Il 29 febbraio a Doha, in Qatar, gli Stati Uniti e i taliban hanno firmato un accordo. Accolto da molti come un “accordo di pace”, sarà rivendicato dal presidente statunitense Donald Trump come un’ulteriore prova della sua straordinaria bravura negoziale. Se è vero che questo documento potrebbe effettivamente segnare la fine della guerra di Washington in Afghanistan, non è ancora chiaro se segnerà anche la fine del conflitto.

I negoziati erano cominciati a settembre del 2018, quando l’ambasciatore statunitense Zalmay Khalilzad è stato incaricato di avviare dei colloqui diretti con i taliban. Quattro i punti portati dagli americani sul tavolo di Doha: la fine delle ostilità, l’interruzione di ogni rapporto con organizzazioni terroristiche come Al Qaeda, l’avvio di un dialogo di pace tra i taliban e il governo afgano e, infine, il ritiro delle truppe statunitensi. I taliban hanno subito chiarito che la loro priorità era l’ultimo punto. Hanno respinto l’idea di un cessate il fuoco e di qualsiasi dialogo con il governo di Kabul, definito un regime fantoccio privo di legittimità. Hanno fornito qualche garanzia sul secondo punto, ma si sono concentrati su una data sicura per il ritiro delle truppe straniere.

Doha, Qatar, 29 febbraio 2020 (Ibraheem al Omari, Reuters/Contrasto)

Per arrivare alla firma dell’accordo, gli Stati Uniti avevano chiesto ai taliban, come prova del loro impegno, un cessate il fuoco di un mese. Una proposta inaccettabile perché una tregua così lunga avrebbe reso difficile radunare i combattenti una volta tornati ai loro villaggi di origine. Alla fine gli Stati Uniti hanno accettato una “significativa riduzione della violenza” per una settimana. La settimana è cominciata nelle prime ore del 22 febbraio, in preparazione della firma a Doha.

L’accordo prevede la riduzione dei militari statunitensi in Afghanistan da 14mila a 8.600 nel giro di 135 giorni e l’avvio di colloqui di pace tra taliban e governo afgano. Non è chiaro se nell’accordo si parli anche di una data per il ritiro completo delle truppe statunitensi o per la conclusione del dialogo tra governo e taliban, né se sia specificata la durata della tregua. Quello che è chiaro è che la guerra degli Stati Uniti in Afghanistan finirà e questo consentirà a Trump di mantenere la sua promessa di riportare a casa i soldati nell’anno della sua rielezione.

Da sapere
Prime difficoltà

◆ Il percorso avviato con la firma dell’accordo tra gli Stati Uniti e i taliban il 29 febbraio 2020 parte in salita. Il giorno dopo il presidente afgano Ashraf Ghani, il grande escluso nella prima fase del percorso di pace, ha dichiarato che la liberazione di cinquemila combattenti nelle carceri afgane in cambio di mille uomini delle forze di sicurezza del paese prigionieri dei ribelli, posta dai taliban come condizione per avviare i colloqui con Kabul, è fuori discussione. Si sperava che la riduzione della violenza accordata dalle due parti per una settimana prima della firma potesse continuare, ma gli attacchi dei taliban contro l’esercito di Kabul sono ricominciati subito. Il 3 marzo il presidente statunitense Donald Trump ha detto di aver avuto “una conversazione telefonica molto positiva” con un leader dei taliban, Mullah Abdul Ghani Baradar. Poche ore dopo, però, le forze statunitensi hanno sferrato un “attacco difensivo” contro i taliban nel sud dell’Afghanistan. Tolo


Molte domande

Poiché gli Stati Uniti non possono essere visti come gli sconfitti nella guerra proprio nell’anno delle elezioni, il ritiro statunitense deve essere presentato come un processo di pace per l’Afghanistan. Il problema è che nessuno sa davvero cosa vogliano i taliban, e riconciliare un emirato e un sistema basato sulla sharia con la costituzione esistente non è facile. Come saranno smobilitati i combattenti taliban? Come si arriverà a un’amnistia e a un programma di reintegro, e chi lo finanzierà? Un ritiro degli Stati Uniti prima del previsto incoraggerà i taliban ad accrescere il loro potere negoziale con le armi? Le principali potenze sono solo “facilitatrici” o si preparano a comportarsi collettivamente da “garanti”?

Per raggiungere un buon accordo sarebbe necessario rispondere a queste domande, ma se l’obiettivo è semplicemente quello di ottenere un “intervallo soddisfacente”, i taliban, che hanno aspettato vent’anni, non hanno alcuna difficoltà ad aspettare ancora un po’. ◆ gim

Internazionale pubblica ogni settimana una pagina di lettere. Ci piacerebbe sapere cosa pensi di questo articolo. Scrivici a: posta@internazionale.it

Questo articolo è uscito sul numero 1348 di Internazionale, a pagina 34. Compra questo numero | Abbonati