Ricevere lo stipendio se si è costretti a stare a casa per assistere un figlio in quarantena. Avere il diritto di non lavorare se si ha paura di essere contagiati. Poter chiedere un congedo per malattia fino a sei mesi. Spesso gli statunitensi pensano che i paesi europei abbiano politiche sociali troppo generose. Ma in un momento in cui i governi di tutto il mondo si affannano per contenere l’epidemia del nuovo coronavirus, alcuni esperti sono convinti che i programmi di assistenza sociale e le leggi pensate per proteggere i lavoratori possano rappresentare un potente vaccino contro una delle più temute conseguenze del virus: la recessione econo­mica.

È il caso, per esempio, dell’assistenza sanitaria universale adottata dalla maggior parte dei paesi europei, che durante un’epidemia permette di evitare il crollo dei consumi, perché le persone non devono pagarsi il ricovero se vengono contagiate. “Se fossi negli Stati Uniti avrei molta paura delle spese da affrontare”, spiega Ángel Talavera, economista della società di consulenza Oxford Economics, con sede a Londra. “Gli europei, invece, non hanno questo tipo di preoccupazione”.

Roma, 9 marzo 2020. Basilica di San Giovanni in Laterano

Negli ultimi giorni i leader politici e i direttori delle banche centrali hanno promesso di adottare tutte le misure necessarie per evitare una recessione. Il 3 marzo la Federal Reserve, la banca centrale statunitense, ha tagliato i tassi d’interesse nel tentativo di contenere la ricaduta economica della diffusione del virus, ma non è chiaro fino a che punto il provvedimento possa essere utile.

In ogni caso, secondo gli economisti le misure più efficaci per evitare la crisi economica non sono tanto i tagli dei tassi d’interesse o gli incentivi ai consumi, ma i cosiddetti “stabilizzatori automatici”, cioè quei meccanismi in vigore che proteggono i lavoratori, forniscono assistenza sanitaria a basso costo e aiutano le aziende a superare i periodi difficili. Alcune di queste norme sono state introdotte durante la crisi finanziaria del 2008. La garanzia che i lavoratori non saranno costretti a scegliere tra le cure sanitarie e il pagamento dell’affitto è un fattore psicologico cruciale in un momento in cui l’Italia ha chiuso tutte le scuole, la Francia lo ha fatto in parte, il Regno Unito ha emanato un “piano d’azione” per evitare la diffusione del virus e le aziende di tutto il continente cancellano viaggi e riunioni per limitare l’esposizione dei dipendenti all’epidemia.

I provvedimenti, naturalmente, cambiano da un paese all’altro. In molti stati europei gli autisti di Uber e i liberi professionisti spendono molto meno per curarsi rispetto a chi fa lavori simili negli Stati Uniti, ma comunque non hanno lo stesso livello di protezione sociale dei lavoratori dipendenti. Il 5 marzo il governo italiano ha approvato un piano da 7,5 miliardi di euro per assistere le imprese e le famiglie colpite dal virus.

Vicini ai lavoratori

Gran parte dei governi europei si sta facendo carico dei costi dei congedi per malattia e sta aiutando le piccole imprese in difficoltà. Nella maggior parte dei paesi è previsto che le aziende concedano ai dipendenti un congedo per malattia retribuito. In Germania, Francia, Danimarca e Paesi Bassi, per esempio, i lavoratori malati, in quarantena o costretti dal datore di lavoro a restare a casa hanno diritto a ricevere uno stipendio pieno, in alcuni casi per un periodo di sei mesi. In Francia i lavoratori possono avvalersi del cosiddetto droit de retrait: possono non andare a lavorare se percepiscono un rischio per la loro salute e la sicurezza, senza per questo verdersi decurtare lo stipendio o subire sanzioni.

In Europa i costi dell’epidemia sono sotto gli occhi di tutti, come dimostra la cancellazione del salone internazioanle dell’auto di Ginevra, che toglie all’industria automobilistica europea una delle sue principali vetrine. Alcuni governi stanno agendo in modo più aggressivo rispetto ad altri per bilanciare le perdite economiche. L’attenzione delle autorità si concentra soprattutto sulle piccole e medie imprese, zoccolo duro dell’attività economica in Europa, con sgravi fiscali, proroghe per il pagamento delle tasse e un accesso facilitato agli aiuti statali.

Stati Uniti
Risposta disorganizzata

◆ “Mentre cresce il numero di persone contagiate dal nuvo coronavirus, è sempre più evidente che il sistema sanitario statunitense non è in grado di affrontare la situazione”, scrive il Washington Post. Secondo i dati aggiornati all’11 marzo, gli statunitensi che hanno contratto il virus sono 1.015 in 38 stati, e almeno 31 persone sono morte. Finora sono stati colpiti più duramente gli stati della costa ovest, in particolare California, Oregon e soprattutto Washington, dove il contagio è partito da una casa di riposo nella contea di King. In questi stati, così come a New York, è entrato in vigore lo stato d’emer­genza.

Alle difficoltà dovute agli alti costi dell’assistenza sanitaria, che potrebbero portare molte persone a decidere di non farsi curare, si aggiungono i problemi di organizzazione. “Nelle aree rurali del Texas e di altri stati i piccoli ospedali non hanno i tamponi per sottoporre le persone ai test. In ogni caso i laboratori per analizzare i campioni si trovano a ore di distanza, quindi molti ospedali non saranno in grado di determinare quante persone sono affette da Covid-19, e questo renderà più difficile l’adozione di una politica sanitaria su scala nazionale. Inoltre solo gli ospedali più grandi e quelli universitari sono dotati di respiratori e di reparti di terapia intensiva, indispensabili per mantenere in vita i pazienti con sintomi respiratori gravi.

In molte regioni del paese i medici stanno affrontando l’epidemia usando vecchi protocolli, come quello per l’ebola e per la Sindrome respiratoria acuta grave (Sars), e questo rende più difficile contenere il virus. Infine in tutto il paese mancano posti letto dove mettere i pazienti in quarantena. Quasi tutti i maggiori ospedali sono generalmente pieni anche in periodi di normalità”.

Le carenze strutturali sono state aggravate dal ritardo e dalla disorganizzazione con cui l’amministrazione Trump ha affrontato la diffusione del virus. “Per sei settimane, tra la fine di gennaio e l’inizio di marzo, il presidente non è stato in grado di capire la gravità della situazione”, scrive Politico. In quel periodo Trump si è comportato come se l’epidemia riguardasse il resto del mondo ma non gli Stati Uniti, e non ha preso in considerazione le raccomandazioni degli scienziati che chiedevano
al governo di prepararsi
ad affrontare lo scenario peg­giore.


A inizio marzo il ministro delle finanze francese Bruno Le Maire ha offerto alle imprese colpite un finanziamento statale per coprire i sussidi parziali di disoccupazione, oltre a un credito agevolato presso Bpifrance, la banca d’investimenti statale. La Francia ha dichiarato il virus un événement de force majeure, un evento di forza maggiore, e questo significa che i fornitori non saranno penalizzati nel caso non riescano a rispettare i contratti stipulati con il governo.

In Italia, centro dell’epidemia europea, il governo ha annunciato misure simili a quelle adottate dopo i terremoti che hanno colpito il paese negli ultimi anni: le imprese potranno ottenere subito dei sussidi per i lavoratori in congedo, oltre a una deroga sul pagamento delle imposte in modo da bilanciare il crollo delle vendite e della produzione.

Altri paesi hanno deciso di temporeggiare in attesa di capire quali saranno i danni economici dell’epidemia. In Spagna le autorità hanno dichiarato che è troppo presto per adottare misure economiche, perché non è ancora chiaro quale sarà il reale impatto del virus. In Germania per il momento c’è ancora una forte riluttanza all’idea che lo stato si faccia carico dei debiti delle aziende o conceda stimoli fiscali.

I paesi dove la diffusione del contagio non accenna a rallentare hanno deciso di intervenire con ogni mezzo. La Francia ha reagito con forza nel momento in cui la minaccia ha coinvolto le scuole, adottando nuove misure per consentire ai genitori di assistere i figli in quarantena senza perdere lo stipendio. In Danimarca il governo ha annunciato che i genitori potranno prendere un congedo fino a 52 settimane per occuparsi dei figli minorenni malati in modo grave.

Aiuti insufficienti

Già in precedenza nel Regno Unito i datori di lavoro erano obbligati a garantire ai dipendenti un congedo in caso di improvvisa malattia di un parente o di un figlio. A inizio marzo il primo ministro Boris Johnson ha annunciato che il congedo per malattia sarà pagato fin dal primo giorno di assenza per le persone che potrebbero aver contratto il Covid-19 (anziché al quarto, come previsto per le altre malattie). Tuttavia alcuni hanno sottolineato che due milioni di lavoratori con stipendi bassi (cioè che prendono meno di 130 euro alla settimana) non guadagnano abbastanza per avere diritto all’assistenza prevista dal piano di Johnson. Questo aspetto evidenzia la natura discriminatoria di alcuni strumenti di protezione.

In una delle zone rosse della Lombardia Taylan Arslan, 33 anni, ha dovuto rinviare l’apertura di uno stabilimento per la produzione di kebab dopo che il governo italiano ha imposto un blocco per tutte la attività economiche non essenziali, lasciando senza lavoro i suoi 57 dipendenti. Il piano d’emergenza del governo garantisce un accesso facile e rapido agli aiuti per la disoccupazione, e inoltre Arslan riceverà personalmente 500 euro al mese. Ma la cifra, sostiene l’imprenditore, non bilancia le perdite subite, che pur considerando gli sgravi fiscali promessi ammonterebbero a circa 12mila euro al giorno.

E comunque l’Italia non potrà andare avanti così per molto. Il debito pubblico supera di gran lunga la produzione economica, e Roma non può permettersi di perdere la fiducia degli investitori. “A breve termine il governo può essere d’aiuto”, spiega Carl Weinberg, capo economista di High Frequency Economics, una società di consulenza di New York. “Ma lo stato non può assistere la popolazione per sempre. Prima o poi qualcuno dovrà pagare il prezzo di tutto questo”. ◆ as

Internazionale pubblica ogni settimana una pagina di lettere. Ci piacerebbe sapere cosa pensi di questo articolo. Scrivici a: posta@internazionale.it

Questo articolo è uscito sul numero 1349 di Internazionale, a pagina 16. Compra questo numero | Abbonati