L’Iraq nasce da un’abbondanza d’acqua. Il suo antico nome, Mesopotamia, significa “terra tra i fiumi”. E che fiumi: l’imponente Eufrate si riversa dagli altipiani anatolici orientali nel deserto siriano per poi amoreggiare con l’elegante Tigri, che scorre ai piedi dei monti Zagros e si snoda lungo il confine occidentale dell’Iran. I due si uniscono a formare una pianura fertile, dove sono sbocciati i frutti che hanno cambiato le sorti dell’umanità. È qui che, millenni dopo aver padroneggiato il fuoco, abbiamo imparato a mettere l’acqua al nostro servizio. Circa settemila anni fa, gli abitanti di queste aree – chiamate anche Mezzaluna fertile – combinarono l’irrigazione per sommersione con l’aratura a trazione animale e impararono a coltivare cereali e frutta. Da questa nuova dieta emersero città popolose, che richiedevano forme sempre più complesse di amministrazione. Mentre i contadini attaccavano al giogo asini e buoi, élite protoburocratiche mettevano a punto il più antico sistema di scrittura conosciuto: il cuneiforme. L’Iraq è profondamente influenzato da questo retaggio, che appartiene anche alla cultura universale. Il Tigri e l’Eufrate scorrono impetuosi nelle vene dell’Iraq come una fonte inesauribile di vita, orgoglio e tradizioni. Un bicchiere pieno d’acqua accoglie chiunque entri in tutte le case e gli uffici del paese. Negli spazi pubblici ci sono distributori d’acqua, eredi di una venerabile tradizione sopravvissuta fino agli anni novanta: l’hib, un grande vaso di terracotta esposto in strada, da cui i passanti potevano attingere usando un bicchiere di latta condiviso appeso a una catenella. Oggi quella generosa tradizione è una reliquia del passato. La fornitura idrica è sempre più precaria, ma l’Iraq continua a consumare – e inquinare –come se non ci fosse un domani. Questo abuso della risorsa più preziosa dell’Iraq coinvolge tutti i livelli dello stato e della società e minaccia ogni aspetto della vita, dalla sicurezza alimentare alla salute pubblica alla geopolitica fino all’estrazione di petrolio. L’ambiente sta contrattaccando. Temporali e alluvioni sempre più violenti sommergono le città e devastano le aree rurali del paese. Le tempeste di sabbia si moltiplicano e sollevano nuvole di polvere ocra che ricoprono gli edifici. Le siccità stagionali si prolungano, a volte anche per due o tre anni consecutivi. Le ultime hanno lasciato ampie distese di terreni inariditi e animali malnutriti. L’immagine di un passato glorioso si deteriora dando origine a un futuro apocalittico. Per un giovane di Baghdad, cresciuto in mezzo a ogni possibile tipo di disordine sociale, la vulnerabilità del paese di fronte ai cambiamenti climatici si può sintetizzare così: “Ora è la natura a ribellarsi”. I vicini assetati Mentre l’Iraq divora la sua acqua, gli iracheni tendono a guardare la penuria attraverso un’ingannevole lente rassicurante: incolpano i vicini di essersi accaparrati la risorsa che gli spetta di diritto. Il Tigri e l’Eufrate dipendono dai paesi dove ci sono le fonti e gli affluenti, in particolare la Turchia e l’Iran, che gli sottraggono acqua. Negli anni settanta, Ankara – come Baghdad nello stesso periodo – investì molto nella costruzione di dighe. Sei delle 22 dighe progettate in Turchia devono ancora essere completate. Quando questo succederà la portata dell’Eufrate potrebbe ridursi a un quarto del suo volume originario e Ankara potrebbe chiudere i rubinetti dall’Iraq per un anno. Già alla fine degli anni novanta l’inaugurazione di alcune grandi dighe in Turchia trasformò il Tigri in un misero rigagnolo che gli abitanti di Baghdad potevano attraversare a piedi. Più di recente, l’Iran colpito dalla siccità ha tentato di trattenere e ridistribuire internamente le sue risorse idriche. Così Teheran ha deviato alcuni affluenti del Tigri, in particolare il Diyala (che gli iracheni chiamano Sirwan) e il Karun, e li ha trasformati in uno scarico per le sue acque reflue, facendole defluire oltre il confine. “Tutto quello che vediamo dell’Iran sono le milizie, le droghe e i liquami”, si lamenta un abitante di Bassora, la città più a sud dell’Iraq e la seconda più grande del paese. Il tanfo che si leva dalla superficie oleosa dello Shatt al Arab, il corso d’acqua che si forma dalla confluenza del Tigri e dell’Eufrate, sembra confermarlo. Negli ultimi anni la Siria è stata troppo consumata dalla guerra per potersi sommare ai guai dell’Iraq. Ma la sua ripresa è legata al rilancio del settore agricolo, che dipenderà fortemente dall’acqua prelevata dall’Eufrate. Circondato da vicini assetati, l’Iraq non ha molta voce in capitolo per difendere i suoi interessi. Dal 1920 gli accordi di spartizione delle acque si accumulano, e restano per lo più ignorati. È difficile immaginare come la frammentata, miope e opportunista classe politica irachena possa ottenere condizioni migliori. Paesaggio e cultura Ma, per quanto rilevanti, questi aspetti sono anche sopravvalutati. Radicati nella coscienza popolare degli iracheni, sono una spinta a trascurare la tutela delle risorse che ha poco a che fare con la geopolitica. Questa visione distorta deriva in parte dal modo in cui l’Eufrate domina la psiche dell’Iraq: il fiume è stupefacente, come un’oasi che si stende miracolosamente per centinaia di chilometri di deserto. Ma è anche la fonte d’acqua più precaria dell’Iraq e il suo costante declino è causa di angoscia. Il Tigri, invece, è meno sontuoso, ma più essenziale: il suo bacino alimenta due terzi delle terre irrigate dell’Iraq. Ed è anche più affidabile, perché scorre per metà all’interno del paese. Gran parte dei problemi idrici dell’Iraq e in pratica tutte le possibili soluzioni si trovano dentro i suoi confini. Anche se il 97 per cento del territorio è classificato come arido o semiarido, per gli standard regionali l’Iraq è un paese ricco di risorse idriche. Nel 2014 aveva a disposizione 2.500 metri cubi di acqua dolce rinnovabile pro capite, più del Regno Unito o della Germania. Nessun altro paese arabo supera i mille metri cubi, mentre i paesi dove le risorse idriche sono davvero scarse, come Kuwait, Yemen, Arabia Saudita e Libia, non arrivano ai cento. Questa abbondanza plasma tanto il paesaggio dell’Iraq quanto la sua cultura. I vasti deserti del paese coesistono con le estese paludi a sud, i lussureggianti frutteti a est, le pianure irrigate dalla pioggia a nordovest, le montagne innevate del Kurdistan e i palmeti, sparsi ovunque: circa 20 milioni di alberi, un record mondiale. A parte l’archeologia, il turismo interno si basa sulle dighe, i bacini artificiali, le barche a noleggio e i parchi a tema sulle isole. Il piatto nazionale, il masgouf, è un pesce, di cui gli iracheni non sembrano mai sazi. Viene accompagnato da riso ambra, una profumata varietà locale coltivata usando l’irrigazione per sommersione. Questa ricchezza però tende a scomparire alla stessa velocità con cui si rigenera. L’Iraq produce ogni anno circa 22 miliardi di metri cubi di acqua dolce, ma 19 miliardi si perdono a causa del clima infuocato. Gran parte dell’acqua evapora negli immensi laghi artificiali che l’Iraq usa come bacini, tanto inadatti all’ambiente del paese quanto fondamentali per le sue politiche di gestione idrica. Anche i lussureggianti acquitrini meridionali soffrono pesanti perdite, che minacciano la flora e la fauna dell’ecosistema. Tra due eccessi L’Iraq vive una costante tensione tra penuria e abbondanza. Storicamente la sua esistenza si è fondata su un’attenta gestione di questa incerta ricchezza idrica. Il mutevole clima di oggi peggiora la situazione. In modo lento ma inesorabile le temperature sono aumentate: nel 2016 Bassora ha raggiunto i 53,9 gradi centigradi, quasi il record mondiale. Parallelamente, le precipitazioni sono diminuite. La Banca mondiale prevede che le temperature globali aumenteranno di due gradi entro il 2050 e le piogge annuali diminuiranno di quasi il 10 per cento. Questo aggraverebbe il problema dell’evaporazione. Senza contare i comportamenti umani. Nei mesi estivi, per esempio, gli iracheni tendono a rifugiarsi in un turbine di aria condizionata. Paradossalmente l’Iraq è anche minacciato da un eccesso di acqua del tipo sbagliato. L’innalzamento del livello del mare a causa del riscaldamento globale potrebbe essere un disastro per le pianure del sud: un metro in più costringerebbe alla fuga i due milioni di abitanti di Bassora; se aumentassero di tre metri, le acque del mare penetrerebbero all’interno per 150 chilometri, interessando altri milioni di persone. Emergenza climatica significa anche che quando piove diluvia. Quasi ogni anno ormai c’è una crisi legata a un temporale. L’Iraq non raccoglie e immagazzina l’acqua piovana, che fa straripare le fogne. L’inefficienza del settore agricolo rende il tutto ancora più disastroso. Secondo le stime dell’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura (Fao), l’agricoltura trangugia circa l’80 per cento dell’acqua che viene consumata in Iraq. Gran parte va alle “colture strategiche” come grano e orzo, conseguenza di un pluridecennale sforzo per raggiungere l’autosufficienza alimentare. Eppure il paese rimane disperatamente dipendente: importa più grano di quello che produce, comprandone all’estero fra i tre e i quattro milioni di tonnellate ogni anno. Così, mentre la produzione agricola si aggira intorno a un modico 3 per cento del pil, lo stato iracheno spende annualmente circa cinque miliardi di dollari (il 2 per cento del pil) per importare beni alimentari di base e compensare le carenze interne. E la tendenza è destinata a continuare: la popolazione dell’Iraq è raddoppiata tra il 1970 e il 1995, poi è nuovamente raddoppiata raggiungendo i 40 milioni di oggi, ed è previsto che continuerà ad aumentare. I risultati già scarsi degli investimenti non possono che peggiorare, perché le pratiche agricole inquinano il suolo aumentando la salinità, un problema legato all’uso del limo come fertilizzante, all’eccessiva irrigazione, allo scarso drenaggio e all’evaporazione. In passato le piene stagionali dei fiumi aiutavano a lavare via il sale dalla terra, ma un complesso sistema di sbarramenti, dighe e bacini artificiali ha fatto scomparire questi cicli a metà del novecento. Da allora si stima che l’Iraq abbia perso a causa della salinità più di un terzo della superficie attualmente usata per l’agricoltura. E così la produzione di cereali è spaventosamente bassa. Queste contraddizioni non sono passate inosservate. Molti esperti iracheni e internazionali hanno chiesto riforme di buon senso, come l’installazione di contatori per misurare il consumo, il passaggio all’irrigazione a goccia, l’introduzione di un corretto sistema di drenaggio. Queste misure non si sono realizzate per diversi motivi. Il primo è psicologico, radicato nel retaggio agricolo quasi senza tempo del paese. Gli iracheni non possono fare a meno di vedere il loro paese come straordinariamente fertile. Com’è possibile che l’antico granaio del mondo non sia autosufficiente? Com’è possibile che il Tigri e l’Eufrate non siano in grado di sfamare i loro figli? L’ideologia baathista ha ripreso e amplificato questa mentalità, facendo del potere dell’acqua una componente essenziale dell’identità e della sovranità nazionali. Un secondo fattore è parte integrante delle istituzioni del paese. L’Iraq contemporaneo conserva tracce della città-stato mesopotamica, emulata dallo statalismo baathista, in cui le autorità possedevano la terra, controllavano la produzione, compravano i prodotti agricoli e li ridistribuivano alla popolazione. Questo spiega perché molti contadini restano poveri, coltivano piccoli appezzamenti e dipendono dallo stato per semi di scarsa qualità, fertilizzanti, insetticidi e altri prodotti. L’acqua che usano è praticamente gratis, sovvenzionata fino a costare 0,0002 dollari al metro cubo, una delle tariffe più basse al mondo. In cambio, Baghdad si riserva il diritto di comprare tutte le colture strategiche a un prezzo basso e fisso. Il sistema è permeato di burocrazia, che scoraggia gli investimenti. Intanto, la classe politica si concentra sui guadagni rapidi, negando ogni possibilità di soluzioni lungimiranti. Un sistema distorto Ma il malcostume e il torpore delle élite non spiegano un terzo, fondamentale fattore, di cui la maggioranza degli iracheni è complice. La società è tenuta insieme da un contratto sociale distorto, in cui i cittadini sentono di avere diritto alla loro fetta di ricchezza, un diritto legittimo che però si traduce in corruzione, dipendenti pubblici improduttivi e servizi gratuiti. Ogni iracheno, indipendentemente dal reddito, accede al sistema di distribuzione pubblica dei beni alimentari, creato nel 1991 per compensare gli effetti dell’estenuante embargo che finì nel 2003 con l’occupazione statunitense. Questo sistema anacronistico costa allo stato cinque miliardi di dollari all’anno in importazioni. Le pratiche agricole antiquate e inefficienti costituiscono una componente centrale di questo sistema clientelare: tengono a galla circa dieci milioni di abitanti rurali (un quarto della popolazione) che dipendono dall’agricoltura per il loro sostentamento, sono sempre più poveri e disoccupati e continuando a migrare rischiano di invadere città già sovrappopolate. Questi agricoltori vedono solo una minima parte dell’immensa ricchezza petrolifera irachena; in cambio, gli viene concesso di dilapidare la fetta più consistente del patrimonio idrico. Lo spreco d’acqua in Iraq è quasi generalizzato. Secondo un funzionario dell’Unicef a Baghdad, un iracheno consuma in media 392 litri d’acqua al giorno solo per scopi domestici, quasi il doppio della media globale, che è di 200 litri. Questa quantità esorbitante costa agli iracheni la cifra straordinariamente bassa di 1,4 dollari all’anno, supponendo che paghino le bollette, cosa rara. A quel prezzo molte persone non esitano a lasciare i rubinetti aperti per allagare i giardini. L’industria del petrolio è colpevole di uno spreco ancora più impressionante. L’oro blu è barattato con l’oro nero: ogni barile di petrolio estratto è sostituito da un barile e mezzo di acqua che viene pompata al suo posto nel giacimento, per mantenere la pressione e quindi la produzione. Alternative logiche, come pompare acqua di mare, richiederebbero investimenti che sono continuamente rinviati. Questo riflette una mentalità diffusa secondo cui l’acqua scorre gratuitamente senza esaurirsi, al contrario del petrolio, che invece è riconosciuto come costoso da estrarre, prezioso e limitato. È significativo che nel 2018 il ministero del petrolio poteva contare su un budget quasi 50 volte superiore a quello del malandato ministero delle risorse idriche. Questo ministero ha ereditato una costosa infrastruttura per il controllo delle piene e per l’irrigazione, mentre tutti gli altri aspetti della gestione idrica sono stati trascurati. La capacità di raccogliere dati e fare proiezioni è minima, e di conseguenza la gestione delle dighe, dei bacini e dei canali è compromessa. Le strutture amministrative sono altrettanto caotiche: un esperto del settore si lamentava del fatto che qualunque iniziativa legata all’acqua può trovarsi davanti all’interferenza incrociata, tra gli altri, del ministero dei trasporti, delle strade e dei ponti e di quello delle finanze. Queste assurdità hanno reso la rete dell’acqua potabile irachena una delle peggiori al mondo. Si stima che due terzi di quest’acqua si perda prima di raggiungere gli utenti finali. Secondo la Banca mondiale solo 14 su 252 centri urbani in Iraq depurano le loro acque nere. L’Iraq rappresenta un caso di autoavvelenamento collettivo spaventoso. Quasi ovunque si scaricano nei fiumi liquami non trattati, che inquinano e aumentano la salinità. Nel sud del paese la concentrazione salina rende l’acqua non solo imbevibile, ma anche inadatta a lavare e agli usi agricoli. L’acqua salata, inoltre, è corrosiva e danneggia pompe, impianti di depurazione e condotte. Mentre in passato le piene del Tigri e dell’Eufrate lavavano il paese, oggi sono un concentrato della sua sporcizia, che rimettono in circolo. “I fiumi in Iraq sono malati. E la colpa è di tutti, dal più alto funzionario fino al cittadino comune”, si lamenta un esperto iracheno di inquinamento idrico. “A Bassora non ci sono più fiumi, ma fosse biologiche ambulanti”. Di conseguenza, tifo, dissenteria, epatite e altre malattie veicolate dall’acqua si diffondono in tutto il paese. A metà del 2018 circa 120mila abitanti di Bassora sono stati ricoverati per un’intossicazione da acqua. “Nuotiamo nel colera”, ha detto un epidemiologo della città. Le tensioni sociali crescono in parallelo. Gli abitanti scendono in piazza. Baghdad accusa il governo regionale curdo di aver immagazzinato acqua per compensare le sue penurie. Nell’Iraq centrale gli agricoltori a valle accusano quelli a monte di usare più della quota che gli è stata assegnata. In un contesto fortemente tribale, piccole tensioni possono facilmente degenerare in conflitti più seri. Lo stress idrico sta lacerando una società che già fatica a ricomporsi. Senza alternative In apparenza, la sfida posta al governo iracheno è semplice, basta adottare alcune misure di base. Ma la classe politica ha mostrato d’impegnarsi solo per trovare un capro espiatorio o soluzioni immaginarie. I cittadini criticano il governo ma ne rispecchiano le peggiori tendenze. Questa mentalità può cambiare solo con il tempo, nonostante gli sforzi sempre più numerosi per lanciare l’allarme. Ma una certa consapevolezza si sta diffondendo, sia nella piccola ma crescente comunità di attivisti sia in altri contesti meno scontati. L’acqua, come l’ossigeno, non ha sostituti. Quasi tutto il resto, a partire dal petrolio, ha delle alternative praticabili. Che la consideriamo una merce, un servizio pubblico o un diritto, l’acqua resta semplicemente un prerequisito per la vita. Più che sui mattoni, una società si costruisce sull’acqua, come l’Iraq dovrebbe sapere più di qualunque altro paese. L’antica Mesopotamia è nata da questa benedizione; l’Iraq sopravvivrà solo se si ricorderà di onorare il suo diritto di nascita. u fdl
L’industria del petrolio è colpevole di uno spreco ancora più impressionante
Peter Harling è fondatore e direttore di Synaps, un sito d’informazione che pubblica analisi e ricerche su temi di attualità, in particolare socioeconomici.
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Questo articolo è uscito sul numero 1346 di Internazionale, a pagina 48. Compra questo numero | Abbonati