Sulla mappa digitale del mondo è solo un puntino in mezzo all’oceano. Bisogna scorrere a lungo lo schermo partendo dall’Europa e ingrandire più volte l’immagine per trovare nel Pacifico meridionale l’isola di Pit­cairn. Sulle mappe tradizionali la si trova solo quando si sa dove cercare. E c’è davvero qualcosa da scoprire su questo puntino di 47 chilometri quadrati dove oggi vivono alcune decine di persone (negli ultimi anni il loro numero oscilla tra i trenta e i cinquanta). Quasi tutte hanno lo stesso cognome e sono discendenti dello stesso gruppo, quello dei ribelli della nave britannica Bounty e delle donne e degli uomini tahitiani che insieme a loro arrivarono sull’isola alla fine del diciottesimo secolo.

Qui non c’è un aeroporto o un porto in cui possa attraccare una nave di grandi dimensioni. Non c’è nemmeno una spiaggia raggiungibile comodamente con una barca. A Pit­cairn vive probabilmente la comunità meno numerosa del mondo, che si governa quasi come uno stato a sé, oltre a essere una delle ultime tracce dell’impero britannico nel Pacifico.

Si può arrivare sull’isola solo via mare. Di solito si passa dalla Polinesia Francese e poi attraverso centinaia di chilometri di oceano. Non esiste un servizio di traghetti regolare: i rifornimenti e i pochi passeggeri arrivano su una nave che fa questa rotta solo alcune volte all’ anno. Arrivata vicino all’isola, una lunga imbarcazione carica i passeggeri e la merce per poi dirigersi alla piccola baia di Bounty. Una volta sbarcati, per arrivare alla capitale, Adamstown, bisogna percorrere la ripida Hill of difficulty (la collina delle difficoltà).

Ogni sbarco dipende dalle condizioni meteorologiche, dalle onde e dall’esperienza di chi conosce la baia. Ancora prima di partire ci si rende conto che nel caso di Pit­cairn “remoto” non è un aggettivo metaforico, ma indica un problema logistico: l’orario dell’unica nave, il numero di posti a bordo, le condizioni dell’oceano e le decisioni che la riguardano, spesso prese da persone che stanno lontano.

Una storia da mito

Il resto del mondo, se mai ha sentito parlare di Pit­cairn, lo ha fatto per un evento leggendario e adottato dalla cultura pop. Nel 1789, a bordo del vascello britannico Bounty di ritorno da Tahiti, ci fu quella che è considerata la più famosa rivolta nella storia della navigazione.

Una parte dell’equipaggio, guidata dall’ufficiale Fletcher Christian, mise il capitano William Bligh e i marinai a lui fedeli su una barca e li abbandonò in mare aperto, mentre gli ammutinati tennero con loro sul Bounty una quindicina di abitanti di Tahiti e delle isole vicine.

I ribelli e i tahitiani raggiunsero un’isola remota e disabitata: Pit­cairn. Bruciarono la nave (sigillando così l’irrevocabilità della decisione di ribellarsi: un reato per cui era prevista la pena di morte) e scomparvero dalle cronache europee per quasi vent’anni. Quando le navi europee navigando nel Pacifico s’imbatterono nell’insediamento di Pit­cairn, la maggior parte degli uomini che per primi avevano abitato l’isola era già morta e si scoprì che per anni quella comunità era stata segnata dalla violenza. Del gruppo dei ribelli n’era rimasto solo uno.

Gli attuali abitanti dell’isola sono i discendenti di quella comunità, formata dai ribelli del Bounty e da donne e uomini prelevati da Tahiti e da altre isole della Polinesia. Una storia che aveva tutti gli ingredienti per dare vita a un mito: il mare, l’ammutinamento, la fuga, la violenza, il mistero e una comunità nascosta agli occhi del mondo.

I romanzi, gli opuscoli dei missionari nell’ottocento e più tardi i film hollywoodiani – Gli ammutinati del Bounty, del 1935, con Clark Gable, e poi un altro film del 1962 con lo stesso titolo, con Marlon Brando nel ruolo dell’ufficiale Christian – hanno consolidato l’immagine di Pit­cairn come un paradiso perduto. Un luogo dove ricominciare da capo e fuggire dalla civiltà. Il tema del paradiso ha avuto particolare fortuna: la gente dell’isola era descritta come semplice, moralmente esemplare e non intaccata dalla corruzione del mondo moderno. Nei racconti dei missionari dell’ottocento Pit­cairn diventò una parabola biblica: proprio qui, dalla ribellione, dal peccato e dal caos, sarebbe nato l’ordine cristiano.

La religione era anche il modo in cui l’impero britannico e gli Stati Uniti raccontavano se stessi: la conversione, il progresso e il proprio ruolo protettivo. Il problema è che questi racconti raramente sono imparziali. Era facile tralasciare la violenza e il razzismo, insiti nelle origini dell’insediamento. Così come dimenticarsi delle donne e degli uomini polinesiani, la cui presenza troppo spesso rimaneva in secondo piano rispetto alla leggenda britannica. È comunque un fatto che il carattere religioso di questa comunità non fosse solo una leggenda. Verso la fine dell’ottocento Pit­cairn subì l’influenza degli avventisti del settimo giorno (qui il sabato, secondo la loro interpretazione delle sacre scritture, diventò il giorno del riposo e della preghiera).

Il processo

Oggi la vita sull’isola si concentra in un unico centro abitato, Adamstown, che è anche la capitale più piccola del mondo. Gli abitanti si spostano in quad lungo strade strette e in parte sterrate. L’elettricità, mi ha detto un ex sindaco, arriva interamente da fonti rinnovabili (mentre fino a poco tempo fa la forniva un generatore in funzione solo per una parte della giornata). In una comunità così piccola, quasi tutti ricoprono più ruoli contemporaneamente: la stessa persona può essere funzionario pubblico, negoziante, timoniere dell’imbarcazione di rifornimento e vigile del fuoco. Formalmente Pit­cairn è un territorio britannico d’oltremare. L’intera area comprende quattro isole: Pit­cairn, Henderson, Ducie e Oeno, ma solo la prima è abitata. Il centro amministrativo è a Auckland, in Nuova Zelanda, a migliaia di chilometri di distanza. Questo legame con il Commonwealth ha un riflesso pratico: leggi, bilancio, trasporti, sicurezza e amministrazione sono il risultato di decisioni prese altrove.

Quanto possa essere concreto questo rapporto con Londra è dimostrato dai fatti di 22 anni fa. Nel 2004, alcuni abitanti di Pit­cairn, tra cui uomini che ricoprivano cariche importanti, sono comparsi davanti a un tribunale britannico con l’accusa di abusi sessuali commessi in molti casi anche contro dei minori. In una comunità di poche decine di persone, gli imputati rappresentavano una parte consistente degli uomini adulti. È stato necessario far arrivare sull’isola giudici, avvocati e costruire un centro di detenzione provvisorio. La difesa diceva che la legge britannica non andava applicata in quel contesto. Il tribunale ha deciso diversamente e ha emesso alcune condanne.

Parlando con uno dei funzionari responsabili dell’amministrazione di Pit­cairn mi ha colpito quanto la vicenda dei processi del 2004 continui a influenzare la vita dell’isola. E non si riferiva solo alla vicenda processuale, ma anche alla sfiducia di parte degli abitanti nei confronti delle autorità britanniche dopo quei processi.

L’isola di Henderson, arcipelago delle isole di Pit­cairn, 23 marzo 2026 (Galaxiid, Alamy)

Dall’esterno è facile presentare i fatti come la storia di uno stato di diritto che reagisce dopo anni di silenzio. Da vicino, però, il quadro è più complesso. La giustizia era necessaria, ma è stata amministrata dallo stesso impero che per decenni ha contribuito a creare il mito dell’isola incontaminata, per poi dover affrontare ciò che quel mito aveva contribuito a nascondere. Un paradiso che esige il silenzio delle proprie vittime non è più un paradiso.

Oggi si parla della presenza britannica a Pit­cairn per motivi diversi: la tutela degli oceani, della biodiversità e delle grandi riserve marine. Le acque che circondano l’isola rappresentano uno degli ecosistemi più preziosi del Pacifico. Ma cosa succede alla tutela ambientale quando diventa anche una questione di prestigio dello stato? I territori più remoti sono facili da presentare come prova di ecologismo: più ci si allontana dalla metropoli e più è semplice proteggere un’area oceanica vantandosi del proprio successo dal punto di vista ambientale. Quello che è difficile capire è come si riflettono alcune decisioni sugli abitanti dell’isola, sul loro lavoro e sul loro futuro.

Da anni il problema principale di Pit­cairn è quello demografico: gli abitanti invecchiano e i giovani se ne vanno. L’amministrazione cerca di attirararne di nuovi promuovendo l’isola come luogo ideale per chi vuole vivere lontano dalla confusione del mondo. Internet e le comunicazioni satellitari le hanno permesso di non essere più totalmente isolata: si possono mandare email, vendere prodotti locali e postare i suoi scorci sui social media. Il fatto di poter comunicare, però, non elimina la distanza geografica. Non può sostituire un ospedale, una scuola piena di bambini, un servizio di trasporto regolare o il mercato del lavoro.

Vedere tutto l’insieme

Il turismo rappresenta quindi sia un’opportunità sia un paradosso. Pit­cairn ha bisogno dei turisti, ma ciò che più affascina i viaggiatori è proprio il fatto che possano raggiungerla in pochi, con le rare navi da crociera e gli yacht. L’economia locale si sostiene con la vendita di prodotti artigianali, souvenir, alloggi e miele (che pare piacesse molto alla regina Elisabetta II). A queste entrate si aggiungono altre fonti di reddito: i francobolli (apprezzati dai collezionisti di tutto il mondo) e le tariffe per usare il dominio internet “.pn”. Pit­cairn riesce a trarre profitto dalla propria unicità.

L’immagine dell’isola, però, è spesso costruita da altri: il turista arriva attirato dal mito del Bounty e da quello dell’ultimo possedimento britannico nel Pacifico con una comunità ai confini del mondo. Proprio per questo Pit­cairn è più interessante della sua leggenda e sfugge a qualsiasi categoria. Non è solo un residuo del colonialismo: ha una sua storia, una lingua e una memoria. Ma non è neanche un luogo del tutto autonomo, perché la sua vita dipende dalle navi, da soldi e da interessi di persone che stanno altrove.

In questi pochi chilometri quadrati si riuniscono grandi tensioni: tra centro e periferia, mito e realtà, protezione e controllo, memoria e oblio.

Lo sguardo europeo sul Pacifico non è mai stato solo britannico o francese. Fa parte di un più ampio modo europeo d’immaginare e rappresentare il mondo: mappe, viaggi, letteratura, missioni cristiane, musei e manuali scolastici. È in questa cultura che alcuni luoghi appaiono come il centro della storia, mentre altri ne costituiscono lo sfondo: una curiosità esotica o un paesaggio da cartolina.

Pit­cairn insegna a guardare con cautela a questa prospettiva. Se la vediamo come una curiosità legata alla rivolta del Bounty, le sottraiamo il presente. Se vediamo solo lo scandalo di vent’anni fa, priviamo gli abitanti del diritto a una vita normale al riparo dal giudizio altrui. Se la consideriamo un “paradiso”, non cogliamo il fatto che politicamente ed economicamente dipende da altri. Se la affrontiamo come un problema, è facile trascurare l’impegno di questa comunità per continuare a esistere.

Sulla mappa Pit­cairn è un puntino, ma la mappa non mostra tutto. Non fa vedere il peso del mito che da oltre due secoli cerca di attaccarsi all’isola, né il lavoro delle persone che accolgono le navi, riparano le strade, assistono i turisti e rispondono alle email provenienti dall’altra parte del mondo. Ecco perché Pit­cairn non è una curiosità esotica, ma un luogo reale su cui hanno lasciato il segno le fantasie europee, la religione, il colonialismo e i problemi contemporanei.

Non c’è bisogno di farne un simbolo, basta smettere di costringerla a esserlo. A quel punto quest’isola lontana diventerà un po’ più vicina: non perché improvvisamente sarà facile trovarla, ma perché cominceremo a guardarla con maggiore attenzione. ◆ sb

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Questo articolo è uscito sul numero 1683 di Internazionale, a pagina 72. Compra questo numero | Abbonati