Il disastro petrolifero nel golfo del Messico è la manifestazione più recente di un fenomeno ormai endemico: i danni ambientali e alla salute causati dall’industria del petrolio nelle comunità che la ospitano. Questo articolo è un viaggio di dieci giorni nello stato di Veracruz, dalle pozze di bitume e dalle infrastrutture abbandonate che fanno parte del paesaggio di spiagge e villaggi fino a un pozzo di esplorazione che brucia da più di un mese.

“Si è sentito il boato, erano le cinque del pomeriggio”.

“La gente ha cominciato a uscire di corsa. ‘Dovete andarvene, c’è rischio di intossicazione’, hanno detto quelli della Pemex, l’azienda statale”.

“C’era un odore di gas terribile, ma molte persone sono rimaste a casa”.

“Io non sono andato via. Però alle dieci di sera l’odore era ancora più forte. Ci scoppiava la testa e mio nipote aveva la schiuma alla bocca. Allora siamo andati in un albergo a Las Choapas”.

Due anziani magrissimi risalgono il pendio con passo affaticato. Ci sono anche una madre con due bambini, una signora con il bastone e due ragazzi in moto. Gli abitanti di Las Cruces – un villaggio contadino che fa parte del terreno comunale Ignacio López Rayón, a Las Choapas, molto vicino al confine con lo stato di Tabasco – si avvicinano al cortile della scuola media. Un’insegnante distribuisce sedie di plastica e un vecchietto muscoloso ne cerca altre impilate in una stanzetta. Si forma spontaneamente un cerchio: gli anziani seduti, altre persone in piedi e più indietro la coppia di giovani in sella alle loro moto. Un cane allontana alcune galline. Il sole delle tre è più forte di quella turbina d’aereo, di quel rumore notturno insopportabile. Arriva dalle montagne a nord, dove si vede crescere un serpente di fumo. Il pozzo esplorativo Krem 1, di cui qui tutti parlano, è esploso il 5 marzo. Brucia ancora.

“Come sempre la Pemex dice che è tutto sotto controllo”, afferma Rodolfo. “Di notte il rumore è più forte. Tutto il cielo si tinge d’arancione”.

“La fiammata è alta più di quaranta metri. La terra trema. È un mostro quel pozzo, si è inghiottito tutta la struttura”, dice Gladys, con il figlio in braccio.

“In che senso si è inghiottito la struttura?”, chiedo.

“Il pozzo è andato fuori controllo”, puntualizza un uomo in piedi accanto alle moto, “e il fuoco ha inghiottito la torre, la trivella, i furgoni, i generatori, l’ufficio. Perfino le moto degli operai. Ha tirato giù tutto. È un buco gigantesco. I funzionari che lavorano lì ci hanno spiegato che stanno uscendo dei gas velenosi. C’erano otto lavoratori venuti dal Tabasco, non sappiamo cosa gli sia successo. Abbiamo visto una ragazza che piangeva”.

Pioggia tossica

Visitación Cabañas Méndez si alza di scatto e la sedia di plastica vacilla. “Per noi questo è solo l’inizio”, dice ad alta voce. Ha 76 anni, la camicia a quadri e un berretto nero con delle scritte gialle, ed è una delle fondatrici del paese. Sentendo il suo impeto, chi stava parlando a bassa voce tace. Dalle montagne, invece, il ruggito del pozzo cresce.

“Tutto quel fumo finisce nei torrenti, sui terreni, sulle lamiere, sulle persone. Lassù c’è una fila di mucche morte. È una pioggia tossica. Al mattino c’è odore di petrolio bruciato. Cosa ne sarà dei nostri bambini, dei loro polmoni che stanno crescendo? Tutto questo è solo l’inizio”.

Una pozza di petrolio contenuta da sacchi di sabbia. Poza Rica, stato di Veracruz, 21 marzo 2026 (Pablo Piovano)

Lascio Las Cruces con il mal di testa, ma lo attribuisco alla rabbia e all’impotenza. Qualcuno mi dice: “Qui non troverà nulla, da giorni sono finite le medicine. Stiamo tutti così, con il mal di testa e il mal di stomaco”. So che tra qualche ora controllerò le informazioni che ho raccolto, scriverò a geografi, ingegneri, impiegati della Pemex e altri specialisti per capire meglio, ma in questo momento è l’indignazione a prevalere.

Mi piacerebbe credere che quest’articolo serva a dare un contributo affinché le persone che vivono da cinquant’anni in un paesino in mezzo alle montagne, un luogo attraversato da un fiume dove c’è un ponte sospeso in disuso e un altro di cemento che viene sommerso quando il livello dell’acqua sale, persone che devono percorrere chilometri per vedere un medico possano almeno ricevere assistenza. Finora non è successo. Anzi. “Abbiamo organizzato un sit-in e hanno minacciato di arrestarci”, racconta un altro anziano del posto.

Disastri evitabili

Io e il fotografo Pablo Piovano siamo partiti per Veracruz a metà marzo. Stiamo realizzando un documentario sul petrolio in America Latina. Il tema è complesso e appassionante, soprattutto in Messico, che ha una storia moderna e un’identità attraversate dal petrolio.

Era un viaggio programmato, ma senza volerlo siamo finiti nello stato più colpito dalla perdita di greggio che sta provocando un disastro socioambientale nel golfo del Messico. Nel frattempo siamo venuti a sapere del pozzo in fiamme a Las Choapas. Non se ne è parlato molto, anche se più di mille persone sono state allontanate e il posto è sorvegliato dall’esercito.

Peggio di non sostenere le comunità nella tragedia, per la pubblica amministrazione c’è solo negarla. Comincio a scrivere mosso da questa rabbia. Cercherò di riportare quello che mi è stato raccontato, che ho visto e che ho provato. Per la prima volta, davanti al mare, non mi viene neanche voglia di bagnarmi i piedi.

L’agente municipale Pedro García García davanti a un’unità di pompaggio arrugginita. Tlahuanapa, 24 marzo 2026 (Pablo Piovano)

Mi piacerebbe credere che sia stato un disastro isolato, che il pozzo sia davvero sotto controllo, che le autorità abbiano ripulito o ripuliranno le spiagge, ma dopo aver viaggiato per Veracruz ho una certezza: la perdita di greggio, che si è già estesa per più di novecento chilometri e per la quale le autorità non hanno ancora dato spiegazioni complete, non è un fatto isolato. Come non lo è l’esplosione del pozzo a Las Choapas. Sono due anelli di una catena di disastri evitabili.

Cominciamo il viaggio nella zona centrosettentrionale dello stato: a Poza Rica, dove il 18 marzo si celebra la festa del petrolio, con una sfilata e una fiera per commemorare l’espropriazione delle compagnie petrolifere straniere voluta dal presidente e generale Lázaro Cárde­nas del Río nel 1938, una pietra miliare nella storia messicana.

In questa città ci colpisce qualcosa che per tutti è all’ordine del giorno. Due alberi di natale – come sono chiamate le valvole sui pozzi petroliferi – mimetizzati in un parco pieno di bambini. La sera molta gente corre e fa ginnastica intorno a una pompa di estrazione, simile a un grande uccello che becca il terreno. Un’altra macchina di pompaggio si trova accanto alla facoltà di scienze della salute, inutilizzabile dall’alluvione dell’ottobre 2025.

Le tracce dello straripamento del fiume Cazones sono ovunque. La stazione di servizio è distrutta e un cimitero improvvisato di auto trascinate dall’acqua e ammucchiate, senza finestrini né ruote, si è formato intorno al pozzo petrolifero 78, proprio accanto a un minimarket Oxxo. La scuola Club de Leones numero 4 del quartiere Ignacio de la Llave è in ricostruzione, pareti e lavagne sono macchiate di petrolio. Camminiamo lungo una strada nel quartiere Francisco I Madero e davanti alla porta di due case sgorga del greggio. Chi vive nella zona è abituato a gettarci sopra sabbia o segatura.

“Viene da un pozzo che perde qualche strada più su”, spiega Sandra Luz Zaragoza, che vive qui da trent’anni. “Da sempre quando piove si allaga di bitume. Tutti i politici promettono una soluzione, presentiamo denunce, foto, ma non cambia niente. Mio figlio soffre di allergie e disturbi respiratori. Muoiono gatti, cani, uccellini, iguane. Non ci sono più tartarughe né opossum”. Nella strada che ci ha indicato vediamo a terra un serbatoio di petrolio senza coperchio. Le scarpe si incollano al suolo. Di fronte c’è una casa vuota, letteralmente coperta di petrolio, e sul marciapiede una pozza di greggio di circa 30 metri, recintata da sacchi di sabbia rotti. La strada è cosparsa di sabbia e bitume.

Tata Romualdo García de Luna è un artista del legno. Suo padre, falegname, gli ha insegnato il mestiere. Sogna divinità del popolo totonaco che poi trasforma in maschere. Tiene laboratori tutto l’anno, anche durante il festival Cumbre Tajín, l’evento più importante di queste terre. Ci guida in diverse comunità.

La sua, Ojital Viejo, nel 2024 è stata colpita da una perdita di petrolio che si è estesa per sei chilometri attraverso un torrente e poi lungo il fiume Cazones, che sfocia nel mare. “Bisogna parlarne il più possibile. Non è accettabile che i nostri giovani stiano morendo per arresti cardiaci o malattie che prima non c’erano. Alcuni studi dimostrano che degli alberi contaminati da idrocarburi si possono consumare i frutti solo dopo cinque anni. È un disastro e le autorità non se ne rendono conto”.

Piscina olimpionica

Per raggiungere Arroyo Florido, un paese di 280 abitanti, bisogna superare buche grandi come crateri.

“Sono vent’anni che qui si estrae petrolio e non fanno nemmeno la manutenzione della strada”. A parlare è Galdino García Juárez, un agente municipale. Racconta che degli oltre seicento pozzi del municipio di Coatzintla, quaranta sono ad Arroyo Florido.

Le fuoriuscite di petrolio sono cominciate nel 2023. Ce ne sono state quattro. L’ultima nell’agosto 2025. Gli alberi lungo il torrente che riforniva d’acqua il paese sono macchiati di petrolio. Il greggio si vede e si sente. Il torrente sfocia nel fiume Cazones, che rifornisce d’acqua Coatzintla e Poza Rica.

Elvira de la Cruz Genaro, 47 anni, vive lungo il torrente. Mentre spiga il mais dice: “Non hanno mai pulito davvero. Lo ammucchiano da una parte e poi la pioggia lo sparge ovunque. Prima c’erano pesci, ranocchiette, tartarughe. Non possiamo più prendere l’acqua dal pozzo. Il mal di testa e il mal di stomaco sono insopportabili. L’aranceto è tutto ricoperto di bitume. E un responsabile della Pemex ha detto che fa bene alle piante, che contiene minerali. Pensano che la gente delle comunità non sappia difendersi, credono di poterci raccontare quello che vogliono”.

Poza Rica, stato di Veracruz, 21 marzo 2026 (Pablo Piovano)

Sulla strada per Tlahuanapa, un collega ci consiglia di passare da Furberos e ci dà il contatto di Marcial Méndez Ortiz. Ma in questa zona fatta di campi, villaggi, piantagioni di mais e strade sterrate, il telefono prende poco. Alla fine arriviamo a casa sua chiedendo informazioni di porta in porta. Furberos, che ha 350 abitanti, ospitò i primi pozzi petroliferi, nel novecento. Solo anni dopo fu costruito un ambulatorio. Oggi però è vuoto, non ci sono medici. Un’altra testimonianza di quel che resta quando l’oro nero se ne va.

Méndez Ortiz ha 60 anni e ci guida fino a un sentiero tra due terreni, a meno di duecento metri dalla strada che porta al pa­ese. Due grandi chapopoteras ribollono di petrolio con il loro odore caratteristico: “La prima perdita risale ad almeno otto anni fa, ma da più di venti qui non c’è più una vera e propria attività petrolifera. Questo pozzo è stato sigillato ma ha cominciato a cedere”, dice.

La seconda tappa è un grande campo di mais lungo la strada dissestata. In mezzo al campo c’è una chiazza di greggio che sgorga dal suolo, grande come una piscina olimpionica.

Pedro García García vive nella prima casa di Tlahuanapa. È un agente municipale, ha 47 anni, è allegro e loquace. Indossa un cappellino del partito al governo, Morena. Ci mostra con orgoglio la pompa dell’acqua che hanno installato grazie allo sforzo di tutta la comunità. Intorno c’è solo mais. García García ci offre dei mandarini e strappa alcune foglie da un arancio e da un limone per farcele annusare. Ci sono alberi ovunque. Ma all’improvviso arriva l’odore. Attraversando un piccolo corso d’acqua, dietro il campo di mais, una pompa di estrazione arrugginita sale e scende. Cinque serbatoi della Pemex macchiati, un paio di container abbandonati e greggio che fuoriesce da anni. E l’odore più forte che abbiamo sentito in otto anni di visite nelle zone petrolifere. Esce del gas da un tubo in cima a uno dei serbatoi. Comincia a farci male la testa – il dolore è diventato un compagno di viaggio – e andiamo via.

“Mio padre è morto di cancro nel 2012, a sessant’anni. Io sento che è per questo”, dice Pedro.

“Qui la Pemex non viene?”.

Ultime notizie

◆ “Dopo averlo inizialmente negato, a metà aprile il governo messicano ha ammesso che la perdita di petrolio, che ha interessato più di 900 chilometri nella costa degli stati di Veracruz e Tabasco, ha avuto origine a febbraio in un oleodotto della Pemex”, scrive Maxi Goldschmidt, l’autore dell’articolo. Tre funzionari dell’azienda petrolifera statale Pemex sono stati sollevati dai loro incarichi. Parallelamente ci sono stati incidenti nelle raffinerie, con esplosioni e vittime. In questo contesto la presidente di sinistra Claudia Sheinbaum, che durante la campagna elettorale si era detta contraria al fracking, in linea con il suo predecessore Andrés Manuel López Obrador, ha annunciato che ne sta valutando l’uso per ridurre la dipendenza dal gas statunitense. Il cambiamento ha suscitato reazioni ostili nella società civile e nel partito di governo, Morena.


“Sì, ogni giorno riempiono un’autocisterna. Ripetono di aver presentato delle relazioni… Una volta è venuto un tipo dell’azienda molto conosciuto nella zona. Ci ha detto solo che dovevamo abituarci all’odore”.

A Minatitlán, a sud di Veracruz, saliamo su una barca per vedere dall’acqua la raffineria Lázaro Cárdenas, la più antica e una delle più grandi dell’America Latina. Vicente, 58 anni, il pescatore che ci accompagna, racconta che suo nonno lavorava lì. Il petrolio qui ha più di cento anni. Ci indica prima la parte più nuova della raffineria, dove si vedono cinque fornaci con fiamme altissime e un rumore assordante, e poi Capoacán, l’isola di fronte.

“Lì qualche persona si è fatta analizzare i capelli e ci ha trovato il piombo”.

Sbarchiamo su un molo dove un uomo fissa il vuoto, sdraiato su un’amaca. Si alza e si avvicina lentamente. Da un albero pendono le sue gabbie per i gamberetti. Demetrio Chala Cruz, 73 anni, dice che un tempo la raffineria scaricava molto greggio, ma ora il vero problema è l’aria.

“Respiriamo solo fumo. A dicembre mia moglie è morta di polmonite. È dura lottare contro questo mostro”, afferma.

Un contrasto straziante

Punta Puntilla è un villaggio di pescatori e raccoglitori di frutti di mare. Ha 68 abitanti. Siamo qui per seguire gli Altepee, un collettivo di musica, comunicazione e difesa del territorio di Acayucan che sta documentando le zone colpite dai disastri petroliferi. Campagna, cavalli al pascolo e mare: un altro paradiso. Ogni anno arrivano tra le duecento e le trecento tartarughe per nidificare. Le tartarughe di Kemp depongono le uova di giorno, le tartarughe Tabasco di notte. Due mesi dopo la spiaggia si riempie di tartarughine.

Così lo spiega Elalio Temix Sosa, 37 anni, presidente dell’area protetta di Puntilla e pescatore, anche se in questi giorni ha fatto altri lavori. “Il bitume ha cominciato ad arrivare intorno al 20 febbraio. Prima pezzi piccoli, morbidi. Poi solo tocchi grandi. Rispetto agli anni passati, ora la situazione è fuori controllo. È pieno di bitume per circa diciotto chilometri. Non si riesce a camminare. Non abbiamo potuto lavorare, proprio durante la settimana santa, quando i colleghi montano i baracchini e vendono frutti di mare. Non possiamo calare le reti. Abbiamo aperto alcuni pesci e dentro ci abbiamo trovato il petrolio”.

Dato che si avvicinava la stagione della nidificazione, si sono affrettati a pulire e, in questo caso, hanno avuto il sostegno del municipio. Si stima che abbiano rimosso circa due tonnellate di petrolio, che però continua ad arrivare. Si vedono le pietre macchiate, le lumache.

“Abbiamo salvato una tartaruga su cinque. Erano piene di bitume. Praticamente avevano gli occhi bruciati”.

Arriviamo a circa venti chilometri da Coatzacoalcos, in un’altra spiaggia turistica e bellissima. Il sole sta tramontando. Viene voglia di sdraiarsi su un’amaca o di sedersi di fronte al mare. Ma ci hanno informato che ci sono dei sacchi di bitume da qualche parte, in questo paradiso. Chiediamo e ci dicono di guardare dietro le scuole medie. Arriviamo percorrendo una stradina stretta. Ed eccoli lì, centinaia di sacchi di bitume.

Il contrasto è straziante. Un tramonto da cartolina, i vulcani sullo sfondo, una pozza tra le dune, il mare e quell’odore che proviene dalla montagna di sacchi neri. Si trovano a meno di 10 metri da dove sorgono le prime case, tra cui quella di Felix Rosas López e Yessenia López González, che vivono con i figli e i nipoti. Da giorni tutti hanno mal di gola e difficoltà respiratorie.

Situazioni simili ci sono state raccontate in diverse spiagge di Veracruz. Gli aiuti non arrivano, arrivano troppo tardi o sono inadeguati. Le organizzazioni non governative che hanno denunciato l’origine delle fuoriuscite si chiedono: “Chi ha deciso da febbraio di non parlare pubblicamente di una dispersione così grande intorno alle infrastrutture petrolifere della Pemex? Chi risponderà per le comunità che non sono state allertate in tempo e per gli ecosistemi colpiti?”.

Un’altra domanda mi risuona durante il viaggio. Quella di Visitación, la signora di Las Choapas, che parlava con il rumore di un pozzo in fiamme in sottofondo. Qui si sente il mare, ma la domanda potrebbe essere la stessa: “Cosa ne sarà dei nostri bambini?”.

Cammino verso il mare. Il sole è una linea, non c’è quasi più luce per le foto. Le onde si infrangono, bianche. In lontananza un uomo gioca a pallone con la figlia. Il vento comincia lentamente a ricoprire di sabbia i cumuli di sacchi di bitume. ◆ gz

Quest’articolo

È stato scritto da Maxi Goldschmidt, giornalista argentino specializzato in tematiche ambientali. Le foto sono di Pablo Piovano, fotografo argentino nato nel 1981.


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Questo articolo è uscito sul numero 1664 di Internazionale, a pagina 58. Compra questo numero | Abbonati