La sarta della presidente Claudia Sheinbaum lavora da casa, in fondo a una stradina di un quartiere popolare alla periferia sud di Città del Messico. Non c’è un’insegna: solo il numero civico scritto con il gesso su un cancello di metallo arrugginito. In una stanza sul retro, Olivia Trujillo siede alla macchina da cucire e assembla gli abiti e i tailleur che sono ormai il segno distintivo della presidente messicana. Cuce tutto a casa, in compagnia della famiglia, di tre cani e di un pappagallo verde. Quando i vestiti sono pronti, un assistente li porta in moto direttamente al Palazzo nazionale. Gli abiti di Sheinbaum – confezionati con tessuti semplici prodotti in Messico e decorati con motivi indigeni – riflettono lo slogan del suo governo: “Per il bene di tutti, prima i poveri”.
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Trujillo, che ha circa sessant’anni, ha solo una rimostranza da fare alla presidente. Chi indossa abiti su misura di solito va dalla sarta per prendere le misure e per le ultime rifiniture. “Lei invece non è mai venuta a fare una prova”, dice.
Trujillo ha disegnato e cucito sia l’abito da sposa di Sheinbaum per il recente matrimonio con un vecchio amore dei tempi dell’università sia il vestito a maniche svasate indossato per l’inaugurazione del suo mandato nel 2024. Il secondo era color perla, con piccoli fiori ricamati sulla gonna e la parte superiore volutamente sobria, senza ricami, per mettere in risalto la fascia presidenziale. Trujillo ne ha cuciti due identici, “nel caso qualcuno le tirasse dei pomodori o chissà cosa”.
Sheinbaum aveva sentito parlare di Trujillo più di dieci anni fa, tramite passaparola, quando era ancora sindaca di Città del Messico. La prima volta, almeno, era andata a farsi prendere le misure di persona. Fin dall’inizio Trujillo era stata colpita dai suoi modi cordiali, dalla figura asciutta e dal “portamento elegante”, retaggio delle lezioni di danza classica che seguiva da bambina. Dice che “ovviamente” ha votato per lei alle elezioni del 2024. Molte persone della sua classe sociale apprezzano che il partito della presidente, il Movimiento de regeneración nacional (Morena), abbia puntato sul welfare e aumentato le pensioni. Quest’anno il governo ha introdotto l’assistenza sanitaria universale per tutti i 133 milioni di cittadini, prevedendo cure gratuite indipendentemente dal lavoro o dalla copertura assicurativa.
Fonte d’ispirazione
Mentre l’élite messicana si rivolge a costosi stilisti stranieri, Sheinbaum, che viene da un contesto borghese, preferisce gli abiti artigianali nazionali. È una delle leader democraticamente elette più popolari del mondo. Ha un indice di approvazione superiore al 70 per cento, e spicca in mezzo ai presidenti conservatori e di estrema destra eletti negli ultimi anni nelle Americhe. Per molti esponenti della sinistra internazionale è una fonte d’ispirazione. Il sindaco di New York, Zohran Mamdani, ha espresso più volte la sua ammirazione, sottolineando che “ha mostrato cosa si può ottenere quando si è disposti a combattere”. Sheinbaum è stata elogiata anche per come gestisce la relazione più delicata e importante del paese, quella con il vicino del nord. L’abilità con cui nel 2025 ha guadagnato tempo durante i negoziati sui dazi con Donald Trump è stata una dimostrazione del suo approccio tipico: lei lo definisce cabeza fría, sangue freddo sotto pressione. Il fatto di essere una scienziata del clima con un dottorato in ingegneria energetica la aiuta.
Sheinbaum è sostanzialmente un’accademica. Un suo collaboratore mi ha detto di cercare su YouTube la presentazione che ha fatto nel giugno 2025 per convincere gli Stati Uniti che il traffico di fentanyl dal Messico era in calo. “Stare in riunione con lei è così”, ha detto. La presentazione era un susseguirsi di grafici, fonti e minuzie. Su una cosa tutti concordano: Sheinbaum è attenta e ossessionata dai dettagli. Va a letto presto e si alza alle quattro del mattino, mandando messaggi a tutti, dai collaboratori più stretti ai piccoli funzionari dei dipartimenti sconosciuti.
È una presidente predestinata (era la protetta del suo predecessore, Andrés Manuel López Obrador detto Amlo) e al tempo stesso sorprendente. È una donna al potere in un paese maschilista. Marta Lamas, la femminista più autorevole della sua generazione (è nata nel 1947), spiega che gli uomini messicani hanno messo da parte il loro machismo per “votare con il portafoglio”. Lamas conosce Sheinbaum da anni e si definisce una sua sostenitrice, ma ci tiene a precisare che la presidente “viene dalla sinistra, non dal movimento femminista”. Invece di concentrarsi su politiche rivolte alle donne, Sheinbaum pensa a misure sociali più ampie come la sanità universale, l’assistenza domiciliare per gli anziani e i centri per l’infanzia.
Ovviamente è consapevole del valore simbolico della sua elezione. Nel 2023, quando in un’intervista le hanno chiesto perché volesse diventare capo dello stato, la sua prima risposta è stata: “Essere la prima presidente donna sarebbe un fatto storico per il nostro paese”. E la seconda: “Per dare continuità alle politiche di López Obrador”.
Sul piano personale Sheinbaum non potrebbe essere più diversa dal suo predecessore. Obrador è istrionico, impulsivo, un politico fino al midollo; Sheinbaum è misurata, prudente, una ex professoressa. Amlo viene dallo stato di Tabasco e ha sempre messo al centro i poveri e le popolazioni native, quello che spesso viene chiamato Messico profondo, in contrapposizione all’élite occidentalizzata. Sheinbaum è nata in una famiglia che non è ricca, ma fa parte dell’élite culturale della capitale. Alle elezioni del 2024 ha travolto la sua avversaria con un margine di 32 punti percentuali. “Molti editorialisti dicono che non ho personalità”, ha detto dopo il voto. “Che Obrador mi dice cosa fare e quando sarò presidente mi telefonerà tutti i giorni”. Ha aggiunto, scherzando, che le ha scritto la tesi in fisica, che le diceva cosa fare durante il dottorato o quando era sindaca.
Fonti interne a Morena assicurano che Amlo non passa affatto il tempo a chiamare la sua protetta. In Messico, però, molti si chiedono se il ruolo ancora dominante dei suoi fedelissimi non limiti il potere di Sheinbaum. Quando ci siamo parlati all’inizio dell’anno, lo scrittore Juan Villoro mi ha mostrato un video dell’insediamento in cui un gruppo di pezzi grossi di Morena si allontana dalla nuova presidente per farsi fotografare con il figlio di Amlo, “Andy” López Beltrán, responsabile operativo del partito. Alla fine di maggio, però, López Beltrán si è dimesso, lasciando Sheinbaum in una posizione più forte. Un cambiamento che uno storico messicano ha descritto come parte del “taglio del cordone ombelicale”.
Nel partito di governo esiste una frattura evidente tra i tecnici (il gruppo di Sheinbaum) e gli ortodossi, che si definiscono los puros, i puri, cioè i fedeli di Amlo. Ma è vero che Sheinbaum ha interiorizzato così profondamente la politica del suo mentore da rendere superflua qualsiasi sua interferenza. Di solito sulla copertina di una biografia autorizzata c’è una sola persona; su quella di Sheinbaum ce ne sono due: lei che saluta, e Amlo accanto che le solleva il braccio in segno di vittoria. “Ognuno ha il proprio stile personale, ma combattiamo nello stesso movimento da 23 anni”, spiega Sheinbaum. “Come ripeto spesso: cosa volete che dica, ‘prima i ricchi’?”.
Una delle differenze più rivelatrici tra la presidente e il suo predecessore è il percorso compiuto prima di arrivare al traguardo. Amlo ha fatto carriera nel Partito rivoluzionario istituzionale, che ha governato il paese in un sistema a partito unico dalla rivoluzione messicana fino alle prime elezioni davvero libere, nel 2000. In altre parole, è cresciuto dentro lo stato. Sheinbaum si è formata come attivista contro lo stato, e anche da presidente rivendica quel pezzo della sua storia. Per alcuni settori della sinistra, questo elemento rende alcune sue posizioni su temi come la militarizzazione della società o la crisi delle sparizioni forzate più sorprendenti, perfino scioccanti.
Nipote di ebrei bulgari e lituani fuggiti dall’Europa verso l’America Latina, Sheinbaum è cresciuta senza un’educazione religiosa ma con un forte senso politico del dovere. Suo padre, Carlos, nascondeva i libri di Karl Marx in angoli segreti della casa per paura delle perquisizioni dei servizi di sicurezza. “A casa mia si parlava di politica a colazione, a pranzo e a cena”, ha raccontato ad Arturo Cano, il suo biografo ufficiale.
Sheinbaum si definisce spesso una “figlia del ’68”, un modo sintetico per richiamare i movimenti studenteschi che segnarono quell’anno negli Stati Uniti e in Europa, ma anche in Messico. Durante la guerra fredda il Messico non scivolò nella dittatura militare come molti paesi latinoamericani, ma adottò alcune delle stesse pratiche repressive, tra cui la sparizione forzata di chi era considerato sovversivo. L’episodio più noto di quel periodo è il massacro di Tlatelolco del 1968, quando i cecchini dell’esercito aprirono il fuoco su una protesta studentesca nella capitale. In piazza Tlatelolco morirono circa trecento persone, e più di mille manifestanti furono trascinati in carcere come prigionieri politici.
L’istruzione è un diritto
Le sorti delle persone sequestrate e fatte sparire dallo stato furono il primo motivo dell’impegno politico di Sheinbaum. In un documentario realizzato da alcuni sostenitori di Morena, Sheinbaum ha ricordato che passò la prima notte fuori casa, a quindici anni, per unirsi “a un gruppo di madri in cerca dei loro figli, fatti sparire per ragioni politiche”. A guidarle c’era Rosario Ibarra de Piedra: suo figlio, che faceva parte di un gruppo comunista, era stato portato in un luogo sconosciuto. Nel 1977 Ibarra de Piedra fondò la prima associazione nazionale delle madri dei desaparecidos. Un anno dopo la polizia allontanò con forza la giovane Sheinbaum da un accampamento allestito in sostegno delle madri.
Mentre studiava fisica all’Universidad nacional autónoma de México (Unam), Sheinbaum portò avanti il suo attivismo, protestando contro le privatizzazioni e l’austerità. In un movimento studentesco dominato dagli uomini, riuscì a far sentire la sua voce in modo discreto e persuasivo. In un’intervista televisiva di quegli anni – quasi irriconoscibile, con i capelli corti e ricci – difende l’istruzione pubblica gratuita. È una linea che ha mantenuto, ripetendo spesso che “l’istruzione è un diritto, non una merce”.
Fu attraverso la politica studentesca che Sheinbaum incontrò il suo primo marito, Carlos Ímaz. Nel 1988, a 26 anni, nacque la loro figlia, Mariana. La famiglia – compreso il figlio di Ímaz, Rodrigo – la seguì alla University of California, a Berkeley, dove completò il dottorato (Sheinbaum ha tre farfalle tatuate sulla spalla: rappresentano lei e i due figli).
Nel 2011 Sheinbaum era al suo fianco quando Obrador attraversò il paese per far conoscere a tutti il suo nuovo partito, Morena
Avrebbe potuto restare negli Stati Uniti, ma tornò in Messico per insegnare nell’università pubblica dove aveva studiato. Gli stipendi non erano generosi e, nel documentario, ricorda quel periodo come un continuo tirare la cinghia: lavori extra per arrivare alla fine del mese, una casa modesta alla periferia della capitale “e soprattutto l’angoscia di non riuscire a prendere i bambini a scuola in orario. Questa ansia permanente. C’era traffico. Molto spesso arrivavo tardi”. Sorride, ma sembra più una smorfia. “Ecco, così è la vita delle donne”.
Sheinbaum incontrò Obrador nel 1999: lui si era candidato a sindaco di Città del Messico e lei organizzava delle riunioni a casa sua insieme al marito impegnato nella sinistra e sostenitore di quella candidatura. Dopo la sua elezione, nel 2000, Amlo la convocò a pranzo e le propose di diventare assessora all’ambiente, chiedendole di ripulire l’aria notoriamente inquinata della capitale. Sheinbaum accettò e raggiunse l’obiettivo. Da presidente, invece, ha deluso gli ambientalisti: punta alla “sovranità energetica” più attraverso l’azienda petrolifera statale, Pemex, che con le rinnovabili.
Nel 2005, quando annunciò di puntare alla presidenza, Obrador scelse Sheinbaum come portavoce. Dopo aver perso le elezioni nel 2006 per mezzo punto contro Felipe Calderón, la mise a capo di un’inchiesta per dimostrare che in realtà aveva vinto. Lei si rivelò un’alleata fedele, coordinando un gruppo di matematici per elaborare una serie di formule che però convinsero pochi elettori, a parte i sostenitori più devoti di Amlo. Furono proprio questi irriducibili a bloccare il traffico sul paseo de la Reforma a Città del Messico per 48 giorni, chiedendo un riconteggio. La richiesta non portò a nulla, e quando Calderón si insediò alla presidenza, i fedelissimi di Amlo organizzarono una cerimonia parallela: palco, fascia presidenziale, una folla di centomila persone. Sheinbaum era sul palco, e la fascia fu consegnata da Rosario Ibarra de Piedra, l’attivista che nel 1977 aveva fondato l’associazione delle madri dei desaparecidos.
Alla fine Amlo terminò la protesta e tornò a casa. Durante la campagna elettorale, però, si era costruito un certo seguito soprattutto nel sud povero e agricolo, tra la maggioranza della popolazione indigena. Nel 2011 Sheinbaum era al suo fianco quando attraversò il paese per far conoscere a tutti il suo nuovo partito, Morena. Nel 2015 ottenne la sua prima carica politica e fu eletta sindaca di Tlalpan, il municipio più a sud di Città del Messico, dove vive la sua sarta.
Sette anni dopo Morena era ormai un partito vincente. Nel 2018 Sheinbaum è stata eletta sindaca di Città del Messico, mentre Amlo diventava presidente della repubblica. In Messico i presidenti possono restare in carica per un solo mandato di sei anni; perciò, nonostante l’entusiasmo che lo circondava, dopo qualche anno Amlo è stato costretto a individuare un successore. Nel 2022 sono spuntati ovunque dei graffiti con la silhouette di Sheinbaum, con tanto di coda di cavallo, accompagnati dall’hashtag #EsClaudia, è Claudia. Era una vittoria annunciata.
Guerra alla droga
Le due sfide principali che Sheinbaum deve affrontare da presidente sono intrecciate: la prima è quella che in modo un po’ fuorviante è chiamata guerra alla droga. La seconda è gestire il rapporto tra il Messico e l’ingombrante vicino del nord. Le tocó Trump, dice Marta Lamas, le è toccato Trump.
A gennaio Trump ha annunciato su Fox News che presto le forze statunitensi sarebbero state inviate in Messico. Il mese successivo, in quello che è stato interpretato come un tentativo di placare Trump o di prevenire un intervento statunitense, Sheinbaum ha ordinato un blitz per catturare Nemesio Oseguera Cervantes, noto come El Mencho, il boss del cartello della droga più potente del paese. L’uomo è stato ucciso e il suo gruppo, il cartello Jalisco nueva generación, ha reagito incendiando camion e organizzando blocchi in 20 dei 31 stati del Messico. Nelle violenze sono morte più di settanta persone, tra cui circa 25 agenti della guardia nazionale.
Dopo la morte del Mencho, sui social sono circolate voci che alimentavano le ansie sul ruolo degli Stati Uniti nell’operazione. Una delle “notizie” infondate sosteneva che un agente statunitense aveva strangolato il boss di persona. In realtà l’operazione sembra essere stata condotta da forze messicane con l’aiuto dell’intelligence di Washington. Quelle false voci, però, colgono un’ambiguità centrale della cosiddetta guerra alla droga: chi la sta combattendo? Il Messico o gli Stati Uniti?
È una domanda delicata in un paese dove la parola soberanía, sovranità, ha un peso enorme. Dopo aver ceduto più di metà del territorio agli Stati Uniti nell’ottocento, il Messico è stato invaso dal vicino del nord più volte, l’ultima nel 1914. L’amministrazione Trump ha classificato diversi cartelli messicani come organizzazioni terroristiche straniere, aprendo la porta a possibili interventi militari. Sheinbaum, tuttavia, ha ribadito più volte che non permetterà azioni unilaterali sul suo territorio: “Ciò che non è mai negoziabile è la sovranità del nostro paese”.
Due mesi dopo l’uccisione del Mencho, la questione della sovranità è tornata sul tavolo quando due agenti della Cia, l’agenzia d’intelligence statunitense, sono stati trovati morti in un incidente d’auto dopo un blitz in una raffineria di droga nello stato di Chihuahua. Sheinbaum ha dichiarato che non erano “autorizzati” a operare in Messico. Delle due l’una: o si è smarcata da una missione che aveva approvato lei stessa, oppure ignorava che le forze statunitensi stavano operando in Messico. Nessuna delle due ipotesi è particolarmente lusinghiera.
A maggio la Cnn ha dato la notizia che la Cia aveva fatto esplodere un’auto per eliminare un uomo di livello del cartello di Sinaloa appena fuori Città del Messico. Se confermata, l’azione avrebbe abbondantemente superato i confini del normale coordinamento tra forze messicane e agenzie statunitensi. L’inchiesta della Cnn, basata su più fonti, ha scatenato un putiferio in Messico. Un portavoce della Cia l’ha definita “falsa e pruriginosa”, Sheinbaum “una menzogna”. Secondo la Cnn, la Cia avrebbe organizzato la missione a causa di possibili “infiltrazioni dei cartelli in alcuni settori del governo messicano”.
Quello delle infiltrazioni è un problema trasversale ai partiti, soprattutto a livello locale e statale, e Morena non fa eccezione. A fine aprile il dipartimento di giustizia statunitense ha accusato il governatore del Sinaloa Rubén Rocha Moya (di Morena) di essere colluso con il cartello di Sinaloa. Sheinbaum ha dichiarato che sarebbe intervenuta solo di fronte a prove certe: “La mia posizione su questi eventi è la seguente: verità, giustizia e difesa della sovranità”. Rocha Moya si è proclamato innocente e poi si è dato alla macchia.
Questi sono solo gli episodi più recenti di un conflitto che va avanti da anni e che spesso viene frainteso, soprattutto all’estero. La guerra alla droga è cominciata nel 2006, quando il presidente Felipe Calderón schierò l’esercito contro i cartelli. Gli Stati Uniti colsero l’occasione per gettare benzina sul fuoco, forti della percezione (a Washington) del successo del Plan Colombia, una misura da miliardi di dollari lanciata dall’amministrazione Clinton per contrastare la produzione e il traffico di droga in Colombia. Durante l’amministrazione di George W. Bush (2001-2009), gli Stati Uniti provarono a replicare la stessa formula, inviando fondi e armamenti all’esercito messicano e addestrandolo a dare la caccia ai narcotrafficanti.
Indipendentemente dal Plan Colombia, contestato da molti colombiani, il Plan México è stato disastroso. Alla fine dei sei anni di mandato di Calderón erano state uccise 60mila persone. Quattordici anni dopo le vittime sono centinaia di migliaia e non si intravede una soluzione.
Questa violenza è spesso descritta come un affare tra cartelli, con i civili a farne le spese. La realtà è molto più sfumata. I narcotrafficanti uccidono, ma lo fanno anche i loro presunti antagonisti, cioè la polizia e le forze armate messicane. Spesso non è chiaro chi viene ucciso e perché. Una delle ragioni di quest’incertezza è che molti politici sono sul libro paga dei narcos, e i cartelli sono radicati negli apparati di sicurezza messicani. Quando un agente della polizia locale uccide un ragazzo, lo fa come poliziotto impegnato nella lotta ai cartelli? O perché è pagato dai cartelli? Di solito è impossibile stabilirlo.
I militari sono stati chiamati a occuparsi di un po’ di tutto: pattugliare le strade, presidiare i posti di blocco, costruire aeroporti
Un altro elemento che aggiunge complessità è che la guerra alla droga è usata come copertura per violenze che non hanno nulla a che fare con la droga. Persone scomode – avversari politici, attivisti, comunità indigene che si oppongono alle attività minerarie nei loro territori – possono essere eliminate senza rischi, purché l’omicidio rientri nella cornice della “guerra alla droga”. I narcos uccidono e fanno sparire giovani uomini e donne, spesso dopo averle aggredite sessualmente. Secondo i rapporti di associazioni come Human rights watch e Amnesty international, la pratica è comune anche tra le forze di sicurezza. Per tutti l’impunità è la norma.
Sheinbaum è una donna che si basa sui numeri, e i numeri di questa epidemia di violenza sono terribili. Tra il 2018 e il 2020 in Messico è stata uccisa in media una persona ogni quindici minuti. Oggi la situazione è leggermente migliorata, ma il tasso di omicidi e il fatto che ci siano più di un milione di sfollati interni dà l’idea di un paese in guerra. A questo si aggiunge la crisi delle sparizioni forzate. In Messico il livello di violenza varia tra uno stato e l’altro. In alcune regioni il paese somiglia a una fossa comune clandestina a cielo aperto. Secondo fonti attendibili, le persone scomparse sono circa 130mila.
In teoria un governo di sinistra dovrebbe affrontare la questione di petto. Durante la campagna presidenziale del 2018, Amlo aveva promesso di rafforzare l’impegno dello stato nella ricerca degli scomparsi. In particolare, aveva insistito sulla condizione delle famiglie degli studenti di Ayotzinapa. In Messico, e non solo, questo nome è considerato emblematico.
Sostegno dell’esercito
Per quanto ne sappiamo, questi sono i fatti: il 26 settembre 2014 un gruppo di agenti della polizia locale in divisa, insieme ad altri aggressori, hanno preso d’assalto sei autobus nella città di Iguala, nello stato di Guerrero. Cinque di quegli autobus erano stati requisiti da alcuni studenti della scuola rurale per maestri di Ayotzinapa, secondo una tradizione annuale in cui i mezzi pubblici sono dirottati verso Città del Messico per commemorare l’anniversario del massacro di Tlatelolco, nel 1968.
Non è chiaro perché gli autobus siano stati presi di mira, né chi fossero esattamente gli altri assalitori: polizia federale, esercito, affiliati di un cartello della droga o un insieme di tutti questi elementi. Una delle ipotesi più accreditate è che la polizia dello stato stesse cercando di proteggere un carico di eroina nascosto su uno dei mezzi (eroina che, secondo le accuse, era destinata al mercato di Chicago, negli Stati Uniti). Sono stati ritrovati i resti di tre studenti, degli altri 43 non si sa nulla.
Il ruolo dell’esercito messicano nella sparizione degli studenti di Ayotzinapa è ancora discusso, ma secondo un gruppo di esperti indipendenti convocati dalla Commissione interamericana per i diritti umani, i militari erano stati informati in tempo reale di quello che stava succedendo. L’esercito avrebbe monitorato gli spostamenti degli studenti e l’intelligence militare avrebbe intercettato le comunicazioni tra il cartello e la polizia locale durante l’assalto. Secondo gli inquirenti e le organizzazioni per i diritti umani, nella migliore delle ipotesi l’esercito è rimasto a guardare, abbandonando gli studenti al loro destino. Alcuni avanzano un’accusa ancora più grave, per ora senza prove, e cioè che i militari abbiano consegnato gli studenti agli affiliati del cartello.
È impossibile sapere la verità perché il ministero della difesa (Sedena) – che smentisce qualsiasi coinvolgimento o conoscenza dei fatti – ha più volte rifiutato di consegnare gli ottocento fascicoli richiesti dalla commissione per la verità nominata a livello internazionale. Dopo aver fatto promesse alle famiglie di Ayotzinapa, Obrador è stato accusato di averle tradite, permettendo all’esercito di non divulgare quelle informazioni sul caso. Per le famiglie, anche con Sheinbaum i progressi sono stati molto pochi.
Perché Obrador ha agito così, e perché Sheinbaum lo ha seguito? Una spiegazione semplice è che il successo di entrambi è legato al sostegno dell’esercito. In un paese dove l’orgoglio per la sovranità nazionale è fortissimo e l’insicurezza interna è estrema, le forze armate sono un elemento indispensabile per qualsiasi presidente. E con Obrador prima e Sheinbaum poi, sono ancora più centrali.
Quand’era presidente, Obrador ha adottato una politica nuova per limitare la violenza legata al narcotraffico: ha ridotto le operazioni militari contro i cartelli e ha potenziato i programmi sociali per allontanare i giovani dalla criminalità. Poi, sorprendendo molti, ha ampliato il ruolo delle forze armate nella vita civile. I militari sono stati chiamati a occuparsi di un po’ di tutto: pattugliare le strade, presidiare i posti di blocco, costruire infrastrutture e aeroporti. Sheinbaum ha confermato la linea del suo predecessore e nel 2025 ha integrato la guardia nazionale – una forza di sicurezza creata nel 2019 – direttamente nella Sedena. Tra i tanti compiti che svolgono, gli agenti della guardia nazionale fermano anche i migranti che attraversano il Messico per entrare negli Stati Uniti. La militarizzazione del paese è stata duramente criticata dalle organizzazioni internazionali. La giornalista messicana Marcela Turati sostiene che la maggiore presenza dell’esercito abbia alimentato la violenza. Il gruppo di giornalisti investigativi che coordina, Quinto Elemento Lab, ha documentato nel dettaglio numerosi casi in cui i responsabili delle sparizioni forzate non erano semplici criminali comuni, ma apparati dello stato.
Turati e i suoi colleghi hanno fatto luce su un fenomeno ancora più diffuso: episodi in cui le forze di sicurezza sapevano dell’esistenza di fosse comuni ma hanno scelto di non indagare o addirittura di spostare i resti umani per evitare ricadute negative sull’immagine di una città o di uno stato.
I tempi della politica
In una giornata di sole di fine febbraio ho incontrato María Luisa Aguilar Rodríguez, direttrice del Centro Prodh, un’organizzazione per i diritti umani che lavora con i parenti delle persone scomparse, nel suo ufficio nel centro di Città del Messico. Aguilar mi ha raccontato che le famiglie di Ayotzinapa continuano a incontrare regolarmente Sheinbaum e che ogni volta lei “sottolinea il suo ‘retaggio’ da attivista”. Mentre le conversazioni con Obrador erano “molto conflittuali”, perché il presidente voleva “difendere l’esercito a ogni costo”, i primi confronti con Sheinbaum sono stati più incoraggianti: in linea con il suo stile, ha parlato di rilanciare le indagini grazie a nuove tecnologie e a nuove prove scientifiche.
Nel 2025 il governo ha introdotto la Plataforma única de identidad (piattaforma unica per l’identità, Pui), con l’obiettivo di riconoscere le persone scomparse. Per le famiglie travolte da questa tragedia, però, nella realtà è cambiato molto poco. La piattaforma è stata criticata per aver creato un enorme database biometrico senza affrontare i problemi alla radice. Aguilar osserva che le indagini sono state nuovamente rallentate: “I tempi della politica hanno ancora una volta prevalso su quelli delle vittime”, cioè sull’urgenza delle famiglie di ritrovare i propri cari.
Tuttavia gli scarsi progressi di Morena sul tema delle sparizioni forzate non hanno intaccato la popolarità del partito. Di fronte a un problema percepito come irrisolvibile, molti elettori preferiscono concentrarsi sul camion con i colori di Morena che raggiunge il paesino sperduto per installare pannelli solari gratuiti. O approfittare dei 1.900 pesos (109 dollari) che arrivano ogni due mesi, un contributo per l’acquisto di materiale scolastico che un tempo era riservato solo agli studenti più meritevoli e che Morena ha esteso a tutti gli alunni e le alunne delle scuole pubbliche. Nessun partito è riuscito ad affrontare la violenza dei narcotrafficanti, ma ce n’è uno che paga per le nuove uniformi scolastiche dei bambini.
Da quando è entrata in carica Sheinbaum non ha concesso neanche un’intervista. I giornalisti sono invitati cordialmente alla mañanera, il briefing quotidiano istituito da Obrador, che viene trasmesso in tv e online e seguito in tutto il paese. Con Sheinbaum la mañanera è un appuntamento più sobrio rispetto ai tempi del suo predecessore, che la usava per attaccare i suoi avversari definendoli “cretini e corrotti patentati” e per mettere sotto pressione i giornalisti. Lei manifesta il suo disappunto in modi più sottili.
Quando Sheinbaum è a Città del Messico, la mañanera si tiene nel Palazzo nazionale, un enorme complesso costruito originariamente con le pietre del palazzo dell’imperatore azteco Moctezuma II. Un foglio spillato elenca le regole per i giornalisti: le domande possono essere poste solo dopo che la presidente ha concluso la sua presentazione quotidiana, di solito un PowerPoint. Ogni giornalista ha diritto a una domanda iniziale e a due domande di approfondimento. Il giorno in cui ho partecipato, a marzo, un collega messicano che non ha rispettato le regole è stato invitato a stare zitto da alcuni dei 150 giornalisti presenti.
Alle 7.30 in punto, senza un particolare cerimoniale, la presidente è comparsa da dietro il palco, vestita con un tailleur nero sobrio con inserti blu. Non era un modello di Trujillo, mi ha scritto poi la sarta: “I miei sono più belli”.
Gli studenti hanno risposto con un urlo assordante, a metà tra un ringhio e un lamento, un suono insieme triste e inquietante
“Alla fine della conferenza ci sarà una sorpresa”, ha annunciato Sheinbaum durante l’introduzione, indicando le telecamere e sorridendo. “Restate con noi, vi piacerà”.
Domande scomode
Sheinbaum è minuta, ma di persona trasmette un senso di forza tranquilla. Il tema del giorno era la sanità pubblica e, uno dopo l’altro, la presidente, un ministro e cinque funzionari dell’esecutivo hanno tenuto delle lunghe presentazioni (a dire il vero, estremamente noiose) illustrando nei minimi dettagli i trapianti d’organo riusciti nel paese.
Dopo le presentazioni, la presidente si è rivolta alla platea. Forse per curiosità verso un volto nuovo o forse perché il suo addetto stampa le aveva segnalato la presenza di una giornalista straniera che stava scrivendo un suo ritratto, Sheinbaum ha chiamato proprio me. La compañera que viene de fuera, ha detto: un modo amichevole, tipico delle persone di sinistra, di chiamare “la compagna che viene dall’estero”.
Ho chiesto delle persone scomparse, dei piani del governo per sostenere le loro famiglie e del nuovo rapporto ufficiale sul tema che sarebbe stato pubblicato a breve. Ho poi ricordato quanto la questione abbia contato per la presidente, fin dagli anni settanta.
Sheinbaum è sembrata lievemente infastidita. “Prima di tutto”, ha detto, “le sparizioni degli anni settanta e ottanta erano molto diverse da quelle che vediamo oggi. All’epoca erano sparizioni politiche, perpetrate dallo stato messicano contro persone che erano attive nel sociale”. Come esempio ha citato il caso di Rosario Ibarra de Piedra. Oggi invece, ha proseguito, “ci troviamo di fronte a persone scomparse legate all’azione di gruppi criminali, principalmente alla criminalità organizzata. Poi ci sono altri casi che potrebbero essere ricondotti a delitti passionali, anche se sono meno numerosi. Il problema principale è la criminalità organizzata”.
Sentire queste parole da Sheinbaum è stato traumatico. La tesi dei delitti passionali come spiegazione delle sparizioni risale infatti alla “guerra sporca” degli anni settanta e ottanta in Argentina, quando i militari dicevano alle madri dei desaparecidos che i loro figli non erano scomparsi ma che probabilmente si erano stancati della famiglia ed erano scappati per amore o erano entrati in giri di prostituzione. Sheinbaum, per lo meno, ha riconosciuto che le sparizioni oggi sono “una situazione dolorosa nel nostro paese”.
Mi è stato concesso di fare una domanda di approfondimento. Ho osservato che, secondo i familiari, il filo che lega le sparizioni del passato a quelle di oggi è l’impunità e il coinvolgimento delle forze di sicurezza. Alla luce di questo, ho chiesto, che possibilità ci sono che lo stato indaghi su se stesso?
Sheinbaum è sembrata ancora più infastidita. “Ogni possibilità”, ha risposto, sottolineando però che il coinvolgimento dello stato nelle sparizioni è “minimo”. Ha ammesso che ci sono casi di abusi e illeciti a livelli più bassi ma non è nulla di paragonabile al passato, quando c’era “un ordine a livello federale di far sparire l’opposizione”.
Come ultima domanda, ho chiesto della militarizzazione. “Quali condizioni sarebbero necessarie per ridurre la presenza dell’esercito nella vita del paese?”.
“È legale. Questo è il primo punto”, ha risposto subito. È vero, ma la logica è circolare: è legale perché Morena ha approvato le leggi che autorizzano la presenza dei militari in più ambiti. Su un piano più sostanziale, Sheinbaum ha difeso con convinzione le politiche del suo partito, basate sul concetto che “l’esercito messicano è speciale, è unico al mondo. L’esercito messicano non viene dalle élite”. Per spiegare il concetto ha fatto una breve lezione di storia: l’esercito, nella sua forma moderna, è nato nel 1913 per opporsi a un colpo di stato appoggiato dall’ambasciatore statunitense contro il primo leader della rivoluzione messicana. “L’esercito messicano è, nella sua essenza, del popolo”, ha concluso, approfittando dell’occasione per dare una piccola stoccata all’imperialismo statunitense.
Poi ha concluso: “Questa idea di militarizzazione che viene diffusa non è vera. Semplicemente non lo è. Vorrebbe dire che i militari prendono decisioni al posto dei civili, e non è così. Grazie al voto del popolo messicano, sono io il comandante in capo, e sono io a prendere le decisioni”.
◆ Nel 2023 il governo del presidente López Obrador ha rivisto al ribasso le statistiche sulle persone scomparse in Messico: da più di 111mila a 12.377. La decisione è stata contestata dalle organizzazioni per i diritti umani.
Il video dello scambio è circolato sui social messicani, dove alcuni hanno applaudito Sheinbaum per la sua profonda conoscenza della storia nazionale e altri hanno criticato le sue risposte, considerate insufficienti. Altri ancora se la sono presa con le domande: “Quelli che fanno finta di essere di sinistra come questa giornalista mi mandano in bestia”, ha scritto una persona. “Si atteggiano a progressisti quando in realtà aiutano i fascisti”. Un altro ha detto che il Guardian era stato infiltrato dalla Cia.
Una persona semplice
Il 26 di ogni mese le famiglie delle persone scomparse organizzano una manifestazione di protesta lungo il paseo de la Reforma, nella capitale. Sono gli eredi delle stesse mobilitazioni a cui Sheinbaum partecipava da giovane. A febbraio mi sono unita ai manifestanti all’Ángel de la independencia il monumento che segna una delle estremità del grande viale e che fin dalla sua costruzione nel 1910 è il punto di partenza di tutti i cortei e di tutte le proteste. È qui che Obrador e i suoi sostenitori, tra cui Sheinbaum, bloccarono per la prima volta il traffico nel 2006 per chiedere il riconteggio dei voti.
All’inizio ho pensato di aver sbagliato corteo. Mi avevano detto che sarebbe stata una cosa piccola, invece la manifestazione era affollata e rumorosa, e bloccava un’intera carreggiata del viale. Dagli altoparlanti montati sui furgoni gli organizzatori guidavano i cori di centinaia di partecipanti, che srotolavano striscioni con i volti dei loro cari scomparsi.
La Reforma taglia in due il quartiere degli affari, e sui marciapiedi alcuni passanti si sono fermati a guardare, mentre altri tiravano dritto, immersi nei loro cellulari. Sul lato opposto del viale scorreva il traffico, rallentato da una processione religiosa: camion addobbati con svolazzanti fiori di carta e immagini della vergine di Guadalupe. Gli automobilisti suonavano i clacson in sostegno ai manifestanti.
“Ayotzi è viva e la lotta continua”, ha gridato al megafono il capo della delegazione degli studenti della scuola rurale di Ayotzinapa. Gli studenti hanno risposto con un urlo assordante, a metà tra un ringhio e un lamento, un suono insieme triste e inquietante. Indossavano maglie della scuola tutte uguali, pantaloni della tuta e huaraches, i sandali di cuoio talmente diffusi nelle campagne da essere diventati un simbolo della povertà in Messico.
“Quelle del governo sono solo chiacchiere”, hanno gridato gli studenti, in segno di approvazione. “Ora Claudia Sheinbaum insabbia il passato!”. Gridavano per avere informazioni, per ottenere giustizia, per sapere finalmente cos’è successo alle persone scomparse. “Ci rivolgiamo a Claudia come a una madre di famiglia”.
Chi la conosce mi ha detto che Sheinbaum è cambiata relativamente poco, nonostante l’ascesa al potere. In un video di due anni fa il suo attuale marito, Jesús María Tarriba, ricorda di averla incontrata all’università e dice: “È rimasta la stessa”.
Nell’intervista per il documentario realizzato dai sostenitori di Morena, Sheinbaum riflette sulla sua storia: “Non si arriva al potere per il potere in sé. Non è una questione personale”, dice. “Bisogna saper continuare a essere una persona sencilla”: una persona semplice, umile, o addirittura povera; soprattutto, una persona normale. “Governare significa prendere decisioni”, aggiunge. “Devi prendere una decisione e poi reggere le pressioni che quella decisione può creare”. ◆ fas
Rachel Nolan è una giornalista e una storica. Insegna alla Boston university, negli Stati Uniti. Il suo ultimo libro, finalista nel 2025 per il premio Pulitzer nella categoria non fiction, è Until I find you (Harvard University Press 2024).
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Questo articolo è uscito sul numero 1673 di Internazionale, a pagina 40. Compra questo numero | Abbonati