La storia della crisi dei migranti nel Mediterraneo centrale, una storia di morti e naufragi, sta tutta su una scrivania disordinata e piena di documenti in una piccola stanza della procura di Siracusa.
Lì, tra montagne di fogli c’è il commissario Carlo Parini, 56 anni, capo di una squadra che combatte l’immigrazione irregolare. Parini è pensieroso. A novembre è arrivato l’annuncio della chiusura della squadra nella storica città della Sicilia sudoccidentale, con una giustificazione inattesa: “Gli sbarchi dalla Libia si sono ridotti dell’ottanta per cento e questo ufficio non è più necessario”.
Dal 2006 a oggi, Parini – figura imponente, con il suo metro e novantacinque di altezza – ha guidato il Gruppo interforze di contrasto all’immigrazione clandestina (Gicic). In questo periodo, circa duecentomila persone sono arrivate sull’isola. Le loro storie sono tutte catalogate nei faldoni polverosi che riempiono l’ufficio di Parini e che negli ultimi giorni sono stati trasferiti in scatole di cartone destinate all’archivio, nello scantinato. “Dicono che sono finiti gli sbarchi… così dicono. Eppure quest’anno abbiamo fermato dodici barche a vela che trasportavano migranti dalla Turchia”, sottolinea Parini. “Seguiamo queste indagini da tanti anni. Eravamo quasi arrivati al cuore dell’organizzazione criminale. Peccato interromperle”. Con lo sguardo che vaga per l’ufficio alla ricerca di qualcosa che teme di aver perso, Parini all’improvviso esclama: “Eccolo qui, finalmente! Lo cercavo da giorni. Leggi, questo è il mio primo sbarco”. Parini lo ricorda come se fosse ieri. Trentacinque abitanti dello Sri Lanka infreddoliti erano arrivati in Italia dall’Egitto a bordo di un’imbarcazione di legno. Era una sera d’inverno del 1999, e lui era ancora un semplice funzionario dell’antimafia. Mentre aspettava l’arrivo dei migranti nel porto di Riposto, sulla costa a nord di Catania, Parini non aveva idea che quel momento avrebbe cambiato la sua vita e inaugurato una carriera ventennale.
Oltre mille persone arrestate
Il giorno dopo, i quotidiani italiani scrissero che lo sbarco era un “caso isolato”. Nessuno – né la polizia né la stampa – avrebbe potuto prevedere quello che sarebbe successo negli anni seguenti, che l’Europa avrebbe affrontato la più grave crisi di migranti e rifugiati dopo la seconda guerra mondiale. Lo sbarco nel porto di Riposto era solo la punta dell’iceberg.
Nel duemila le persone che hanno attraversato il Mediterraneo per raggiungere la Sicilia sono state 2.782. Nel 2002 sono state 18.225. Nel 2011 sono sbarcate in 57.181. Tra il 2006 e lo scorso novembre Parini ha gestito 1.084 nuovi arrivi, ha indagato sulla morte di oltre duemila migranti e ha arrestato 1.081 persone accusate di traffico di esseri umani. L’ultimo dato gli ha fatto guadagnare l’attenzione della stampa internazionale e il soprannome di “cacciatore di scafisti”.
“Lavoravamo giorno e notte, senza sosta. Trascorrevamo le giornate al porto. Un giorno uno dei miei uomini ha avuto un infarto. Non aveva praticamente dormito per tre giorni. Poi è arrivato quel maledetto ottobre del 2013, che ha cambiato per sempre la crisi dei migranti. Che cambiò probabilmente un po’ tutti noi”.
Parini si riferisce alla strage di Lampedusa del 3 ottobre 2013, quando 368 persone annegarono nel Mediterraneo tentando di raggiungere la Sicilia. Fino ad allora i governi europei si erano limitati a osservare la crisi dalle grandi capitali. In quel momento decisero che bisognava agire. Il 18 ottobre l’Italia lanciò l’operazione Mare nostrum, un intervento militare a fini umanitari per evitare che si ripetessero simili tragedie. Parini diventò uno dei comandanti della missione. A bordo della nave militare San Giorgio cominciò a pattugliare le acque del Mediterraneo centrale per soccorrere le imbarcazioni in difficoltà.
“Abbiamo salvato migliaia di vite”, ricorda Parini, “e contemporaneamente abbiamo cercato di indagare sulle persone coinvolte nel traffico, quelle che sfruttano i migranti per arricchirsi”.
Le autorità italiane convinsero i colleghi dell’Unione europea a partecipare alla missione sulla base di un principio un po’ idealistico: la stessa strategia adottata per catturare i mafiosi avrebbe funzionato nella lotta ai trafficanti. La magistratura siciliana sospettava che il traffico fosse regolato da una struttura di potere basata su un codice d’onore simile a quello di cosa nostra. Per questo motivo è stato deciso di usare le intercettazioni, uno strumento vitale nella lotta alla mafia. Seduti dietro le loro scrivanie, gli inquirenti ascoltarono le conversazioni di centinaia di persone in Africa. Tuttavia, senza informazioni attendibili, la caccia ai trafficanti a distanza si è rivelata frustrante. “Abbiamo arrestato migliaia di scafisti”, spiega Parini. “Era il nostro compito. Ma i veri trafficanti si trovavano in Libia e noi non avevamo uomini in Libia”.
Mentre le autorità siciliane portavano avanti la loro caccia, in Europa la presenza di migranti e rifugiati alimentava le proteste, l’ascesa del populismo di destra e politiche autoritarie e repressive nei confronti dei richiedenti asilo.
L’operazione Mare nostrum fu sostituita dall’operazione Triton, il cui obiettivo principale era quello di pattugliare il Mediterraneo piuttosto che salvare vite umane. Nel 2015 le imbarcazioni delle ong cominciarono a operare in acque libiche. Da allora hanno salvato decine di migliaia di vite. E le autorità le prendono di mira, confiscando le imbarcazioni senza una ragione plausibile. “Nel corso del mio lavoro, non ho mai avuto problemi con le ong”, spiega Parini. “Anzi, alcune di loro erano molto efficienti”.
Gli sbarchi dei migranti si sono ridotti drasticamente nel febbraio del 2017, quando nel tentativo di ridurre i flussi migratori Marco Minniti, all’epoca ministro dell’interno del governo di centrosinistra, ha stretto con la guardia costiera libica un accordo che favoriva il ritorno dei migranti e dei rifugiati in Libia, un paese dove secondo le ong queste persone sono sottoposte a maltrattamenti e torture. “Non so cosa stia succedendo in Libia”, sottolinea Parini. “Ma dai racconti delle migliaia di migranti che ho interrogato, sembra essere un posto infernale. Le ferite e i segni delle torture sui loro corpi sembravano dimostrarlo. Molte donne venivano stuprate in Libia. Alcune di loro, quando partorivano qui in Sicilia, abbandonavano i figli perché quei bambini erano il frutto di una violenza che volevano dimenticare per sempre”.
Secondo Amnesty international, nel 2017 circa ventimila persone sono state intercettate dalla guardia costiera e riportate in Libia.
È più probabile annegare
A giugno in Italia si è insediato un nuovo governo nato dall’alleanza tra i populisti del Movimento 5 stelle e la Lega, una formazione di destra. Il nuovo ministro dell’interno, Matteo Salvini, è noto per le sue posizioni contro l’immigrazione. La prima mossa di Salvini è stata chiudere i porti italiani alle navi che effettuano le operazioni di soccorso. Parini preferisce non commentare le strategie del ministro, un silenzio che forse vale più di mille parole.
Oggi le imbarcazioni delle ong sono quasi scomparse dal Mediterraneo centrale. Le persone in cerca di asilo continuano a rischiare la traversata, ma senza le navi di salvataggio è probabile che i naufragi aumentino drammaticamente. L’anno scorso il numero delle vittime è calato, ma quello degli annegati rispetto al totale delle persone sbarcate è cresciuto enormemente negli ultimi mesi. Oggi le probabilità di morire durante la traversata sono il triplo rispetto al passato.
Parini ha lasciato l’incarico a metà dicembre. Dopo aver guidato una delle più importanti squadre incaricate di contrastare l’immigrazione irregolare in Italia, oggi lavora per la dogana. La storia della crisi dei migranti, ormai conservata in uno scantinato a Siracusa, resterà indelebile nella sua memoria. Parini non dimenticherà mai i 167 corpi senza vita che è stato costretto a guardare in faccia: “Mi porterò le immagini di quei cadaveri nella tomba. E probabilmente anche oltre”. ◆as
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Questo articolo è uscito sul numero 1289 di Internazionale, a pagina 28. Compra questo numero | Abbonati