Quasi un secolo fa Fritz Zwicky, un fisico svizzero del California institute of technology, stava osservando un ammasso di galassie distante trecento milioni di anni luce dalla Terra quando notò qualcosa d’insolito. Attraverso il gigantesco telescopio Hooker da cento pollici, Zwicky notò che le galassie si muovevano a una velocità tale che avrebbero dovuto disperdersi nell’universo, lanciate come enormi palle di neve stellari. Eppure una forza misteriosa, che non si vedeva ed era evidentemente molto potente, riusciva a tenerle insieme come per magia. Per il fisico l’unica spiegazione possibile era l’esistenza di una sorta di massa immensa e invisibile, capace di esercitare una forza gravitazionale tale da tenere unite le galassie. In un articolo del 1933 Zwicky chiamò questa sostanza invisibile dunkle Materie, materia oscura.
Zwicky era un genio ma anche una persona notoriamente intrattabile, e si divertiva a definire i suoi numerosi nemici “bastardi sferici”, perché, guardati da ogni angolazione, restavano comunque dei bastardi. Questa sua ruvidezza, unita alla tendenza a proporre teorie bizzarre, spiega forse perché la sua idea della materia oscura non ebbe grande seguito.
Successivamente, tuttavia, alcuni suoi colleghi dimostrarono che quell’ipotesi ardita doveva essere corretta. Oggi, anche se la natura della materia oscura è ancora oggetto di dibattito, la sua esistenza è ampiamente riconosciuta dalla comunità scientifica. Nel mondo della finanza esiste un fenomeno analogo: una forza enorme ma nascosta, che tiene insieme il sistema ed esercita un’influenza colossale – anche se spesso sottovalutata – sui movimenti degli altri strumenti scambiati sui mercati. È il repurchasing market. Per gli amici “repo” (abbreviazione di repurchasing, riacquisto) oppure “mercato dei pronti contro termine”.
Le spiegazioni più semplici di questo mercato lo fanno sembrare quasi banale. In pratica si vende un titolo con l’impegno a ricomprarlo più avanti con un piccolo sovrapprezzo. È un prestito a breve termine dietro garanzia, e il sovrapprezzo equivale all’interesse pagato. Più la garanzia è solida, maggiore è la somma che si può prendere in prestito. Di norma il repo funziona come un prestito con rimborso il giorno successivo, ma chi lo chiede può rinnovarlo in modo da ricevere liquidità senza sosta per operare sui mercati. L’operazione inversa – comprare l’attività data in garanzia e rivenderla subito dopo – è chiamata “reverse repo” o “pronto contro termine passivo”.
Una buona parte del mondo delle finanza quasi non ci fa più caso. Di recente un investitore mi ha chiesto di cosa mi stessi occupando. Quando gli ho risposto che mi stavo interessando al mercato repo, mi ha guardato come se stessi studiando l’armadillo rosa della pampa argentina. Nessuno, però, ne mette in dubbio l’importanza. Il mercato dei pronti contro termine è spesso descritto come l’impianto idraulico della finanza perché, come le tubature di casa, fa scorrere il denaro da dove ce n’è di più a dove serve. E quando si rompe, si sente subito la puzza.
È una metafora efficace. Eppure, mentre lavoravo a A fabulous debt, il mio libro sulla storia del mercato obbligazionario, ho capito che la metafora dell’impianto idraulico non rende davvero l’idea dell’immensa importanza di questo mercato. È, piuttosto, la materia oscura della finanza: enorme, potente, onnipresente, e lo si capisce soprattutto dagli effetti che produce sugli altri corpi. “È così”, conferma Darrell Duffie, professore di finanza alla Stanford university, uno dei massimi esperti del settore. “Nessuno la vede davvero, ma chi conosce a fondo il funzionamento del sistema sa che l’universo della finanza si basa sui pronti contro termine”.
Non esistono dati completi, precisi e aggiornati sul valore globale del mercato repo. Secondo il dipartimento del tesoro statunitense, solo quello americano vale 12.6oo miliardi di dollari, mentre l’International capital markets association, un’organizzazione di settore, stima il valore di quello europeo intorno ai 14mila miliardi di euro.
Data l’opacità e l’assenza di confini del settore, queste due stime comprendono inevitabilmente qualche doppio conteggio, e non basta sommarle per ottenere il totale mondiale. Resta il fatto che è un mercato gigantesco. E quando – molto raramente – finisce sotto pressione, il resto dell’universo finanziario ne è profondamente destabilizzato. “Se la musica dei repo si ferma, si blocca tutto”, osserva Adam Dener, direttore generale della società d’investimento Fermat Capital Management. “Proprio tutto”.
Le necessità della guerra
Ma perché il mercato dei pronti contro termine è diventato così grande? Dobbiamo preoccuparci della sua influenza sull’universo delle banche centrali, delle obbligazioni, dei fondi d’investimento e dei fondi pensione? La sua invenzione, come spesso succede, è nata dalle necessità della guerra; la sua esplosione è invece il frutto dell’instancabile capacità del settore finanziario di trovare vie traverse e scappatoie. Ma è meglio partire dall’inizio.
La folla radunata a Wall street l’8 aprile 1918 scoppiò in una grande risata quando Charlie Chaplin s’arrampicò sulle spalle di un altro attore e cominciò ad agitare goffamente la sua inconfondibile bombetta nera, cercando di non cadere da quella postazione instabile. “Voi, laggiù, scordatevi del rendimento di questo terzo Liberty loan”, gridò Chaplin. “È in gioco la vita umana, e nessuno dovrebbe preoccuparsi del tasso d’interesse di questi titoli o di quanto si potrà guadagnare comprandoli. Servono soldi per sostenere il grande esercito e la marina dello zio Sam”.
Il Liberty loan era l’ultima emissione di titoli di stato con cui il governo statunitense finanziava il suo ingresso nella prima guerra mondiale. L’intervento di Chaplin a Wall street faceva parte della campagna lanciata dal segretario al tesoro William McAdoo, che aveva chiamato a raccolta celebrità da ogni angolo del paese per promuovere i prestiti.
L’ambizione del programma dei Liberty loan è quasi impensabile oggi. Alla fine della guerra un terzo dei cittadini statunitensi – all’epoca circa cento milioni – aveva comprato almeno uno dei cinque grandi prestiti emessi dal governo, versando nelle casse dello stato più di 21 miliardi di dollari. Rapportando quella cifra alle dimensioni dell’economia statunitense di oggi, sarebbe come vendere novemila miliardi di dollari di titoli di stato.
McAdoo riuscì nell’impresa grazie a una campagna di marketing estremamente aggressiva. Non erano state coinvolte solo le celebrità: i sacerdoti esortavano i fedeli a comprare i titoli durante le omelie domenicali; le scuole organizzavano vendite di torte per raccogliere fondi; le fabbriche incoraggiavano gli operai a sottoscrivere le emissioni; perfino i boy scout venivano mandati porta a porta a vendere l’ultimo Liberty loan. Un sottomarino tedesco catturato fu trasformato in un chiosco a Central park, a New York, e ribattezzato U-buy-a-bond (comprati un buono).
Ma il programma dei Liberty loan ebbe un impulso decisivo anche dalla Federal reserve (Fed, la banca centrale degli Stati Uniti), creata solo pochi anni prima della guerra. Per comprare le obbligazioni in guerra molti privati chiedevano i soldi in prestito alle banche. Per finanziare questi prestiti, le banche potevano stipulare accordi di pronti contro termine con la filiale della Fed più vicina: in pratica vendevano all’istituto una quota dei Liberty loan con l’impegno di ricomprarla dopo quindici giorni, e l’operazione veniva poi ripetuta. Di fatto la banca centrale prestava denaro a basso costo alle banche, che a loro volta lo prestavano a basso costo ai clienti perché comprassero titoli di stato.
Perché la Fed decise di ricorrere a questo meccanismo? Perché una particolarità del sistema fiscale statunitense dell’epoca rendeva poco convenienti i normali prestiti garantiti. I pronti contro termine erano solo un espediente dalla legalità allora piuttosto incerta, ma con il tempo sarebbero diventati una delle basi del funzionamento della finanza moderna.
Durante la seconda guerra mondiale la Fed sostenne lo sforzo bellico comprando i titoli di stato direttamente dal tesoro. I pronti contro termine, tuttavia, furono riesumati dopo il “Treasury-Fed accord” del 1951, che segnò la nascita della Fed moderna e indipendente, come la conosciamo oggi. Da quel momento l’istituto non aveva più la possibilità di finanziare il governo e poteva fissare i tassi d’interesse per controllare l’inflazione. I pronti contro termine diventarono lo strumento principale con cui la Fed garantiva la stabilità nel mercato dei buoni del tesoro dopo aver interrotto gli acquisti diretti. Di fatto la banca centrale privatizzava il proprio ruolo di custode della stabilità del mercato, offrendo un meccanismo di finanziamento economico e affidabile a un gruppo selezionato di banche e istituzioni finanziarie, i cosiddetti primary dealers o operatori primari.
Alla fine degli anni cinquanta le operazioni repo della Fed coprivano fino all’85 per cento del finanziamento usato dagli operatori primari per tutelare i loro investimenti in buoni del tesoro. Ma la percentuale si sarebbe presto ridotta, perché negli anni sessanta emerse un mercato privato dei pronti contro termine. Ancora una volta, tutto nacque da un espediente tecnico.
Dalla grande depressione in poi negli Stati Uniti era vietato alle banche pagare interessi sui conti correnti ed era stato imposto un tetto agli interessi riconosciuti sui conti di risparmio (la cosiddetta Regulation Q). Molti investitori e aziende con grande liquidità non sopportavano questi vincoli e cominciarono a riversare denaro nel mercato dei pronti contro termine. I rendimenti, infatti, erano sicuri – si trattava per lo più di prestiti con rimborso il giorno successivo, garantiti da buoni del tesoro di assoluta affidabilità – e più alti di quelli offerti dai conti bancari.
A quel punto il potere magico dei repo era in grado di trasformare facilmente il debito pubblico statunitense in quasi-moneta. Questa materia oscura finanziaria contribuì a consolidare la posizione degli Stati Uniti al vertice del sistema finanziario internazionale, anche dopo che il presidente Richard Nixon interruppe l’ancoraggio del dollaro all’oro nel 1971.
La finanza è sempre stata particolarmente abile ad aggirare le norme
Il caso della Drysdale
Paradossalmente, però, fu una crisi del mercato dei pronti contro termine a sancirne il ruolo di collante invisibile del sistema finanziario. Una domenica sera del maggio 1982 un banchiere della Chase Manhattan ricevette una telefonata da David Heuwetter, responsabile del trading di una piccola società d’intermediazione chiamata Drysdale Government Securities. Con un certo imbarazzo, Heuwetter gli comunicò che la Drysdale “forse aveva un problema”. Il giorno dopo le principali banche di Wall street furono convocate alla Fed di New York per una riunione d’emergenza, la prima di una lunga serie di incontri segreti destinati a segnare i decenni successivi. Oggi quasi nessuno ricorda la crisi della Drysdale. Le cause erano troppo tecniche e la vittima principale troppo marginale per attirare l’attenzione riservata ad altri disastri collegati alla finanza creativa degli anni ottanta. Eppure, sotto molti aspetti, quella vicenda anticipò alcuni dei problemi che avrebbero scatenato il caos durante la crisi finanziaria mondiale del 2008.
La Drysdale Government Securities aveva la sede in un attico sopra un negozio di abbigliamento di Wall street e disponeva di un capitale di appena cinque milioni di dollari. Eppure, in pochissimo tempo, era riuscita ad accumulare quattro miliardi di dollari in buoni del tesoro grazie a una complessa catena di prestiti nel mercato dei pronti contro termine, orchestrata da un programma informatico che Heuwetter aveva battezzato Arnold. Perché li aveva accumulati? Per incassare gli interessi maturati dai buoni del tesoro ricevuti con gli accordi pronti contro termine, interessi che per semplicità molti operatori del mercato repo all’epoca non incassavano, ma questo non valeva per il mercato tradizionale dei buoni del tesoro.
Quando quel giorno di maggio i buoni del tesoro ebbero un’impennata improvvisa, la Drysdale si ritrovò scoperta e non riuscì a pagare gli interessi dovuti sui titoli in suo possesso. Il fallimento provocò perdite a cascata tra le grandi banche di Wall street che avevano operato come agenti o clienti della Drysdale – soprattutto la Chase Manhattan – e scatenò il panico in tutto il settore. Non si era mai verificata un’insolvenza importante sul mercato dei pronti contro termine. In teoria un creditore poteva vendere il titolo dato a garanzia, ma non c’era una legge né un precedente che disciplinasse davvero questa possibilità. Inoltre: la struttura formale era quella di una compravendita; ma chi deteneva, in senso giuridico, i diritti sui buoni del tesoro alla base di quelle operazioni?
La questione paralizzò il mercato. E questo, a sua volta, ebbe ripercussioni pesanti anche sui buoni del tesoro. Alla fine degli anni sessanta l’intero mercato dei pronti contro termine non superava i cinque miliardi di dollari; dieci anni dopo era già salito a 45 miliardi. Quando la Drysdale crollò, i pronti contro termine superavano i cento miliardi di dollari: un settimo dell’intero mercato dei buoni del tesoro dell’epoca.
Successivamente alcune società d’intermediazione – a partire dalla Lombard-Wall nel 1982 – fallirono a loro volta per varie manovre spericolate legate ai pronti contro termine. Questa catena di fallimenti alimentò il timore che i giudici trattassero i prestiti repo come normali passività finanziarie, con il risultato di bloccare per anni le attività date in garanzia nelle procedure fallimentari e, in pratica, uccidere il mercato. Era come se la materia oscura di Wall street si fosse all’improvviso dissolta, rischiando di far saltare un piccolo ma importante pezzo del sistema finanziario statunitense.
Le autorità si mossero in fretta per risolvere la situazione. Gli operatori primari di Wall street s’impegnarono a rendere le loro procedure più moderne e uniformi; la Fed rese più flessibili le condizioni per le operazioni repo; nel 1984 il congresso modificò le leggi federali sul fallimento per escludere esplicitamente i pronti contro termine dalle procedure di fallimento. La cosa funzionò. La prima grande crisi del mercato dei pronti contro termine – il momento in cui l’intero settore finanziario scoprì per la prima volta la sua natura di materia oscura – fu quindi la sua consacrazione.
Il fatto di essere strutturato come una catena ininterrotta di compravendite può sembrare una complicazione enorme, ma è proprio questo che rende il repo uno strumento più pulito, rapido ed efficiente rispetto a un prestito tradizionale garantito da un patrimonio, come una casa. La protezione esplicita dal caos delle procedure fallimentari è stata l’ultima spinta che serviva al mercato per evolvere nella forma che conosciamo oggi.
“Prima della Drysdale”, racconta Scott Skyrm, operatore di lungo corso del mercato dei pronti contro termine della Curvature Securities e autore di un libro sul tema, “vari aspetti semplicemente non erano stati codificati. Dopo, invece, è stato regolato tutto. L’esenzione dalle procedure fallimentari era essenziale: significava poter liquidare subito la garanzia, invece di aspettare anni per recuperare i soldi”.
Una rete intricata
L’altra lezione del caso Drysdale – ovvero che la dipendenza di Wall street da una rete intricata di debiti a brevissimo termine era pericolosa – purtroppo fu dimenticata. Il primo giorno di Kirsten Rastrick all’ufficio dei pronti contro termine della Jp Morgan, nella vecchia sede al numero 60 di Wall Street, fu una vera sorpresa. Era l’estate del 2000 e, a differenza di molte altre sale di contrattazione dell’epoca, l’ufficio era insolitamente ordinato. Non solo: era il primo ufficio obbligazionario della grande banca statunitense a ricevere i nuovi monitor piatti, eleganti e sottili, che gli davano un’aria quasi futuristica. Il trattamento di riguardo era la spia di un ruolo sempre più strategico. Anche se i pronti contro termine sono considerati operazioni a basso rischio, possono essere diabolici nella loro complessità. Chi lavora nel settore deve padroneggiare un’enorme varietà di dinamiche dei mercati del debito a breve termine e gestire posizioni spesso gigantesche, che si aprono e si chiudono ogni giorno.
Inoltre, le grandi banche come la Jp Morgan non si limitano a prestare denaro ai clienti tramite il repo: si servono di questo mercato anche per finanziare parte delle loro attività. Non è un caso che l’ufficio repo della Jp Morgan sia collocato strategicamente proprio di fronte a quello del responsabile dell’intera divisione mercati: in questo modo può intercettare in tempo reale ogni movimento dei mercati finanziari, una manifestazione plastica della centralità che i pronti contro termine hanno assunto nella finanza contemporanea.
Chi lavora in questo settore deve alzarsi a orari impossibili. Gli investitori cominciano la giornata pianificando e scegliendo le loro fonti di finanziamento, quindi l’attività parte alle 7 in punto. Nel 2000 la Jp Morgan non aveva ancora un ufficio per il mercato repo a Londra, perciò all’inizio della sua carriera Rastrick attaccava alle 4 del mattino. “Non proprio l’ideale per una vita sociale sana a New York”, ricorda. “Non puoi presentarti in ufficio con i postumi di una sbornia, perché appena apre il mercato cominciano a girare miliardi e miliardi”, dice. “L’ufficio repo è sempre il primo a ranghi completi in sala contrattazione. Il mercato apre alle 7 spaccate. E alle 7.01 è già partito”.
Oggi Rastrick è responsabile globale delle vendite nel settore dei finanziamenti a reddito fisso della Jp Morgan, e nel corso della sua carriera ha visto il mercato dei pronti contro termine cambiare completamente. Ora il comparto più noto è quello del “repo tripartito”, che coinvolge tre soggetti: chi prende a prestito, chi presta e una terza parte neutrale – di solito un “custode” specializzato come la Bank of New York Mellon – che si occupa di tutta la parte operativa, dai pagamenti alla consegna dei titoli. Il modello è nato dopo il crac della Drysdale ed è proprio da lì che Rastrick ha cominciato la sua carriera.
Ma il mondo dei pronti contro termine è un labirinto di varianti, ognuna con il suo acronimo irritante, capace di far impallidire perfino un consulente della McKinsey: Gfc repo, Dvp repo, Nccbr repo e così via. Li usano tutti: banche commerciali, hedge fund, fondi pensione, assicurazioni, perfino le banche centrali. Nessuno, però, si è lanciato sui prestiti repo con più entusiasmo dei fondi comuni monetari statunitensi. Questi fondi specializzati in prestiti a breve scadenza, nati negli anni settanta per aggirare la Regulation q, già negli anni duemila gestivano più di duemila miliardi di dollari sui mercati dei pronti contro termine. Oggi superano gli ottomila miliardi.
Anche le garanzie sono cambiate rispetto agli inizi, quando dominavano i buoni del tesoro. Oggi si fanno pronti contro termine su obbligazioni municipali, su titoli garantiti da mutui, perfino sulle azioni. Nei primi anni duemila qualunque strumento finanziario poteva essere usato come garanzia. Ma questa dipendenza sempre più grande si è poi rivelata fatale, come ricorda con amarezza Rastrick. “I pronti contro termine sono fondamentali per il buon funzionamento del sistema finanziario”, spiega. “Ma nelle fasi di crisi possono volatilizzarsi da un momento all’altro, e chi dipende troppo da liquidità immediata è profondamente destabilizzato, come successe nel 2008”.
Ricostruzione parziale
La crisi finanziaria globale del 2008 di solito è raccontata come una crisi bancaria o come l’esplosione dei titoli tossici legati ai mutui. È una ricostruzione corretta ma parziale: si è trattato anche di una crisi dei pronti contro termine. Molte banche dipendevano ormai fortemente dal mercato repo per finanziarsi, e usavano sempre più spesso garanzie diverse dai buoni del tesoro. Quando cominciarono a circolare dubbi sulla solidità del mercato dei mutui subprime statunitensi, i finanziatori – dai fondi del mercato monetario ai fondi sovrani cinesi – guardarono con sospetto le garanzie “non tradizionali” anche se vantavano un rating di prima fascia.
Chi finanzia le operazioni di pronti contro termine è tutelato dalle procedure fallimentari, ma resta comunque esposto se il valore delle garanzie precipita. Perciò, nell’estate del 2007 questi finanziatori cominciarono a ridurre l’importo erogabile a fronte di certe tipologie di garanzie – applicando un haircut (taglio del valore nominale del prestito da restituire) maggiore, per usare il gergo finanziario, e a pretendere tassi più alti. Nel 2008 la paura era tale che molti operatori tagliarono i rapporti con chi presentava profili di rischio più elevati e garanzie meno solide.
Fu questo a dare il colpo di grazia alla Bear Stearns e alla Lehman Brothers, le due famose banche d’investimento crollate nel 2008. Improvvisamente incapace di rinnovare i propri finanziamenti sul mercato pronti contro termine, a marzo la Bear fu costretta a vendersi alla Jp Morgan per una cifra simbolica, mentre la Lehman andò in bancarotta a settembre, scatenando un cataclisma finanziario. La Lehman, com’è noto, aveva usato i pronti contro termine per apparire più solida di quanto fosse in realtà; a condannarla, però, fu soprattutto la dipendenza dai finanziatori su base giornaliera che, all’improvviso, sparirono.
Come ha osservato nelle sue memorie Ben Bernanke, all’epoca presidente della Fed, “la caratteristica distintiva del panico è la fuga generalizzata dagli intermediari finanziari. L’introduzione dell’assicurazione federale sui depositi, nel 1934, avrebbe dovuto eliminare le corse agli sportelli, ma non ha tenuto conto dell’evoluzione del mercato del finanziamento a breve termine negli anni che hanno preceduto la crisi, in particolare della crescita della raccolta all’ingrosso, come le operazioni di pronti contro termine”.
Da quel momento le banche dovettero ridurre la loro dipendenza dalla raccolta all’ingrosso. Il settore non bancario, però, non fu sottoposto a una stretta regolatoria simile. E dal 2008 è emerso chiaramente che la dipendenza dai mercati repo continua a essere una delle faglie nascoste del sistema finanziario: dalla violenta ma breve turbolenza del mercato dei pronti contro termine nel settembre 2019, fino allo shock globale provocato dalla pandemia di covid-19 nel 2020. Quando il sistema ha rischiato di andare in stallo, la Fed è stata costretta a immettere liquidità nel mercato dei pronti contro termine comprando centinaia di miliardi di dollari di buoni del tesoro. La “materia oscura” andava ricostituita a ogni costo: senza, la nostra galassia finanziaria sarebbe entrata in una spirale incontrollabile. La Fed è riuscita a evitare il disastro, ma anche ai vertici dell’istituto resta l’inquietudine per un sistema che dipende in modo pericoloso dal finanziamento a brevissimo termine e dai continui interventi di emergenza della banca centrale. “Credo che, nel lungo periodo, dobbiamo porci delle domande fondamentali sulla struttura dei mercati finanziari”, ha osservato Neel Kashkari, presidente della Fed di Minneapolis, nella riunione di politica monetaria dell’aprile 2020, come risulta dalle trascrizioni pubblicate quest’anno. “Pensiamo ai mercati dei finanziamenti a un giorno: c’è davvero una giustificazione pubblica per permettere alle istituzioni – bancarie o no – di finanziarsi a un giorno?”.
Kashkari non riusciva a farsene una ragione. Qualche mese dopo si è lamentato di nuovo con i colleghi del board, sottolineando che non era cambiato praticamente nulla dalla crisi del 2008, quando lavorava al tesoro. La cosa che lo colpiva di più era che la Fed fosse stata costretta a intervenire un’altra volta “per salvare i mercati dei finanziamenti a breve termine”, a poco più di dieci anni dall’ultima grande crisi. “Per me è davvero sconcertante”, ha commentato.
Mettere una toppa
La finanza è sempre stata particolarmente abile ad aggirare le norme, e le toppe provvisorie hanno la tendenza a diventare permanenti. Così, quando la politica prova a ristabilire le regole, scopre suo malgrado che farlo può essere più destabilizzante e rischioso che mettere semplicemente una toppa e sperare che regga.
Il mercato dei pronti contro termine ne è un esempio lampante. È uno strumento prodigioso, il lubrificante di un settore gigantesco, sofisticato e interconnesso, e allo stesso tempo un elemento di grande vulnerabilità nel cuore del sistema. È un mercato tutto sommato solido e sicuro – per fortuna serve una crisi molto grave per destabilizzarlo – ma ogni dipendenza dal finanziamento a brevissima scadenza resta inevitabilmente un rischio.
Negli ultimi anni, va detto, molte cose sono cambiate. Una parte sempre più ampia del mercato repo è stata portata alla luce grazie a varie riforme finanziarie, permettendoci per la prima volta di intravederne le reali dimensioni. Ed entro l’estate del 2027 tutte le operazioni di pronti contro termine garantite da buoni del tesoro saranno soggette a “compensazione centralizzata”. Questo obbligherà chiunque voglia comprare, vendere, prendere in prestito o prestare un buono del tesoro a passare attraverso intermediari (almeno in teoria) inattaccabili: le “controparti centrali”, che garantiscono ogni operazione. La misura dovrebbe ridurre il rischio di intoppi tecnici e facilitare alle banche il compito di far arrivare la liquidità dove serve. Si spera anche che la tokenizzazione del mercato dei pronti contro termine – portarlo su blockchain (registri digitali distribuiti) – lo renderà ancora più solido.
Forse la novità più importante è che la Fed ha creato un paracadute permanente per il comparto, chiamato Standing repo facility. I risultati cominciano già a vedersi: il mercato dei buoni del tesoro è stato scosso dal caos scatenato dai dazi del “giorno della liberazione” annunciati da Donald Trump nell’aprile 2025, ma i mercati repo hanno dimostrato una sorprendente capacità di adattamento.
D’altra parte, però, tutto questo attenua solo in parte il rischio intrinseco che la dunkle Materie del credito a brevissima scadenza porta con sé. Le misure più recenti si concentrano soprattutto sul mercato repo associato ai titoli del tesoro, che il governo statunitense stima in più di ottomila miliardi di dollari. Ma nessuna riduce la dipendenza da una raccolta volatile, né interviene sui pronti contro termine che usano altre forme di garanzia: obbligazioni legate ai prestiti per le automobili, portafogli di credito privato o perfino pacchetti azionari. “I pronti contro termine pervadono ogni aspetto della finanza, e l’uso che se ne fa è spesso molto rischioso”, osserva Dener della Fermat Capital.
A questo punto la materia oscura della finanza è talmente parte del sistema che c’è poco da fare, se non imparare a riconoscerne la potenza e i pericoli. Del resto, Zwicky è anche il fisico che coniò il termine “supernova”, per descrivere l’enorme esplosione cosmica che si verifica quando una stella collassa su se stessa. ◆ fas
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Questo articolo è uscito sul numero 1686 di Internazionale, a pagina 46. Compra questo numero | Abbonati