L’idea di un’identità culturale nazionale da custodire e da proteggere è secondo Nikolaus Piper un’idea anacronistica. I contendenti dovranno mostrarsi flessibili per raggiungere un compromesso.

Chi è dell’opinione che norme efficaci per lo scambio delle merci fra gli Stati siano parte integrante del processo di civilizzazione riterrà il Gatt una struttura cui non si può rinunciare. Chi poi vede la pace messa in pericolo per il fatto che le nazioni erigono barriere contro la cultura dei loro vicini non potrà che inorridire dinanzi all’ardore con cui si sono gettati nella mischia i cineasti europei, convinti che sia proprio il Gatt a mettere a repentaglio i loro sussidi.

Il linguaggio è di per sé significativo. È di guerra che si parla. Di conquista, di casus belli, nonché dell’anima europea che non si è disposti a vendere per un piatto di lenticchie. Se il “settore audiovisivo”, vale a dire il cinema e la televisione, verrà assoggettato alle regole del Gatt, sostengono i firmatari di un annuncio a tutta pagina (redatto in un tedesco notevolmente sciatto) apparso su numerosi quotidiani, ci si troverà di fronte a un dumping culturale senza precedenti. Un gran numero di nomi e personalità del cinema europeo hanno dato la loro firma: da Hark Bohm e Gérard Depardieu, Volker Schlöndorff e Lina Wertmüller, a Wim Wenders ed Eric Rohmer, dalla Società per la valorizzazione delle arti figurative all’Unione dei cineasti bulgari.

Se il Gatt sarà esteso al cinema europeo, sostengono unanimemente, verrà abolita la promozione cinematografica, e per il cinema europeo sarà la fine. Cadrà, senza vie di scampo, vittima di Hollywood. I politici che lo mettono in dubbio sono dei criminali, dice Jack Lang, ex ministro francese della cultura e copromotore della campagna anti Gatt. Anche qui, come nel cinema vero e proprio, c’è un cattivo. Si chiama Jack Valenti, è presidente dell’Associazione cinematografica statunitense Mpaa e, quale massimo esponente di una lobby, è il consulente per le questioni culturali dell’incaricato commerciale americano per i negoziati Gatt, Mickey Kantor. A quanto pare, questi intende dare il colpo di grazia al cinema europeo. Cosa che, peraltro, gli è quasi riuscita anche senza il Gatt.

La campagna anti Gatt ha suscitato grandi simpatie nelle pagine culturali dei giornali tedeschi. Anche Andreas Kilb [Die Zeit, n.41] scrive che la “Kulturkampf” che si combatte intorno al Gatt deciderà del “destino del cinema europeo”.

Qual è la situazione, per quanto riguarda il Gatt e il cinema? Innanzitutto, contrariamente all’opinione comune, l’Accordo non impone affatto la totale libertà degli scambi. Gli attuali 108 membri vengono unicamente vincolati a rispettare determinate regole nella loro politica commerciale. Devono riservare lo stesso trattamento a tutti gli altri membri del Gatt (“clausola della nazione più favorita”), sono proibiti i contingenti d’importazione, e i dazi, una volta introdotti, non possono più essere aumentati. Dal 1948, inoltre, una serie di colloqui per la liberalizzazione ha ridotto, con mutuo vantaggio, i dazi previsti dal Gatt a una frazione dei precedenti livelli.

L’ultima tornata dei colloqui per la liberalizzazione ha avuto inizio in Uruguay alla fine del 1986. L’obiettivo di questo “round uruguaiano” era innanzitutto quello di abbracciare i settori economici fino ad allora non soggetti alle norme Gatt: il settore agricolo, il settore tessile ed il settore dei servizi, di cui fanno parte anche i prodotti dell’industria culturale. Il round uruguaiano è bloccato dal 1988, soprattutto per l’intransigenza dimostrata dalla Francia nella battaglia per i sussidi agricoli.

In particolare, i colloqui sul Gatt hanno compiuto progressi, perlopiù inavvertiti dall’opinione pubblica, nel settore dei servizi. Il Segretariato del Gatt ha elaborato la bozza di un Accordo generale sul commercio ed i servizi (Gats); gli esperti discutono attualmente una serie di prime misure di liberalizzazione. Nel frattempo, come sempre avviene in questi casi, dietro le quinte le lobby più disparate si accaniscono le une sulle altre. Le compagnie marittime dei paesi industrializzati, ad esempio, chiedono una tutela particolare, e così le compagnie aeree. L’industria culturale americana vuole liberi mercati, la concorrenza europea, non c’è da meravigliarsi, auspica il contrario.

Non si tratta di una situazione insolita e, prendendo come base le norme Gatt e supponendo che tutti i partecipanti si comportassero in modo razionale, sarebbe già pronta una linea di compromesso. Gli europei, per esempio, potrebbero impegnarsi a non superare determinate soglie massime per i sussidi, le radio parastatali e la radio di Stato potrebbero continuare a godere di ordinamenti speciali. Dal punto di vista americano, sarebbe sciocco insistere per ottenere di più.

Neanche i più incalliti fautori del libero scambio possono sostenere che il premio cinematografico federale sia un elemento di disturbo per il commercio internazionale. Il governo federale, ad esempio, non potrebbe approvare nessun accordo lesivo della sovranità radiofonica dei länder. Se qualcuno lo pretendesse, non si arriverebbe ad alcuna intesa sul Gatt. Ora, tuttavia, la Francia e la lobby del cinema europeo hanno introdotto nel dibattito un elemento del tutto nuovo: chiedono di eliminare dal Gatt la cultura in quanto tale. In ultima analisi, tale richiesta significa che i governi europei dovrebbero avere il diritto di fare il bello e il cattivo tempo con i prodotti culturali stranieri. Quindi, all’occorrenza, potrebbero imporre alle emittenti televisive nazionali produzioni esclusivamente europee, bandendo del tutto i film stranieri. Ciò potrà sembrare assurdo, ma, se qualcuno lotta con tanta veemenza per un diritto, può far nascere il sospetto che di tanto in tanto vorrà anche farlo valere.

Le persone impegnate nella campagna anti Gatt finiscono sempre col giustificare questa radicale richiesta con una frase chiave: la cultura non è una merce come le altre. I film, i libri e le serie televisive sono un serbatoio di memorie collettive, creano identità e, di conseguenza, non possono essere trattati alla stregua di un pezzo d’acciaio o di un camembert.

Ciononostante, proviamo a pensare per un attimo che la cultura sia una merce come tutte le altre. Come esperimento mentale non è difficile, dato che finora, quando si è trattato di sussidi, ogni lobby ha sempre sostenuto che i suoi prodotti fossero qualcosa di particolare. Visti in quest’ottica, i cineasti non sono diversi dall’Associazione degli agricoltori tedeschi, dall’industria aeronautica ed aerospaziale o dalle miniere di carbon fossile. È indubbio che anche i film e le serie televisive sono prodotti industriali. La loro produzione costa denaro, vengono commercializzati sui mercati ed i clienti pagano per le merci perché si aspettano qualcosa in cambio: sogni, interpretazioni dell’esistente, fuga dalla realtà.

Il problema del cinema europeo è che attualmente non è in grado di produrre sogni a prezzi competitivi. In altre parole, il numero delle persone che vogliono vedere i suoi film non è abbastanza alto da coprire i costi di produzione. Colpa del “potere di mercato” di Hollywood, dicono i produttori. Questo potere di mercato deriva dal fatto che ci sono molti più americani che olandesi, francesi o tedeschi, e che il cinema americano dispone di conseguenza di un mercato nazionale più ampio. In America, inoltre, vi sono più persone facoltose che mettono in gioco patrimoni per un polpettone hollywoodiano, rendendo disponibili capitali a rischio, e le condizioni di finanziamento sono più vantaggiose. Ma soprattutto, cosa che i cineasti europei dimenticano volentieri, gli americani fanno molto semplicemente dei film che si possono vendere in tutto il mondo, per buoni o cattivi che siano. In fin dei conti è su questo che si basa il potere di Hollywood. E nessun contingentamento dei programmi televisivi potrà eliminarlo.

Il successo non è tutto, potrebbe obiettare a questo punto un critico. Effettivamente, anche da un punto di vista economico si possono trovare dei motivi per giustificare il parziale aiuto fornito, con l’autorità ed i fondi dello Stato, a prodotti di minor successo. L’istruzione scolastica, ad esempio, è una merce che, se non fosse resa obbligatoria dallo Stato, sarebbe presumibilmente molto meno richiesta. Nel caso di queste “merci meritorie”, la coercizione statale è giustificata, in quanto gli odierni acquirenti non sono in grado di giudicare il reale beneficio che essi e la società traggono dalla merce in questione. E poiché per noi europei la cultura ha sempre qualcosa a che vedere con l’istruzione, in questo caso vale senz’altro il discorso delle merci meritorie. Si può quantomeno opinare che oggi non possiamo sapere cosa darà un giorno ai nostri figli il nuovo film di Wim Wenders. Ma significa veramente che per questo motivo si debba giustificare ogni intervento statale nel settore?

I sussidi, a detta dei teorici dell’economia, sono un “dolce veleno” per i beneficiari. Possono aiutare un’impresa a sopravvivere, ma al tempo stesso inducono l’imprenditore a concentrare la sua attenzione su chi eroga i sussidi, distogliendola dalla realtà del mercato. Chi cede a questa tentazione, si trasforma definitivamente in un caso da risanare. Le esperienze degli ultimi vent’anni non sembrano indicare che le attività culturali siano un’eccezione alla regola.

E c’è dell’altro: la polemica sul Gatt e la cultura imperversa in un ambiente che è sempre più improntato al nazionalismo economico. Negli Stati Uniti, gli oppositori del Gatt e del libero scambio si presentano con la parola d’ordine del “commercio equo”. In sostanza, essi chiedono che l’America stessa ricominci a compartimentare più rigidamente la propria economia e che il governo di Washington eserciti all’occorrenza la sua pressione politica per imporre ai partner commerciali più piccoli quanto non emerge dalla realtà economica. In Europa è soprattutto il settore agricolo a desiderare il fallimento del Gatt e del round uruguaiano. Dopo il notevole isolamento in cui si era venuto a trovare il governo francese per la sua ferma posizione sui sussidi agrari, il tema cultura ha aperto a Parigi un nuovo fronte.

Il concetto di nazionale diventa intanto sempre più anacronistico in un’economia mondiale interdipendente. Ma appare ancor più anacronistico che gli operatori culturali definiscano l’identità culturale solo in base a criteri nazionali o eurocentrici. “Easy Rider” ha realmente marcato la coscienza di un’intera generazione. Il fatto che tale film sia stato girato in America non è limitativo per la mia identità, come non lo è il fatto che il romanzo “I fratelli Karamazov” sia stato scritto in Russia. Marilyn Monroe, James Dean e Clark Gable sono entrati a far parte della memoria collettiva dell’umanità. Qual è il problema? Per finire, l’intera polemica è anacronistica da un punto di vista tecnico. Nell’epoca delle antenne paraboliche, ci vorrebbe in ogni isolato un addetto al controllo dei televisori per far sì che i telespettatori rispettassero il contingentamento dei film.

Magari la soluzione dell’enigma è molto semplice. “Culture, agriculture - même combat”: sembra che fosse questo lo slogan di una grande manifestazione svoltasi a Parigi. È del tutto infondato il sospetto che registi, attori e produttori si siano trasformati in servi sciocchi della lobby agraria? ◆

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Questo articolo è uscito sul numero 1 di Internazionale, a pagina 11. Compra questo numero | Abbonati