Il 23 novembre gli algerini sono stati chiamati alle urne per eleggere i consiglieri comunali e provinciali. Nel clima generalizzato di sfiducia e mancanza di stima per la classe politica, il voto ha avuto un valore modesto. I due partiti che controllano il potere e che possono contare su una base nazionale, il Fronte di liberazione nazionale (Fln) del presidente Abdelaziz Bou­teflika e il Raggruppamento nazionale per la democrazia (Rnd) del primo ministro Ahmed Ouyahia, hanno ottenuto come nel 2012 la maggioranza dei seggi. Il dato sull’affluenza alle urne – che è stata del 44,9 per cento per l’elezione delle assemblee provinciali e del 46,8 per cento per le comunali – è in linea con quello delle amministrative di cinque anni fa. Alle legislative di maggio del 2017 aveva votato solo il 35,5 per cento degli elettori, contro il 43 per cento del 2012. Alle ultime presidenziali, nel 2014, aveva partecipato il 51,7 per cento degli elettori, contro il 74 per cento del 2009. Questi dati testimoniano lo smarrimento di una società abbandonata alla rabbia, alla rassegnazione o al richiamo religioso.

A più di cinquant’anni dall’indipendenza, l’Algeria è in crisi. È un paese giovane – la metà dei suoi quaranta milioni di abitanti ha meno di trent’anni – ma soffre di mali antichi: immobilismo politico, crisi identitaria, rassegnazione a una quotidianità sconfortante, tentazione di chiudersi nella religione. È un paese ricco, uno dei primi produttori mondiali di petrolio e gas, ma è devastato dalla povertà che, secondo la Banca mondiale, interessa quasi nove milioni di algerini, mentre la disoccupazione colpisce il 12 per cento della popolazione. Almeno un giovane su tre, laureato o no, non ha un lavoro. L’Algeria, un tempo rifugio dei rivoluzionari dei paesi in via di sviluppo e modello di politiche progressiste, oggi è saccheggiato da una cricca di oligarchi e predatori.

“Il male di cui soffrono lo stato e la società non è nuovo né sconosciuto”, osserva Nadji Safir, ex professore di sociologia all’università di Algeri. Si chiama patto sociale della rendita, che può essere di due tipi. La prima rendita è di natura storica e ha una finalità politica, si basa cioè sulla storia della lotta contro il colonialismo, che ha creato la memoria e l’immaginario di generazioni di militanti e di cittadini. Negli ultimi decenni i leader politici hanno sistematicamente strumentalizzato questo passato per affermare il loro potere e per giustificare la loro permanenza ai vertici e il loro immobilismo.

“La seconda rendita è di natura economica e la sua finalità è sociale”, continua Safir. “Si basa sull’estrazione e sull’esportazione degli idrocarburi. Da anni il petrolio e il gas rappresentano almeno il 95 per cento dei ricavi delle esportazioni, quasi il 70 delle entrate fiscali dello stato e il 40 per cento del pil. Una delle caratteristiche principali dei primi tre mandati del presidente Abdelaziz Bouteflika (che nel 2014 è stato rieletto per altri cinque anni) è stata il perpetuarsi di quest’economia fondata sulla rendita, che ha avuto profonde conseguenze. Dal duemila in poi abbiamo assistito alla nascita di ‘un’economia da bazar’, che ha finito per dominare l’intera società”.

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Ricchezza sotterranea
I dieci maggiori produttori di gas naturale, miliardi di metri cubi, 2016 (Fonte: Il mondo in cifre 2018)

Dietro a questa “economia da bazar” si è sviluppato un sistema che permette allo stato di comprare la pace sociale e la stabilità politica con i ricavi degli idrocarburi, ma che allo stesso tempo condanna il paese alla paralisi e trascura le aspirazioni dei cittadini. A 55 anni dall’indipendenza l’Algeria continua a calmierare i prezzi del latte, dei cereali, dell’acqua, della farina, dell’olio e degli alloggi, per assicurare alla popolazione un livello minimo di benessere e impedire, a parte alcuni casi isolati, che la frustrazione si trasformi in rabbia o in rivolte.

Nel frattempo l’Algeria continua a sfruttare il sottosuolo come se i giacimenti fossero infiniti, senza investire su fonti alternative e dando per scontato che il prossimo passo “inevitabile” sarà l’estrazione dei gas di scisto. Inoltre il paese insiste a importare prodotti indispensabili che ha rinunciato a produrre, e il cui commercio serve solo ad arricchire uomini vicini al potere. Oggi l’Algeria è il secondo più grande importatore di latte in polvere e il terzo maggior importatore di grano.

Comprare la pace sociale

Tra il 2003 e il 2013 gli alti prezzi del petrolio hanno permesso al paese di rimborsare il debito estero, costituire un grande fondo d’investimento, lanciare cantieri per nuove infrastrutture e soprattutto curare le ferite della guerra civile degli anni novanta, che aveva contrapposto l’esercito agli estremisti islamici. Il bilancio era stato di quasi duecentomila morti. L’artefice di questa politica della “concordia civile” e poi della “pace e riconciliazione” è stato Abdelaziz Bouteflika, che ha autorizzato il reintegro nella vita civile di migliaia di jihadisti usciti dalla latitanza o di prigione e, allo stesso tempo, ha consolidato il sistema economico-politico, invisibile ma complesso, che garantisce la stabilità del regime.

Per assicurarsi il sostegno dei funzionari statali – lo stato è il primo datore di lavoro del paese, con due milioni di dipendenti – le autorità hanno destinato alla spesa pubblica un fondo da 500 miliardi di dollari, da usare in dieci anni. “Ricordo che le mie cugine hanno avuto un aumento di stipendio retroattivo su tre anni”, racconta un ricercatore in sociologia. “Hanno comprato tutte una macchina”.

Per mantenere buoni rapporti con l’influente Associazione dei mujahidin – che riunisce gli ex combattenti della guerra di liberazione dalla Francia ed è un altro pilastro del sistema di potere – il governo ha deciso di triplicare, o quasi, la somma versata agli ex combattenti. Grazie all’Agenzia nazionale di sviluppo degli investimenti (Andi) sono nate più di mezzo milione di piccole imprese, mentre l’Agenzia nazionale di sostegno all’occupazione giovanile (Ansej) ha contribuito a creare 92 nuove università, che hanno assunto migliaia di giovani professori.

La polizia, un altro ingranaggio importante del potere, ha visto aumentare il numero degli agenti, arrivato a duecentomila, e ha ottenuto nuovi fondi e dotazioni. Le spese militari sono passate da 2,7 a 10,8 miliardi di dollari tra il 2000 e il 2012, come rivela lo Stockholm international peace research institute, segno del trattamento di favore riservato da sempre all’esercito. In altre parole è stato fatto di tutto per permettere al regime – incapace di riformarsi, di modernizzare il paese o di rispondere alle aspirazioni dei giovani – di restare al potere senza affrontare gravi crisi.

Corruzione redistributiva

Neanche nel 2011 si è temuto seriamente un contagio delle rivolte che stavano scuotendo il resto del mondo arabo. Gli algerini non sono scesi in piazza, forse perché traumatizzati dalla guerra civile, le cui fiamme non si erano ancora spente del tutto, o perché spiazzati da Bouteflika, che nel maggio del 2012 ha lanciato da Sétif, nel suo ultimo discorso pubblico, un inatteso “largo ai giovani”. Solo i sostenitori del Raggruppamento per la cultura e la democrazia (Rcd) hanno manifestato, ma erano meno numerosi dei poliziotti incaricati di controllarli. Tutto lasciava pensare che il regime potesse continuare a garantire ai suoi amici nel mondo degli affari le licenze, i monopoli e i mercati che avevano fatto la loro fortuna. “Eravamo nell’età dell’oro di un’economia tipicamente algerina: la corruzione redistributiva”, dice sorridendo un giornalista.

Ma nel 2014 due fattori hanno scombinato le carte in tavola: il crollo del prezzo del petrolio e le cattive condizioni di salute di Bouteflika. La crisi del petrolio ha costretto il regime ad attingere alle sue riserve per continuare a comprare la pace sociale. Secondo le cifre rese note a settembre dal governatore della Banca d’Algeria, Mohamed Loukal, le riserve di valuta straniera, che nel 2014 erano di 180 miliardi di dollari, sono scese a 108 miliardi nel giugno del 2017.

Manifestazione degli insegnanti precari della scuola pubblica a Bouïra, marzo 2016 (Guillaume Darribau, Fractures)

“Con il crollo del prezzo del petrolio, il re è quasi nudo”, osserva un economista algerino. “Chi prenderà il posto di Bouteflika dovrà fare i conti con un modello economico sempre più difficile da sostenere, perché le risorse saranno sempre di meno, e aumenteranno sempre più la disoccupazione e la povertà”.

In questo regime del segreto e della negazione, il problema di chi sarà il successore di Bouteflika ossessiona i centri del potere e alimenta ogni giorno nuove speculazioni in vista delle prossime elezioni presidenziali, fissate per il 2019. Nel 2005, all’inizio del suo secondo mandato, il presidente algerino ha rischiato di morire per un’ulcera allo stomaco ed è stato ricoverato per tre settimane nell’ospedale militare di Val-de-Grâce a Parigi. Da allora la salute di Bouteflika è un’incognita permanente dell’equazione politica algerina. Nell’aprile del 2013 un ictus l’aveva costretto a un’altra assenza dal paese di quasi tre mesi. Da allora ci sono stati una lunga serie di accertamenti medici, non sempre resi pubblici, in Francia e in Svizzera, e un deterioramento continuo, ma sempre tenuto segreto, delle sue condizioni di salute e della sua capacità di governare.

Nel dicembre del 2008 il presidente algerino aveva ottenuto l’approvazione del parlamento a modificare la costituzione, per potersi ricandidare e conquistare un terzo mandato nel 2009. Nel 2014 è riuscito a ottenerne un quarto, senza tenere discorsi pubblici né fare campagna elettorale e nonostante l’appello a ritirarsi fatto da un gruppo di professori universitari e intellettuali.

“È incredibile, ma è così”, osserva oggi uno dei firmatari di quell’appello. “Gli algerini, o almeno quelli che sono andati a votare nell’aprile del 2014, hanno eletto al primo turno, con quasi l’85 per cento dei voti, un uomo il cui stato di salute è talmente compromesso che non può svolgere le funzioni previste dal suo incarico”.

Dopo diciott’anni alla guida dell’Algeria, qual è esattamente il ruolo di quest’uomo di ottant’anni, costretto su una sedia a rotelle e recluso in un palazzo presidenziale trasformato in casa di cura? Nel paese ci si chiede se sia stato veramente lui a costringere alla pensione, nel settembre del 2015, il potente e temuto generale Mohamed Lamine Médiene, detto Toufik, che per venticinque anni era stato il capo del dipartimento dell’informazione e della sicurezza. E se sempre lui abbia ordinato l’estromissione di Amar Saadani, segretario generale dell’Fln, uno dei più acerrimi avversari di Toufik.

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Leggera ripresa
Variazione del pil algerino, miliardi di dollari (Fonte: The Africa Report)

Un’altra domanda che si fanno gli algerini è chi ci sia davvero dietro al fratello del presidente, Said Bouteflika, ex professore d’informatica e sindacalista, dal 1999 consigliere alla presidenza. Con il presidente sempre più debole e assente dalla scena pubblica, non si capisce se Said sia diventato l’interprete della volontà del fratello o se sia piuttosto il portavoce di quei clan che si spartiscono e si contendono il potere. È stato il presidente, suo fratello Said o un amico di quest’ultimo, il potente imprenditore Ali Haddad, a decidere di licenziare nell’agosto del 2017, ad appena tre mesi dalla nomina, il primo ministro Abdelmajid Tebboune, che aveva dichiarato di voler “separare politica e denaro”? Tebboune voleva prendere di mira la corruzione, il traffico d’influenze, l’attribuzione degli appalti senza gare pubbliche, tutte pratiche molto diffuse in Algeria. La promessa gli aveva garantito una grande popolarità, ma era considerata troppo pericolosa dai vertici del potere.

Sempre gli stessi politici

Al posto di Tebboune è stato nominato Ahmed Ouyahia, e anche in questo caso ci si chiede chi lo abbia scelto davvero, se il presidente, il fratello o un gruppo di potenti. Ouyahia è il segretario generale dell’Rnd – che è alleato dell’Fln – ed è già stato tre volte primo ministro. Negli anni novanta, nel pieno della guerra civile, introdusse le riforme imposte dal Fondo monetario internazionale, guadagnandosi il soprannome di “Signor lavoro sporco”.

Tenuto conto della mancanza di trasparenza del regime algerino, cercare di rispondere a queste domande è un esercizio di speleologia politica. Secondo lo storico Benjamin Stora, esperto di Maghreb, “il potere è il risultato della convergenza di molte forze: esercito, servizi segreti, polizia, partiti, mondo imprenditoriale. Tutte cercano di tutelare i loro interessi. Ma Bou­teflika e i suoi hanno ancora in mano le leve di comando”.

“Said Bouteflika ha un ruolo importante ma non è Raúl Castro”, osserva Nadji Safir. “Può arricchire i suoi amici ma non ha le chiavi del potere. Il potere politico in Algeria non è ancora ereditario. Almeno per ora. È un insieme complesso e organizzato di istituzioni, meccanismi decisionali, discorsi, usanze e persone che hanno sempre due nature: una ufficiale e una informale”.

“Il regime algerino funziona come l’economia algerina: entrambi sono informali”, conferma il politologo Abdelkader Yefsah. “A causa della sua malattia non penso che Bouteflika sia in grado di guidare il paese: non riceve più nessuno e non fa più discorsi pubblici da anni. È ostaggio dei suoi collaboratori, che hanno il controllo e formano una specie di mafia militare-civile”.

“Nel nostro sistema”, spiega un giornalista, “il primo ministro non riceve dal presidente una lettera che spiega la sua missione o gli dà indicazioni, ma deve capire quello che ci si aspetta da lui da una manciata di parole. Possiamo immaginare cosa succeda ora che il presidente fatica a esprimersi”.

“L’Algeria”, si rammarica un ex alto funzionario, “ha un sistema politico autoritario e sclerotico, che va controcorrente sia rispetto alla storia sia rispetto alla volontà di cambiamento dei giovani”. Un altro osservatore riassume: “Un’élite politica di settantenni e ottantenni governa un paese di trentenni”.

“L’obiettivo del governo è resistere al passare del tempo, non è offrire un progetto alle nuove generazioni né ricostruire il sistema scolastico e universitario, che è in crisi”, si rammarica lo scrittore algerino Chawki Amari, editorialista del quotidiano El Watan. “Al Forum internazionale della gioventù abbiamo mandato il presidente del Consiglio della nazione, Abdelkader Bensalah, che ha 76 anni”.

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Deficit commerciale
Commercio estero dell’Algeria, miliardi di dollari (Fonte: Fondo monetario internazionale)

Bruciare le frontiere

I giovani, che formano la stragrande maggioranza dei disoccupati, possono legittimamente sentirsi emarginati dal potere. “Senza spazi d’aggregazione, cinema, concerti, locali o teatri, i giovani hanno solo due posti dove incontrarsi: lo stadio e la moschea”, osserva Stora. Tanti pensano che il loro unico futuro sia all’estero. Si spiega così il grande numero di ragazzi che fa domanda all’Istituto francese di Algeri (Ifa) per sostenere i test di conoscenza del francese, un requisito indispensabile per andare a studiare in Francia.

“I giovani vanno via perché il sogno algerino è svanito”, ha scritto il sociologo Nacer Djabi sul quotidiano El Khabar. “Voler studiare è un buon motivo per emigrare. I poveri partono con le barche, chi se lo può permettere con un visto”. Nel 2017 più di 32mila algerini hanno presentato domanda per sostenere i test dell’Ifa. In teoria quest’anno la Francia dovrebbe concedere 8.500 visti per motivi di studio contro i settemila del 2016. Ma questo non basta a impedire le nuove partenze, sempre più frequenti, degli harraga (come sono chiamati i migranti algerini, letteralmente “quelli che bruciano” le frontiere), pronti a giocarsi la vita a testa o croce cercando di attraversare il mar Mediterraneo sui barconi.

Per tutti gli altri, la maggioranza, c’è la moschea. “Siamo tornati all’epoca del Fis, ma con la complicità del governo”, osserva un professore universitario di Algeri, riferendosi al Fronte islamico di salvezza, che fu la principale forza politica del paese tra il 1989 e il 1992. “I Fratelli musulmani vogliono il potere e i salafiti hanno già esteso la loro influenza sulla società”. In vent’anni il numero delle moschee è raddoppiato, da diecimila a più di ventimila. “E il 70 per cento è nelle mani dei salafiti”, assicura un giornalista.

Da più di cinque anni quasi ventimila operai – in maggioranza cinesi – stanno costruendo lungo la strada che dall’aeroporto porta ad Algeri una moschea enorme, in grado di accogliere 120mila fedeli, che dovrebbe diventare la terza al mondo dopo quelle della Mecca e di Medina. Voluta da Bouteflika come vetrina dell’islam algerino, questa moschea sarebbe dovuta costare un miliardo di euro, l’equivalente di venti ospedali, come hanno denunciato i critici più severi di questo progetto faraonico. Il conto ha già superato i due miliardi di euro. E anche se somiglia molto a una provocazione nei confronti del Marocco – la moschea Hassan II a Casablanca può accogliere “appena” centomila fedeli e il suo minareto è alto 210 metri contro i 270 di quella d’Algeri – l’iniziativa del presidente algerino è un esempio delle concessioni fatte dal regime agli islamisti in nome della tradizione e della riconciliazione nazionale.

O più semplicemente è stata una mossa elettorale. Un’inchiesta sulle nuove forme di religiosità giovanile pubblicata nel 2012 da Insaniyat (una rivista algerina di antropologia e scienze sociali) mostra che i giovani considerano la religione come “un elemento essenziale della loro identità”. Il 94 per cento dei ragazzi intervistati dichiarava di fare le cinque preghiere quotidiane. La maggior parte era a favore del rito hanbalita, più vicino al wahabismo saudita, rispetto a quello malichita, tipico nell’Africa settentrionale. In Algeria il salafismo sembra quindi avere un futuro.

“Tutto indica che l’islamizzazione avviata dal Fis non si è esaurita con la sua scomparsa dalla scena politica”, osserva il sociologo Mohamed Merzouk. “Il Fis ha promosso una versione banalizzata della religione, ridotta al rispetto di una serie di rituali. Ma anche il modo in cui il potere statale ha gestito l’islam rafforza questo tipo di religiosità. In cerca di una nuova legittimità, il governo ha cercato di superare gli islamisti nel loro stesso campo”.

Le autorità hanno lasciato agli islamisti la libertà di esercitare una grande influenza sulla società. Secondo un economista, i salafiti controllano la maggior parte del commercio informale, che rappresenta il 30 per cento del pil. “Si puntano i riflettori su un malato per nascondere il vero malato: il regime”, si rammaricava nel dicembre del 2015 l’ex ambasciatore algerino a Parigi ed ex primo ministro Sid Ahmed Ghozali.

Qual è oggi il destino dell’Algeria? “Siamo nel momento peggiore: l’attesa”, sostiene il giornalista e scrittore Adlène Meddi. “Il governo riconosce di non avere progetti per il futuro. La società è bloccata e si sente dire che anche da morto Bouteflika continuerà a essere presidente”. A questo punto nessuna ipotesi è da escludere. Neanche il “ricorso salutare” all’esercito, eventualità che il quotidiano El Watan evocava in un editoriale di due mesi fa, anche se la respingeva. ◆ adr

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Questo articolo è uscito sul numero 1234 di Internazionale, a pagina 56. Compra questo numero | Abbonati