Sharon McGaffie era abituata ad avere la casa piena di gente. Una sera, nei primi mesi del 1969, suo cugino Aubrey LaBrie portò con sé, come spesso faceva, un gruppo di amici. La casa, una bifamiliare a West Berkeley, si trasformava così in un ritrovo improvvisato per giovani intellettuali neri, un posto dove discutere in modo animato ma amichevole delle ultime notizie, che all’epoca riguardavano soprattutto la lotta per i diritti civili e il neoeletto presidente Richard Nixon. McGaffie, ancora adolescente, faceva i compiti mentre la madre e un’altra cugina cucinavano il gumbo, un piatto tipico della Louisiana, uno dei preferiti della famiglia.
Quella sera c’era una persona che McGaffie non aveva mai visto: una donna minuta, vestita con il sari, di nome Shyamala Gopalan. “La si notava perché era indiana”, ricorda McGaffie. Gopalan, però, non dava l’idea di sentirsi fuori posto. Partecipò alle discussioni e a un certo punto entrò in cucina e cominciò a parlare con la madre di Sharon. “Era assolutamente a suo agio”, racconta LaBrie.
Gopalan arrivò negli Stati Uniti in un’epoca in cui le leggi sull’immigrazione concedevano l’ingresso solo a cento indiani all’anno
Gopalan aveva trascorso buona parte della vita cercando di sentirsi a suo agio in posti dove non era scontato che lo fosse. Quando lasciò l’India nel 1958, a 19 anni, per studiare all’università della California a Berkeley, era una delle poche indiane dell’ateneo. In realtà era una delle poche indiane in tutti gli Stati Uniti. Cinque anni dopo si sottrasse alla tradizione del matrimonio combinato e s’innamorò di un economista in erba di nome Donald Harris. Chiamarono la loro prima figlia Kamala, “fior di loto” in sanscrito.
Abbattere le barriere
Prima vicepresidente asiatica e nera degli Stati Uniti, Kamala Harris ha più volte richiamato la figura della madre, morta per un cancro al colon nel 2009, nel corso della campagna elettorale. L’ha citata così spesso nei suoi comizi che il rapporto tra le due è diventato un tema ricorrente: nel discorso alla convention nazionale democratica di agosto, Harris ha definito la madre “la persona più importante della mia vita”, una fonte d’ispirazione al pari di Fannie Lou Hamer (una nota attivista statunitense per i diritti civili) e Shirley Chisholm (la prima donna afroamericana eletta al congresso di Washington). “Mi appoggio sulle spalle di un’altra donna”, ha dichiarato Harris. “Mia madre, Shyamala Gopalan Harris”. Durante il dibattito tra i candidati alla vicepresidenza, Harris ha parlato di tutte le barriere che stava abbattendo presentandosi come vice di Joe Biden, e ha aggiunto che Gopalan “stava osservando tutto dall’alto”. Anche il nome in codice che le hanno dato i servizi segreti, Pioneer (Pioniera), è un riferimento alle origini di Harris.
Ma ancora prima che Kamala Harris nascesse, Gopalan stava abbattendo altre barriere. Il suo atteggiamento era del tipo “sono fatta così”, racconta Lenore Pomerance, amica di lunga data di Gopalan, con cui si conobbero nel 1961. La stessa mentalità sembra aver accompagnato Harris dall’infanzia a Berkeley alla soglia della Casa Bianca. “Non lasciare che siano gli altri a dirti chi sei”, le diceva Gopalan. “Sei tu che devi dirglielo”.
Figlia di un alto funzionario dell’amministrazione coloniale britannica in India, Gopalan ebbe un’infanzia confortevole. Nacque a Madras (oggi Chennai), nel sud dell’India, ma il lavoro del padre portò la famiglia anche a Bombay (Mumbai), Calcutta e New Delhi, dove Gopalan fece gran parte delle scuole. Quando aveva nove anni, nel 1947, l’India si liberò dal dominio britannico. Un anno dopo fu assassinato il Mahatma Gandhi. Dopo l’indipendenza del paese, suo padre, P. V. Gopalan, coordinò il reinsediamento dei profughi che scappavano dall’odierno Bangladesh verso l’India.
Queste esperienze contribuirono a instillare in Gopalan la fiducia di avere molte possibilità davanti a sé. Ottenne una laurea in scienze domestiche – che in India serviva a preparare le donne alla vita in casa – ma poi capì che voleva diventare una vera scienziata. All’epoca poche donne continuavano gli studi dopo la laurea, senza contare che gli studenti indiani generalmente dovevano scegliere il loro percorso universitario alla fine delle superiori. Per lei cambiare strada era quasi impossibile.
Sentì parlare di un dottorato a Berkeley in nutrizione ed endocrinologia, e fece domanda. “Quando Shyamala espresse il desiderio di studiare in California, mio padre le disse: ‘Vai pure’”, racconta Gopalan Balachandran, il fratello minore di Shyamala. “Anche lui se n’era andato da casa da giovane per lavorare a Delhi, dove non conosceva nessuno. Il fatto che Shyamala volesse imitarlo non era un problema”.
In realtà era una cosa fuori dal comune, anche per una famiglia di casta elevata come quella di Gopalan. L’India è tuttora un paese profondamente patriarcale, e lo era ancora di più quando Gopalan partì per Berkeley. Il tasso d’alfabetizzazione delle donne è nettamente più basso di quello degli uomini, e l’aborto selettivo in base al sesso, anche se illegale, è ancora diffuso. La madre di Gopalan non aveva frequentato le scuole superiori, come molte altre indiane dell’epoca. Sessant’anni fa mandare una figlia a studiare all’estero, a migliaia di chilometri di distanza, era una scelta straordinariamente progressista.
L’epoca delle proteste
Se la decisione di lasciare la famiglia in India dev’essere stata dura per Gopalan, anche arrivare nel paese così giovane non dev’essere stato facile. Oggi gli indiani statunitensi sono circa quattro milioni, e i nuovi immigrati possono contare sull’appoggio di questa comunità. Gopalan arrivò negli Stati Uniti in un’epoca in cui le leggi sull’immigrazione imponevano quote rigide agli ingressi dall’Asia: gli indiani a cui era consentito trasferirsi negli Stati Uniti erano al massimo cento all’anno. Gopalan diventò una dei dodicimila indiani che ci vivevano, la maggior parte dei quali erano uomini. Dovevano fare i conti con un notevole razzismo. Da quanto racconta McGaffie, Gopalan si sentiva discriminata sul lavoro. “Ogni donna proveniente dall’India, all’epoca, era un po’ un’outsider”, spiega Anirvan Chatterjee, uno storico non di professione che si occupa di comunità dell’Asia meridionale a Berkeley.
Quando Gopalan arrivò negli Stati Uniti erano in corso numerose proteste: contro l’ingiustizia razziale, l’imperialismo, la guerra in Vietnam. Berkeley era al centro di tutto. Gopalan ci si tuffò a capofitto. Nel 1960 gli studenti neri del North Carolina organizzarono un sit-in di protesta contro le leggi sulla segregazione razziale sedendosi al bancone di un ristorante della catena Woolworth’s, un’azione che ebbe una grande risonanza sui mezzi d’informazione. Gopalan partecipò a un sit-in nel Woolworth’s locale in segno di solidarietà. Si avvicinò anche a un gruppo di studenti neri, l’Afro american association, che s’incontrava per studiare le opere di scrittori neri come W.E.B. Du Bois e Ralph Ellison, e contribuiva a portare i black studies nelle università di tutto il paese, fornendo gran parte dell’arsenale intellettuale al partito delle Black panther. “Fu un incubatore per i movimenti della coscienza nera e del potere nero”, spiega LaBrie, che partecipò a sua volta. Gopalan era l’unica non nera del gruppo.
Grazie all’attivismo per i diritti civili Gopalan conobbe Donald Harris, un dottorando di Berkeley proveniente dalla Giamaica. Harris aveva tenuto un discorso a un evento fuori dal campus, e Gopalan andò a presentarsi. I due cominciarono a uscire insieme e si sposarono pochi anni dopo, “in tribunale, durante la pausa pranzo”, racconta Pomerance.
La coppia ebbe due figlie, Kamala e Maya. Oggi Maya è avvocata e consigliera della sorella.
Evitando un matrimonio combinato e scegliendo un compagno nero, Gopalan fece saltare molte convenzioni. Il razzismo contro i neri e la discriminazione in base al colore della pelle sono ancora diffusi in India e nella diaspora indiana. In una ricerca del 2012, il Pew research center chiese agli indiani americani che rapporto avessero con gli afroamericani: quasi un quarto rispose “non troppo buoni o per niente buoni”. Solo il 7 per cento disse lo stesso dei bianchi. Il rapporto tra Gopalan e Harris “fu decisamente rivoluzionario”, commenta Sooni Taraporevala, sceneggiatrice del film Mississippi masala, nel quale una donna indiana s’innamora di un nero. “Abbiamo girato il film negli anni novanta. Anche allora era estremamente raro”.
Nell’India degli anni sessanta quel matrimonio fu uno scandalo. Balachandran, il fratello di Gopalan, racconta che i suoi genitori si sentirono feriti e delusi, ma la loro reazione non aveva niente a che vedere con il fatto che il marito fosse nero. “Il problema è che non avevano conosciuto lo sposo prima”, spiega. Ma Gopalan era convinta che non tutti gli indiani lo avrebbero accettato. “La sentii dire che non avrebbe potuto portare le figlie in India perché si era sposata fuori della sua comunità, con un nero”, racconta McGaffie, la cui madre spesso si occupava di Kamala e Maya dopo la scuola.
Nel 1971 Gopalan chiese il divorzio, che come il matrimonio fu motivo di polemiche. L’India registra uno dei tassi di divorzio più bassi al mondo, in parte a causa del profondo stigma, soprattutto per le donne. Da come Kamala Harris ne parla si capisce che fu un momento difficile per la madre, e la famiglia. “Credo che per mia madre il divorzio abbia rappresentato un tipo di fallimento che non aveva preso in considerazione”, ha scritto Harris nella sua autobiografia The truths we hold: an american journey (Penguin 2019). “Il suo matrimonio fu un atto di ribellione quanto d’amore. Spiegarlo ai genitori era già stato abbastanza difficile. Spiegare il divorzio, immagino, fu ancora più difficile. Dubito che le abbiano mai detto, ‘te l’avevo detto’, ma queste parole le saranno comunque riecheggiate nella testa”.
Harris racconta spesso di come la madre la portasse alle manifestazioni “allacciata bene al passeggino”. A lei ha dedicato un video della campagna elettorale, attribuendole il merito di avere instillato “in mia sorella Maya e in me i valori che avrebbero definito il corso della nostra vita”.
Uno di questi valori è il rifiuto di farsi limitare dalle aspettative della società. Gopalan non si uniformò mai alle idee che avevano gli altri su quale dovesse essere il suo posto, e chiarì da sempre alle figlie che avrebbero dovuto fare lo stesso. “Se non ti definisci da sola”, diceva, “le persone cercheranno di definirti”.
Al momento del divorzio, Gopalan aveva finito il dottorato e lavorava nel campo della ricerca sul cancro a Berkeley. Mantenne la custodia di Kamala e Maya, che vedevano il padre, professore all’università di Stanford, nei fine settimana e durante le vacanze estive. Quando Harris aveva 12 anni Gopalan accettò un posto di lavoro all’università McGill, e la famiglia si trasferì a Montréal.
Gopalan era una madre affettuosa e protettiva. Ma essendo sola, aveva poca pazienza per le cose futili. A colazione dava alla figlie succhi di frutta e merendine perché, come si legge nell’autobiografia, quello “non era un momento in cui perdere tempo”. Quando Kamala o Maya tornavano a casa dispiaciute per qualcosa che era successo a scuola, Gopalan le invitava a riflettere sulle loro responsabilità, chiedendogli cosa avessero fatto di sbagliato. E non gli nascondeva che avrebbero dovuto affrontare degli ostacoli perché i loro genitori erano di gruppi etnici diversi. “Non gli parlava come si fa con i bambini”, ricorda McGaffie. “Aveva con loro delle vere conversazioni”.
Andavano regolarmente a visitare la famiglia in India, dove Harris faceva lunghe passeggiate sulla spiaggia insieme al nonno e imparava a pregare nel tempio indù. A casa Gopalan cucinava piatti indiani. Ma anche dopo il divorzio volle crescere le figlie coltivandone l’identità nera. Kamala e Maya cantavano nel coro dei bambini di una chiesa battista nera. Il giovedì sera “Shyamala e le ragazze” frequentavano il Rainbow Sign, un centro culturale nero di Berkeley. Gopalan, scrive Harris, “sapeva che il suo paese d’adozione avrebbe visto Maya e me come ragazze nere, ed era determinata a far sì che crescessimo come donne nere orgogliose e sicure di noi stesse”.
All’epoca per un’indiana si trattava di una scelta inusuale. “Non è che se ne fregasse”, racconta LaBrie. “Ma è così che viveva la sua vita, e se nessuno era d’accordo con lei, non se ne faceva un problema”. In questo Kamala le somiglia: “Io sono quello che sono. E non mi faccio problemi. Forse gli altri hanno bisogno d’inquadrarmi, ma a me va bene così”.
◆ Il presidente uscente Donald Trump e i più importanti esponenti del Partito repubblicano si rifiutano di riconoscere la vittoria di Joe Biden alle elezioni presidenziali, sostenendo che in alcuni stati ci sono stati brogli che rendono irregolare il risultato del voto. Il New York Times ha intervistato decine di funzionari elettorali, sia democratici sia repubblicani, in vari stati: “Tutti sostengono che non ci sono prove di irregolarità e che il processo elettorale è stato un successo, considerando l’affluenza senza precedenti, l’alto numero di voti per posta e il fatto che si votava durante la pandemia”. Il comitato elettorale repubblicano ha presentato ricorsi e ha chiesto di ricontare i voti in alcuni stati. Ma, considerando il numero di voti di differenza, anche negli stati più contesi, è molto difficile che il risultato possa cambiare.
◆ Intanto l’amministrazione Trump sta facendo tutto il possibile per ostacolare e ritardare i passaggi formali necessari per assicurare la transizione verso la nuova amministrazione. Biden si insedierà alla Casa Bianca il 20 gennaio del 2021.
L’atteggiamento di Harris in politica porta le tracce dell’influenza materna. Anche se il Partito democratico è diviso tra progressisti e moderati, lei è una delle poche dirigenti le cui politiche non si allineano chiaramente con uno dei due schieramenti. Quando era procuratrice a San Francisco, e poi come procuratrice generale della California, Harris non è stata esattamente un modello di progressismo. Ha rifiutato la richiesta di nuovi test del dna che avrebbero potuto scagionare un detenuto nel braccio della morte, e ha resistito alle pressioni degli attivisti locali affinché fossero aperte indagini sull’uso delle armi da parte della polizia contro uomini neri.
Anche se di recente si è riavvicinata alla parte più progressista del partito – nel 2019 in senato è stata tra quelli che hanno votato più a sinistra – è contraria all’estensione del programma sanitario Medicare a tutta la popolazione e ha sviluppato un rapporto con la Silicon valley più amichevole rispetto a molti esponenti del partito. Durante le primarie democratiche, quando i paladini della sinistra Bernie Sanders ed Elizabeth Warren concentravano la loro campagna sulla “rivoluzione politica” e sui “grandi cambiamenti strutturali”, Harris ha detto al New York Times che non stava “cercando di rinnovare la società”.
“In un certo senso è refrattaria alle etichette”, spiega Ron Hayduk, studioso di scienze politiche della San Francisco state university. “Ha preso posizioni che non rappresentano nessuno dei due campi. Questo ha spinto alcuni elettori a mettere in dubbio l’autenticità delle sue convinzioni”.
Il diritto di giocare
Questa tendenza a “rifiutare le false scelte” non ha pagato quando Harris ha voluto presentarsi come candidata alla presidenza: è uscita dalla corsa prima ancora che si votasse per le primarie. “Cercava di rimanere a metà strada”, spiega Hayduk, “ma a chi interessa la persona che sta a metà strada, che cerca di andare da una parte e dall’altra?”. Invece il fatto di non essere strettamente legata a nessuno dei poli ideologici del partito l’ha resa probabilmente la scelta giusta come vicepresidente di Biden.
Gopalan non può più consigliare a Harris di fregarsene delle aspettative degli altri, ma la prossima vicepresidente probabilmente non sarebbe arrivata dov’è senza di lei. Seguendo i passi della madre, Harris organizzò una protesta quando era ancora un’adolescente a Montréal, reclamando il diritto di giocare a calcio nel cortile del condominio. “Sono felice di poter dire che le nostre richieste furono accolte”, ha scritto Harris. Quando lanciò una lunga campagna per diventare procuratrice distrettuale di San Francisco nel 2003, Gopalan fu parte integrante di quello sforzo: le fece da autista per accompagnarla agli eventi in programma, coordinava i volontari e raccoglieva consensi per la candidatura della figlia. Non c’era prato in cui sua figlia non potesse giocare. Nessun incarico che non potesse ricoprire.
Per tutta la sua vita, Shyamala Gopalan continuò a coltivare la sua idea di cosa fosse possibile. Forse il fatto che un giorno sua figlia avrebbe raggiunto il vertice della piramide politica statunitense è proprio una delle cose che avrebbe potuto immaginare. ◆ ff
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Questo articolo è uscito sul numero 1384 di Internazionale, a pagina 42. Compra questo numero | Abbonati