Era un segreto così dilaniante che non riusciva più a tenerlo dentro. Così, a 34 anni, Busola Dakolo, una fotografa nigeriana, è andata in televisione e ha parlato.
Ha raccontato che da adolescente era stata stuprata due volte dal suo padre spirituale dell’epoca, Biodun Fatoyinbo, il leader di una chiesa evangelica con migliaia di seguaci. I suoi fan nutrono una così profonda ammirazione per il suo stile di vita appariscente che lo chiamano “il pastore Gucci”. Lui nega le accuse.
Per anni in Africa occidentale far passare sotto silenzio stupri e molestie sessuali è stata la norma, ma anche qui è arrivata l’onda del movimento #MeToo. In Gambia la vincitrice di un concorso di bellezza ha rivelato di essere stata stuprata dall’ex presidente Yahya Jammeh. Un’ex consigliera del presidente della Sierra Leone ha dichiarato di essere stata violentata da un leader religioso. Una giornalista nigeriana che lavora per la Bbc ha filmato con una videocamera nascosta alcuni docenti universitari che chiedevano insistentemente prestazioni sessuali alle studenti in cambio dell’ammissione ai corsi o di buoni voti. Queste immagini hanno turbato l’opinione pubblica e suscitato indignazione tra i politici. Almeno quattro docenti sono stati sospesi in seguito all’inchiesta.
Eppure molte delle donne che nei mesi scorsi hanno raccontato le loro storie hanno dovuto fare i conti con reazioni violente. La loro reputazione è stata messa in discussione o sono state accusate di mentire. Chi le critica si difende dicendo di nutrire un legittimo scetticismo di fronte ad accuse non ancora provate. Chi le difende, invece, fa notare quanto sia difficile denunciare le violenze sessuali in questa parte del mondo. Anche in Europa e negli Stati Uniti molte donne hanno subìto lo stesso trattamento, ma in Africa occidentale le sopravvissute agli abusi sessuali dicono di provare paura per vari motivi: temono di disonorare le loro famiglie, di allontanare potenziali mariti, di scontrarsi con istituzioni potenti.
“Tutto ruota intorno al bisogno di proteggere questi uomini”, spiega Dakolo. Dopo aver denunciato Fatoyinbo, la fotografa ha ricevuto una visita della polizia che l’informava di aver aperto un’indagine su di lei per complotto. Poche settimane dopo, il pastore è tornato sul pulpito, acclamato dai membri della sua congregazione e sostenuto da un gruppo che si fa chiamare Social justice league (Lega della giustizia sociale). Su Instagram Fatoyinbo ha dichiarato di aver già ricevuto accuse simili da altre persone che volevano ricattare lui e la sua chiesa. “Non ho mai stuprato nessuno in vita mia, neanche quando ero ancora un miscredente”, ha scritto il pastore, che non ha accettato di essere intervistato.
Nella sua casa a Lagos, Dakolo afferma di essersi decisa a parlare dopo che lei e il marito, un cantante nigeriano, hanno saputo che Fatoyinbo ha continuato ad abusare delle donne della congregazione. Ma Dakolo ha dovuto pagare un prezzo molto alto: minacce telefoniche, molestie su internet e una conversazione sullo stupro estremamente difficile con i suoi tre figli. “A un certo punto ti chiedi: ho fatto la cosa giusta?”, dice.
Abusi allo scoperto
La religione ha un peso notevole in Nigeria, un paese di quasi duecento milioni di abitanti, divisi più o meno in parti uguali tra cristiani e musulmani. Le autostrade sono punteggiate di manifesti di predicatori famosi. Ogni anno un popolare ritiro spirituale in un centro chiamato redemption camp attira milioni di persone. A volte i predicatori hanno più visibilità dei politici.
Negli ultimi anni la chiesa di Fatoyinbo, la Commonwealth of Zion assembly, ha aperto sedi in cinque città, diventando una delle più imponenti congregazioni pentecostali nigeriane. Fatoyinbo, che è giovane e sa come usare le nuove tecnologie, predica il cosiddetto vangelo della prosperità, una dottrina sempre più popolare secondo cui per raggiungere il successo bisogna avere fede e fare donazioni alla sua chiesa. I suoi seguaci entrano nel luogo di culto su un tappeto rosso e seguono la vita del pastore – per esempio la sua festa di compleanno su uno yacht a Dubai – sui notiziari.
L’incontro tra Dakolo e Fatoyinbo nella cittadina di Ilorin risale a quasi vent’anni fa, quando lui era ancora un astro nascente e lei un’adolescente. In breve tempo Fatoyinbo diventò un mentore per Dakolo; le faceva complimenti per la sua voce e andava a trovarla a casa per darle dei consigli. Dakolo aveva diciassette anni quando il pastore la stuprò, la prima volta a casa e la seconda sul ciglio di una strada. Distrutta dalle violenze subite, Dakolo raccontò l’accaduto alla sorella e al fratello, e poi affrontò Fatoyinbo. Lui le chiese scusa, racconta oggi Dakolo, attribuendo il suo comportamento all’influsso del demonio.
Il video dell’intervista che Dakolo ha rilasciato a giugno al giornalista Chude Jideonwo, nella quale accusava per la prima volta Fatoyinbo, è stato visto centinaia di migliaia di volte su YouTube. Le sue dichiarazioni hanno scatenato una protesta fuori dalla chiesa e costretto il pastore a ritirarsi temporaneamente dalla scena pubblica. Sui social network altre donne hanno contattato Dakolo per raccontare gli abusi subiti. Una seconda donna si è fatta intervistare, a volto coperto, da Jideonwo, spiegando di essere stata stuprata da Fatoyinbo nel periodo in cui lei si prendeva cura dei suoi figli. Secondo Esther Uzoma, un’avvocata che lavora nella capitale nigeriana Abuja e si occupa di diritti umani, nel giro di pochissimo tempo Dakolo è diventata un’”icona”, un simbolo del “dolore nascosto” di ogni donna nigeriana. Eppure, poco dopo aver rilasciato l’intervista, la reputazione di Dakolo è stata messa pesantemente in discussione.
Alcuni giornali locali hanno ripreso una dichiarazione della Social justice league in cui Dakolo era accusata di essere lo strumento di altri leader religiosi invidiosi di Fatoyinbo che volevano screditarlo. Quando Dakolo ha citato in giudizio il pastore, gli avvocati di lui le hanno fatto causa per danni chiedendo 50 milioni di naira nigeriani di risarcimento (quasi 140mila dollari statunitensi), sostenendo che la sua azione legale era un abuso giudiziario.
La Pentecostal fellowship of Nigeria, un’importante organizzazione che riunisce le chiese e le associazioni pentecostali ed evangeliche del paese, ha promesso un’indagine approfondita, ma di fatto ha archiviato il procedimento quando il pastore non si è presentato all’interrogatorio. Simbo Olorunfemi, un rappresentante dell’organizzazione, ha dichiarato che gli abusi sessuali “non sono e non saranno mai perdonati”, ma che la mancata collaborazione di Fatoyinbo ha reso impossibile l’indagine.
Tra le persone intervistate a Lagos e ad Abuja, le città più grandi della Nigeria, alcune difendono Dakolo. “Fatoyinbo dev’essere punito”, afferma Biba Bukola, 19 anni. “Non importa se è un religioso. Tutti devono imparare la lezione”.
◆ “In paesi come la Nigeria le vittime di violenze e abusi sessuali sul posto di lavoro sanno che i fatti non sono mai sufficienti a ottenere giustizia”, scrive Kechi Nomu su Africa is a Country. Lo scalpore suscitato dal caso del pastore Fatoyinbo aveva fatto sperare che sarebbe stata la volta buona e che la Nigeria avrebbe fatto i conti con una cultura che tollera la violenza contro le donne e le persone vulnerabili. Tuttavia questa speranza è svanita quando, a metà di novembre del 2019, un tribunale ha archiviato la causa di Busola Dakolo contro Fatoyinbo dichiarandola priva di fondamento. Una conferma che il paese non è pronto per il #MeToo. L’ultimo tentativo di adottare leggi contro le molestie sessuali sul posto di lavoro risale al 2008. Sono passati anni ma la Nigeria deve ancora aggiornarsi. In Nigeria sono in vigore leggi che prevedono pene severe per lo stupro, ma le associazioni in difesa delle vittime fanno notare che la definizione del reato è molto restrittiva e che spesso la polizia non procede alle indagini.
Mancanza di solidarietà
Ma in tanti dubitano del racconto di Dakolo. Altre vittime di abusi sessuali hanno dimostrato scarsa solidarietà nei suoi confronti: due delle tre donne che abbiamo intervistato hanno dichiarato di aver subìto stupri in passato, ma hanno preso le parti di Fatoyinbo, sostenendo che Dakolo doveva essere almeno in parte colpevole. “Era grande abbastanza da poter reagire”, ha detto un’insegnante di 25 anni che ha chiesto di rimanere anonima.
La nascita del movimento #MeToo in Nigeria viene fatta risalire al febbraio del 2019, quando una giovane farmacista del nord del paese, una regione particolarmente conservatrice, ha raccontato su Twitter di essere stata quasi uccisa dal ragazzo con cui usciva. Da quel momento hanno cominciato a circolare su internet altre storie di violenze con l’hashtag #ArewaMeToo (arewa significa “nord” nella lingua hausa). Dakolo è uscita allo scoperto qualche mese dopo.
Nell’ottobre del 2019 la Bbc ha mandato in onda un’inchiesta sulle molestie sessuali commesse dai docenti universitari di due importanti università della Nigeria e del Ghana. In un filmato un professore promette di aiutare una ragazza a entrare all’Università di Lagos non sapendo che è una reporter sotto copertura. Dopo aver chiuso a chiave la porta dell’ufficio e aver spento le luci, il docente comincia a palpeggiarla dicendo che le studenti sono abituate a “pagare l’ammissione ai corsi” con il loro corpo. Il video ha scatenato una profonda indignazione sui social network con l’hashtag #sexforgrades e un’immediata reazione politica. Nel giro di pochi giorni è stato presentato in parlamento un disegno di legge che inasprisce le pene per le molestie sessuali dei docenti universitari. Il presidente Muhammadu Buhari ha detto pubblicamente che appoggia la proposta.
Kiki Mordi, la giornalista della Bbc che ha realizzato l’inchiesta, sostiene che il suo lavoro è stato efficace perché per la prima volta le persone hanno visto gli abusi “attraverso gli occhi delle vittime”. Dakolo è contenta che l’inchiesta della Bbc abbia ricevuto tanta attenzione, ma allo stesso tempo si dice frustrata dal fatto che la gente abbia bisogno di vedere un uomo colto in flagrante da una telecamera per prendere sul serio una denuncia. La maggior parte delle donne, aggiunge, non può presentare prove simili.
La predicatrice Busola Olotu, a capo di una congregazione della città di Ilorin ed ex mentore di Fatoyinbo, ha dichiarato di aver parlato con altre tre donne che le hanno raccontato di essere state abusate sessualmente da Fatoyinbo. Nessuna di loro ha rilasciato dichiarazioni pubbliche e tutte hanno rifiutato di essere intervistate.
Una domenica di ottobre i fedeli della congregazione di Fatoyinbo si riversano nella sua chiesa ad Abuja camminando su un tappeto rosso tra cordoni di velluto, davanti a poliziotti in uniforme e alle donne del comitato d’accoglienza fasciate nei loro tubini. “Gioite”: così il comitato di accoglienza incita le persone, elargendo sorrisi mentre prendono posto tra i banchi della chiesa. In migliaia guardano Fatoyinbo salire sul pulpito nel suo completo blu e ascoltano la sua predica sull’importanza di resistere a “qualsiasi cosa il nemico ci sventoli innanzi”. Anche i peccatori, dice, possono redimersi e decidere di imboccare la strada giusta.
Fuori dalla chiesa, mentre le nuvole pomeridiane si addensano in cielo, qualcuno sostiene che il pastore non può aver fatto del male. “Non è stato lui”, afferma Georgina Inah, 27 anni, che sta per terminare il servizio militare volontario nei National youth service corps. Secondo lei Dakolo “è confusa”.
“Quella donna è una bugiarda”, dice John Amodu, una guardia giurata di 44 anni. Altri concedono che un incontro sessuale può anche esserci stato, ma che Dakolo dovrebbe voltare pagina. Dopotutto, il pastore negli anni successivi si è impegnato molto per fare del bene.
“Perdona e dimentica”, suggerisce Stephen Yakubu, 52 anni. “Non è così che dice Dio?”. ◆ vr
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Questo articolo è uscito sul numero 1340 di Internazionale, a pagina 54. Compra questo numero | Abbonati