“Ciao tesoro. Non so se hai ricevuto i miei messaggi. Spero che tu stia bene. Ci sono successe tante cose. Il vecchio è al corrente, chiedi a lui. Un aereo si è avvicinato, ieri c’era un drone e poi una motovedetta ci seguiva”. Sono le ultime parole preoccupate che Juan Carlos Valencia Mero ha scambiato per sms con sua moglie lo scorso 19 gennaio. Il giorno dopo il peschereccio Fiorella, su cui il capitano ecuadoriano lavorava, è scomparso dai radar, insieme alle otto persone dell’equipaggio. Erano tutti originari della città di Manta, il principale porto peschereccio dell’Ecuador.
Da nove mesi le loro famiglie vivono nel dolore e nell’angoscia. “Cosa gli è successo? In quale paese li hanno portati? In quale prigione? Per noi è una tortura, vogliamo delle spiegazioni”, dice María Mero, che non ha più avuto notizie del marito Gabriel Aladino Mero Delgado, 44 anni e padre dei suoi tre figli. Invano Mero Delgado e le altre famiglie dei dispersi sono andate alla capitaneria del porto di Manta, al tribunale della città, davanti al parlamento a Quito e anche di fronte all’ambasciata degli Stati Uniti per chiedere spiegazioni. Tutti sono convinti che dietro alla scomparsa del peschereccio ci sia l’amministrazione statunitense.
“È Trump il responsabile”, afferma Johnny Valencia, 59 anni, che aveva parlato più volte al telefono con il figlio Juan Carlos prima della sua scomparsa.
Il Fiorella era salpato il 13 gennaio e trainava una flotta di piccole imbarcazioni, una pratica che permette di andare a calare le lenze una volta arrivati nella zona di pesca. Il 20 gennaio due pescatori avevano calato in acqua la loro imbarcazione dal Fiorella per andare a stendere palamiti, ma avevano perso il contatto con la nave madre. Sono gli unici sopravvissuti e hanno raccontato di aver visto una spessa colonna di fumo nella zona in cui si trovava il Fiorella prima della sua scomparsa. Le inchieste di Human rights watch, Amnesty international e del Comitato per i diritti umani di Guayaquil, così come quelle del New York Times e del Washington Post, avvalorano l’ipotesi di un’operazione militare statunitense. Ma la Casa Bianca nega qualsiasi coinvolgimento.
Tuttavia, dopo il Fiorella altri due pescherecci ecuadoriani sono stati attaccati da droni il 17 e il 26 marzo; sarebbero stati affondati e i loro equipaggi tratti in salvo da cittadini statunitensi armati, per poi essere consegnati alla marina salvadoregna, portati nel paese centroamericano e infine autorizzati a tornare a casa. Anche in questo caso l’amministrazione Trump smentisce di essere coinvolta.
Eppure questi eventi si sono verificati proprio mentre Washington sta intensificando la sua “guerra al narcoterrorismo” nei Caraibi e nell’oceano Pacifico. Dal settembre 2025 il Southcom, comando sud degli Stati Uniti, incaricato delle operazioni in America Latina, sostiene di aver distrutto in mare 72 imbarcazioni. Un portavoce ha detto a Le Monde che le operazioni sono state condotte “nel rispetto totale del diritto dei conflitti armati” e hanno “causato la morte di 238 narcoterroristi”, originari del Venezuela, di Trinidad e Tobago, della Colombia e dell’Ecuador.
“Indipendentemente dal fatto che siano pescatori o trafficanti, si tratta di esecuzioni extragiudiziali, di omicidi illegali”, afferma Pilar Sanmartin, di Amnesty international. Nell’ottobre 2025 l’Alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, Volker Türk, aveva giudicato questi attacchi “inaccettabili”.
Al largo delle coste ecuadoriane i metodi delle forze navali sembrano cambiati in modo significativo. Ad agosto e a settembre 2026 gli Stati Uniti hanno affondato otto pescherecci. Ma in questi casi i loro equipaggi sono stati prima trasferiti a bordo di una nave della marina statunitense, l’Uss San Antonio, e poi consegnati all’esercito ecuadoriano. Le barche distrutte sono accusate di servire da stazioni galleggianti di rifornimento di carburante per Los Choneros, uno dei principali gruppi criminali del paese, legato al cartello messicano di Sinaloa. “I bersagli sono individuati con attenzione e dopo valutazioni approfondite”, ha dichiarato a questo giornale un portavoce del Southcom.
Processo farsa
I pescatori si dicono innocenti. “Se fossimo narcotrafficanti, vivremmo nel lusso”, dice María Mero, che racconta la dura vita quotidiana di una famiglia senza acqua corrente in casa e alle prese con frequenti interruzioni della corrente per le bollette non pagate. Dopo la scomparsa del marito, la donna lavora saltuariamente nelle fabbriche di gamberi della zona, guadagnando dieci dollari al giorno.
Da quando è stato eletto nel 2023, il presidente conservatore Daniel Noboa ha rafforzato la cooperazione con Washington. L’Ecuador, dove vivono 18 milioni persone, affronta un aumento della criminalità senza precedenti. Stretto tra la Colombia e il Perù, i due principali produttori di cocaina, l’Ecuador ne è diventato il primo esportatore grazie all’importanza dei suoi porti, da cui passa il commercio internazionale di banane, gamberi e altri prodotti ittici, e grazie all’arrivo nel paese dei cartelli messicani e di gruppi mafiosi dei Balcani.
Quando gli elicotteri e un drone hanno cominciato a sorvolare il Por-Siempre-Don-Carlos, il suo equipaggio stava rientrando da una pesca abbondante al largo delle isole Galápagos. La stiva della barca era piena di tonni albacora, pesci spada e marlin, “come mai prima”, ricorda Walter Antonio Ibarra Mero, 42 anni. “Ridevamo, giocavamo a carte e guardavamo film”. L’equipaggio era a un giorno di navigazione da Manta quando, il 15 settembre, una decina di soldati statunitensi pesantemente armati ha assaltato il peschereccio.
“Gridavano ‘a terra, giù’. Ci hanno preso i telefoni e ci hanno fatti salire sul loro gommone dopo averci mostrato della dinamite. A bordo della loro imbarcazione ci hanno coperto occhi e orecchie”, racconta Ibarra Mero. L’equipaggio è stato sottoposto a verifica d’identità, prelievo delle impronte digitali e fotografie.
A poche ore di distanza Servio Armando Arcentales Anchundia, capitano del peschereccio Karla-Francesca, ha vissuto la stessa esperienza. Per tutto il tempo in cui è rimasto sdraiato sul ponte della sua barca, tenuto sotto tiro dai soldati statunitensi, il pescatore di 37 anni ha stretto in mano la medaglia di san Giuda Taddeo, un apostolo a cui i pescatori sono molto devoti. Oggi piange ricordando quella mattina del 16 settembre e la famiglia rimasta quasi due giorni senza sue notizie, mentre le immagini dell’assalto, riprese dalle telecamere di sicurezza della barca, circolavano ampiamente sui social media.
In un’intervista del 17 settembre a Radio Elite, a Guayaquil, il presidente Noboa ha sostenuto che esiste una “prova schiacciante” del fatto che i pescatori riforniscono i narcotrafficanti. L’8 ottobre gli uomini dell’equipaggio del Karla-Francesca e del Por-Siempre-Don-Carlos sono comparsi davanti al tribunale di Manta, accusati di associazione a delinquere.
Mogli, sorelle e figlie sono state tenute fuori dell’edificio mentre in aula una giudice rimproverava gli imputati: “Ragazzi, quando entra la professoressa in classe, bisogna fare silenzio”, ha detto rivolgendosi a un uditorio di 45 pescatori preoccupati e a un biologo del ministero della pesca, anche lui sotto processo pur essendo a bordo di una delle barche per una missione di sorveglianza. Rischiano tutti fino a cinque anni di carcere. Ma ben presto il processo ha assunto i contorni di una farsa. “Non c’è alcuna prova, né foto né sms né intercettazioni, né carburante”, afferma uno degli avvocati dei pescatori, Adrian Reyna. Un poliziotto chiamato a testimoniare ammette di non aver potuto accertare la commissione di alcun reato, né di aver ricevuto informazioni dalle forze armate statunitensi o ecuadoriane.
Il giorno prima, il 7 ottobre, i 32 uomini dell’equipaggio del Conquista-2 e del Maria-Candelaria, due pescherecci affondati dagli Stati Uniti, erano stati scagionati dallo stesso tribunale. Uno dei pescatori, Javier Mero, padre di quattro figli, è sollevato anche se ha perso tutto. Gli è stato confiscato il telefono, l’attrezzatura da pesca è stata bruciata insieme alle due barche che erano rimorchiate dal Maria-Candelaria e di cui era proprietario. “Una barca vale 20mila dollari. Era l’eredità di mio padre e la nostra fonte di guadagno. Cosa farò ora?”.
Sotto ricatto
Nella famiglia Mero, originaria del villaggio costiero di Jaramijó, si pratica la pesca fin da bambini e da almeno quattro generazioni. Una foto del bisnonno, a bordo di un piccolo veliero, è esposta in un museo di Manta. Javier Mero lavorava sul Maria-Candelaria insieme a due fratelli e a un nipote. Nessuno ha ripreso l’attività.
◆ All’inizio di marzo 2026 il presidente ecuadoriano di destra Daniel Noboa e il presidente statunitense Donald Trump hanno avviato una serie di operazioni militari congiunte per contrastare la criminalità organizzata e il traffico di droga dal paese andino. Poco prima l’Ecuador aveva aderito allo scudo delle Americhe, l’alleanza strategica lanciata da Trump per contrastare il narcotraffico e di cui fanno parte quasi venti paesi latinoamericani e caraibici. Il 27 ottobre 2026 l’Afp ha reso noto di aver identificato già da giugno vari voli statunitensi nella base militare di Taura, non lontano da Guayaquil, e la presenza di truppe statunitensi.
Secondo fonti di polizia, il 70 per cento della cocaina che arriva in Europa è nascosto in container che partono dall’Ecuador. “Il paese è stato messo in ginocchio dalla cocaina perché non è mai stato attrezzato per affrontare questo problema”, afferma una fonte diplomatica europea che vuole restare anonima. “Ci sono tanti poliziotti quanti narcotrafficanti. Noboa ha scelto di ingaggiare una guerra frontale, ma il rischio è di oltrepassare il limite”. Il 18 giugno il presidente ha decretato di nuovo lo stato di conflitto armato interno, che dà tra l’altro l’immunità al personale degli stati cooperanti secondo gli accordi internazionali in vigore.
Tuttavia i risultati di questa politica ancora non si vedono. Sequestri di persona, estorsioni e un tasso di omicidi tra i più alti del continente: dal 2022 a Manta sono stati assassinati tre procuratori e un sindaco della città. Anche i pescatori della regione ne subiscono le conseguenze. L’8 ottobre cinque di loro sono stati uccisi al largo di Puerto Bolívar, in un attacco compiuto da uomini armati. I pescatori di Manta li chiamano “pirati”. Il capitano del Karla-Francesca, Servio Armando Arcentales Anchundia, si è imbattuto in questi gruppi criminali in più di un’occasione: la prima volta gli hanno rubato un motore e una barca; la seconda è riuscito a seminarli durante la sparatoria.
I “pirati” hanno colpito anche i Mero. Due anni fa, al ritorno da una battuta di pesca, gli hanno rubato due motori. Per riaverli la famiglia ha versato cinquemila dollari per ciascuna imbarcazione. Per proteggersi da queste estorsioni i pescatori devono accettarne un’altra, imposta dai gruppi criminali: la vacuna, una tangente. A ogni uscita in mare e a ogni ritorno in porto pagano circa mille dollari. E ora c’è il rischio di essere affondati dai gringos, dagli statunitensi.
Johnny Valencia, il padre del capitano del Fiorella, ricorda che nel 2025, in un referendum, gli ecuadoriani avevano respinto la proposta di ospitare basi militari straniere sul loro territorio. “La nostra parola non vale nulla”, dice. Dal 16 settembre Washington non ha più condotto attacchi contro i pescatori ecuadoriani. Ma a Manta e nei piccoli porti dei dintorni si parla di un elenco di diverse decine di pescherecci legati al “narcoterrorismo”. L’elenco è circolato sui social media. “In due occasioni i pubblici ministeri hanno evocato quest’elenco in un’udienza, ma senza mai renderlo pubblico”, dice Juan Alvea, uno degli avvocati dei pescatori.
Intanto nella zona la paura non accenna a diminuire. ◆ adr
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Questo articolo è uscito sul numero 1690 di Internazionale, a pagina 56. Compra questo numero | Abbonati