Per il ministro dell’economia tedesco Peter Altmaier l’industria è la colonna portante del benessere della Germania. Il politico cristianodemocratico è convinto che, con il dovuto sostegno, tra dieci anni l’industria potrebbe rappresentare il 25 per cento del pil nazionale. Queste almeno sono le stime citate da Altmaier nel suo piano Strategia industriale 2030. La tendenza, però, va nella direzione opposta. Secondo l’ufficio di statistica tedesco, dal 2016 l’apporto del settore industriale al pil è passato dal 23 al 21,5 per cento. È il dato più basso dal 2008.
La Germania sta perdendo la sua forza industriale? Gli economisti della Commerzbank sono convinti di sì. Parlano di lenta deindustrializzazione, sottolineando che nel paese la produzione va peggio che nel resto dell’eurozona. L’economista capo della Commerzbank, Jörg Krämer, ipotizza il ritorno allo stato di “malato d’Europa”, com’era chiamata la Germania all’inizio degli anni duemila. La differenza, avverte Krämer, è che oggi non c’è all’orizzonte un piano di riforme come quello dell’allora cancelliere socialdemocratico Gerhard Schröder. Mancano misure per snellire la burocrazia, e intanto le infrastrutture si sgretolano. Anche le tasse sulle imprese restano alte, mentre altri paesi le hanno abbassate. Il risultato è che l’industria scappa all’estero. Le cifre dell’Eurostat mostrano che la produzione industriale tedesca è in calo da un anno e mezzo, mentre negli altri paesi europei al massimo ristagna. È particolarmente preoccupante la situazione nel settore automobilistico, dove la produzione è scesa del 10 per cento rispetto al 2015.
Gli imprenditori sono allarmati. In Germania, dicono, le aziende dipendono molto dalle esportazioni, ma hanno ancora i prodotti giusti? “Il problema dell’economia tedesca è che produce più beni d’investimento che beni di consumo”, spiega Joachim Lang, presidente della confindustria tedesca. “Le esportazioni italiane vanno alla grande grazie alla moda, ai prodotti alimentari, al vino o alle auto sportive”. La pensa così anche Martin Wansleben, presidente della camera di commercio tedesca. “I produttori di beni d’investimento (quelli che servono a produrre altri beni) come macchinari e apparecchi tecnici soffrono soprattutto del calo globale degli investimenti”. Secondo Stefan Kooths, del Kieler Institut für Weltwirtschaft, la recessione economica e l’arretramento dell’industria vanno di pari passo. “Non è solo l’incertezza nel resto del mondo a pesare sull’economia tedesca, ma anche quella all’interno della Germania”, precisa. Per esempio lo stallo nella politica di bilancio o la preoccupazione per la politica energetica.
Dati trimestrali
La distanza rispetto agli altri paesi europei è forte nel settore automobilistico. Da quasi cinque anni la produzione di autoveicoli del resto dell’eurozona è superiore a quella della Germania. I dati trimestrali dell’Associazione dell’industria automobilistica tedesca fanno pensare a un trasferimento della produzione all’estero. Nel 2007 le case automobilistiche tedesche producevano ancora in Germania il doppio dei veicoli rispetto a quelli che fabbricavano nel resto d’Europa. Ma dopo il 2008 la produzione al di fuori del paese è raddoppiata, mentre tra il 2007 e il 2018 il numero di auto fabbricate in Germania è rimasto quasi invariato. Per gli esperti della Commerzbank, l’obiezione secondo cui la delocalizzazione della produzione sarebbe limitata all’industria automobilistica e sarebbe dovuta solo a fattori straordinari non sta in piedi. Secondo l’Eurostat, per esempio, anche la produzione chimica tedesca è in costante calo, mentre negli altri diciotto paesi dell’euro ristagna.
Anche Altmaier ha la sensazione che non ci siano rapidi miglioramenti in vista. I suoi piani, come la riforma fiscale a favore dell’industria e la definitiva abolizione del contributo di solidarietà Soli (Solidaritätszuschlag, l’imposta aggiuntiva introdotta nel 1991 per finanziare la riunificazione tedesca), sono stati affossati dal partner di governo, l’Spd. Nell’Unione europea la pressione fiscale media sulle aziende è del 22 per cento, in Germania va dal 30 al 32 per cento. Le imprese chiedono inoltre la digitalizzazione dell’amministrazione pubblica e uno snellimento delle procedure di autorizzazione. Ma tutto questo si lascia desiderare da tempo. ◆ nv
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Questo articolo è uscito sul numero 1345 di Internazionale, a pagina 100. Compra questo numero | Abbonati