A più di settant’anni Alessandro Cirani si muove con l’agilità di uno stambecco tra le sporgenze rocciose che sovrastano la Stretta di Pinzano, in provincia di Pordenone. Siamo nel punto meno ampio del fiume Tagliamento, che quasi scompare prima di riemergere su un letto di sabbia e ghiaia, scintillando in un’infinità di sfumature di blu. Ciriani da bambino nuotava e giocava in queste acque. È stato solo qualche decennio dopo che ha capito appieno l’importanza di questo ecosistema.
Il Tagliamento si estende per 178 chilometri dalle Alpi Carniche, vicino al confine tra Italia e Austria, fino all’Adriatico settentrionale, a nordest di Venezia. È uno degli ultimi fiumi d’Europa che conserva il suo corso naturale. In un tratto del suo alveo lungo 50 chilometri, l’acqua turchese scorre in canali che si ramificano come vasi sanguigni e si riformano a ogni piena.
Una rete così dinamica di canali e sedimenti è fondamentale per la sopravvivenza di diverse specie e un tempo caratterizzava la maggior parte dei fiumi alpini. Oggi questo ecosistema è scomparso quasi ovunque, tranne che qui.
Le cose, però, presto potrebbero cambiare. Nel 2024 la regione del Friuli Venezia Giulia ha approvato un progetto per la costruzione di una diga da 200 milioni di euro sul Tagliamento, tra Dignano e Spilimbergo, circa a metà del corso del fiume e poco più a valle rispetto alla Stretta di Pinzano. La barriera orizzontale, detta anche traversa, rientra nel Piano di gestione del rischio di alluvioni (Pgra) e dovrebbe rallentare il flusso del fiume durante le piene, in modo da ridurre i danni a valle.
Metodi basati sulla natura
Questa proposta, però, va contro un recente regolamento dell’Unione europea sul ripristino della natura, e inoltre ignora una serie di studi scientifici che dimostrano che ci sono metodi più efficaci per ridurre le inondazioni, basati sulla natura. Scienziati e residenti si stanno mobilitando per difendere il fiume e tutto ciò che sostiene. “Se fosse costruita una diga, la struttura dinamica del fiume, con le sue ramificazioni, sarebbe gravemente compromessa”, spiega Ciriani, uno dei molti abitanti della zona che hanno organizzato proteste, petizioni ed eventi per attirare l’attenzione sul destino del Tagliamento.
“Siamo una terra multietnica, di confine, un crocevia dove per secoli si sono incontrati i popoli germanici, slavi e latini”, continua Cirani. Il suo paese natale, Pinzano, era una linea del fronte durante la prima guerra mondiale e teatro di scontri tra forze nazifasciste e partigiane durante la seconda. “Qui fino agli anni novanta c’era il confine ultimo tra il blocco occidentale e quello sovietico, era considerata una periferia che nessuno aveva bisogno di attraversare”, dice. “Questo isolamento ha contribuito a preservare il carattere naturale del nostro territorio e non abbiamo alcuna intenzione di rinunciarci”.
L’alveo del Tagliamento trasporta i sedimenti e i detriti legnosi formando un mosaico di habitat per specie acquatiche, anfibie e terrestri. In queste acque nuotano due specie di lampreda e altre trenta di pesci, di cui molte endemiche. Qui cresce una grande varietà di piante alpine e mediterranee, comprese 40 specie di orchidee selvatiche. Inoltre il fiume ricarica le grandi falde acquifere sotterranee della regione, perché l’acqua dolce filtra attraverso i depositi ghiaiosi e alluvionali, che sono altamente permeabili. “Il Tagliamento scorre in gran parte sottoterra e alimenta il vasto serbatoio idrico sotterraneo della fertile pianura friulana”, spiega Klement Tockner, direttore generale dell’Istituto Senckenberg per il clima e la biodiversità, con sede e Francoforte, in Germania. “Una traversa rischierebbe di provocare un accumulo dei sedimenti a monte, compromettendo l’infiltrazione verticale e l’intero ecosistema del fiume”.
Tockner, che studia il Tagliamento da decenni, lo considera il “fiume più prezioso delle Alpi”. Ha insistito sulla sua unicità in una ricerca del 2023, sottolineando che quasi tutti i grandi fiumi alpini sono stati modificati all’inizio del novecento, soprattutto nei tratti più meandriformi (con ampie curve o anse su un terreno pianeggiante). Una recente indagine sui grandi fiumi austriaci ha riscontrato che solo l’1 per cento delle aree a canali intrecciati, come quelle del Tagliamento, è rimasto intatto. Tockner è uno degli oltre ottocento scienziati internazionali ad aver sottoscritto un appello, avvertendo che la barriera proposta danneggerebbe un ecosistema unico.
Secondo gli esperti, il progetto violerebbe diverse norme europee: la direttiva quadro sulle acque, introdotta per “impedire il deterioramento dello stato dei corpi idrici dell’Unione europea”; la direttiva uccelli e la direttiva habitat, per la protezione della flora e della fauna, e il regolamento sul ripristino della natura. Quest’ultimo, adottato nell’agosto 2024, è una pietra miliare della strategia dell’Unione per la biodiversità e ha segnato un cambiamento radicale nella sua politica ambientale, affermando che la protezione da sola non basta, ma deve essere abbinata al recupero degli ambienti degradati.
La strategia si sofferma in modo particolare sulla rimozione di barriere obsolete o non funzionali, e sul ripristino delle condizioni di corso libero dei fiumi lungo almeno 25mila chilometri entro il 2030, per migliorare i collegamenti, sostenere la popolazione ittica, assorbire carbonio e rafforzare la resistenza sia alle siccità sia alle alluvioni. L’aggiunta di barriere è chiaramente in contrasto con le leggi europee. “Se non riusciamo a proteggere gli ultimi fiumi a corso libero, i tentativi di rigenerare gli ecosistemi compromessi rischiano di diventare inutili”, avverte Tockner.
Negli ultimi anni l’Europa ha fatto progressi importanti nella rimozione delle dighe, in alcuni casi prima ancora dell’introduzione della nuova norma. Secondo il movimento europeo Dam removal Europe, dal 2020 sono state tolte 9.680 barriere fluviali in tutto il territorio. Tuttavia in Italia ci sono stati solo cinque interventi e tutti lungo il fiume Giovenco, in Abruzzo.
Intanto alcuni progetti per la costruzione di dighe, tra cui quella sul Tagliamento, hanno subìto un’accelerazione. Non è un caso: l’Italia non ha mai sostenuto il regolamento sul ripristino della natura e durante l’iter parlamentare si è opposta, con Ungheria, Paesi Bassi, Polonia, Finlandia e Svezia. I singoli stati hanno tempo fino a settembre per presentare i loro piani nazionali di ripristino, ma l’orientamento del governo italiano non sembra essere cambiato.
“In Italia manca la spinta simbolica ed economica che c’è in altri paesi, per cui togliere le dighe può per esempio permettere il ritorno dei salmoni . Ma il ritardo del nostro paese va al di là di questo, è una questione culturale. L’idea che va per la maggiore è ancora quella che costruire di più significa più sicurezza”, afferma Giuliano Trentini, presidente del Centro italiano per la riqualificazione fluviale (Cirf).
Favorevoli alla diga
Non è la prima volta che le autorità regionali propongono di costruire barriere lungo il Tagliamento. Già negli anni settanta era stata valutata la possibilità di realizzare una diga in un punto di restringimento del fiume nei pressi della stretta di Pinzano. Da allora sono stati presi in considerazione diversi progetti di prevenzione del rischio idrogeologico. Chi sostiene questi interventi sottolinea il rischio elevato di alluvioni nella bassa friulana, una zona ritenuta estremamente vulnerabile dall’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (Ispra). In ogni caso, i progetti sono stati sempre accantonati per le proteste della popolazione.
Tuttavia le comunità a valle sono favorevoli al progetto della diga. Il fiume sfocia nell’Adriatico vicino ad alcune delle località turistiche più frequentate del Norditalia, tra cui Bibione e Lignano Sabbiadoro, che ospitano milioni di visitatori ogni anno e che secondo le autorità locali avrebbero bisogno di protezione dalle alluvioni.
A Latisana, vicino al delta, il Tagliamento scorre tra argini di cemento costruiti per proteggere il centro abitato, che negli anni sessanta fu colpito da gravi inondazioni. “Abbiamo bisogno di opere infrastrutturali importanti realizzate a monte per garantire la nostra sicurezza. Non ci interessa dove e come, vogliamo solo che il progetto vada avanti. Aspettiamo da sessant’anni”, spiega Sandro Vignotto, consigliere comunale di Latisana.
Oggi l’infrastruttura auspicata da Vignotto è molto vicina alla realtà. Nel 2024 il ministero dell’ambiente e della sicurezza energetica italiano ha destinato 30 milioni di euro alla costruzione della barriera sul Tagliamento, definita un “progetto strategico” per la protezione delle inondazioni a valle. Tuttavia diversi esperti sottolineano che al momento è impossibile garantire una protezione totale dalle inondazioni, soprattutto considerando che il progetto proposto è stato pensato per la cosiddetta “piena centenaria” modulata su quelle avvenute in passato, mentre il cambiamento climatico produrrà eventi sempre più estremi e frequenti. Inoltre ci sono diverse prove scientifiche secondo cui le soluzioni basate sul rispetto della natura, come l’ampliamento degli alvei e il ripristino delle pianure alluvionali, sono non solo più efficaci nel contenimento delle piene, ma anche vantaggiose per la biodiversità e l’infiltrazione nelle falde acquifere.
Il Centro italiano per la riqualificazione fluviale ha fatto uno studio sulle possibili alternative e in primavera lo ha sottoposto alla giunta del Friuli Venezia Giulia. Tra le proposte ci sono le inondazioni controllate e naturali di alcune porzioni di terreno.
“Le autorità regionali e nazionali non potranno più dire che costruire è l’unica opzione. È la prima volta in Italia che uno studio approfondito sulle alternative basate sulla natura viene portato sul tavolo di discussione, speriamo che non sia ignorato”, afferma Trentini.
Si privilegia l’ingegneria
Secondo Tockner bisognerebbe concentrarsi sulle soluzioni integrate, come l’allargamento di un tratto del Tagliamento nei pressi di Cornino, a monte rispetto al luogo dove dovrebbe sorgere la barriera, e l’aumento in quel punto della ritenzione idrica naturale. “Si potrebbe ottenere una mitigazione del rischio idrogeologico, migliorando le condizioni ecologiche anziché peggiorarle. La tutela della natura e la protezione dalle inondazioni non sono due concetti in conflitto tra loro”, spiega il ricercatore.
Giosuè Cuccurullo, consigliere comunale di San Michele al Tagliamento, sulla sponda opposta rispetto a Latisana, e responsabile della riserva naturale della Val Grande a Bibione, è sensibile alle esigenze delle comunità, ma sostiene che non devono pregiudicare la tutela dell’ambiente. “Sono convinto che la sicurezza dei cittadini vada garantita, ma voglio soluzioni che abbiano basi scientifiche”, spiega.
Per il momento, nonostante gli allarmi lanciati dagli esperti, la giunta del Friuli Venezia Giulia sta seguendo una strada che privilegia l’ingegneria. Secondo Francesco Franz, che fa parte del comitato Tagliamento libero, chi lavora nel settore turistico vicino al delta del fiume sta spingendo per la costruzione di dighe e barriere a monte.
Tutto questo succede sullo sfondo di un crescente movimento internazionale per i diritti della natura, che ha ottenuto il riconoscimento di personalità giuridica per diversi fiumi, dal Canada alla Colombia (questo status implica che un fiume abbia dei diritti, possa essere rappresentato in tribunale da tutori e le sue “lesioni” possano essere perseguite legalmente come violazione di un diritto proprio, non solo come danno a terzi). Nel 2022 la laguna spagnola di Mar Menor, a forte rischio di collasso ecosistemico, è stata la prima entità naturale in Europa a ottenere questo diritto, poi è toccato al fiume Wye, nel Regno Unito. La personalità giuridica, però, è stata concessa solo dopo un degrado significativo.
“Non possiamo più considerarci separati dalla natura né imporre la nostra centralità di esseri umani sugli ecosistemi. Il Tagliamento deve rivendicare il suo diritto di esistere e scorrere liberamente”, afferma Sabina Candusso, antropologa e rappresentante per il Tagliamento alla Confluence of european water bodies, una rete interdisciplinare che promuove i diritti legali, culturali e politici degli ecosistemi acquatici.
Per Candusso si tratta anche di una questione personale. Come Ciriani, che da bambino giocava nel fiume, anche lei ha un legame profondo con il Tagliamento fin dall’infanzia e continua ad andarci partendo dalla sua casa a San Daniele del Friuli. “Il Tagliamento scorre dentro di me da quando sono nata”, dice Candusso. “Mia madre mi racconta che appena tornata dall’ospedale non smettevo più di piangere. Lei mi portò a passeggiare lungo le rive del fiume , lì magicamente smisi di strillare. Oggi vengo qui a camminare in inverno, a nuotare. È il mio luogo del cuore”. ◆ as
Sofia Turati è una giornalista specializzata in inchieste e reportage su conflitti ambientali, giustizia climatica e diritti umani. Collabora con Al Jazeera, Dialogue Earth e altre testate internazionali.
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Questo articolo è uscito sul numero 1680 di Internazionale, a pagina 32. Compra questo numero | Abbonati