Come la maggior parte dei turisti, sono arrivato sull’isola di Langkawi inseguendo la tipica fantasia dell’isola tropicale, fatta di pigri pomeriggi in spiaggia, specialità locali come il nasi lemak (riso cotto nel latte di cocco e nelle foglie di pandan) e serate a curiosare nei mercati notturni.
Non immaginavo affatto di scoprire un aspetto inatteso di Langkawi, che dà il nome all’intero arcipelago di novantanove isole nel mare delle Andamane (al largo della costa nordoccidentale della Malaysia). Oltre alle sue coste idilliache c’è un paesaggio naturale molto più antico e intrigante di quanto le brochure turistiche lascino intuire.
Un pomeriggio, mentre ero nella mia stanza d’albergo a dipingere, un bucero orientale si è posato su un albero lì vicino cominciando una sorta di performance teatrale. Per ammirare qualcosa del genere di solito bisogna avventurarsi nella foresta e aspettare pazientemente. Ma qui è tutto così naturale che sembrava organizzato per me.
In seguito è stato altrettanto emozionante vedere una scimmia langur dagli occhiali (Trachypithecus obscurus) muoversi tra gli alberi. Queste scimmie, tra i primati più affascinanti di Langwaki, sono spesso insieme ai loro piccoli, che nascono con una pelliccia color arancione acceso che crescendo diventa grigia.
Simili incontri ravvicinati, goduti dal mio alloggio in riva al mare, hanno aperto uno spiraglio sulla ricchezza di biodiversità dell’isola e mi hanno spinto a saperne di più.
Ho indossato dei pantaloncini impermeabili e una maglietta di cotone, poi sono andata al molo di Tanjung Rhu, a una mezz’ora d’auto dall’albergo. Le barche colorate ondeggiavano davanti alla costa mentre un gruppo di persone amanti della natura si radunava al molo per andare a esplorare la foresta di mangrovie, uno dei gioielli dell’isola.
Pareti calcaree
Ad aspettarmi c’è Lee Tze Jien di Jungle Walla, un’agenzia di viaggi che promuovere un turismo responsabile e rispettoso delle comunità locali. Siamo saliti a bordo di una piccola imbarcazione e ci siamo diretti verso il Parco geoforestale di Kilim, lungo il fiume omonimo, che sfocia nel mare delle Andamane.
Il Kilim è uno dei tre parchi che compongono il geoparco globale Unesco di Langkawi, il primo del genere nel sudest asiatico, noto per le formazioni carsiche e calcaree spettacolari, i corsi d’acqua tra le mangrovie, le grotte e gli ecosistemi ricchi di biodiversità creati nel corso di milioni di anni. “Nel loro insieme includono circa 92mila ettari di aree protette”, afferma Lee.
Nel giro di pochi minuti la civilizzazione è sparita alle nostre spalle, il motore dell’imbarcazione si è assestato in un basso ronzio mentre solcavamo un ampio bacino con l’acqua color giada circondato da imponenti pareti calcaree. “Appartengono alla formazione Setul, una delle più antiche formazioni di roccia carbonatica del sudest asiatico”, ci ha spiegato la nostra guida. Queste meraviglie geologiche si sono formate tra i 490 e i 370 milioni di anni fa sotto il mare e oggi emergono nel loro splendore sopra le mangrovie, con le pareti erose dal tempo che si rispecchiano nell’acqua. Mi sembrava di stare dentro un paesaggio quasi preistorico, immutato da allora.
Il Kilim è pieno di spettacoli naturali scolpiti nel corso di milioni di anni da vento, acqua e intemperie, ma pochi sono così immediatamente riconoscibili come la montagna Gorilla, che spunta dalla foresta e somiglia in modo impressionante all’enorme testa di un gorilla. Per questo è uno dei monumenti naturali più fotografati del parco. Ogni tanto vedevamo comparire la vetta avvolta dalla foresta pluviale del Gunung Raya, il monte più alto di Langkawi. Con i suoi 881 metri è una testimonianza dell’origine vulcanica e granitica dell’isola.
Più ci si allontana e più il paesaggio si arricchisce: foreste lungo la riva, alberi di mango, fichi, bambù e orchidee che proliferano nel clima umido. A un certo punto Lee ha rallentato la barca e indicato una protuberanza rocciosa da cui sporgeva un’orchidea bianca che sfidava le leggi della fisica. È una specie rara originaria dell’isola di Langkawi, venerata dagli appassionati del genere, e sempre più difficile da avvistare.
Le distese di alghe sono un altro elemento decisivo dell’ecosistema del parco marino. Questi “pascoli” sottomarini danno cibo e riparo a tante specie, comprese le tartarughe verdi e l’inafferrabile dugongo. Svolgono anche un ruolo cruciale dal punto di visto ambientale, contribuendo a migliorare la qualità dell’acqua e catturando e immagazzinando significative quantità di carbonio.
Intorno il mare è pieno di cernie, dentici, branzini e aragoste, mentre trigoni e delfini figurano tra le creature di dimensioni maggiori che frequentano queste acque.
Le mangrovie sono tanto affascinanti quanto gli animali selvatici a cui offrono riparo. Mentre scivoliamo lungo stretti passaggi, Lee ci indica le Rhizophora, la specie dominante di mangrovie della zona, le cui radici formano dei reticoli sopra l’acqua fangosa.
Accanto a loro, gruppi di palme nipa con le fronde che emergono direttamente dalle rive allagate, e molti esemplari di mangrovia bianca, riconoscibile per le radici aeree simili a matite che spuntano dal fango per assorbire ossigeno.
Le mangrovie sembrano un indisciplinato intrico di rami e fango, ma sono tra i più efficienti serbatoi naturali di carbonio, capaci di trattenerne per secoli grandi quantità nel suolo. Le radici contribuiscono a proteggere le coste dall’erosione e dalle mareggiate. Inoltre creano aree di riproduzione e crescita fondamentali per alcune specie marine.
Sotto la superficie, i giovani pesci trovano riparo tra le radici sommerse mentre granchi di fango, gamberi e molluschi vanno in cerca di cibo. L’habitat sostiene un’intera gamma di specialisti, dai pesci saltafango, capaci di respirare e muoversi sulla terraferma, ai granchi violinisti, fino all’antico limulo delle mangrovie, una specie la cui stirpe risale a un’epoca precedente a quella dei dinosauri.
A un certo punto Lee ha immerso la mano nell’acqua e sollevato un propagulo di mangrovia: una piantina che comincia a svilupparsi restando attaccata alla pianta madre e quando si distacca galleggia per settimane prima di mettere radici dove trova condizioni favorevoli. È una dimostrazione della capacità di adattamento che consente alle mangrovie di prosperare in ambienti salini in continuo cambiamento. Ma è un ambiente tanto meraviglioso quanto insidioso. “Fate attenzione quando toccate gli alberi”, ci ha avvertito Lee. “Alcune specie, tra cui la mangrovia che acceca, producono una linfa bruciante che può provocare serie irritazioni e una cecità temporanea se entra a contatto con gli occhi”.
Per gli amanti del bird watching il Kilim è un paradiso. Nelle foreste, paludi e aree costiere del Langkawi sono state contate più di 260 specie tra stanziali e migratori, per questo l’arcipelago è una delle destinazioni preferite della Malaysia per chi ama osservare gli uccelli.
Nascosti tra i corsi d’acqua ci sono i resti di antiche fornaci per il carbone
Sopra le nostre teste alcuni nibbi bramini volteggiano con eleganza: il loro piumaggio color castagna risalta sullo sfondo tropicale mentre scrutano l’acqua in cerca di pesci. Questo rapace è così legato all’identità di Langkawi che secondo molte persone il nome stesso dell’isola deriverebbe dalle parole malesi helang (aquila) e kawi (bruno-rossastro), un riferimento alla sua colorazione.
La grotta con i pipistrelli
In cielo appaiono anche i falchi pescatori dal petto bianco, più grandi e più imponenti, e le aquile serpentarie dalle teste crestate. Nella trama di radici aggrovigliate e fogliame fa capolino qualche martin pescatore, guizzi di blu e arancione che punteggiano il paesaggio color smeraldo.
Tra ottobre e marzo gli uccelli migratori provenienti dalle regioni del nord, più fredde, arrivano sull’isola “trasformando l’estuario in un punto di ritrovo stagionale per specie di tutto il continente”, ci ha spiegato Lee.
Dietro ogni ansa del fiume ci attendeva una nuova scoperta. Siamo entrati in quello che Lee definisce, scherzando, “il territorio delle scimmie”. Poco dopo un macaco cinomolgo è apparso lungo la riva. Poi un altro. Nel giro di poco sono emersi dalla vegetazione interi branchi, che hanno cominciato ad arrampicarsi sui rami e a saltare da un albero all’altro.
A differenza dei loro simili urbani, sembrano primati perfettamente adattati alla vita tra le mangrovie. Alcuni riposavano tra le radici affioranti, mentre altri nuotavano con disinvoltura lungo il canale. I più audaci si arrampicavano sui tetti delle barche di passaggio, offrendo ai turisti un divertimento inesauribile.
C’erano anche i rettili. I varani d’acqua asiatici prendevano il sole sulla riva fangosa e di tanto in tanto scivolavano in acqua appena arrivava un’imbarcazione. Quasi nascoste tra i rami, le vipere delle mangrovie restavano immobili, tradite unicamente dalla caratteristica testa triangolare.
Uno dei momenti più intensi dell’escursione è stato a Gua Kelawar o grotta del pipistrello, accessibile solo con la barca. È nascosta tra le pareti calcaree e quando siamo entrati abbiamo dovuto abbassare la testa per schivare le formazioni rocciose più basse e sporgenti. La luce del giorno è sparita di colpo. L’aria è diventata subito più fresca e le torce hanno rivelato grappoli di pipistrelli appesi al soffitto, immobili tranne per qualche battito d’ali.
Non tutte le storie del Kilim riguardano la natura. Nascosti tra i corsi d’acqua ci sono i resti di antiche fornaci per il carbone, con i loro muri di mattoni, ormai in rovina, poco a poco riconquistati dalla foresta. Risalgono a più di un secolo fa, quando alcuni coloni provenienti dalla Thailandia fondarono delle comunità fiorenti lungo la costa settentrionale di Langkawi, basando la loro attività sul legno di mangrovia presente in abbondanza nella regione. Oggi le rovine testimoniano un’epoca passata, offrendo un esempio della relazione esistente tra la popolazione umana e il paesaggio, prima che la conservazione ambientale diventasse una priorità.
Di colpo il fiume si allarga, aprendosi verso il mare delle Andamane. Il passaggio toglie il fiato: un attimo fa eravamo in un labirinto di canali circondati da mangrovie e di colpo ci troviamo a navigare in mare aperto, con gli schizzi di acqua salata alzati dal vento. Solo quando il mio telefono si attacca a una rete tailandese mi rendo conto di quanto la Thailandia sia vicina.
Sulla via del ritorno verso Tanjung Rhu, mi accorgo che questa gita ha cambiato molto la mia percezione di Langkawi, lasciandomi con un senso di ammirazione per le mangrovie e per l’intricata rete di vita che proteggono. ◆ nv
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Questo articolo è uscito sul numero 1689 di Internazionale, a pagina 72. Compra questo numero | Abbonati