Una volta i clienti dovevano tirare fuori centomila euro solo perché Christian Aeby si mettesse al lavoro. Era il prezzo di una giornata di riprese. Aeby faceva il regista di spot pubblicitari. Per esempio quello in cui si vedeva una macchina pazzesca in un paesaggio invernale russo: musica classica in sottofondo e un’auto sportiva bianca solcava la neve fresca, mentre spuntavano un leopardo delle nevi e un orso polare. Poi una voce profonda diceva: “Qui sopravvive solo chi si adatta perfettamente all’ambiente”. E alla fine comparivano lo slogan “Il vantaggio della tecnologia” e il logo dell’Audi.

Per più di 35 anni Aeby si è guadagnato da vivere girando pubblicità come questa. Ha lavorato per l’Audi, la Bmw, la Mercedes, per la Croce Rossa e per l’Ikea. Ha vinto un premio al festival della creatività a Cannes, una specie di oscar per i registi pubblicitari. Insomma, Aeby aveva un grande successo. O meglio, si era adattato perfettamente al suo ambiente. Eppure nel 2018 l’ha lasciato per una vita completamente diversa.

Tre lavoratori su quattro si limitano a fare il minimo indispensabile, in modo diligente e puntuale, ma senza entusiasmo

Oggi Aeby si guadagna da vivere con il pane: fa il panettiere. Quello che conta nella sua nuova vita non è più l’ambientazione perfetta, ma l’impasto perfetto. Non la posizione giusta della cinepresa, ma la temperatura giusta del forno. “Accanto al mio forno sono felice”, dice oggi l’ex regista. Sarà vero? Sembra una storia assurda, ma è emblematica di un bisogno di cambiamento che è urgente e reale. Moltissime persone sognano di ricominciare da capo: fanno il loro lavoro da molti anni e magari anche con grande successo, eppure vorrebbero dedicarsi a qualcos’altro, a cose che per loro hanno più senso o che promettono di dare più gusto.

L’insoddisfazione non è il lusso di una minoranza privilegiata. Secondo uno studio dell’Istituto tedesco di ricerca economica, in Germania una persona occupata su otto è insoddisfatta del proprio lavoro: si tratta di quasi sei milioni di tedeschi. Secondo un sondaggio della società di ricerche Gallup, invece, tre lavoratori su quattro – circa trenta milioni di persone – si limitano a fare il minimo indispensabile, in una sorta di “sciopero bianco”: svolgono le loro mansioni in modo diligente e puntuale, ma non ci mettono né partecipazione né entusiasmo. Non a caso slogan come “Incrociamo le braccia, comincia il weekend!” fanno parte del repertorio fisso dei presentatori radiofonici. Le persone che si sentono poco appagate dal lavoro che fanno sono molte e si chiedono se le cose non potrebbero essere diverse.

Uno studio dell’Istituto di ricerca sul mercato del lavoro e delle professioni in Germania, uscito nel 2012, stimava che ogni anno cambia lavoro il 3 per cento degli occupati tedeschi, circa 1,3 milioni di persone. Succede spesso che chi fa il commerciante al dettaglio, il venditore o il cuoco si ritrovi a lavorare in un settore diverso, mentre di solito chi ha un titolo di studio superiore cambia con minore frequenza. Ma non c’è una statistica che riveli quante sono le persone che sognano di fare un passo simile.

Dalla regia al forno

Questo desiderio è sempre esistito. Già 170 anni fa Karl Marx si lamentava del fatto che ogni persona dovesse svolgere un’attività lavorativa “che le viene imposta e a cui non può sfuggire” e sosteneva che nella società comunista sarebbe stato possibile “fare oggi questa cosa, domani quell’altra, la mattina andare a caccia, il pomeriggio pescare, la sera allevare il bestiame e dopo mangiato fare il critico”, senza per forza dover essere cacciatori, pescatori, pastori o critici.

Era ovviamente un’utopia, e lo è tuttora. Infatti, anche se il mercato del lavoro è diventato più flessibile, le professioni moderne richiedono periodi di formazione prolungati. Ma non potrebbe essere comunque possibile dedicarsi ad attività diverse, almeno in età matura? Le librerie offrono diversi saggi su quest’argomento. Ci sono titoli come Il lavoro dei sogni. Dalla vocazione alla professione, Fa ciò che ami. E guadagnaci oppure, più banalmente, Trova il lavoro che ti rende felice. Poi ci sono libri come Da cardiochirurgo a camionista, in cui alcune persone raccontano come hanno fatto a cominciare una nuova vita.

Amburgo, Germania. Liesa Wernic­ke, ex impiegata di banca, oggi fa la parrucchiera (Bettina Theuerkauf, Die Zeit)

Nel caso di Christian Aeby bisogna andare in un piccolo negozio del quartiere Generalsviertel di Amburgo. Sulla vetrina le lettere bianche compongono la parola “pane” in inglese. Dietro sono disposti tre diversi tipi di pane, illuminati con cura: “Pezzo”, “Martello” e “Flûte”. All’interno un vecchio tavolo di farmacia fa da bancone, e questo è tutto. “È una cosa che amavo anche nel mio lavoro precedente: concentrarsi sull’essenziale, arrivare all’essenza delle cose”, spiega Aeby in piedi sulla soglia. Indossa abiti leggeri e ha tracce di farina sul maglione. “C’è chi vende anche caffè e panini imbottiti, io invece ho solo questo pane speciale”.

Spiegando perché si è lasciato alle spalle la pubblicità, Christian, che ha 61 anni, la prende larga. Certo, lavorare nel settore pubblicitario è stato fantastico, “ma dopo tanti anni ci si stanca, si perde lo slancio e poi ci si innervosisce di più per certe cose”. Per esempio per le noiose teleconferenze internazionali, che Aeby descrive come un teatro dell’assurdo: il collegamento s’interrompe continuamente, c’è chi si aggiunge all’improvviso e chi invece sparisce da un momento all’altro, e poi quando parla quello più importante, il dirigente dell’azienda cliente, non si capisce niente, perché è troppo lontano dalla scrivania (probabilmente ci ha messo sopra i piedi) e non si avvicina al microfono, sordo a ogni preghiera.

Con il passare degli anni il lavoro finisce per somigliare a un matrimonio senza più passione, in cui anche piccole cose, come il tubetto del dentifricio lasciato aperto, scatenano grandi litigi. Nel caso di Aeby a tutto questo si è aggiunto il colpo inferto al suo settore dalla digitalizzazione: girare film è diventato sempre più semplice ed economico. “Quando ho cominciato io, girare aveva qualcosa di magico”, ricorda, “mentre adesso chiunque può fare un video con il cellulare, lavorarci un po’ e convincersi in un attimo di conoscere il mestiere”. È anche per questo che Aeby ha pensato a un piano b.

Mentre era ancora impegnato a produrre spot, passo dopo passo Aeby preparava la sua nuova vita. All’inizio l’unica cosa di cui era certo era che voleva occuparsi di cibo. Aprire un ristorante? Preparare diversi tipi di brodo e venderli? Molte idee erano da accantonare. Solo alla fine gli è venuto in mente il pane. Aeby è originario di Basilea, in Svizzera, e ad Amburgo aveva sempre sentito la mancanza del pane di casa sua, il Büürli (piccolo contadino). Un tempo, racconta, sua madre andava alla stazione di Basilea e metteva sul primo vagone del treno, dietro il posto numero 1, una valigia con venti panini. “E alle 17.35, quando il treno arrivava ad Amburgo, io ero lì a prenderla”.

Quello era il tipo di pane che Aeby voleva produrre ad Amburgo. Si è procurato un forno a legna su eBay, lo ha piazzato in garage e ogni volta che trovava il tempo, tra un progetto di regia e l’altro, si dedicava agli esperimenti con farine, temperature e tempi di lievitazione. Ha fatto anche un periodo di apprendistato da un panettiere di Ginevra. Ci è voluto un anno prima che si ritenesse finalmente soddisfatto del suo pane. A quel punto gli mancava solo una licenza speciale della camera dell’artigianato, che gli consentisse di vendere quel tipo di pane anche se non aveva fatto l’esame da maestro artigiano. Due maestri panettieri hanno ispezionato il forno nel suo garage e poi si sono seduti al tavolo della cucina per farsi spiegare come preparava il pane. Alla fine Aeby ha ottenuto la licenza.

Ci sono voluti altri mesi per comunicare a colleghi e soci allibiti che non avrebbe più prodotto film, ma pane. Da allora è passato più di un anno. Ora l’ex regista ha assunto un maestro panettiere con cui prepara il pane, un apprendista (un rifugiato somalo) e alcune commesse. Lui stesso vende il pane nei mercati settimanali e in negozio, e sta pensando di aprire una filiale a Berlino. Racconta di essere soddisfatto della sua nuova vita dopo quella nella pubblicità e aggiunge: “Molti ex colleghi mi dicono che vorrebbero smettere anche loro, ma non hanno un piano b”.

Chi non cambia mai, ogni anno che passa diventa un po’ più insoddisfatto. Evidentemente esiste una naturale esigenza di cambiamento

Un salone da parrucchiere

I motivi che portano a desiderare una nuova vita sono tanti. Nel caso di Aeby era cambiato il modo di lavorare, ma anche lui stesso. Nella saggistica sulla gestione aziendale da tempo si parla di mid-career crisis, una sorta di crisi di mezza età, ma in ambito professionale: l’idea è che a un certo punto della vita tutti hanno qualche difficoltà con il loro lavoro.

Ma uno studio del 2015, che riportava i risultati di un sondaggio fatto su 22mila statunitensi in un arco di tempo di quarant’anni, ha dimostrato che contava non solo l’età (al contrario, in media i lavoratori più anziani erano più soddisfatti del proprio lavoro), ma anche il tempo passato alle dipendenze dello stesso datore di lavoro. Chi non cambia mai diventa un po’ più insoddisfatto ogni anno che passa. Evidentemente esiste una naturale esigenza di cambiamento, a prescindere dall’età.

A queste ragioni se ne aggiungono altre, sostengono gli esperti. Tom Diesbrock, psicologo e autore di manuali che nel suo studio di Amburgo offre sedute di consulenza individuale a chi vorrebbe cambiare lavoro, racconta che ha clienti provenienti da tutti i settori: avvocati, banchieri, medici, piloti, giornalisti. “Molti credono che con una professione come questa ci si possa considerare felici, eppure i miei clienti sono terribilmente infelici”.

Secondo Diesbrock, i motivi sono due: molti sono finiti quasi per caso a fare il loro lavoro o hanno scelto un corso di studi solo perché apriva molte possibilità di carriera. “Succede spesso a chi ha studiato economia o giurisprudenza”, dice Diesbrock. A un certo punto queste persone hanno realizzato che quello che facevano li rendeva infelici. Il secondo motivo è che capita che mentalità e valori cambino nel corso della vita. “Non è detto che quello che ci dava la spinta a vent’anni ci sembri attraente anche a quaranta”.

Secondo Diesbrock, il problema non è riconoscere la propria condizione, la cosa più difficile è cambiarla. “A ogni idea che ti viene, la mente ti presenta subito delle obiezioni”. E allora molti si dicono: “Vabbè, chiaramente con questo non ci camperesti” oppure “alla mia età me lo posso anche scordare” o anche “mi renderei ridicolo”. Fare i conti con questo tipo di esitazioni è importante, ma non all’inizio: “Altrimenti si finisce per mettersi i bastoni tra le ruote da soli”.

In generale per molti è difficile avere un approccio sistematico al proprio futuro. “C’è chi ci pensa e ci ripensa, arrovellandosi per anni”, dice Diesbrock. “Ma tutto resta vago, non c’è impegno e così non si arriva da nessuna parte”

Per lasciarsi alle spalle quello che da tanto tempo fa parte della nostra vita bisogna essere determinati, soprattutto quando si tratta di cambiamenti apparentemente incomprensibili. Come quello di Liesa Wernicke, originaria di Rostock, che dieci anni fa è passata da una banca a un salone di parrucchiere. Oggi ha 33 anni e gestisce una filiale della catena svizzera Ryf ad Amburgo.

Nel suo salone ci racconta delle reazioni sconcertate che la sua decisione provocò. All’inizio capitava anche a lei di pensare: “È assurdo, la settimana scorsa eri in riunione per discutere di titoli finanziari e ora sei qui a spazzare un pavimento pieno di capelli”. Le altre apprendiste parrucchiere della scuola di formazione professionale la guardavano stranite: lei aveva 25 anni, le sue compagne di classe 16, lei leggeva la Frankfurter Allgemeine Zeitung, le altre controllavano Facebook. E i clienti del salone s’innervosivano perché, mentre tagliava i capelli, come se niente fosse li interrogava sulla loro situazione economica. La forza dell’abitudine!

Ma lei aveva avuto le sue ragioni per cambiare settore. Quando andava ancora a scuola a Rostock, Wernicke voleva fare la truccatrice. E visto che il mestiere è legato a quello di parrucchiera, aveva fatto qualche tirocinio nei saloni. Poi, però, aveva abbandonato la scuola per seguire il fidanzato, che si trasferiva ad Amburgo. Secondo i suoi genitori era una pessima idea, ma Wernicke si era impuntata: “Volevo farcela da sola, perciò avevo bisogno di una formazione professionale che mi desse un mestiere pagato bene”, racconta. “Dal momento che ero portata per i numeri, qualcuno mi disse: ‘Ma perché non vai a lavorare in banca?’. E io mi candidai”. All’epoca aveva 17 anni.

All’inizio il lavoro le piaceva: aveva colleghi e un capo fantastici. Lavorò alla cassa di risparmio di Amburgo per otto anni, poi si prese un anno sabbatico, in cui viaggiò negli Stati Uniti. Si sentiva libera e aveva tanto tempo per pensare: davvero voglio passare altri quarant’anni della mia vita in una banca? E poi con la diffusione dell’online banking le filiali avevano un futuro? Quando tornò a casa, scoppiò la crisi economica del 2008 e la giovane bancaria vide i suoi clienti perdere tutti i risparmi: “È una cosa che ti colpisce”, dice Wernicke. E all’improvviso lavorare in banca non le sembrò più “così affascinante”.

Quindi si mise alla ricerca di un’alternativa, informandosi sull’apprendistato da parrucchiera. E fece i conti: sarebbero bastati i soldi per lei e il suo ragazzo, un laureato in legge che ancora faceva il praticantato? All’inizio il piano era dividersi tra il lavoro di parrucchiera e quello di insegnante in una scuola professionale. Alla fine andò a parlarne con il suo capo, che capì: lui stesso aveva sempre sognato di fare il poliziotto.

Berlino, Germania. Frank-Michael Scheele, ex agente di viaggio, oggi è sacerdote (Bettina Theuerkauf, Die Zeit)

I colleghi, per salutarla, improvvisarono un salone da parrucchiera nella mensa della banca e le regalarono un paio di forbici. Un collega, che si era fatto crescere i capelli apposta per l’occasione, se li fece tagliare di fronte a un pubblico divertito. Oggi Wernicke è direttrice part-time di una filiale e ha un bambino piccolo. Dice di non avere rimpianti.

Ma sono casi isolati o è vero che cambiare settore rende più felici? Secondo i ricercatori non sempre: chi è costretto a cambiare, magari a causa di un licenziamento, di solito con il nuovo lavoro non è più soddisfatto di prima. Chi invece comincia di propria iniziativa un percorso nuovo ne è particolarmente felice. Da una ricerca degli economisti Clemens Hetschko, della Freie Universität di Berlino, e Adrian Chadi, dell’università di Costanza, risulta che con un cambiamento volontario crescono sia la soddisfazione lavorativa sia quella esistenziale. Ma è un’euforia che non dura: passati circa due anni la felicità si dimezza.

Quelli che come Hetschko studiano questi meccanismi lo chiamano “effetto honey­moon-hangover”: prima ti senti innamoratissimo del nuovo lavoro, poi si fa strada l’abitudine, e l’entusiasmo cala, anche se lentamente. Dopo nove anni la felicità è tornata ai livelli di una volta. Si tratta comunque di valori medi. Nel caso singolo le cose possono andare diversamente. Inoltre ricerche come questa analizzano ogni tipo di cambiamento, anche solo di datore di lavoro, non si concentrano solo sul passaggio da un ambito lavorativo a un altro. È pensabile che in quest’ultimo caso l’appagamento duri molto di più. C’è però una cosa che la ricerca sulla felicità mostra chiaramente: non c’è un evento che lasci tracce così profonde e durature quanto la disoccupazione. Quindi un tentativo fallito di cambiare settore è una catastrofe, bisogna prepararsi bene a un passo simile.

Per esempio, frequentando un corso all’università. Alla Leibniz-Universität di Hannover, un venerdì pomeriggio, tre uomini e quattro donne sono seduti in cerchio. I loro nomi di battesimo sono scritti su dei cartoncini. Al centro c’è un vaso con delle rose arancioni e una pila di volumi con indirizzi e numero di telefono di aziende e istituzioni. Marc Buddensieg, l’istruttore, sta distribuendo dei bigliettini. È la sesta giornata del seminario intensivo di life work planning. Il corso dura dodici giorni e fa parte dei programmi di formazione continua offerti dall’università.

Seduti in cerchio tra gli altri ci sono Franziska, addetta stampa di una grande azienda, Jan, che lavora nell’industria chimica, e Stefanie, dipendente di un gruppo che vuole fare tagli al personale. I loro nomi sono di fantasia: nessuno deve sapere che partecipano a questo corso. Nella mattinata Franziska, Jan, Stefanie e gli altri sono andati in giro a piccoli gruppi per parlare con persone che lavorano in diversi settori professionali, chiedendogli di descrivere il loro lavoro.

I colloqui di quel giorno dovevano essere solo un primo allenamento e quindi gli iscritti hanno scelto settori che trovavano interessanti ma in cui non volevano davvero lavorare. La loro scelta è caduta sulla cantieristica navale, i giardini e il restauro di auto d’epoca. Dopo aver trovato le imprese adatte, si sono messi in moto, ma senza fissare appuntamenti. Sono andati semplicemente a bussare alle porte delle aziende o hanno fatto domande in giro.

Anna all’inizio era carpentiera, poi ha studiato architettura e oggi dirige l’ufficio per le politiche artigianali della confederazione dei sindacati tedeschi

“Ha funzionato sorprendentemente bene”, riferisce Frank agli altri seduti in cerchio. “Per rompere il ghiaccio è stata utile soprattutto la domanda ‘com’è arrivato a lavorare in questo settore?’. Le persone ci hanno raccontato un sacco di cose”. Marc Buddensieg annota tutto sulla lavagna: 21 tentativi di colloquio, di cui 19 riusciti. Un colloquio si considera riuscito quando l’interpellato risponde volentieri. “L’esperienza insegna”, dice Marc, “che di fronte a una domanda posta con educazione quasi tutti si aprono volentieri”.

Un elemento sempre presente nei corsi di life work planning sono le brevi interviste di lavoro condotte di persona usando un questionario fisso. Altri esercizi sono scrivere brevi racconti di esperienze di successo, stilare graduatorie di obiettivi e fare schemi dei processi decisionali. Lo scopo è trovare un settore lavorativo che si adatti perfettamente alla personalità del singolo. Il metodo è stato sviluppato negli anni settanta dal pastore statunitense Richard Nelson Bolles. Il suo libro Ce l’hai il paracadute? L’arte di trovare il tuo lavoro è stato un successo internazionale ed è ormai un classico.

L’idea originaria prevede anche che durante il percorso i partecipanti registrino capacità e interessi su un diagramma a forma di fiore. Si dice che Bolles amasse raccontare questa storia: su un pendio delle Rocky mountains, a una certa altitudine, crescono dei fiori particolarmente belli. Molti escursionisti ne sono così entusiasti che li sradicano per portarseli a casa e piantarli in giardino. Solo che lì i fiori deperiscono, perché hanno bisogno di un ambiente specifico. Per le persone vale lo stesso discorso: per poter fiorire ognuno ha bisogno dell’ambiente giusto.

Marc Buddensieg, il formatore del corso intensivo di life work planning di Hannover, teme che un diagramma a forma di fiore sia troppo bizzarro, perciò ai suoi iscritti fa realizzare un grafico a torta. “È più adatto alla Germania”, dice, “qui abbiamo una mentalità da ingegneri”.

Ma il metodo funziona? Ogni tanto tornano gli iscritti ai corsi precedenti, con cui Buddensieg organizza delle rimpatriate. Questo venerdì ci sono 19 donne e tre uomini. Tutti sostengono convinti il life work planning, anche se alcuni dicono che per loro è cambiato poco e altri che ora sono insoddisfatti del nuovo lavoro quasi come del vecchio.

Il parroco di Wilmersdorf

Ma ci sono anche storie diverse, come quella di Patricia, che quando ha frequentato il corso era “disoccupata e disorientata. Lì ho capito di avere un certo talento per l’informatica. Ormai sono dieci anni che lavoro nel settore”. C’è la storia di Anna, che all’inizio era carpentiera, poi ha studiato architettura e oggi dirige l’ufficio per le politiche artigianali della confederazione dei sindacati tedeschi a Berlino. Oppure la storia di una segretaria d’azienda che ha deciso di studiare da assistente sociale.

Corsi, libri e consulenze servono a chi da solo non ha il coraggio di affrontare percorsi nuovi. Altri più determinati ce la fanno anche da soli. Per esempio
Frank-Michael Scheele. Un freddo lunedì mattina quest’uomo robusto sfreccia per il quartiere berlinese di Wilmersdorf in sella alla sua Vespa nera. Con il casco, anche quello nero, sembra un rockettaro. La Vespa ha davanti uno stemma argentato con la scritta “Vaticano”. Scheele si ferma davanti alla chiesa di Heilig-Kreuz, di cui è il parroco. La sua sembra una storia impossibile: a 25 anni ancora non era neanche battezzato. E non aveva il diploma di maturità. Poi a 49 si è iscritto alla facoltà di teologia, anche se da tempo aveva già fatto carriera in un altro campo.

Mentre fuma una sigaretta nel suo ufficio accanto alla chiesa, lo stesso Scheele si meraviglia del suo percorso. Di recente ha visto Moonraker. Operazione spazio, un vecchio film di James Bond. “C’è Bond che vola su un Concorde, e io ho pensato: ehi, su un aereo così ci sono stato anch’io”. Su quel lussuoso jet supersonico Scheele non c’era solo salito, lo aveva anche noleggiato più di una volta per voli charter intorno al mondo.

Nella sua vita precedente, infatti, gestiva il settore viaggi dell’azienda di carte di credito American Express Deutschland: era responsabile delle sue agenzie di viaggi e in particolare dei servizi speciali, per esempio i viaggi intorno al mondo in Concorde. “Mi occupavo dei nostri clienti vip, quindi dovevo preparare tutto personalmente”, racconta. “Esaminavo gli alberghi e mi assicuravo che a Kath­mandu si trovassero panini decenti”.

Scheele aveva cominciato a fare questo lavoro per caso: un amico di sua madre gli aveva offerto un posto da apprendista in un’agenzia di viaggi, e lui aveva colto l’occasione. Anche se dice che quel lavoro gli piaceva molto, poi decise di prendere un’altra strada.

La storia del suo cambiamento comincia con una richiesta: fare da padrino di battesimo a un bimbo. Per questo Scheele, che all’epoca aveva 23 anni e non era battezzato, scelse di recuperare il sacramento. “Solo che non sapevo se diventare cattolico o protestante”, ricorda. “Allora sono andato a vedere diverse messe e – da bravo commerciante – ho fatto una lista di pro e contro”. Alla fine la lista dei pro della chiesa cattolica si rivelò più lunga. Per sei mesi, Scheele prese lezioni da un gesuita e cominciò a pensare che fare il prete non gli sarebbe affatto dispiaciuto.

Ma, anche se da allora la fede non l’ha mai abbandonato, ci è voluto parecchio tempo. All’inizio si limitava a frequentare tutte le messe che poteva. “Il fatto positivo della chiesa cattolica è che puoi trovarla anche nei posti più sperduti”. Successivamente frequentò un corso di formazione da diacono della durata di quattro anni: la sera, dopo il lavoro. Questo ministero, che ha competenze ridotte, può essere esercitato anche come seconda occupazione. Più tardi venne a sapere che in un seminario vicino a Bonn si poteva studiare teologia anche senza diploma di maturità. Bastava essere in possesso, come lui, di un attestato di formazione professionale.

Scheele non aveva famiglia e nel frattempo era diventato un imprenditore: gestiva una grande agenzia di viaggi a Berlino, sull’elegante via del Kurfürstendamm. La decisione di rinunciare a tutto questo per dedicarsi a Dio maturò dopo la visita a un convento e il pellegrinaggio lungo il cammino di Santiago di Compostela. “Anche se mi sono mosso più sulle ruote che a piedi”, ammette Scheele con franchezza.

La scelta giusta

Dal 2009 fa il parroco a Wilmersdorf. Non ha mai rimpianto di aver cambiato lavoro. Al contrario: “Quando preparo un funerale, capita che i parenti mi raccontino che la persona morta era sempre stata insoddisfatta del suo lavoro e avrebbe voluto fare altro”, racconta. “È una cosa che mi rattrista molto. Ognuno merita di provare piacere sul lavoro”.

Christian Aeby, Liesa Wernicke e Frank-Michael Scheele hanno rivoluzionato la propria vita. Per loro è stata la scelta giusta. Ma consulenti come Diesbrock e Buddensieg sottolineano che un passo così radicale è un’eccezione: in genere i loro clienti fanno piccoli cambiamenti, per esempio assumendo mansioni diverse nello stesso ambito professionale oppure sfruttando l’esperienza accumulata per mettersi in proprio. Spesso per ottenere buoni risultati e ritrovare la gioia del lavoro basta questo. Ma una cosa bisogna farla per forza: non limitarsi a sognare e rimboccarsi le maniche. ◆ sk

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Questo articolo è uscito sul numero 1355 di Internazionale, a pagina 56. Compra questo numero | Abbonati