Ha 29 anni, sta finendo un dottorato e non ha paura di finire dentro un furgone della polizia. Il suo nome è Neha Bora ed è una delle figure protagoniste del crescente malcontento giovanile in India. Bora è una persona non binaria, e ha scelto di usare per sé il pronome neutro they/them. È passata dall’esibirsi sui palcoscenici dei teatri a sfidare l’establishment politico del paese. E si sta dimostrando una voce molto difficile da zittire.
Presidente nazionale dell’associazione studentesca di sinistra All India students’ association (Aisa), è diventata uno dei volti più in vista di un movimento di protesta che sfida il governo del primo ministro Narendra Modi su ogni fronte, dalla disoccupazione ai test d’ingresso alla facoltà di medicina, fino alle accuse di brogli elettorali.
Bora non è sempre stata una leader studentesca agguerrita. Anche per questo la sua storia è interessante. Il risveglio politico è cominciato nel mondo del teatro, dove ha imparato a mettersi nei panni degli altri, compresi quelli con cui era in profondo disaccordo.
Oggi quell’empatia si è evoluta in una forma di attivismo più concreto. I suoi discorsi contro il governo sono infuocati, le sue critiche al sistema sono taglienti e nemmeno il fatto che la polizia l’abbia arrestata diverse volte l’ha tenuta lontana dalle strade. Secondo l’agenzia Reuters Bora era tra le numerose persone fermate a New Delhi il 10 ottobre durante le manifestazioni organizzate dal Cockroach janta party (il partito degli scarafaggi), il movimento della generazione Z indiana nato la scorsa primavera per protestare contro la corruzione.
Anche mentre si trovava in questura, però, Bora ha lanciato un messaggio ai suoi sostenitori. “Io sono in arresto. Il movimento no”, ha dichiarato in un video diffuso online. È il tipo di frase che potrebbe facilmente diventare un grido di battaglia per una generazione sempre più frustrata dallo status quo politico.
La manifestazione del 10 ottobre avrebbe dovuto svolgersi di fronte all’osservatorio di Jantar Mantar, dove di solito partono le manifestazioni a New Delhi. Ma quando la polizia ha impedito ai manifestanti di raggiungerlo, Bora ha semplicemente suggerito un altro punto di ritrovo.
“Oggi il Dilli Haat diventa il Jantar Mantar”, ha scritto su X, riferendosi al mercato dell’artigianato che si trova a circa dieci chilometri di distanza. Si è quindi diretta lì intonando slogan nel corteo, prima che la polizia la fermasse. Poi è stata arrestata, ma l’hanno rilasciata poche ore dopo.
I manifestanti chiedono le dimissioni del capo della commissione elettorale, Gyanesh Kumar, a causa della revisione straordinaria delle liste elettorali, che rischia di togliere il diritto di voto a 130 milioni di persone e secondo i contestatori favorirebbe il Bharatiya janata party (Bjp) del primo ministro Modi.
Ogni volta che è stata arrestata, è tornata a manifestare subito dopo il rilascio
La commissione elettorale ha negato di privilegiare un singolo partito, mentre il Bjp ha accusato l’opposizione di voler minare le istituzioni democratiche.
Per Bora e i suoi compagni attivisti, però, le proteste riguardano qualcosa che va oltre le liste elettorali. Hanno a che fare anche con il lavoro, le disuguaglianze, l’istruzione e la crescente sensazione tra i giovani indiani di non essere ascoltati dalle istituzioni.
La scuola del teatro
Nata e cresciuta nello stato himalayano dell’Uttarakhand, durante l’infanzia Neha Bora ha cambiato spesso casa perché suo padre prestava servizio nell’esercito indiano.
In seguito ha studiato all’università di New Delhi, dov’è entrata a far parte di una compagnia teatrale. Quell’esperienza, come ha raccontato alla Reuters in una recente intervista, ha cambiato il suo modo di vedere il mondo: “Alcuni personaggi presenti sulla scena, se li incontrassi nella tua vita reale non ti piacerebbero. Ma fare teatro significa capire a fondo da dove proviene quel personaggio”. È una riflessione che rivela molto su di lei.
Attualmente Bora sta prendendo un dottorato alla Scuola di arti ed estetica dell’università Jawaharlal Nehru. A un certo punto, tra prove teatrali, aule universitarie e manifestazioni studentesche, si è ritrovata coinvolta nella politica.
La svolta è avvenuta durante le proteste contro la legge indiana sulla cittadinanza nel 2019 e nel 2020. La riforma, che secondo i critici discrimina i musulmani, ha scatenato manifestazioni in tutti i campus universitari. Per Bora vedere gli studenti uscire dalle aule e organizzare proteste è stata una rivelazione. I dibattiti che in precedenza aveva conosciuto nei libri, nei film e nei documentari si stavano improvvisamente svolgendo davanti ai suoi occhi. E lei voleva farne parte.
Il suo coinvolgimento nell’attivismo studentesco si è approfondito negli anni successivi, portandola infine alla presidenza nazionale dell’Aisa.
Nel luglio 2026 Bora ha attirato un’attenzione ancora maggiore durante le proteste per le presunte fughe di notizie sui testi delle domande di ammissione alla facoltà di medicina, con migliaia di persone a chiedere le dimissioni del ministro dell’istruzione indiano.
◆ 1997 Nasce a Khatima, in India.
◆ 2016 Comincia a studiare arte all’università di New Delhi.
◆ 2020 Entra a far parte di un’associazione studentesca di sinistra, la All India students’ association (Aisa).
◆ 2026 Diventa uno dei volti più popolari delle proteste contro il governo di Narendra Modi. La polizia la arresta più di una volta.
I suoi discorsi al Jantar Mantar, in cui ha criticato la gestione delle manifestazioni da parte del governo e della polizia, hanno cominciato a circolare molto su internet.
A differenza dei leader politici che spesso si affidano a testi accuratamente preparati, il fascino di Bora sembra radicato nella sua innata capacità di collegare le frustrazioni quotidiane degli studenti a questioni più ampie riguardanti la democrazia, la disuguaglianza e i diritti costituzionali. Parla sia hindi sia inglese. Di solito si esprime in modo pacato, ma quando è in pubblico diventa molto più incisiva.
C’è un motivo se il suo messaggio sta facendo breccia. Per molti giovani indiani si tratta di preoccupazioni dolorosamente familiari: la difficoltà di trovare un lavoro, l’incertezza che circonda i concorsi pubblici e i dubbi sul fatto che le istituzioni si comportino in modo responsabile nei confronti dei cittadini comuni. Bora ha sempre collegato tra loro questi temi, invece di trattarli come questioni isolate.
Ogni volta che è stata arrestata, è tornata a manifestare subito dopo il rilascio. Ma non crede che la rabbia da sola possa sostenere un movimento.
Pensa che la speranza sia altrettanto contagiosa. “Le persone ora hanno coraggio perché capiscono che possono avere coraggio”, ha detto alla Reuters. È forse l’affermazione più significativa di una giovane donna diventata ormai un volto di spicco delle proteste studentesche in India.
Invece di considerare il movimento come una mera espressione d’indignazione, Bora lo vede come un segno che i giovani cominciano a credere di poter far sentire la loro voce.
E sottolinea che le attuali proteste non arrivano dal nulla. Anni di frustrazione, sostiene, sono maturati silenziosamente. “La gente ricorda”, ha detto. “La gente porta con sé quel malcontento, quel senso di tradimento, quella delusione”.
Resta da vedere se l’ondata di attivismo giovanile si tradurrà in un cambiamento politico duraturo. L’ascesa di Bora, però, è significativa in un paese come l’India, dove il dibattito politico è spesso dominato da leader affermati e volti noti.
L’attivista è giovane, schietta e non ha paura del confronto. E la sua crescente visibilità suggerisce che la politica studentesca indiana stia facendo emergere una nuova generazione di persone disposte a sfidare chi detiene il potere.
Per ora la studente che un tempo esplorava i conflitti umani attraverso il teatro si trova al centro di un dramma politico.
Solo che stavolta non c’è un copione da seguire, né ci sono prove da fare. E certamente non c’è nessuna garanzia di un lieto fine.
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Questo articolo è uscito sul numero 1688 di Internazionale, a pagina 72. Compra questo numero | Abbonati