Un anno e mezzo fa una schiera di dirigenti del settore tecnologico prendeva posto in prima fila alla cerimonia d’insediamento di Donald Trump, sancendo la nuova alleanza con il movimento Make America great again (Maga). Da allora l’amministrazione Trump ha steso il tappeto rosso alla Silicon valley, favorendo le ambizioni dell’industria dell’intelligenza artificiale e gli interessi dei suoi principali azionisti.

Washington ha distribuito miliardi in sussidi federali e ricchi contratti a un settore che già dispone di grande liquidità, gonfiando una bolla che secondo gli esperti potrebbe mettere a rischio l’intero sistema economico e bloccare qualsiasi forma di controllo sull’evoluzione di questa tecnologia.

Ma c’è una buona notizia. Negli ultimi mesi è nata un’improbabile coalizione che si oppone con forza a questa ascesa incontrollata, prendendo di mira l’infrastruttura stessa su cui poggia il settore dell’ia. Nel 2025 l’opposizione delle comunità locali ha bloccato o rallentato almeno 48 progetti per costruire data center, per un valore stimato di 156 miliardi di dollari. E tutto fa pensare che il 2026 sarà un anno ancora più importante nella resistenza all’ia.

Dal nostro punto di vista, è una cosa positiva. Ma il movimento contro i data center è stato criticato da più parti, anche in ambienti progressisti, che l’hanno liquidato come l’ennesima espressione privilegiata della politica nimby (not in my backyard, non nel mio cortile). Un commento uscito sul New York Times ha definito la lotta contro i data center una “distrazione miope” dalla “vera battaglia”. In realtà, l’organizzazione del movimento contro i data center è la vera battaglia: una battaglia che si concentra su un punto nevralgico del settore e che ha conseguenze dirette sulla vita delle persone. Questa resistenza dal basso non riguarda solo il blocco di nuovi progetti di sviluppo locale: rappresenta un fronte cruciale nella lotta contro l’autoritarismo tecnologico. Quali altre armi hanno le persone comuni per contrastare algoritmi che divorano posti di lavoro, video falsi che distorcono la realtà e attacchi di droni autonomi?

Moratorie e divieti

Dalle campagne della North Carolina ai piccoli centri della Virginia fino alle zone di montagna e alle terre agricole del New Mexico e dell’Oregon, le comunità locali stanno superando le divisioni di partito per contrastare una situazione che permette ai lobbisti della tecnologia di far approvare in fretta e furia accordi per nuovi centri di elaborazione dati, spesso dietro un velo di omertà imposto dalle clausole di riservatezza.

Nell’Indiana, uno degli stati più conservatori del paese, più di dieci contee hanno introdotto moratorie o divieti temporanei alla costruzione dei centri dati per l’ia; la nazione dei nativi seminole in Oklahoma ha approvato una moratoria nel suo territorio; e in tutto il New Jersey vari progetti sono stati cancellati per la reazione indignata delle comunità a condizioni giudicate inaccettabili. Eppure, molti che dovrebbero sostenere questa causa non perdono occasione per avanzare critiche fuorvianti, come un recente articolo di Holly Buck, docente del dipartimento di ambiente e sostenibilità all’università di Buffalo, uscito sulla rivista Jacobin. Buck descrive il movimento contro i data center come un “vicolo cieco” elitario destinato solo a privare i più poveri dei benefici delle ia. Pubblicato su una delle principali riviste di sinistra degli Stati Uniti, l’articolo ha molti punti in comune con un commento del Washington Post firmato da due dirigenti della Palantir, il colosso della sorveglianza tecnologica vicino a Trump, secondo cui rallentare o fermare i data center danneggerebbe la classe lavoratrice: “Il modo più sicuro per garantire che l’intelligenza artificiale diventi uno strumento dell’élite ricca è bloccare l’infrastruttura che la rende accessibile a tutti gli altri”.

Il lato nascosto

Argomentazioni come queste stanno diventando fin troppo comuni, nonostante la loro logica traballante e paternalistica. Le critiche da sinistra al movimento contro i data center rivelano soprattutto una scarsa comprensione di come stanno nascendo queste battaglie e di come funziona davvero l’organizzazione e la costruzione del potere dal basso (d’altra parte, se i vertici della Palantir avessero davvero a cuore la giustizia economica, non difenderebbero una tecnologia che secondo il loro stesso amministratore delegato è destinata a provocare “profondi sconvolgimenti sociali”).

Buck sostiene di volere un’ia governata democraticamente, ma non spiega come raggiungere questo lodevole obiettivo. Intanto, colossi come la Meta, la xAi e la Blackstone continuano a siglare accordi dietro le quinte grazie a dirigenti che hanno un filo diretto con Trump e soldi in abbondanza per influenzare la politica. Organizzarsi per bloccare la costruzione dei data center è uno dei pochi strumenti che le persone comuni hanno per farsi ascoltare; protestare con forza è lo strumento di chi non ha soldi né agganci politici. Come ricorda l’esperta di antitrust Zephyr Teachout: “Per avere una gestione democratica dell’ia bisogna bloccare i data center. Google non si siederà a nessun tavolo democratico e non rispetterà nessuna regola finché la gente non mostrerà i muscoli”.

I data center sono un bersaglio strategico anche per un altro motivo. Come internet, l’ia è dovunque e in nessun posto. I data center, invece, sono luoghi concreti, punti nevralgici dove le persone possono riunirsi e confrontarsi direttamente con i miliardari fuori controllo della tecnologia, altrimenti irraggiungibili.

Proprio per questo, quegli edifici offrono un’occasione unica: permettono di incontrarsi di persona e di unirsi superando divisioni politiche per altri versi insormontabili. Per commentatori come Buck, la varietà ideologica del movimento rappresenta una debolezza, perché significa che non tutti hanno gli stessi obiettivi. In realtà quello che colpisce di più è la quantità di cose su cui quelle persone sono d’accordo. Seguendo le proteste abbiamo notato che il movimento contro i data center ruota intorno a una serie di preoccupazioni comuni: bollette insostenibili, consumi esagerati di acqua e di energia, inquinamento acustico e luminoso, degrado del suolo, nessuna offerta di posti di lavoro decenti nelle zone interessate (oltre alla prospettiva di un’apocalisse occupazionale su vasta scala) e un potere aziendale fuori controllo. A tutto ciò si aggiungono gli usi socialmente discutibili dell’ia generativa, dai bot che cercano di far spogliare i minorenni alla spazzatura che infesta i feed sui social media.

Indici di popolarità
L’impressione degli elettori statunitensi su alcune questioni di attualità (The economist/youpoll)

Questi problemi sono il lato nascosto dei data center, quello che chi li costruisce evita accuratamente di menzionare quando arriva su un territorio e che molti politici preferiscono non affrontare. Visto come stanno le cose non c’è da stupirsi se tanti agricoltori rifiutano offerte milionarie per vendere i loro terreni: sanno bene i rischi che questi progetti comportano per i luoghi in cui vivono.

C’è chi liquida queste mobilitazioni come “nimbyismo”, ma le battaglie locali creano le condizioni per riforme più generali, a partire dai controlli basilari sull’ia. La maggior parte delle persone non è entusiasta del mondo iper-automatizzato e invadente che la Silicon valley sembra voler imporre, e i sondaggi mostrano con chiarezza che la grande maggioranza degli statunitensi chiede che il settore sia regolamentato. Oggi, ci sono più vincoli per chi apre un salone di bellezza o un negozio di tacos che per una startup dell’ia.

Passi falsi

Il movimento che ha portato al centro del dibattito la proposta di una sospensione o di una moratoria sulla costruzione dei data center è fondamentale per costruire il consenso politico necessario a introdurre misure di sicurezza di buon senso e largamente condivise. Ed è soprattutto un modo per mettere con le spalle al muro un settore abituato a passare come uno schiacciasassi sull’opinione pubblica. Il disegno di legge presentato di recente al congresso statunitense da Bernie Sanders e Alexandria Ocasio-Cortez (due politici del Partito democratico) prevede una moratoria nazionale proprio per spingere verso una regolamentazione dell’ia: il divieto di costruire sarebbe revocato subito dopo l’approvazione di norme efficaci per limitare davvero i danni causati dai data center.

L’andamento dell’ia
Cosa pensano gli statunitensi dei ritmi di sviluppo dell’ia, per fasce d’età, maggio 2026 (The economist/youpoll)

Ad aprile il Maine è diventato il primo stato a introdurre una moratoria per i grandi data center. La deputata Melanie Sachs, promotrice della legge, ha parlato di un “approccio ponderato e pragmatico a un tema molto complesso”, con “ramificazioni” che vanno oltre le comunità direttamente coinvolte. La pausa di 18 mesi serve a dare alle persone il tempo di discutere e decidere con più consapevolezza: “È un modo per dire: mettiamoci intorno a un tavolo, assicuriamoci di avere un quadro normativo adeguato al contesto e ad affrontare i problemi che ci premono”.

Prima che la proposta diventasse legge, la governatrice Janet Mills, del Partito democratico, ha posto il veto. Pochi giorni dopo, Mills ha sospeso la sua campagna per le primarie al senato, di fatto lasciando campo libero al populista Graham Platner, che è favorevole al provvedimento ma lo ha definito un “cerotto”, invocando un intervento molto più deciso a livello federale. Il passo falso di Mills dovrebbe essere un campanello d’allarme. Dall’aria che tira nella politica statunitense si capisce chiaramente che l’ia sta diventando una delle principali linee di frattura nelle elezioni di metà mandato di novembre, e anche in vista delle presidenziali del 2028. Ma la maggior parte dei politici esita a prendere una posizione netta. Molti democratici temono di inimicarsi l’industria tecnologica, e il partito fatica a proporre una prospettiva morale chiara capace di contrastare la retorica dei miliardari sull’“innovazione” e gli spauracchi sulla concorrenza della Cina.

Come al solito, gli elettori sono più avanti dei politici. La crescita spontanea del movimento contro i data center, che attraversa territori, interessi economici e orientamenti politici diversi, riflette sia la quantità di rischi legati alle infrastrutture dell’ia sia l’insofferenza crescente verso l’élite tecnologica. L’energia sprigionata da queste mobilitazioni, con le loro richieste sensate e capaci di unire mondi diversi, può diventare la base di una nuova coalizione dal basso, in grado di indicare un programma per la classe lavoratrice che parli davvero al presente e intercetti il malessere degli elettori delusi. Un movimento così organizzato ed efficace andrebbe sostenuto, non liquidato.

Visto il ritmo con cui il movimento sta crescendo e i suoi primi successi, non sorprende che il settore tecnologico abbia cominciato a reagire con campagne di comunicazione mirate, una pioggia di finanziamenti occulti alla politica o metodi ancora meno trasparenti. Una persona che ha partecipato a una conferenza dell’industria dei data center del 2025 ha riferito che alcuni relatori hanno elencato diverse strategie per soffocare il dissenso locale: usare società di comodo per evitare controlli, comprare il silenzio dei residenti vicino ai siti individuati, collaborare con le autorità per “tenere i manifestanti lontani dalla vista” e organizzare attività per i giovani con l’obiettivo di “normalizzare i data center nelle comunità della zona”. Un relatore ha perfino “ipotizzato l’uso di tattiche di contro-insurrezione apprese durante il servizio militare, come infiltrarsi nei bar e nelle chiese per valutare il potenziale di resistenza della comunità alla costruzione di nuovi centri dati”.

Con avversari così è demoralizzante vedere persone di sinistra unirsi al coro ipocrita di chi chiede alle comunità direttamente colpite di usare canali politici più giusti ed efficaci, che poi però restano sempre indefiniti. Il movimento contro i data center offre ai progressisti che vogliono cambiare gli equilibri politici un’occasione unica: incontrare le persone, ascoltare i loro bisogni e i loro desideri e contribuire a coltivare dal basso un’alternativa all’alleanza tra big tech e fascismo. È un’occasione per sostenere i nuovi militanti nelle loro battaglie contro un’ia fuori controllo e contro il dominio soffocante delle aziende private sulla nostra economia. Ed è un’opportunità irripetibile per riconquistare la fiducia di comunità che, comprensibilmente, hanno perso ogni speranza nella politica e non si fidano più dei grandi partiti, soprattutto quando si parla di ia.

In altre parole, la lotta contro i data center non riguarda solo la tecnologia. In gioco c’è la qualità della democrazia: si tratta di stabilire chi controlla l’economia e se le persone comuni possono ancora dire la loro sulle decisioni che le riguardano. Visto che siamo stati esclusi da ogni dibattito su questa rivoluzione tecnologica, tutti dovrebbero sostenere il movimento. O, meglio ancora, dovrebbero unirsi alla lotta. ◆ fas

Astra Taylor è una scrittrice, regista e attivista canadese-statunitense. In Italia ha pubblicato Capitalismo dell’insicurezza (Wudz 2025).
Saul Levin è un ambientalista statunitense.

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Questo articolo è uscito sul numero 1668 di Internazionale, a pagina 40. Compra questo numero | Abbonati