I toni concilianti non sono durati molto: il giorno dopo aver invitato gli statunitensi a “mettere da parte le differenze”, il presidente Donald Trump ha attribuito al pericoloso “clima d’odio alimentato dai democratici” le responsabilità della sparatoria alla cena del 25 aprile a cui partecipavano i giornalisti accreditati alla Casa Bianca.
Soprattutto nei distretti elettorali contesi, i repubblicani in campagna elettorale sono andati a nozze con le affermazioni del presidente, che gli hanno fornito gradite munizioni contro gli avversari democratici, equiparati automaticamente alla “sinistra radicale”. Il messaggio è che, rappresentando Trump come una minaccia per la democrazia, i democratici abbiano alimentato per anni un clima di violenza.
Le somiglianze con le strategie attuate dopo l’uccisione di Charlie Kirk e dopo i due falliti attentati contro Trump durante la campagna elettorale del 2024 sono evidenti. I presunti moventi degli attentatori, come anche quelli – non ancora chiariti – dei fatti del 25 aprile, non sembrano di natura partitica.
Ma Trump e i suoi non hanno perso tempo alla ricerca di prove oggettive. Del resto, in campagna elettorale oggi basta e avanza diffondere accuse sui social media: provocare caos e conflitti è la base della strategia trumpiana in politica interna ed estera. E se il caos non c’è, basta affermare che ci sia, come è diventato evidente con gli interventi dell’Ice.
Del fatto che Trump rappresenti un pericolo per la democrazia statunitense, però, ci sono prove in abbondanza. Nel suo ultimo rapporto sulla democrazia, uscito nel 2025, Varieties of democracy, un istituto legato all’università di Göteborg, in Svezia, ha descritto come sotto la presidenza Trump gli Stati Uniti abbiano cessato di essere una “democrazia liberale”: i diritti civili, l’uguaglianza davanti alla legge, la libertà d’opinione e la libertà di informazione hanno toccato il punto più basso da sessant’anni a questa parte.
Con Trump gli Stati Uniti si sono trasformati in un paese arrabbiato e attraversato da conflitti irrisolvibili. La situazione non sembra affatto in via di miglioramento, visto l’enorme vantaggio che i potenti traggono dal continuo caos: la confusione, infatti, distrae sistematicamente dagli errori politici e dalle questioni scomode e, soprattutto, dalla mancanza di politiche costruttive. In un quadro simile ogni tentativo di conciliazione è per forza controproducente. ◆ sk
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Questo articolo è uscito sul numero 1663 di Internazionale, a pagina 17. Compra questo numero | Abbonati