È sorprendente vedere quanti commentatori stanno gettando acqua sul fuoco riguardo alla decisione del presidente statunitense Donald Trump d’incontrare il leader nordcoreano Kim Jong-un. È giusto mostrare cautela: Trump sta riconoscendo a Kim uno status da leader internazionale che non merita; Washington concederà troppo – o troppo poco – e soprattutto non ha le persone all’altezza di un’impresa così complessa. A parte queste riserve, però, è importante sottolineare l’evidenza: il fatto che gli inviati sud­coreani Chung Eui-yong e Suh Hoon abbiano portato a Trump un messaggio personale di Kim Jong-un in cui si dice disposto a impegnarsi nella denuclearizzazione è una buona cosa. Ora c’è molto lavoro da fare e preoccuparsi di chi lo farà è più che legittimo. In via ufficiosa, un funzionario statunitense ha detto che “al momento non stiamo neppure parlando di negoziati”.

L’unico risultato significativo che si può attendere da un eventuale vertice potrebbe essere l’impegno a preparare un percorso che porti ai negoziati a due, a quattro, a sei, o una combinazione tra queste tre possibilità. È perciò molto importante cominciare a immaginare quali potrebbero essere i termini di questi colloqui. Da un certo punto di vista, il miglior schema da riprendere è la dichiarazione congiunta del settembre 2005 firmata al termine del quarto round dei colloqui a sei (con Stati Uniti, Giappone, Russia, Cina, Corea del Sud e Corea del Nord) che impegnava la Corea del Nord alla denuclearizzazione e gli Stati Uniti a offrire una serie di garanzie e salvaguardie politiche. Tra queste, l’osservanza dei princìpi dello statuto dell’Onu di “rispettare la sovranità di tutti, coesistere pacificamente e procedere alla normalizzazione dei rapporti soggetti alle rispettive politiche bilaterali”, e a sostituire finalmente l’armistizio con un trattato di pace. La dichiarazione includeva inoltre alcune generiche promesse di aiuti a Pyongyang e impegni specifici sull’approvvigionamento energetico.

Kim Jong-un a una parata militare a Pyongyang (Kcna/Reuters/Contrasto)

Trattative simili saranno alla base di qualsiasi accordo con Kim Jong-un. Ma c’è una caratteristica del documento del 2005 che si dovrebbe evitare a tutti i costi: i sei concordavano di agire in base al principio dell’“impegno in cambio dell’impegno e dell’azione in cambio dell’azione”. Tornare a questo modo di procedere sarebbe un errore. A meno che Kim non abbia avuto una sincera epifania, cosa impossibile da verificare, infatti, l’unica ragione plausibile per cui vuole tornare a negoziare è che le sanzioni stanno funzionando. In questo momento è Washington ad avere il potere negoziale maggiore. Se però si tornasse a una situazione in cui una torre di raffreddamento viene fatta saltare in aria in cambio di qualche carico di petrolio, non si arriverà mai a un accordo finale.

In primo luogo perché nella logica dei negoziati che procedono per successive concessioni reciproche l’azione somiglia al paradosso di Zenone: i negoziati devono arrivare a metà strada verso il traguardo finale, e poi da quel punto ancora a metà strada e così via, con il risultato di non raggiungere mai lo stadio finale. I negoziatori nord­coreani sono maestri nell’arte di restringere la portata degli impegni per rimandare i passi ulteriormente. Inoltre una prospettiva simile aprirà la strada a una graduale erosione delle sanzioni. Se i negoziati dovessero avviarsi con l’assunto che la costruzione della fiducia richiede un costo a breve termine in cambio di azioni temporanee – per esempio, un alleggerimento delle pressioni da parte della Cina – Kim Jong-un guadagnerà un po’ di respiro e si tornerà in poco tempo al punto di partenza.

Il modello iraniano

L’unica alternativa è che Trump, paradossalmente, porti al vertice un modello simile all’accordo con l’Iran. Quell’accordo aveva una caratteristica unica in contrasto con i passati negoziati con la Corea del Nord: la completa abolizione delle sanzioni sarebbe avvenuta solo quando l’Iran avesse mantenuto tutti gli impegni fondamentali previsti sul suo programma nucleare. Nonostante la complessità dei dettagli, il modello di base è semplice: serve un accordo che venga attuato solo quando tutte le sue componenti sono definite e pronte a entrare in vigore. Questo perché gli attori coinvolti non hanno mai avuto il potere su Pyongyang che hanno oggi. Ora è il momento di fare un’offerta che Kim non potrà rifiutare. ◆ gim

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Questo articolo è uscito sul numero 1247 di Internazionale, a pagina 30. Compra questo numero | Abbonati