Il 4 gennaio, mettendo in pratica il proposito per l’anno nuovo di Emmanuel Macron di essere inflessibile con i gilet gialli, il portavoce del governo francese Benjamin Griveaux ha dichiarato che l’esecutivo “andrà avanti con le riforme in modo ancor più radicale”, ha condannato le azioni dei manifestanti e li ha definiti “agitatori che istigano all’insurrezione”. Il giorno dopo Griveaux è stato costretto a fuggire dal suo ufficio quando i manifestanti hanno forzato l’ingresso dell’edificio con un muletto da cantiere. L’“ottavo atto” del movimento dei gilet gialli, andato in scena a Parigi e nel resto della Francia il 5 gennaio, è stato segnato da un nuovo aumento dei manifestanti – cinquantamila, rispetto ai trentamila della settimana prima di Natale – e da violenti scontri con la polizia. Sono stati sparati proiettili e gas lacrimogeni, e sono state incendiate auto e barricate. A Parigi un manifestante ha picchiato alcuni agenti e a Tolone è stato un poliziotto a picchiare i manifestanti.
Per Macron è una pessima notizia: la crisi non è ancora finita.
A dicembre, quando il presidente francese aveva fatto alcune concessioni per alleviare le difficoltà della classe operaia e dei ceti medi, promettendo di aprire un dialogo con il movimento, era sembrato che la situazione potesse tornare sotto controllo. Ma dopo più di un mese nessuna richiesta dei gilet gialli è stata soddisfatta: non è stato rivalutato il salario minimo, la patrimoniale non è stata ripristinata e Macron è andato avanti sorridendo come se niente fosse. Nel frattempo i poliziotti hanno scioperato per le difficili condizioni di lavoro (i cosiddetti gilet blu) e i loro salari sono stati alzati nell’arco di una giornata.
La partecipazione alle proteste che si tengono ogni settimana è diminuita, ma nelle cittadine e nei paesi di tutta la Francia molti gilet gialli hanno trascorso le festività nelle rotonde stradali, dove tutto è cominciato. Un movimento che riesce a convincere la gente a passare intere giornate per strada al freddo invece che a casa non è certo un movimento che sta per dissolversi.
Dopo aver finto di fare concessioni ragionevoli, il governo di Macron può definire quelli che continuano a protestare “agitatori” in cerca di violenza e ordinargli di interrompere la protesta. Ma la verità è che non si avvia “un grande dibattito nazionale” con il più importante movimento degli ultimi decenni chiamando i manifestanti “delinquenti”, a meno che non si voglia far fallire il dialogo.
Questo non significa minimizzare la violenza di alcune manifestazioni. È innegabile che ci siano stati episodi di brutalità, non solo nel caso di Griveaux e nelle strade di Parigi, ma anche contro i mezzi d’informazione. I manifestanti hanno circondato gli uffici dell’agenzia Afp e le sedi del quotidiano Libération e dell’emittente Bfm Tv per protestare contro il modo in cui hanno parlato del movimento. Durante le proteste i giornalisti sono stati costantemente presi di mira, anche se molti di loro hanno contratti di lavoro precari come quelli dei gilet gialli. Pochi giorni prima di Natale, la sede dell’agenzia delle entrate della cittadina di Saint-Avold è stata incendiata.
Malcontento diffuso
Gli attacchi ai giornalisti e gli atti di violenza gratuita possono voler dire che il movimento dei gilet gialli si è radicalizzato (di sicuro si sono radicalizzati alcuni dei suoi componenti), ma sono anche il segno che la comprensibile rabbia dei manifestanti per le vuote promesse del governo non è stata contenuta né gestita adeguatamente.
Più il movimento andrà avanti, più crescerà la rabbia dei manifestanti e più sarà evidente che Macron non ha intenzione di cedere. Ma la scommessa del presidente rischia di essere perdente: i gilet gialli sono sostenuti dal 55 per cento dei francesi, mentre Macron e le sue politiche sono osteggiati dal 75 per cento della popolazione.
Il malcontento sociale cresce. Gli insegnanti si mobilitano, il personale sanitario e altri dipendenti pubblici sono in allerta e nel periodo natalizio hanno scioperato i dipendenti dei servizi d’emergenza locali. La ritenuta alla fonte per le imposte, entrata in vigore a gennaio, arriva in un pessimo momento e rischia di dare a qualcuno la sensazione di avere meno soldi in tasca. E Macron sta per avviare un’ampia riforma delle pensioni e delle leggi sulla disoccupazione, che provocherà altre proteste.
Il “grande dibattito nazionale” tra i gilet gialli e il governo non è ancora cominciato e già le tensioni sono evidenti. I partiti d’opposizione, compresi quelli agli estremi dello spettro politico, stanno cercando di strumentalizzare il movimento. I gilet gialli avranno anche qualche difficoltà a proporre pacificamente le loro rivendicazioni, ma di sicuro non spariranno presto. ◆ as
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Questo articolo è uscito sul numero 1289 di Internazionale, a pagina 12. Compra questo numero | Abbonati