Chi arriva da sudest potrebbe pensare che sia tutto a posto: lo Tsitakakantsa svetta solido come una fortezza. Alla base il tronco è così ampio che sembra di essere ai piedi di un muro, e i rami sono grandi ciascuno quanto un albero intero. Il più grande baobab del Madagascar non è diverso da come lo avevo immaginato. Il suo nome, Tsitakakantsa, si potrebbe tradurre in questo modo: “Se ti metti a cantare da un lato del tronco, dall’altro non riescono a sentirti”.
Sull’altro lato, però, ci si accorge subito che qualcosa non va: l’albero sta morendo. La parte a nordovest è collassata, rami e frammenti vari giacciono sul suolo sabbioso e al centro dell’albero una cavità enorme ne rivela le interiora. È un’immagine triste e un po’ inquietante: sembra una balena spiaggiata, un dinosauro caduto, una gigantesca zucca di Halloween.Seduto all’ombra, poco distante dallo Tsitakakantsa, Mampiavy, 61 anni, magrissimo, si toglie il cappello, si arrotola una sigaretta e dà un tiro profondo. Per lui e per gli altri abitanti del villaggio non è semplicemente un albero: quello che sta morendo è un oggetto di venerazione, una divinità. Non è la prima volta per Mampiavy: otto anni fa, racconta, se n’è andato un altro albero sacro, il predecessore dello Tsitakakantsa. Ma stavolta è diverso: quella dello Tsitakakantsa è una fine prematura. E gli abitanti del villaggio sanno che trovare un albero come questo sarà impossibile.
“È come se fosse morto uno di noi”, dice Mampiavy.
Il baobab, o albero del pane delle scimmie, è l’orgoglio nazionale. Distante 420 chilometri dalla costa dell’Africa sudorientale, l’isola del Madagascar – la quarta al mondo per estensione – possiede un ambiente naturale unico. Se i lemuri sono le star del mondo animale, i baobab di Grandidier, o Adansonia grandidieri, sono quelle del mondo vegetale. Quelli di Grandidier sono una delle sei specie di baobab presenti esclusivamente in Madagascar. La più nota attrazione del paese è il cosiddetto viale dei baobab. Ma per alcuni, questi alberi sono molto più di semplici monumenti naturali.
Oggi, però, la loro sopravvivenza è minacciata: dalla popolazione locale, che li taglia o li brucia per fare spazio ai campi da coltivare, e dalle grandi aziende minerarie internazionali che vogliono estrarre le terre rare. E poi c’è la crisi climatica causata dagli esseri umani: in Madagascar il tempo è impazzito, con stagioni secche sempre più calde, stagioni delle piogge sempre più scarse e cicloni distruttivi che periodicamente investono il paese.
L’esperto malgascio di baobab Wilfried Ramahafaly è convinto che anche la morte dello Tsitakakantsa sia dovuta al riscaldamento climatico. Infatti, spiega, “anche se aveva più di mille anni, avrebbe potuto vivere ancora a lungo”. In questa calda giornata d’estate Ramahafaly è venuto a vedere lo Tsitakakantsa. Ha un metro extralarge nello zaino e due importanti compiti da svolgere: indagare sulle cause della morte del baobab e capire se l’albero scelto dal villaggio come nuova divinità sia effettivamente un degno successore.
In vent’anni di ricerca, Ramahafaly ha visto tantissimi baobab, vecchi, meno vecchi e vecchissimi. Ma in tutta l’isola non ne ha mai visto uno giovane
La circonferenza del tronco dello Tsitakakantsa, che lui stesso a suo tempo aveva misurato, era di quasi 29 metri.
Ramahafaly è un cinquantenne dalla risata contagiosa che indossa pantaloncini sportivi, infradito e una collana con un ciondolo d’argento a forma di baobab. Per arrivare fino a qui ha preso un aereo dalla capitale Antananarivo alla città costiera di Toliara, nel sudovest dell’isola. Poi è partito di mattina presto a bordo di una jeep in direzione nord.
Ci allontaniamo dalla costa e ci dirigiamo verso l’interno, superando villaggi animati, steppe aride e risaie. Dopo tre ore di viaggio la strada asfaltata finisce e proseguiamo sullo sterrato. E all’improvviso eccoli: prima ne spunta qualcuno tra i cespugli, poi diventano sempre più numerosi e a un certo punto ce ne sono ovunque. Sono i baobab.
I primi hanno tronchi a forma di cono, lunghi e sottili, come quelli del viale dei baobab, che si trova più a nord. Man mano che ci si avvicina alla costa, però, gli alberi diventano più vecchi e massicci, con i rami nodosi, come radici cresciute dalla parte sbagliata.
Il terzetto
Da Toliara ad Andombiry, il villaggio di Mampiavy, si impiegano otto ore, anche se in linea d’aria sono solo duecento chilometri. Il villaggio è un gruppo di capanne di legno sparse in cui, secondo Mampiavy, vivono circa cinquecento persone. Non ci sono né elettricità né auto o strade. Gli abitanti attingono l’acqua da pozzi che loro stessi scavano nel terreno.
Mampiavy ci aspetta all’ombra di un tamarindo. Lui è il capovillaggio, ha sei figli e quindici nipoti, e fa il contadino, come tutti gli altri uomini della comunità. E, come tutti, non ha un cognome: si chiama semplicemente Mampiavy, come risulta dal suo documento. La camminata dal villaggio allo Tsitakakantsa è piuttosto lunga, ma in auto bastano pochi minuti. A bordo salgono Mampiavy e altri due uomini: Mbotiaro, 80 anni, che è il più anziano del villaggio ed è incaricato di tutte le questioni religiose, e Mitoby, 55 anni, la cui funzione non è chiarissima. Sembrerebbe una sorta di rappresentante non ufficiale del consiglio del villaggio. L’auto si ferma in una radura, a una rispettosa distanza dallo Tsitakakantsa, che svetta sul lato opposto. Gli ultimi metri li percorriamo a piedi, in silenzio.
Una volta che tutti si sono seduti all’ombra, Mampiavy spiega che gli abitanti di questa zona non sono cristiani, al contrario della maggioranza dei malgasci. Credono al potere dell’albero sacro, venerato non soltanto nel villaggio, ma in tutta la regione. Gli uomini che desiderano un buon raccolto e le donne che vogliono un figlio vanno in pellegrinaggio all’albero: gli portano piccoli doni e gli chiedono aiuto. Lui stesso, racconta Mampiavy, una volta gli ha portato una bottiglia di rum e un po’ di contanti per chiedere la guarigione del figlio malato. E lui è guarito.
Quando è nato Mampiavy, nel 1965, l’albero sacro era lo Tsitakakoike, che nel 2018, dopo un lungo periodo di siccità, fu abbattuto da una tempesta. Aveva 1.400 anni e la circonferenza del tronco era di 27,30 metri. Serviva un successore e la scelta è caduta sullo Tsitakakantsa, un po’ più giovane, ma più imponente dello Tsitakakoike. A detta di Mampiavy, è l’albero più grande che abbia mai visto.
Wilfried Ramahafaly è venuto a vedere lo Tsitakakantsa. Ha un metro nello zaino e due importanti compiti da svolgere
Ma lo Tsitakakantsa non era destinato a rimanere in carica per decenni. Nell’ottobre 2025 dal tronco ha cominciato a uscire un liquido nero e maleodorante e dopo soli sette mesi, a maggio, una metà dell’albero è collassata. Asciugato dal calore del sole, il liquido non si vede più, ma vicino al tronco, dove arriva meno luce, ne è rimasta una piccola pozza.
Mampiavy spiega in questi termini la malattia dell’albero: dopo il 2018 è girata voce che il nuovo albero sacro del suo villaggio fosse speciale, straordinario, unico. E così sono arrivati i turisti, dal resto del Madagascar e poi dal mondo intero. Ma queste persone non avevano rispetto: toccavano l’albero, cucinavano la carne nelle sue vicinanze, urinavano contro il suo tronco. “Lo Tsitakakantsa”, dice Mampiavy, “è morto di rabbia”.
Anche se ha una spiegazione un po’ diversa, Wilfried Ramahafaly, che traduce in francese le parole di Mampiavy, in un certo senso è d’accordo: la morte dell’albero è colpa di chi non rispetta la natura.
Ramahafaly viene dall’est del Madagascar ed è cresciuto anche lui in una famiglia di contadini. All’inizio degli anni duemila si è trasferito ad Antananarivo per studiare agraria, con l’idea di tornare a gestire la fattoria di famiglia. E invece è finito al centro di ricerca Cirad, dove ha scoperto di avere una passione per i baobab. Appena può visita la regione dei baobab giganti nella parte sudoccidentale dell’isola. Con instancabile entusiasmo e crescente preoccupazione.
Tradizionalmente i baobab non avevano granché da temere dagli esseri umani, spiega Ramahafaly, perché sono più utili da vivi: danno frutti commestibili e semi da cui si ottiene olio. E, infatti, in molti tronchi sono stati praticati dei fori che segnano un percorso verso l’alto, come appigli su una parete da arrampicata.
Nell’estremo sud del Madagascar, dove il clima è ancora più arido, la gente svuota parzialmente i tronchi dei baobab per conservarci l’acqua. Il legno di questi alberi, morbido e fibroso, non si può usare per le costruzioni né per accendere il fuoco. Solo quando cadono da soli la gente li apre per utilizzarne le fibre come copertura per i tetti delle case.
Ma a volte la popolazione locale abbatte e brucia i baobab perché sono di intralcio. Questo succede perfino nei dintorni del villaggio di Andombiry, dove il baobab è ritenuto sacro. Perché in effetti a essere sacro è solo uno specifico albero. I giovani del villaggio, racconta Mampiavy, hanno preferito fare spazio ai campi, intervenendo, dove necessario, con il fuoco e i machete. Lui gliel’ha proibito, ma loro non gli hanno dato ascolto.
Mampiavy, però, li capisce: i giovani cercano di reagire a una situazione difficile, come la sua. Fino a qualche anno fa, oltre a capre e campi, possedeva quindici bovini. Poi i banditi armati di fucile che periodicamente assaltano i villaggi glieli hanno rubati. Mampiavy ha una collana da cui penzola un sacchetto contenente pezzi di legno, preziosi perché servono a proteggerlo dalle pallottole. Nel villaggio li hanno tutti, uomini, donne e bambini.
E poi c’è la crisi climatica, s’inserisce Ramahafaly. Al baobab serve il clima secco ma non troppo caldo che si trova solo nelle zone occidentali e settentrionali del Madagascar. Nella parte orientale, umida e tropicale, i baobab non ci sono. Ma per accumulare acqua e far germogliare i semi, il baobab ha bisogno della stagione delle piogge, e su quelle ormai non si può più fare affidamento: cominciano in anticipo o in ritardo, e di solito le precipitazioni sono scarse. Di conseguenza, i semi dell’albero cadono su un terreno sterile.
In vent’anni di ricerca Ramahafaly ha visto tantissimi baobab, vecchi, meno vecchi e vecchissimi. Ma in tutta l’isola non ne ha mai visto uno giovane, di uno, cinque o dieci anni di età. Tranne una volta, su un’altura lungo le rive del fiume Mangoky, dove c’è abbondanza d’acqua e il clima è mite per gli standard malgasci.
Ma il problema non è solo la progenie che scarseggia. Anche gli esemplari più anziani soffrono le nuove condizioni climatiche: penuria d’acqua, caldo eccessivo e tempeste sempre più frequenti. Tra il 2005 e il 2025 il Madagascar è stato colpito da 35 cicloni, otto alluvioni e cinque gravi periodi di siccità. L’emergenza è costante. Misurando i vecchi alberi, Ramahafaly constata che la loro crescita si è ormai interrotta da anni. E a volte la situazione è anche peggiore.
Un’occasione da non perdere
Ramahafaly vuole esaminare l’interno dello Tsitakakantsa morente. È un’opportunità che non capita spesso, neanche a uno come lui. In equilibrio su un cumulo di resti all’apparenza stabili, ma che cedono non appena ci appoggia il piede, Ramahafaly si arrampica su per il tronco spaccato. Raggiunta una parte in piano, prende il telefono per fare un video, si sfila le infradito e avanza un altro po’ lungo il bordo del cratere. Tastando le fibre, con mani e piedi ne strappa dal tronco pezzi leggerissimi. Poi affronta la discesa.
La diagnosi: un ciclone deve aver danneggiato e divelto la chioma dell’albero, consentendo a grandi quantità d’acqua di penetrare nel tronco. Di conseguenza lo Tsitakakantsa ha cominciato a marcire dall’interno finché a un certo punto non ha più retto il proprio peso. Il lato sudest, però, sembra in salute, all’esterno e all’interno: è solido, asciutto e vivo, almeno per ora. Scrutando con attenzione i rami, s’intravede perfino qualche fiore bianco.
Secondo Ramahafaly i fiori sono la prova del fatto che lo Tsitakakantsa avrebbe potuto vivere a lungo: gli esemplari troppo anziani, infatti, non fioriscono e, al contrario dello Tsitakakantsa, hanno la corteccia nodosa. Proprio come quella della “madre”, un altro albero vicino al villaggio che sul tronco ha un gonfiore che ricorda la pancia di una donna incinta. L’albero ha circa 1.400 anni e con tutta probabilità è il più vecchio Adansonia grandidieri di tutto il Madagascar.
Se Ramahafaly può arrampicarsi sui resti dello Tsitakakantsa, è solo perché il baobab morente ha ormai perso lo status di albero sacro: un po’ come una chiesa sconsacrata, che può essere demolita o trasformata in un supermercato. La sua sacralità è passata al suo successore, un albero di nome Mandrosoa.
Per dieci giorni, racconta Mampiavy, insieme a Mbotiaro, il più anziano del villaggio, e a Mitoby, l’altro componente del terzetto, hanno cercato il successore dello Tsitakakantsa nei dintorni di Andombiry. All’inizio speravano di trovare un albero delle stesse dimensioni, ma non ci sono riusciti. E alla fine hanno scelto Mandrosoa. Perché? La decisione spettava a Mbotiaro, risponde Mampiavy, perché scegliere l’albero sacro è compito del più anziano del villaggio. Mbotiaro spiega di aver preso quella decisione una notte, su suggerimento divino. A maggio si è tenuta la cerimonia di consacrazione. E ora che è arrivato Ramahafaly si terrà una seconda cerimonia, quella della misurazione.
Il Mandrosoa dista da Andombiry qualche chilometro in più dello Tsitakakantsa. È un baobab maestoso, cresciuto in modo armonico, con un tronco straordinariamente dritto e una chioma quasi simmetrica. Mampiavy, Mbotiaro e Mitoby vanno verso di lui e si fermano a circa un metro di distanza dal tronco. Poi tirano fuori i doni: mezzo litro di rum in una bottiglia di plastica, un pacchetto di sigarette e un po’ di denaro contante.
Mbotiaro apre la bottiglia, dando inizio alla cerimonia. Prega gli antenati di proteggere l’albero sacro, e prega l’albero di proteggere il villaggio. Mentre parla versa il rum sul tronco e sul terreno. Poi ci gira intorno, fermandosi di tanto in tanto per ripetere la procedura. Si ferma davanti a una profonda cavità sul tronco e ci versa all’interno una considerevole dose di rum. Poi si sposta per dare modo a Mitoby di infilarci una sigaretta e a Mampiavy una banconota da cento ariary (due centesimi di euro).
In passato per la cerimonia si usava il sangue di un animale appena macellato: una pecora, una capra o un vitello. Ma questi sono tempi difficili e gli animali sono troppo preziosi. Perciò basta il rum.
◆ “Il Madagascar va incontro a una stagione delle piogge difficile” a causa del fenomeno meteorologico del Niño che quest’anno sarà più intenso del solito, scrive Il sito Madagascar-Tribune.com. Le minacce sono due: tra l’ottobre 2026 e il gennaio 2027, la mancanza di precipitazioni, accompagnata da forte caldo, si farà sentire sulle regioni del sud, dell’ovest e sulla capitale Antananarivo, aggravando la scarsità di acqua potabile; dal febbraio 2027, sono previste piogge intense nel nord e nel nordest con il rischio di alluvioni e frane.
Ora è il turno di Wilfried Ramahafaly che tira fuori dallo zaino un metro rosso e affida a Mitoby l’involucro in cui è avvolto. Poi ne afferra un capo e si mette a girare intorno all’albero con ampie falcate. Alla fine misura una circonferenza di 23,30 metri, quasi sei meno dello Tsitakakantsa e quattro meno del suo predecessore, lo Tsitakakoike. Ramahafaly sembra deluso.
Mampiavy, Mbotiaro e Mitoby prendono atto del risultato senza scomporsi. Si sono ritirati all’ombra per fumare una sigaretta e passarsi la bottiglia dov’è rimasto un po’ di rum. Avrebbero potuto scegliere un albero più grande, dice Mampiavy, non grande quanto lo Tsitakakantsa, ma più grande del Mandrosoa. Di alberi del genere ce ne sono, ma sono troppo lontani dal villaggio. L’albero sacro dev’essere grande, ma anche facile da raggiungere. I tre sono soddisfatti della scelta.
Mampiavy spera che il Mandrosoa richiami i turisti, perché portano i soldi di cui Andombiry ha bisogno. Stavolta, però, vogliono assicurarsi che tutti si comportino bene: prima di potersi avvicinare all’albero, i visitatori dovranno passare dal villaggio e imparare come comportarsi. Se non dovesse bastare, ci sarà sempre l’ultima spiaggia: recintare l’albero.
Sulla via del ritorno facciamo un’ultima tappa prima di arrivare al villaggio: ci fermiamo là dove sorgeva lo Tsitakakoike, il predecessore dello Tsitakakantsa, il colosso abbattuto da una tempesta nel 2018. Otto anni dopo non resta niente, solo un’impronta sul terreno sabbioso.
Lo stesso destino attende lo Tsitakakantsa, spiega Mampiavy. Al più tardi l’anno prossimo, prevede, anche l’altra metà dell’albero collasserà; una volta morto, il baobab scomparirà nel giro di qualche anno.
Wilfried Ramahafaly non ne è altrettanto sicuro: eliminando quel che rimane della metà marcia, la parte sana potrebbe salvarsi. Lo Tsitakakantsa non sarà più un albero sacro e non sarà più neanche l’albero più grande del Madagascar. Ma almeno sarà vivo. ◆ sk
Internazionale pubblica ogni settimana una pagina di lettere. Ci piacerebbe sapere cosa pensi di questo articolo. Scrivici a: posta@internazionale.it
Questo articolo è uscito sul numero 1689 di Internazionale, a pagina 56. Compra questo numero | Abbonati