Ad aprile la rete televisiva statunitense Univision ha annunciato la vendita del Gizmodo Media Group (un’azienda che gestisce siti d’informazione come Gizmodo, Kotaku, Splinter, Jezebel e The Root) e del sito satirico The Onion al fondo d’investimento Great Hill partners. Nell’accordo non si parla di licenziamenti per i 233 dipendenti delle due aziende. Probabilmente, però, i lavoratori hanno ragione di temere che ci saranno licenziamenti o chiusure, dal momento che la Great Hill vuole smembrare le aziende per tenere le parti più redditizie.

Ma non sarebbe stato meglio se i dipendenti del Gizmodo Media Group e dell’Onion avessero avuto il diritto di comprare l’azienda in cui lavorano, sfruttando l’assistenza finanziaria e tecnica del governo? Secondo un sondaggio di Democracy collaborative, un gruppo di ricerca per la promozione della democrazia, il 69 per cento degli statunitensi sostiene che i lavoratori dovrebbero avere il diritto di comprare le aziende da cui dipendono prima di qualsiasi altro acquirente quando sono messe in vendita o destinate a chiudere. Solo il 10 per cento degli intervistati è contrario a questo diritto di prelazione.

Chicago, Stati Uniti, 2016. Nella redazione del sito The Onion (David Kasnic, The New York Times/Contrasto)

Secondo Democracy collaborative, esistono diversi precedenti. Se abiti in affitto in un condominio di Washington e il tuo padrone di casa vuole vendere il palazzo, hai il diritto di unirti con gli altri inquilini e rilevare l’immobile in base a una legge comunale. In Italia, se sei un operaio e la tua azienda viene chiusa, puoi comprarla insieme ai tuoi colleghi in base alla legge Marcora. In entrambi i casi è prevista l’assistenza finanziaria e tecnica. Queste leggi sono in vigore da anni e hanno permesso a migliaia di persone di comprare le case in cui vivono o le aziende in cui lavorano.

In un’epoca in cui milioni d’imprenditori titolari di aziende di piccole e medie dimensioni si avviano verso la pensione ha senso privare i lavoratori del diritto di intervenire in prima persona? Il diritto di prelazione rappresenterebbe una modesta ma importante sfida all’autorità assoluta dei proprietari di fare come vogliono. Avrebbero ancora il diritto di scegliere quando lasciare gli affari e di fissare un prezzo di vendita, ma non avrebbero più il diritto di chiudere un’azienda attiva o venderla a un fondo d’investimento che la priverà delle sue parti più redditizie. I proprietari che chiudono o vendono voltano pagina per fare altro, lasciandosi alle spalle i lavoratori, che dovrebbero perciò avere la priorità nel determinare il futuro controllo dell’azienda.

Bisogni sociali

Democracy collaborative propone che le aziende in vendita o destinate a chiudere siano tenute per un certo periodo in una sorta di deposito di garanzia. I lavoratori dovrebbero avere il diritto di scegliere un amministratore fiduciario o di averne uno nominato per loro conto, e dovrebbero essere informati su quanto bisognerà spendere per esercitare il diritto di prelazione. A quel punto avrebbero accesso a una serie di fonti di capitale dedicate alle transazioni per la proprietà dei lavoratori, comprese alcune che autorizzino il rimborso non sotto forma di denaro ma di iniziative per soddisfare bisogni sociali, per introdurre pratiche aziendali più sostenibili o per eliminare discriminazioni e disuguaglianze sul posto di lavoro.

L’amministratore fiduciario dei lavoratori dovrebbe preparare una proposta di acquisto dell’azienda. I lavoratori potrebbero anche accedere a un prestito nel settore pubblico con rimborsi in base al reddito. Questa sarebbe una differenza rispetto alla legge Marcora in Italia, dove i lavoratori devono pagare in anticipo il costo delle acquisizioni ricorrendo alle indennità di disoccupazione accumulate. In questo caso, però, si rischia di impoverire i lavoratori se il rilevamento dell’azienda dovesse fallire.

Comunque, non tutte le aziende in vendita o destinate a chiudere verrebbero comprate dai dipendenti. In alcuni casi i lavoratori potrebbero approvare la nuova proprietà. In altri casi potrebbero decidere che rilevare l’azienda sarebbe una perdita di tempo e di risorse. Oggi però negli Stati Uniti pochi concordano sul fatto che tutte le aziende smembrate e chiuse da capitalisti avvoltoi fossero destinate a questo. Sono state distrutte molte aziende redditizie, e molti lavoratori che magari avrebbero voluto salvarle non hanno mai avuto la possibilità di farlo. ◆ gim

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Questo articolo è uscito sul numero 1306 di Internazionale, a pagina 106. Compra questo numero | Abbonati