Nel luglio del 2017, cinque mesi dopo la chiusura, le porte della moschea di Al Hidayah sono state sbarrate con travi di legno e sigillate con il nastro giallo della polizia, come se all’interno si fosse consumato un crimine orrendo. Lì davanti quattro ragazzi recitavano la preghiera di mezzogiorno sotto il sole rovente, con i corpi curvi in direzione di un grosso cartello conficcato nel cemento dalle autorità locali. Sopra c’era scritto in rosso: “Vietata ogni attività”.

A febbraio la polizia era arrivata in questa moschea ahmadi di Depok, un centro vicino a Jakarta, per eseguire un ordine di chiusura. La misura era scattata in seguito alle proteste dei fondamentalisti islamici, che avevano manifestato per chiedere l’espulsione dal distretto della piccola congregazione di musulmani ahmadi. “Avevamo avuto il permesso di costruire la moschea, non sappiamo perché l’abbiano chiusa”, dice Abdul Gofur, 42 anni, il custode dell’edificio.

La modesta moschea di Al Hidayah, una specie di scatola senza cupola e minareto, ha una lunga storia di contrasti con le autorità locali. Gofur racconta che dal 2011 la moschea è stata “sigillata” sei volte, ed è sopravvissuta a una campagna dei gruppi fondamentalisti, tra cui il famigerato Fronte dei difensori islamici (Fpi), che considera la comunità degli ahmadi eretica e apostata. Secondo Gofur il 23 giugno 2017, due notti prima di Idul fitri (la festa che segna la fine del Ramadan), un gruppo di militanti in tunica bianca ha lanciato uova e vernice contro la moschea e ha appeso striscioni con scritte che chiedevano l’espulsione degli ahmadi. La congregazione ha risposto con striscioni su cui c’era scritto: “Amore per tutti, odio per nessuno”.

La minoranza ahmadi è composta da circa 500mila persone, disseminate in un paese di 260 milioni di abitanti. Il movimento ahmadiyya non è ufficialmente riconosciuto in Indonesia, che ammette solo sei religioni: l’islam, il protestantesimo, il cattolicesimo, l’induismo, il buddismo e il confucianesimo. I suoi seguaci, per lo più, si considerano musulmani, ma non seguono l’ortodossia: hanno un loro testo sacro, il Tadzkirah, e non riconoscono Maometto come l’ultimo profeta, fatto che secondo molti musulmani indonesiani è un’eresia. Per questo gli ahmadi vengono discriminati e sono nel mirino dei fondamentalisti.

Le cose sono peggiorate dopo il 2007, quando un importante gruppo religioso dichiarò che il movimento ahmadiyya era una setta deviante. L’anno dopo il presidente Susilo Bambang Yudhoyono firmò un decreto che vietava agli ahmadi di diffondere la loro fede. Le loro moschee furono chiuse e incendiate, e i fedeli della comunità subirono attacchi violenti. Nel febbraio del 2011, nella provincia di Banten, a ovest di Jakarta, tre ahmadi furono linciati dalla folla, ma i responsabili ricevettero una condanna lieve. Secondo il Setara institute for democracy and peace, un’organizzazione che si occupa della libertà di religione in Indonesia, dal 2007 ci sono stati 546 episodi di violenza contro gli ahmadi.

“Gli ahmadi sono diventati un nemico pubblico per gran parte della comunità musulmana”, dice Yendra Budiana, portavoce del movimento. Negli ultimi anni le aggressioni sono diminuite, continua, ma sono subentrate altre forme di discriminazione: i fondamentalisti hanno manipolato le leggi per imporre la chiusura di più di venti moschee ahmadi. Una norma provinciale impone agli ahmadi di rinunciare alla loro fede se vogliono ottenere la carta d’identità, essenziale per accedere a una serie di servizi pubblici. Secondo Budiana, i gruppi fondamentalisti sono trattati con il guanto di velluto dal governo provinciale di Java occidentale e dall’amministrazione di Depok, che oggi sono controllati dal Partito islamista della giustizia e della prosperità (Pks), una formazione reazionaria.

Nonostante le difficoltà, gli ahmadi di Depok continuano a difendere il loro culto. “Nessuno dovrebbe impedire ad altri di praticare la propria religione”, dice Rayhan Firdaus, 21 anni. “È scritto nel Corano. Tutti i musulmani, radicali compresi, dovrebbero rispettare questo precetto”. E infatti fuori dalla moschea di Al Hidayah i fedeli hanno appeso un lenzuolo con la traduzione di un brano del Corano che preannuncia un castigo cosmico per i loro persecutori: “E chi è più ingiusto di quanti impediscono che il nome di Allah sia ricordato nelle Sue moschee e si adoperano per la loro distruzione? Essi non devono entrarvi se non con paura. Per loro in questo mondo c’è disgrazia, e nell’aldilà avranno un grande castigo”.

Jakarta, Indonesia, febbraio 2017. Una manifestazione di fondamentalisti islamici (Ed Wray, Getty Images)

La persecuzione degli ahmadi è un segnale della crescita dell’intolleranza religiosa e del fondamentalismo in Indonesia, il più grande paese del mondo a maggioranza musulmana. Anche se le interpretazioni rigide dell’islam circolano in Indonesia fin dal periodo coloniale, il fondamentalismo cominciò davvero a fare presa dopo il crollo della dittatura di Suharto nel 1998. E oggi molti temono che l’emergere di una nuova politica basata sull’identità islamica minacci la reputazione dell’Indonesia, paese noto per le diversità e la tolleranza.

Emblematica è la campagna contro Basuki Tjahaja Purnama, l’ex governatore di Jakarta incarcerato per blasfemia a maggio del 2017. Più noto con il soprannome di Ahok, Purnama, 51 anni, è cristiano e cinese, il primo appartenente a una “doppia minoranza” ad amministrare la capitale dagli anni sessanta. A settembre del 2016 la sua campagna per farsi rieleggere è stata violentemente attaccata dopo che a un comizio Ahok aveva citato un brano del Corano. In sostanza Ahok aveva invitato gli elettori a ignorare chi voleva impedire ai non musulmani di governare. Gruppi radicali come l’Fpi e Hizbut tahrir hanno radunato centinaia di migliaia di persone nel centro di Jakarta, chiedendo l’arresto del governatore per blasfemia. Ahok è stato incriminato e, dopo la sconfitta al ballottaggio contro Anies Baswedan, ex ministro dell’istruzione, che ha giocato abilmente la carta religiosa, è stato condannato a due anni di prigione.

Non c’è niente di nuovo: non era la prima volta che politici ambiziosi si alleavano con gruppi islamici per promuovere la loro carriera. Eppure, secondo molti osservatori, il caso di Ahok è stato uno spartiacque nella storia dell’intolleranza etnica e religiosa in Indonesia. “È stato un punto di non ritorno: prima si trattava di una corrente sotterranea”, spiega Alissa Wahid, direttrice di Gusdurian network Indonesia, un’organizzazione che promuove il dialogo interreligioso. “Abbiamo sempre avuto paura di questa crescente intolleranza”.

Motto nazionale

L’influenza della corrente reazionaria islamica non è un fenomeno inedito in Indonesia, ma nel 2017 sembra che si sia creata una spaccatura tra la volontà del paese di rappresentare una tradizione tollerante e pluralistica – incarnata nel motto nazionale bhinneka tunggal ika (unità nella diversità) – e le aggressive pretese dell’islam fondamentalista. Le forze che hanno provocato la caduta di Ahok hanno radici profonde nella storia del paese. Sotto certi aspetti, risalgono addirittura al tredicesimo secolo, quando il commercio fece approdare l’islam ad Aceh, un territorio sulla punta occidentale di Sumatra. Nei quattro secoli successivi l’islam si diffuse in tutto l’arcipelago, fondendosi con le pratiche religiose indigene e con le importazioni successive, come il buddismo e l’induismo. Questo era particolarmente vero a Java, l’isola più popolosa dell’arcipelago. Nei primi anni del settecento era ormai emersa quella che lo storico M. C. Ricklefs ha definito una “sintesi mistica” di islam e tradizioni giavanesi preislamiche.

L’islam si diffondeva e allo stesso tempo si rafforzava, un processo accelerato dall’arrivo della modernità industriale durante il dominio coloniale olandese, nell’ottocento. I legami dei musulmani indonesiani con un corpo di idee e dottrine islamiche universali si rafforzarono perché, grazie alle navi a vapore, un maggior numero di musulmani indonesiani poté intraprendere l’hajj (il pellegrinaggio alla Mecca), e gli ulama (i dotti della religione) del paese ebbero accesso alle rinomate università islamiche della Mecca e del Cairo. Fu così che le moderne correnti religiose del Medio Oriente – tra cui l’austero movimento wahhabita, nato nella penisola arabica nell’ottocento – si fecero strada in questa parte dell’Asia.

In un libro del 2010, Understanding islam in Indonesia: politics and diversity, Robert Pringle racconta l’islam indonesiano come una storia di “fluttuazione e tensione” tra due ampie correnti di pensiero: una visione “tradizionalista”, in cui l’islam coesiste senza difficoltà con diverse tradizioni indonesiane, e un filone “riformista” (o modernista) più rigido. Storicamente queste correnti sono state grosso modo rappresentate dai due principali gruppi islamici dell’Indonesia: Muhammadiyah, fondato nel 1912 come organizzazione dedicata alla purificazione dell’islam indonesiano dalle tendenze sincretiche, e Nahdlatul Ulama (Nu), creato nel 1926 come baluardo contro la crescente presenza del purismo religioso. Oggi entrambi hanno decine di milioni di seguaci.

I progressisti indonesiani temono che i fondamentalisti islamici e i populisti puntino ora a un bersaglio più grande, il presidente Joko Widodo

Questo excursus storico è importante per capire i cambiamenti drammatici avvenuti durante la dittatura di Suharto negli anni settanta e ottanta. È vero che sotto il suo regime i gruppi fondamentalisti più rigidi furono soppressi, ma quello fu anche un periodo di impetuosa crescita economica, urbanizzazione e maggiore osservanza religiosa. In quei decenni ci fu un enorme flusso di petrodollari sauditi, che contribuirono a portare in Indonesia la rigida variante dell’islam salafita. Insieme, questi due fattori avrebbero rafforzato la tendenza “riformista” dell’islam indonesiano a spese di quella “tradizionalista” più tollerante.

Dopo la caduta di Suharto nel 1998 i gruppi fondamentalisti islamici, insieme a molte altre forze, si affrettarono a riempire il vuoto politico. Secondo Ulil Abshar-­Abdallah, uno dei fondatori della Jaringan islam liberal (rete islamica liberale), le tradizioni e le pratiche culturali locali cominciarono ad avere la peggio contro una sorta di “globalizzazione islamica”, una tendenza omogeneizzante imposta dal flusso di denaro proveniente dagli stati del Golfo e dalle sue reti mondiali di predicatori, studiosi, siti web e case editrici. Dagli anni ottanta il governo saudita incanala miliardi di dollari verso l’Indonesia, costruendo moschee, pesantren (convitti islamici) e istituti di lingua araba.

Uno strumento cruciale dell’influenza saudita in Indonesia è l’Istituto per lo studio dell’islam e dell’arabo (Lipia). Fondata nel 1980 a Jakarta, questa università esclusiva – e totalmente finanziata dai sauditi – ha sfornato diverse generazioni di noti fondamentalisti islamici. Tra i suoi ex studenti ci sono Habib Rizieq, l’intransigente leader dell’Fpi, che frequentò il Lipia prima di proseguire gli studi a Riyadh; e Hidayat Nur Wahid, già leader del Pks. Un altro famoso ex studente è Jafar Umar Thalib, fondatore del Laskar jihad, un gruppo estremista poi sciolto. Nel frattempo i laureati hanno provveduto a fondare altri pesantren per continuare a diffondere un tipo di salafismo apertamente ostile alle pratiche islamiche tradizionali.

Un sintomo di questo cambiamento è il netto aumento degli indonesiani che osservano i precetti islamici, soprattutto nelle grandi città, e l’adozione di un abbigliamento più austero che prevede anche il jilbab, una sorta di tunica che copre le donne dalla testa ai piedi. Un altro sintomo, osserva Abshar-Abdallah, è la graduale sostituzione dei termini indonesiani o giavanesi usati per indicare i rituali islamici con i loro equivalenti arabi. Negli ultimi decenni il termine giavanese puasa (digiuno) è stato soppiantato dall’arabo sawm; invece di dedicarsi al sembahyang (preghiera), gli indonesiani devoti ora recitano il salat. “La gente si sta allontanando dai costumi locali e fa sue pratiche culturali più mediorientali”, dice Abshar-Abdallah. L’adozione di questi “tratti globali” dell’islam, continua, è un modo per sentirsi parte di una comunità mondiale di credenti.

La conseguenza è la sempre più diffusa tolleranza – se non un sostegno attivo – per le idee fondamentaliste. Gruppi come l’Fpi hanno avviato una campagna per l’approvazione di norme e regolamenti basati sulla sharia, la legge islamica. Hanno intensificato la pressione sulle minoranze, un’ampia categoria che comprende i cristiani, gruppi musulmani come gli ahmadi, le organizzazioni studentesche e la comunità omosessuale. Dal 2014, quando è stato eletto presidente Joko Widodo, noto come Jokowi, le aggressioni contro le minoranze sono aumentate. Il Setara institute ha segnalato 270 episodi di violenza religiosa nel 2016 e 236 nel 2015, contro i 180 del 2014. Ma secondo Alissa Wahid, figlia dell’ex presidente Abdurrahman Wahid, che faceva parte dell’Nu, probabilmente la minaccia più grave per la democrazia indonesiana è l’intolleranza strisciante tra la popolazione. “È più pericolosa del terrorismo”, dice.

In un’umida giornata di luglio del 2017 mi metto in viaggio verso un ufficio decrepito nella zona sud di Jakarta, dove incontro Habib Muhsin Alatas, presidente del consiglio della shura, il massimo organismo decisionale dell’Fpi. La sua bianca tunica, il turbante grigio, il viso largo e la voce tonante lo rendono fisicamente imponente, un’impressione accentuata dalla grande scrivania. Alla mano sinistra porta un anello d’argento con una pietra rosso scuro. Ben presto arriviamo alla questione Ahok. Per Alatas i due anni di detenzione sono “un po’ pochi”: la sua organizzazione ne aveva chiesti cinque, il massimo previsto dalla legge. “Il problema non è che Ahok non è musulmano”, dice mentre ci servono acqua, pasticcini fritti e dolci di riso. I suoi commenti “blasfemi”, aggiunge, rischiavano di ispirare altri leader del paese, provocando un degrado generale nell’etica religiosa. “Se ci fossimo mostrati tolleranti con Ahok, altri dirigenti avrebbero seguito il suo esempio. Per questo Ahok era pericoloso”, conclude. C’è anche un altro elemento da considerare, e cioè che il governatore lavorava per favorire il suo paese d’origine. Secondo Alatas, Ahok era “un martire dei grandiosi progetti dell’imperialismo cinese” in Indonesia. “E voi sapete che la Cina è comunista, nemica della religione e di Dio”.

Banda Aceh, Indonesia, 2017. Una donna fustigata per aver trascorso del tempo con un uomo che non era suo marito (Ulet Ifansasti, Getty Images)

L’ascesa dell’Fpi esemplifica la crescita generale del fondamentalismo islamico in Indonesia negli ultimi dieci anni. Fondato alla fine del 1998 da un gruppo di generali dell’esercito per contrastare i manifestanti che sostenevano la democrazia, l’Fpi è noto per le sue aggressive “operazioni di pulizia” contro bar, club, eventi pubblici o proiezioni di film “antislamici”. Alatas ammette che a volte l’Fpi si è fatto giustizia da solo quando la polizia non riusciva a “far rispettare la legge”, ma sostiene che il gruppo sia stato diffamato dalla stampa internazionale, che non ha mai parlato delle sue attività di beneficenza. La ragione, dice, è semplice: “L’80 per cento delle azioni delle tv e dei giornali è in mano ai cinesi”.

Il firmamento politico islamico dell’Indonesia contiene molte costellazioni, in parte sovrapposte, che vanno dai gruppi tradizionali come l’Nu e Muhammadiyah fino ai violenti dell’Fpi e a una serie di partiti islamici veri e propri, tra cui il Pks. Accanto a queste formazioni si conta una miriade di gruppi islamisti e militanti. Ci sono le frange locali di organizzazioni islamiste internazionali, come Hizbut tahrir, che vuole un califfato islamico basato sulla sharia, e organizzazioni violente che giurano fedeltà ad Al Qaeda e al gruppo Stato islamico. Professano posizioni dottrinarie e strategiche molto diverse e spesso hanno obiettivi contraddittori. Ma la maggior parte è stata unita dalla campagna contro il governatore di Jakarta.

Ahok era un bersaglio ideale sotto molti punti di vista. Innanzitutto è cinese, una minoranza prevalentemente non musulmana da tempo accusata di avere una posizione privilegiata nella società indonesiana. Inoltre è una persona arrogante e divisiva. I suoi avversari lo accusano di aver cacciato migliaia di poveri dalle sponde del fiume che attraversa Jakarta, ignorando le proteste dei residenti sfrattati e dei gruppi per la difesa dei diritti umani. Da governatore, non ha esitato a entrare in polemica con i musulmani più devoti: nel 2016 ha proibito alle scuole pubbliche di Jakarta di imporre alle studenti musulmane di coprirsi il capo, paragonando il velo islamico al “tovagliolo della mia cucina”.

Charlotte Setijadi, docente dell’Iseas-Yusof Ishak institute di Singapore, sostiene che Ahok sia diventato l’obiettivo finale di un flusso di cliché fondamentalisti e rancori economici con sfumature etniche. “Avere un governatore di origine cinese, considerato vicino ai potenti immobiliaristi della sua comunità non poteva che alimentare la rabbia”, spiega. “Soprattutto se quel governatore era anche accusato di aver offeso il Corano”.

Dietro il movimento contro Ahok c’era un matrimonio di convenienza tra fondamentalisti religiosi e interessi politici conservatori. In un recente articolo, Leo Suryadinata, un altro ricercatore dell’Iseas-Yusof Ishak institute, ha scritto che l’impennata di retorica islamica nasconde una “guerra ideologica”, in cui una serie di interessi politici ed economici si contrappone ai riformisti come Jokowi e Ahok. “Stanno usando l’islam per contrastare i riformisti, dato che è difficile liberarsene usando solo argomenti politici”, ha scritto Suryadinata.

Questa vecchia guardia è guidata da Prabowo Subianto, un generale dell’era Suharto che ha perso le presidenziali del 2014 contro Jokowi e ha appoggiato Anies Baswedan nella sua campagna contro Ahok. È l’incarnazione del vecchio ordine dominato dai militari, e si prevede che sfiderà di nuovo Jokowi nelle elezioni del 2019. Questi elementi non favoriscono necessariamente l’agenda intransigente dell’Fpi e dei suoi alleati, ma la strumentalizzazione del sentimento religioso potrebbe avere conseguenze concrete. Alcuni attivisti parlano già di un evidente “effetto Ahok”, una piega illiberale generata dalle polemiche elettorali.

Il Southeast Asia freedom of expression network (Safenet) ha documentato l’aumento di una nuova forma di bullismo on­line, in cui militanti islamisti prendono di mira gli utenti di Facebook che postano commenti critici sull’islam o sui leader islamici conservatori. “Postano i loro nomi sui social network e poi l’Fpi si presenta da loro in ufficio o a casa”, racconta Damar Juniarto, coordinatore regionale di Safenet a Jakarta. Gli utenti presi di mira vengono trascinati fuori e strattonati fino alla stazione di polizia, dove i militanti cercano di farli accusare in base alla legge sulla blasfemia o alla legge che vieta di divulgare informazioni che provocano “odio o discordia” tra gruppi religiosi o etnici.

Da sapere
Il potere dei moralizzatori

◆ Il parlamento indonesiano sta esaminando una revisione del codice penale che potrebbe introdurre pene fino a cinque anni di carcere per chi ha rapporti sessuali fuori dal matrimonio e criminalizzare i rapporti omosessuali. Se approvate, le misure sarebbero una vittoria per i partiti islamici e, avvertono i difensori dei diritti umani, “un passo indietro clamoroso nel campo dei diritti garantiti dalla costituzione”. Un ostacolo per i sostenitori del giro di vite potrebbe essere il diritto di veto del presidente Joko Widodo. Ma, in vista delle elezioni provinciali del 2019, non è detto che Widodo voglia rischiare di perdere consensi.


Queste campagne sono state lanciate da oscure organizzazioni online, che si fanno chiamare “Ciberesercito musulmano” e “Squadra per la caccia agli insulti religiosi”. Juniarto mi mostra un video con una carrellata di profili di persone definite buronan (transfughi) dell’islam. Con una musica drammatica in sottofondo, il video mostra un’immagine del profilo Facebook di un uomo di origine cinese accusato di diffondere calunnie contro Habib Rizieq, il leader dell’Fpi. C’è anche la foto di un uomo accusato di aver stampato un versetto del Corano sulla carta del pane. “Signor poliziotto”, dice la didascalia, “questa persona dev’essere arrestata”. Il video si conclude con l’immagine di un’aquila in volo, il mirino di un fucile e un messaggio: “Voi che insultate la religione e gli ulama, vi scoveremo anche nella tana di un topo”.

Tra gennaio e la prima settimana di giugno del 2017, Safenet ha documentato 88 casi di utenti di internet presi di mira dai militanti. Il numero è cresciuto soprattutto tra maggio e giugno, più o meno nel periodo della condanna di Ahok. In un caso documentato dall’organizzazione, un quindicenne di Bekasi, a est di Jakarta, è stato costretto a leggere ad alta voce una lettera di scuse alla “comunità musulmana” per dei commenti postati su Facebook. In un video si vede il ragazzo che legge con voce tremante mentre i suoi assalitori lo prendono in giro urlando. Solo dodici degli 88 casi sono finiti in tribunale. Secondo Juniarto siamo di fronte a una tendenza preoccupante. “È come se dopo la condanna di Ahok avessero più potere”.

I progressisti indonesiani temono che i fondamentalisti islamici e i populisti puntino ora a un bersaglio più grande, il presidente Jokowi, che vuole ricandidarsi nel 2019. Per questo Abshar-Abdallah ha definito le elezioni di Jakarta del 2017 uno “spartiacque” nella storia politica dell’Indonesia. “Hanno polarizzato la società”, spiega, “e per me è grave. Nella storia democratica del paese non avevamo mai avuto una polarizzazione simile”.

Proteste di massa

Questa spaccatura ha messo sotto pressione soprattutto l’Nu e Muhammadiyah, le due organizzazioni che storicamente hanno occupato il vasto centro dell’islam indonesiano e che continuano a esercitare un’enorme influenza. Sembrano essere state colte di sorpresa dall’improvviso successo del radicalismo. I leader dei due movimenti hanno rifiutato di appoggiare le proteste di massa contro Ahok alla fine del 2016, ma alcuni loro esponenti hanno comunque partecipato ai raduni, e altri si sono schierati con l’Fpi.

Alcuni ritengono che cercando di restare “al di sopra” della politica, l’Nu e Muhammadiyah abbiano involontariamente ceduto terreno a gruppi come l’Fpi, che si sono posizionati all’interno della tradizione nazionalista indonesiana. Come Donald Trump negli Stati Uniti, l’Fpi ha fatto leva sulla politica identitaria e sulle preoccupazioni economiche delle persone comuni, come quelle sgomberate dalle baraccopoli di Jakarta dall’amministrazione Ahok.

Un’altra ragione del successo di questi gruppi è che nel mondo della comunicazione digitale le voci moderate sono sempre più spesso relegate ai margini. “Se cercate su internet ‘jihad’, Google vi suggerisce subito siti fondamentalisti”, dice Savic Ali, un giovane esponente dell’Nu che dirige il sito dell’organizzazione e anche una nuova piattaforma di video in streaming chiamata Nutizen. Secondo Ali, dei venti maggiori siti indonesiani dedicati all’islam solo uno è “moderato”: quello dell’Nu, che è al quinto posto. Per Ali le organizzazioni moderate devono imparare ad adattare i loro messaggi a una generazione abituata ai video e alle notizie mordi e fuggi dei social network. “Le giovani generazioni sono più a loro agio con i video, e se non ci adeguiamo impareranno a conoscere l’islam dai salafiti”, spiega. “Abbiamo un problema con la cosiddetta maggioranza silenziosa. Crediamo che la maggioranza dei musulmani sia moderata, ma in realtà è silenziosa”.

Convergenza d’interessi

Nonostante i problemi, le voci sulla morte della democrazia indonesiana potrebbero essere esagerate. In primo luogo, questa diagnosi trascura quanto sia eccezionale – e forse irripetibile – la convergenza di interessi e circostanze che ha provocato la caduta di Ahok. Scrivendo poco dopo la condanna del governatore, Aaron Connelly e Matthew Busch del Lowy institute for international affairs di Sydney hanno messo in dubbio che la coalizione ostile ad Ahok sia in grado di ripetere con successo la stessa operazione ai danni di Jokowi. Oltre a godere dei vantaggi finanziari e politici derivanti dalla sua carica, dicono, il presidente è giavanese e non di origine cinese, musulmano e non cristiano, due cose che renderebbero più difficile mobilitare l’opposizione puntando su motivazioni etniche o religiose. Durante le elezioni del 2014 l’estrema destra tentò di infangare Jokowi accusandolo di essere cinese, cristiano e figlio di comunisti, ma non riuscì a impedirne la vittoria.

La condanna di Ahok è stata sicuramente un duro colpo alla tolleranza e ai valori progressisti del paese, ma è facile esagerare il carattere moderato dell’islam indonesiano e convincersi che la gente comune sia diventata più radicale. Innanzitutto, perfino le organizzazioni islamiche moderate come l’Nu hanno sempre contato nelle loro file leader fedeli a valori conservatori su questioni come i diritti delle donne e le minoranze. Ahok era una personalità di primo piano, ma il suo è stato solo uno dei cento casi di blasfemia perseguiti a partire dal 2004. Inoltre, nonostante la crescente visibilità del fondamentalismo islamico, l’appoggio ai partiti dichiaratamente islamici resta stabile. Il “voto islamico” oscilla intorno a un terzo del totale fin dalle elezioni del 1999, inoltre si divide tra cinque o sei partiti. Il Pks non ha mai ottenuto più dell’8 per cento.

Sembra quindi affrettato pensare che molti indonesiani siano favorevoli all’introduzione della sharia o alla creazione di uno stato islamico. Con il tempo la democrazia indonesiana probabilmente tornerà alla sua turbolenta e caotica normalità. Come ha dichiarato Jokowi, “il pluralismo è sempre stato nel dna dell’Indonesia”, anche se non si può dire altrettanto del liberalismo. Di fatto, le minacce più a lungo termine potrebbero venire proprio dai tentativi autoritari dello stesso Jokowi di preservare la tradizione moderata. Nel maggio del 2017 la polizia ha accusato il capo dell’Fpi, Habib Rizieq, di violare la legge contro la pornografia. Due mesi dopo il governo ha annunciato di voler mettere al bando il gruppo islamico Hizbut tahrir in base a un contestato decreto presidenziale che dà alle autorità il potere di sciogliere le organizzazioni che minacciano “l’unità nazionale”. Human rights watch ha condannato la decisione, appoggiata da quattordici gruppi islamici moderati, definendola “un’inquietante violazione dei diritti universali di libertà di associazione e di espressione”.

Secondo Abshar-Abdallah, le tensioni tra la corrente islamica indonesiana e quella mondiale non si placheranno. Ma, aggiunge, le tradizioni indonesiane sopravviveranno alla pressione della globalizzazione, come succede da più di un secolo. “Alla lunga il salafismo sarà costretto ad adattarsi”, conclude. “La tradizione locale di tanto in tanto sembra avere la peggio, ma ha un suo modo di assorbire la tradizione dominante”. ◆ gc

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Questo articolo è uscito sul numero 1244 di Internazionale, a pagina 48. Compra questo numero | Abbonati