Il Sudafrica è la patria di sei premi Nobel. In campo letterario abbiamo avuto Nadine Gordimer, gigante della parola scritta e icona dei diritti umani. Nel campo della pace, Albert Luthuli, Desmond Tutu, Nelson Mandela e FW de Klerk. Ora è arrivata anche l’onorificenza per Navi Pillay, una guerriera nella battaglia globale contro l’impunità per crimini mostruosi.

Il suo Nobel può essere anche visto come un tributo a un’epoca in cui questo paese era capace di sfornare delle icone. C’è un ottimo motivo per cui la rivoluzione sudafricana e il passaggio alla democrazia sono considerati tra i processi storici più significativi dell’ultimo secolo e mezzo: per gran parte di quella rivoluzione a comandare sono stati uomini e donne di statura e integrità immense, il frutto di una straordinaria fucina di leader.

Pillay viene da quella fucina. La sua è una storia di avversità superate e di una grande determinazione, affinché nessun altro al mondo debba faticare come ha fatto lei per vivere una vita dignitosa. È un prodotto di questo posto speciale che chiamiamo casa e delle lotte che sono state combattute qui.

La domanda che dobbiamo farci ora è se la fucina funzioni ancora. Pillay ha 85 anni. È cresciuta in un’epoca oppressiva durante la quale però sono emerse persone come lei, in grado di tenere testa ai potenti e di dare voce ai deboli.

Il Sudafrica democratico dovrebbe attingere a quel codice genetico e usare le attuali lotte contro la povertà, le ingiustizie, la corruzione e l’illegalità per trovare nuove guide. Dovrebbe essere l’inizio di un dialogo su quello che il nostro paese può diventare e su come riportare agli stessi livelli del passato la produzione di quella fucina di leader. Il Sudafrica di oggi ne ha terribilmente bisogno. ◆

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Questo articolo è uscito sul numero 1687 di Internazionale, a pagina 22. Compra questo numero | Abbonati