“Se in Ucraina la Russia cerca di imporre i suoi interessi con i mezzi militari, in Armenia sta provando a farlo con un’operazione politica”, ha detto il presidente del parlamento armeno Alen Simonyan all’inizio di maggio.
Il 7 giugno nel paese si terranno le elezioni parlamentari. E secondo Simonyan, è proprio attraverso il voto che il Cremlino tenta di prendere il controllo delle istituzioni armene. “Ma non permetteremo che il nostro paese si trasformi in un ‘governatorato’ russo. Non diventeremo come la Bielorussia”, ha aggiunto Simonyan, suscitando l’irritazione di Mosca e di Minsk.
L’indignazione russa è diventata ancora più evidente dopo il vertice della Comunità politica europea che si è tenuto a Erevan il 4 e il 5 maggio, insieme al primo summit ufficiale tra l’Armenia e l’Unione europea (Ue). Il ministero degli esteri russo lo ha definito un tentativo europeo di “attirare l’Armenia nell’orbita antirussa” e di esportare “gli aggressivi standard euroatlantici”.
A fare pressione sull’Armenia è intervenuto anche il presidente russo Vladimir Putin, che il 9 maggio ha prospettato uno scenario ucraino per Erevan: “Sappiamo tutti cosa sta succedendo in Ucraina. E com’è iniziato tutto? Con Kiev che cercava di aderire all’Unione europea”, ha detto Putin. Poi ha sottolineato che c’è un’alternativa: un “divorzio pacifico, intelligente e reciprocamente vantaggioso”. Mosca lo accetterebbe a condizione che Erevan sottoponga la questione dell’integrazione europea a un referendum.
Europeisti con cautela
Naturalmente l’Armenia non ha intenzione di indire referendum su istruzioni del Cremlino. Ma il voto del 7 giugno potrebbe avere un valore simile. In caso di vittoria, l’attuale primo ministro Nikol Pashinyan riceverebbe un chiaro mandato per attuare la sua politica europeista.
Intanto, però, il Cremlino sta lavorando per un cambio di regime. Bruxelles “riconosce le aspirazioni europee del popolo armeno, basate sull’adozione della ‘Legge sull’avvio del processo di adesione dell’Armenia all’Unione europea’ del marzo 2025”, si legge nella dichiarazione finale del vertice del 5 maggio. Per Bruxelles questo non comporta alcun obbligo. A Erevan, invece, si pensa che l’Unione sia pronta ad aprire un dialogo in vista dell’adesione.
“Sia la dichiarazione finale sia le parole dei leader ci fanno capire che l’Unione considera l’Armenia un potenziale candidato”, ha detto il leader del Partito europeo d’Armenia, Tigran Khzmalyan, convinto che anche il Cremlino sia consapevole della situazione: “La frase di Putin sulla possibilità di un ‘divorzio civile’ dimostra che a Mosca hanno capito che l’Armenia sta lasciando la sfera d’influenza russa”. Anche il politologo armeno Ruben Mehrabyan è d’accordo. “A Erevan l’Unione europea ha chiarito di avere la volontà di parlare con l’Armenia di adesione”, ha affermato.
In Armenia, tuttavia, è opinione diffusa che non si stiano facendo veri passi avanti verso l’Europa. L’occidente – pensano molti – teme la possibilità di un’altra guerra, e avrebbe chiesto a Erevan di non provocare il Cremlino. Per questo Bruxelles non ha ancora riconosciuto formalmente le aspirazioni del paese.
Gli armeni sanno quale sarebbe il prezzo di una nuova guerra con Baku
C’è però anche un altro motivo che finora ha costretto l’Armenia a mantenere una politica estera “multivettoriale”, cioè in bilico tra la Russia e l’Europa: la mancanza di un accordo di pace con l’Azerbaigian, con cui ha combattuto e perso la guerra per il controllo della regione contesa del Nagorno-Karabakh nel settembre 2023. I funzionari armeni con cui abbiamo parlato hanno riconosciuto che avviare il percorso d’integrazione europeo porterebbe a una rottura definitiva con la Russia. E una mossa simile senza una pace stabile con l’Azerbaigian (e quindi con il suo principale sponsor, la Turchia) sarebbe troppo rischiosa.
Erevan sperava che dopo l’agosto del 2025, quando il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha convocato alla Casa Bianca il primo ministro armeno Nikol Pashinyan e il presidente azero Ilham Aliyev spingendoli a trovare un’intesa, la soluzione sarebbe arrivata rapidamente. Ma alla fine è stato siglato solo un documento programmatico. L’Azerbaigian si è opposto a un accordo perché aveva chiesto di eliminare dalla costituzione armena tutti i riferimenti all’Artsakh (il nome armeno del Nagorno-Karabakh), interpretandoli come una potenziale rivendicazione territoriale. Ma per farlo serviva un referendum, che Pashinyan non ha mai indetto. Molto probabilmente lo farà in tempi brevi dopo il 7 giugno, se riuscirà a restare al governo. Ovviamente tutto ciò sarà possibile solo se non vinceranno le forze filorusse.
Considerata la crescente impopolarità delle autorità armene, causata da fattori oggettivi (primo tra tutti la sconfitta con l’Azerbaigian) e dalla campagna di disinformazione della Russia, quante possibilità ha il partito Contratto civile di Pashinyan di vincere le elezioni per la terza volta di fila?
Stando a un sondaggio realizzato a maggio dal sito indipendente Evn Report, il primo ministro ha l’appoggio del 32,5 per cento degli elettori. Al secondo posto, con il 10,1 per cento, c’è il blocco Armenia forte del miliardario con passaporto russo Samvel Karapetyan, sostenuto personalmente da Putin.
La coalizione Alleanza Armenia dell’ex presidente Robert Kocharyan, anche lui noto per l’amicizia con il leader russo, è al terzo posto, ma rischia di restare sotto la soglia di sbarramento. L’unico altro partito che potrebbe entrare in parlamento è Armenia fiorente dell’oligarca Gagik Tsarukyan, noto soprattutto perché sta facendo costruire nel paese la statua di Cristo più grande del mondo.
Fino a poco tempo fa, tuttavia, la situazione sembrava più promettente per le forze filorusse: secondo un sondaggio della Gallup, ad aprile i loro voti sommati superavano di circa due punti percentuali il partito di Pashinyan. Se questa previsione si avverasse, Contratto civile potrebbe avere molte difficoltà a trovare dei partner per mettere insieme una coalizione di governo.
C’è anche da dire che, stando ai sondaggi, circa il 40 per cento degli intervistati è ancora incerto o rifiuta di rispondere. Tuttavia è difficile immaginare che molti elettori possano spostarsi dalla parte dell’opposizione filorussa, i cui leader hanno un indice di gradimento molto inferiore a quello di Pashinyan, in particolare Kocharyan. Inoltre, a differenza del primo ministro, nessuno sembra in grado di offrire una prospettiva reale agli armeni, ai quali è perfettamente chiaro che il Cremlino non ha nessuna intenzione di battersi per difendere gli interessi di Erevan, a prescindere da quali saranno le posizioni del governo.
Kocharyan cerca di convincere gli elettori a non interrompere l’amicizia con Mosca insistendo sul fatto che bisogna “lasciare aperta una finestra” per ridiscutere la situazione in Nagorno-Karabakh, perché “nessuno sa cosa succederà nel Caucaso tra una decina d’anni”.
Al contrario, Pashinyan vuole riconoscere la perdita della regione in cambio di garanzie certe sull’inviolabilità degli attuali confini armeni. Questo gli consentirebbe di concentrarsi sullo sviluppo del paese. Non a caso la sua formazione si presenta come il “partito della pace” e dipinge gli avversari come esponenti del “partito della guerra”.
Il piano del Cremlino
Questa strategia non piace per niente alla diaspora armena, che però non avrà voce in capitolo nell’elezione del prossimo parlamento. All’interno del paese, invece, raccoglie molti consensi: gli armeni sanno bene quale sarebbe il prezzo di una nuova guerra con l’Azerbaigian e sono stanchi di una politica che sacrifica lo sviluppo economico per il tentativo di mantenere il controllo sul Nagorno-Karabakh.
E infatti più che sulla politica estera Pashinyan sta puntando sulla modernizzazione delle infrastrutture, in una campagna elettorale basata su brevi video diffusi sui social media. Ovviamente un altro suo punto di forza è il miglioramento delle relazioni con l’Unione europea.
“Sappiamo che ogni stato cerca di trarre il massimo vantaggio dalla cooperazione con gli altri paesi, ma bisogna farlo in modo corretto. Non è possibile far parte contemporaneamente dell’unione doganale con l’Unione europea e dell’Unione eurasiatica”, ha detto Putin durante l’incontro con Pashinyan del 1 aprile, avvertendolo che la Russia non accetterà i “tentativi di avvicinamento” all’Unione.
Ma è stata un’altra dichiarazione a fare ancor più scalpore: “In Armenia abbiamo molti amici, davvero tanti, lo sappiamo. Molti armeni vivono nella Federazione Russa. E in Armenia diverse forze politiche sono filorusse. Ci piacerebbe che tutti questi soggetti potessero dire la loro nelle elezioni. Ma alcuni sono in prigione, nonostante abbiano un passaporto russo”. Putin si riferiva al già citato Karapetyan, capo del partito Armenia forte, e attualmente agli arresti domiciliari con l’accusa di tentato colpo di stato. Pashinyan ha risposto ricordando che la costituzione armena vieta la nomina a cariche pubbliche di persone con doppio passaporto.
Nei colloqui riservati, inoltre, Putin ha minacciato misure restrittive, oltre al blocco di tutte le importazioni armene, in caso di un ulteriore avvicinamento all’Unione europea.
Nelle ultime settimane Mosca ha intensificato la pressione, introducendo un graduale blocco delle importazioni di frutta, verdura e altri prodotti alimentari, come l’acqua minerale e il cognac.
Ma i rapporti di forza potranno davvero cambiare radicalmente prima delle elezioni? E difficile, ma non impossibile.
La diaspora ignorata
Un elemento in grado di spostare gli equilibri potrebbe essere la diaspora. L’Armenia, però, non consente ai suoi cittadini all’estero di votare. Per questo si è parlato di un trasferimento di elettori dalla Russia, ma la logistica non gioca a favore di Mosca, perché l’unico mezzo di trasporto sarebbe l’aereo.
Il Cremlino farà comunque di tutto, perché ha bisogno di una rivincita dopo le sconfitte dei candidati filorussi in Ungheria ad aprile e in Moldova nel settembre 2025. Se i suoi sforzi fallissero, l’ultima carta sarebbe quella di contestare il risultato elettorale, alimentando proteste diffuse. Ma anche gli armeni si stanno preparando a questo scenario. ◆ ab
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Questo articolo è uscito sul numero 1668 di Internazionale, a pagina 22. Compra questo numero | Abbonati