Agli occhi di un passante, il laboratorio della famiglia Akdemir, a Smirne, ha l’aspetto della comune fucina di un fabbro. I muri sono coperti da martelli e tenaglie, mentre sui banchi da lavoro sono sparsi spiedi per kebab, coltelli e asce. Nel fuoco brilla una barra d’acciaio incandescente. Ma per chi ha familiarità con i videogiochi e l’immaginario fantasy, vale sicuramente la pena di dare una seconda occhiata. Addentrandosi nel laboratorio Solomon Metal, situato nel mercato di Kemeraltı, sul piano da lavoro si nota un’enorme spada simile a quella brandita dal re dei Lich nel famoso videogioco World of warcraft. Poco lontano sono adagiate altre armi ispirate alle serie televisive e ai videogame, tra cui Game of thrones e League of legends, tutte realizzate in acciaio.

Nella fucina Süleyman Akdemir, un uomo robusto dalla fronte corrugata, afferra una barra di metallo incandescente con le tenaglie. A pochi metri di distanza suo padre Omer, 54 anni, prende un altro strumento. Poi il maglio si abbatte sul metallo, rimbombando nell’ambiente stretto e nei vicoli del bazar. La conversazione deve aspettare.

Süleyman, trent’anni, indossa un grembiule di pelle marrone sopra una maglietta nera. Le sue mani sono avvolte da guanti neri.

Suo padre smette raramente di lavorare mentre parla. Süleyman, invece, è costretto a interrompersi spesso per dare retta ai clienti. Gli scambi di parole tra padre e figlio sono calmi, quasi formali. Non sembrano quelli di due familiari, ma di due artigiani che occupano gli stessi spazi senza intralciarsi. Quando il martello tace, Süleyman si allontana dalla fucina. “Lavoro qui da quando ero bambino”, racconta lasciandosi andare a un sorriso.

Attorno a lui si vedono i segni di una lunga storia. Le armi ispirate al mondo fantasy sono solo prodotti più recenti di un’officina in cui la famiglia Akdemir ha lavorato per generazioni. Eppure, per quanto la loro estetica sia diversa dagli strumenti agricoli e dagli spiedi da brace, questi oggetti sono uno dei motivi per cui la loro attività è ancora in piedi.

“Grazie a dio possiamo realizzare qualsiasi cosa”, spiega Süleyman. Questa convinzione ha portato la famiglia Akdemir in una direzione che i loro predecessori non avrebbero mai immaginato. Oggi i loro clienti sono sparsi ai quattro angoli del pianeta.

Il mercato di Kemeraltı è da secoli uno dei centri del commercio di Smirne, con la sua fitta rete di vicoli che dal lungomare si estende verso l’interno. Uno dei primi ricordi di Süleyman è quello del maglio nell’officina del padre. Aveva sette anni quando rimase affascinato da quello strumento del peso di quasi una tonnellata e mezzo. A dodici anni aveva già cominciato a usarlo. Il primo oggetto che ha forgiato era un utensile da cucina. Dopo la scuola Süleyman tornava nell’officina per imparare a realizzare zappe, roncole, asce, spiedi e altri strumenti di uso quotidiano. Il mestiere del fabbro non era il suo unico futuro possibile. Aveva imparato il taekwondo e per un certo periodo aveva pensato di diventare un professionista, ma la difficoltà di costruirsi una carriera sportiva lo aveva riportato alla professione che conosceva fin da bambino.

Futuri possibili

In quel periodo, però, l’attività stava cominciando a cambiare. Fino ai primi anni duemila gli attrezzi agricoli e il materiale da ferramenta rappresentavano la quasi totalità della produzione. Vendevano a clienti per lo più di Smirne e delle campagne circostanti. A un certo punto, però, una buona parte di questi ordini è scomparsa, sostituita da prodotti industriali e più economici, mentre i cambiamenti nel mondo del lavoro hanno reso inutili diversi attrezzi. Uno dopo l’altro, gli oggetti che avevano popolato la fucina degli Akdemir sono diventati obsoleti.

La generazione di Omer aveva ereditato una tradizione artigianale, ma Süleyman doveva affrontare un problema diverso: cosa succede quando quegli oggetti non servono più? “Il lavoro di mio padre e di quelli della sua generazione si rivolgeva a una clientela ben precisa che acquistava prodotti di ferramenta, ma io ho capito che la loro abilità manuale meritava qualcosa di più”.

Così nel 2014 Süleyman ha aperto un account su Instagram. All’inizio arrivavano richieste ordinarie. Il primo cliente online è stato un poliziotto di Erzurum che voleva un machete forgiato a mano per usarlo in giardino. Realizzarlo è stato più facile che spedirlo: il corriere, infatti, si rifiutava di maneggiare un pacco contenente una lama così affilata.

Biografia

◆ 1996 Nasce a Smirne, in Turchia.
◆ 2003 Comincia a lavorare nella fucina del padre.
◆ 2014 Apre un profilo su Instagram, attirando gli appassionati di fantasy che vogliono oggetti su misura.


Poi nel 2016 è arrivato un ordine che ha aperto la strada verso un mercato diverso. All’epoca la serie tv turca di ambientazione storica Diriliş: Ertuğrul (La resurrezione: Ertuğrul) aveva conquistato un grande pubblico, tanto da essere trasmessa in più di sessanta paesi. Uno dei personaggi principali, Turgut Alp, aveva sempre con sé un’ascia. Un giorno un cliente ha contattato l’officina e ha chiesto a Süleyman di produrre un’ascia identica a quella di Turgut Alp. Poi è arrivata un’altra richiesta, e un’altra ancora.

“Da quel momento la gente ha cominciato a chiedere: ‘Potete fare questo? Potete fare quest’altro?’”, racconta Süleyman. “Abbiamo continuato a soddisfare le richieste e nel frattempo abbiamo imparato ad amare il nostro nuovo lavoro”.

Gli ordini, intanto, sono diventati sempre più strani. Anziché portare un oggetto da copiare o descrivere un utensile comune, i clienti hanno cominciato a inviare immagini di film e videogiochi.

Quando arriva una richiesta bizzarra, Süleyman si siede al computer, accanto all’area di lavoro. Riguarda scene di film e mette in pausa i filmati per studiare i dettagli, prima di disegnare la sua versione dell’oggetto.

Süleyman non ha mai ricevuto una richiesta che gli sia sembrata impossibile. Per lui c’è sempre un modo per riuscire a soddisfare ogni desiderio. È una sfida.

Oggi i prodotti su misura rappresentano l’80-90 per cento degli introiti, spiega suo padre, Omer. L’officina gestisce circa 450 ordini ogni anno, con clienti in paesi come Germania, Paesi Bassi e Svizzera. Le esportazioni costituiscono il 35 per cento del reddito. Un pezzo che in Turchia può essere venduto per duemila lire (35 euro), all’estero può costare molto di più.

Lontano dai colpi del maglio, i trucioli di legno coprono una piccola panca. Yagiz Can Sonmez, 33 anni, lavora nella postazione di levigatura indossando occhiali protettivi. Sta realizzando un manico. Diversamente da Süleyman, Sonmez non viene da una famiglia i fabbri. Questo lavoro se l’è andato a cercare. In precedenza aveva lavorato come sadekar (artigiano orafo) nel grande bazar di Istanbul. Dopo aver studiato all’università, si è trasferito a Smirne e ha aperto un negozio di scarpe ad Alsancak, insieme alla moglie. “Un giorno, mentre me ne stavo seduto nel negozio, mi è tornato il desiderio di lavorare il metallo a caldo”, racconta. “Ho fatto alcune ricerche online per scoprire chi lo facesse a Smirne e ho trovato Süleyman”.

All’inizio Sonmez andava in officina solo per osservare. Poi è diventato un fabbro a tempo pieno. Grazie alla sua esperienza come orafo, ha un approccio diverso al lavoro. “Süleyman preferisce i modelli classici, mentre io mi concentro sul lavoro più intricato e dettagliato”.

Prima o poi Süleyman spera di poter realizzare uno spazio creativo in cui i visitatori possano scoprire il suo mestiere, insieme alla lavorazione del legno e del cuoio. A Kemeraltı non sono rimasti molti luoghi in cui qualcuno come Yagiz avrebbe potuto realizzare il suo desiderio.

Secondo Akin Oz, vicepresidente della camera degli artigiani e dei lavoratori del ferro di Smirne, la Solomon Metal è l’unica officina di lavorazione a caldo rimasta nello storico bazar.

Nel tardo pomeriggio Kemeraltı comincia a svuotarsi. La folla nei vicoli si assottiglia. All’interno dell’officina i tre uomini sono ancora al lavoro. Il maglio, dopo aver rimbombato per quasi tutto il giorno, finalmente tace.

C’è stata un’epoca in cui i clienti cercavano utensili per il lavoro. Oggi, invece, alcuni di loro vivono a migliaia di chilometri di distanza. Trovano Süleyman grazie a uno schermo e gli inviano immagini di oggetti che in alcuni casi non sono mai esistiti. Eppure, nonostante tutti questi cambiamenti, la richiesta si riduce spesso a una semplice domanda: “Potete realizzarlo?”. Süleyman ha dedicato gran parte della sua vita a cercare la risposta: “Certo che possiamo”. ◆ as

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Questo articolo è uscito sul numero 1687 di Internazionale, a pagina 68. Compra questo numero | Abbonati