidità appare evidente. Lontani dalle schermaglie macroeconomiche, la maggior parte del miliardo e duecento milioni di cinesi vive con 30 dollari al mese nelle città, circa 50mila lire. E con un bel po’ di meno nelle campagne. I redditi crescono per altre vie, e la massa di doppiolavoristi e professionisti del raggiro avanza.

Il nuovo peso politico ed economico della Cina, e l’avidità dei suoi abitanti, sono notori. Pechino si riconcilia con nazioni asiatiche prima nemiche, compra armi dalla Russia o da Israele, le vende al Pakistan e all’Iran e sperimenta armi nucleari per ricordare al mondo che il Napoleone cinese lavora come imprenditore ma potrebbe tornare a fare il soldato. Anche la strada subisce le conseguenze dello sviluppo: tra i 25mila tassisti di Pechino crescono la tendenza alla violenza e i comportamenti truffaldini. Il mondo rurale è, nei suoi particolari, una galassia ignota, perché addentrarsi nella Cina profonda richiede ancora oggi una preparazione da Parigi-Dakar. E arriva notizia del fatto che malattie come il feudalesimo, la peste bubbonica, la lebbra, il colera, l’analfabetismo e la polio non sono scomparse.

Anche l’arroganza della nuova borghesia rampante delle città è un valido indicatore sociale. Un sabato sera, due rampolli del jet set locale stanno ballando sulla pista di una delle discoteche più lussuose della capitale. Lui ha posteggiato sul tavolo il telefono cellulare e lei una borsetta di pelle dorata. Si sono sistemati di fronte a due grandi colonne foderate di specchi e ballano eleganti, seri, con lo sguardo fisso. Sulla porta del locale, compatrioti con tracce di rivoluzione culturale nell’uniforme, ma del tutto allineati all’obiettivo nazionale di far soldi, offrono il loro triciclo ai clienti che tornano verso casa. A quella stessa ora, a Canton e in altre località del Sud, milioni di residenti che hanno abbandonato l’aratro in cerca di piaceri urbani si disputano impalcature e piatti da lavare in cambio di un salario quattro volte più alto di quello del lavoro agricolo.

Il divario tra il sud e il resto del paese

Den Xiaoping aveva già avvertito pubblicamente che con la riforma si sarebbe dovuto accettare “che qualcuno raggiunga prima la prosperità”, ma il Governo prepara leggi per livellare i salari, consapevole che i consigli del patriarca possono risultare superati, e che il divario nella qualità della vita tra il sud della Cina e il resto del paese si allarga pericolosamente. Gli investimenti sembrano avere poco timore del deragliamento, e i progetti dotati di finanziamento estero si sono quadruplicati dall’anno scorso a quest’anno: sono già 135mila le imprese con partecipazione straniera e 170mila i milioni di dollari dei contratti, circa 272mila miliardi di lire. Con in testa Hong Kong, che entro quattro anni sarà territorio nazionale, Taiwan, gli Stati Uniti, il Giappone, Singapore, la Germania, il Regno Unito, la Thailandia, la Francia e il Canada, per un totale di cento paesi, si sono uniti alla seconda “lunga marcia” cinese. Il tratto più difficile del percorso è appena cominciato. ◆

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Questo articolo è uscito sul numero 1 di Internazionale, a pagina 27. Compra questo numero | Abbonati