“Roccia! Attenti!”, urlo mentre un masso delle dimensioni di una testa umana rotola giù dal pendio verso di me. La pietra prende velocità e cambia direzione imprevedibilmente a ogni rimbalzo sugli arbusti e sulle altre rocce. Per un lungo, terrificante momento sibila accanto all’orecchio di Misgan, la mia guida. Poi il sollievo: nessuno si è fatto male. Misgan alza lo sguardo. “Babbuini”, avverte. “Dobbiamo muoverci velocemente prima che ne lancino altre”. Acceleriamo.
Torniamo indietro di qualche giorno. Un attacco dei babbuini non è certo la mia preoccupazione principale in vista all’escursione che sto per intraprendere. Mi dicono che sarà dura e prevedo di soffrire parecchio per le vesciche e gli effetti del caldo, del freddo e dell’altitudine. Ma nessuno mi mette in guardia contro i primati lanciapietre. Mi trovo nel vivace mercato di Ualdia e sto per arrampicarmi sulle montagne del Uollo per raggiungere Lalibela, famosa città santa dell’Etiopia. Nei prossimi cinque giorni coprirò una distanza di 170 chilometri, arrivando a 3.800 metri di altitudine e attraversando valli a 1.800 metri. Per secoli i cristiani ortodossi d’Etiopia hanno intrapreso questo viaggio (e altri simili) in pellegrinaggio verso lo splendido complesso di Lalibela, composto da undici chiese e scavato nella roccia nel 1100. Non è una rotta battuta dagli stranieri. O almeno non più.
Nel 1968 mia madre, giovane laureata britannica che lavorava ad Addis Abeba, sentì parlare delle meraviglie di Lalibela e partì per scoprirle. All’epoca l’unico modo per raggiungere la città era prendere un autobus per Ualdia e poi chiedere al mercato se ci fosse un mulattiere disposto a portarti oltre le montagne. La strada percorsa da mia madre era un sentiero impolverato che in alcuni punti era largo esattamente quanto il dorso del mulo. Per giorni guadò fiumi e seguì sentieri pietrosi, circondata da picchi torreggianti. S’innamorò perdutamente dell’Etiopia e ci rimase per più di dieci anni.
In mezzo secolo di progresso sono state costruite nuove strade e si è persa l’abitudine di seguire la vecchia via. Ma le mie guide hanno tracciato una rotta attraverso le montagne abbastanza simile a quella percorsa da mia madre.
Terra fertile
Partiamo. La cresta montuosa che ci prepariamo ad attraversare incombe davanti a noi. Su questo lato della montagna l’acqua scorre liberamente nei torrenti. Ho l’impressione di trovarmi in una terra fertile. Lungo i pendii il teff, il grano più piccolo del mondo, ondeggia nella brezza. Ricco di ferro e proteine, è il principale ingrediente dell’injera, la focaccia spugnosa che tradizionalmente accompagna i pasti in Etiopia. Il primo giorno saliamo di mille metri nel sole bollente, a passi brevi e lenti. Cerchiamo di ricordarci che l’obiettivo è arrivare, non fare in fretta. “Piano, piano”, mi ripete Misgan ogni volta che, distratta, accelero l’andatura. “Ogni uovo diventa un pollo”.
La notte ci accampiamo nei pressi di una scuola. Circondati dall’oscurità, osserviamo la Croce del sud e la striscia splendente della Via Lattea. Procediamo a zig-zag sui sentieri che s’inerpicano sul pendio. A circa 3.700 metri, dove l’erba e la lobelia gigante crescono in una landa affacciata su uno strapiombo di centinaia di metri, incontriamo per la prima volta i babbuini gelada. Sono una quarantina, hanno macchie rosse sul petto. Sembra quasi di vedergli il cuore. Il loro lungo pelo, marrone dorato, fluttua nel vento. Mentre ci avviciniamo mostrano i denti minacciosamente, ma restano in guardia e mantengono le distanze.
Procedendo attraversiamo appezzamenti di terre coltivate illegalmente. Il 64 per cento della popolazione etiope non ha ancora compiuto 25 anni, e la competizione tra i giovani per le risorse è feroce. La fuga verso le città non ha cancellato la tentazione di arare i terreni sulle montagne, soprattutto per i ragazzi che si sposano e devono creare una famiglia.
La conseguente distruzione della vegetazione naturale, con la perdita di nutrienti nel terreno e della capacità di trattenere l’acqua, provoca un degrado ambientale e compromette l’habitat. Il governo ha lanciato alcuni programmi per incoraggiare l’uso responsabile dei terreni. Ne parlo con Agar Alabachew, che coltiva orzo su un terrazzamento collinare grazie agli incentivi del Programma per la rete di sicurezza produttiva. L’iniziativa vorrebbe risolvere il problema dell’approvvigionamento alimentare nelle aree rurali anche attraverso la tutela dell’ambiente.
“Creiamo terrazzamenti per prevenire l’erosione. Piantiamo eucalipti per proteggere il terreno e far crescere la vegetazione”, mi spiega. “In cambio otteniamo olio e semi”. Ma non tutti ricevono un terreno da coltivare grazie a questi progetti.
Il mattino seguente decidiamo di fare una piccola deviazione alla ricerca del lupo etiope, che è a rischio estinzione. Entriamo nel territorio afro-alpino, pieno di api che si nutrono del nettare di milioni di piccoli fiori viola e gialli. I roditori saltano dentro e fuori dalle tane nel terreno, mentre i nibbi e gli avvoltoi volano in cerchio sopra le nostre teste. Ma niente lupi, anche se i pastori ci dicono di averne avvistati alcuni esemplari il giorno prima.
Dopo qualche ora arriviamo sull’orlo di una scarpata, che ci lascia senza fiato. In lontananza scorgiamo il massiccio dell’Abuna Yosef, la vetta più alta della regione con i suoi 4.260 metri, alle spalle di Lalibela. Sembra una distanza impossibile da coprire. La nostra deviazione ci ha inavvertitamente portato fuori strada di chilometri. Ci chiediamo se abbiamo ancora una possibilità di raggiungere il nostro alloggio prima del tramonto.
Ci affrettiamo lungo i pascoli che assorbono acqua come spugne e facilitano il nostro passo rapido. Poi raggiungiamo la gola di Jitta e scendiamo lungo il pendio segnato da enormi massi, preparandoci ad attraversare il fiume. Fortunatamente in questo periodo dell’anno l’acqua è talmente bassa che si può camminare sulle pietre affioranti. La salita per raggiungere l’altra cima della gola è massacrante. Sono felice che il terreno sia asciutto. Durante la stagione delle piogge sarebbe stato impraticabile. Concludiamo la giornata al buio, guidati solo dalle torce e dalla luna argentata.
La luce del mattino svela panorami stupefacenti. Osservo una piccola procavia delle rocce mentre gioca sul pendio. La colazione – miele silvestre e pane appena sfornato – ci ritempra. Siamo pronti a cominciare la discesa. Il terreno ora è molto più secco. Smossi dai nostri piedi, i ciottoli scivolano a valle, e per non cadere siamo costretti a una specie di tip-tap. È qui che i babbuini ci scagliano contro un masso, costringendoci a una fuga terrorizzata.
◆ Documenti Servono un passaporto valido e un visto turistico, che si può ottenere all’ambasciata etiope, presso un’agenzia specializzata o direttamente in Etiopia, in aeroporto o alla dogana.
◆ Arrivare Un volo a/r per Addis Abeba, parte da 750 euro a persona (Ethiopian Airlines, Turkish Airlines). Lalibela si può raggiungere con un volo interno della Ethiopian Airlines, che costa circa 60 euro. L’antico percorso a piedi parte da Ualdia ed è lungo 170 chilometri. Per percorrerlo ci vogliono cinque giorni.
◆ Clima Il clima varia soprattutto in funzione dell’altitudine, passando dal torrido e arido delle terre più basse al fresco in alta quota.
Il periodo migliore va da novembre a febbraio, il più secco e fresco quasi ovunque. Da giugno a settembre c’è la stagione delle piogge.
◆ **Dove dormire **Un bed & breakfast costa dai 20 ai 30 euro a notte. In hotel il pernottamento in una doppia costa dai 30 ai 70 euro.
◆ La prossima settimana Viaggio nel Giappone rurale. Ci siete stati e avete suggerimenti su tariffe, posti dove mangiare
o dormire, libri? Scrivete a
Ci avviciniamo al fiume Tacazzè. In amarico, lingua ufficiale dell’Etiopia, Tacazzè significa “lento”. Il nome è calzante. In alcuni punti l’acqua sembra quasi gocciolare, in altri appare addirittura immobile. Misgan indica una strada acciottolata in evidente stato di abbandono. “È qui che cominciamo a seguire il percorso di tua madre”. Camminare nel punto esatto dove lei camminò tanti anni fa è emozionante. Attraversiamo il fiume a piedi nudi. L’acqua, gentile, è un balsamo per i nostri piedi doloranti.
La sera arriviamo nell’affascinante villaggio di Geneta Mariam, dove si trova una stupenda chiesa scavata nella roccia nel 1200, impreziosita da affreschi ben conservati. Una suora anziana e minuta, con le dita dei piedi e delle mani incurvate dall’artrite, conduce una vita ascetica in un minuscolo rifugio accanto alla chiesa. È arrivata qui settant’anni fa e si è allontanata solo per pochi pellegrinaggi. Gli abitanti del villaggio le portano cibo e acqua.
A Geneta Mariam prendiamo un mulo. Finalmente per me è il momento di entrare a Lalibela sul dorso di un animale, come mia madre cinquant’anni fa. Il mulo ha il manto scuro e lucido, adornato da campanelli che tintinnano mentre ci muoviamo. La nostra meta è l’hotel dei Sette ulivi, l’unico presente a Lalibela nel 1968. È lì che dormì mia madre.
Cominciamo una dura ascesa attraverso la foresta protetta, dove si trova la chiesa di Nakuto Leab. In Etiopia le terre intorno alle chiese sono considerate sacre, simboli del paradiso in Terra. In queste oasi di natura è proibito tagliare gli alberi o alterare l’habitat.
A Nakuto Leab, dove si trova una fonte guaritrice, osserviamo estasiati le varietà di uccelli e scimmie che danzano tra i rami (sulla vita del ritorno, qualche giorno dopo, abbiamo incontrato un leopardo, che secondo il prete visita regolarmente la chiesa per bere l’acqua santa).
Finalmente, in lontananza, intravediamo Lalibela. Ormai mi trovo su una strada trafficata, e ogni tanto il mulo si spaventa a causa dei tuk tuk sfreccianti e dei camion carichi di materiali da costruzione. Oltrepassiamo diversi cantieri, segno della rapida espansione di Lalibela. All’improvviso, girato un angolo, ce lo troviamo davanti: l’hotel dei Sette ulivi. Festeggiamo in veranda con injera, agnello fritto speziato e birre fredde.
L’anima nel profondo
La domenica mattina mi alzo prima dell’alba. Vado a messa nelle incredibili chiese di pietra, costruite dopo che il re Lalibela ebbe una visione che lo invitava a creare una nuova Gerusalemme in Etiopia. Secondo la leggenda, il re scelse questo luogo e cominciò a cesellare personalmente la pietra, aiutato solo dagli angeli. Le chiese sono una meraviglia dell’architettura: soffitti alti, enormi archi, finestre a forma di croce scavate nella roccia per catturare la luce del sole. Lo spettacolo di queste chiese monolitiche, vecchie di otto secoli ma ancora usate per la preghiera, tocca l’anima nel profondo. Il panorama è un mare di bianco appoggiato al rosa della pietra. I cristiani ortodossi etiopi, avvolti da tuniche e scialli, pregano con i palmi rivolti verso l’altro e si uniscono ai preti nei canti religiosi. I tamburi risuonano ipnoticamente nell’aria carica di incenso. Il senso di devozione è avvolgente.
Negli anni trascorsi dalla visita di mia madre a Lalibela sono stati costruiti un aeroporto e diverse strade per permettere l’arrivo dei turisti. Ma è andato perso l’impulso a immergersi nel panorama circostante, un tempo requisito essenziale di ogni visita a Lalibela. Personalmente ho imparato che il piacere di un viaggio lento aumenta il senso di appagamento che si prova davanti a questa meraviglia spirituale. Qui c’è ancora un territorio incontaminato da scoprire. ◆ as
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Questo articolo è uscito sul numero 1344 di Internazionale, a pagina 66. Compra questo numero | Abbonati