Èil momento in cui mi rendo conto di quanto tutto ciò sia insensato. E l’intuizione arriva come sempre durante il viaggio di ritorno, che non è affatto una passeggiata. Non dovete pensare a un vero viaggio d’avventura, con i cammelli, un pernottamento imprevisto tra i tuareg e una Land Rover in panne. Non dovete pensare neanche a un viaggio nel senso del termine inglese travel, che un tempo sarebbe stato sinonimo del francese travail (lavoro, addirittura sofferenza), a indicare lo sfinimento fisico dei viaggi settecenteschi e ottocenteschi.
Pensate invece al presente: un volo di ritorno con la Ryanair, la compagnia low cost che fa credere ai passeggeri che la carta d’imbarco è valida solo se stampata. Così facciamo infiniti tentativi con uno smartphone e la rete wifi inaffidabile di un Airbnb spagnolo. Una mattinata persa, quella del mitico ultimo giorno. Alla fine tentiamo la fortuna, dato che di stampanti nei paraggi non ce ne sono, e ai controlli all’aeroporto mostriamo l’immagine della carta d’imbarco sul telefono. Ci hanno spaventati minacciando multe, ma il personale non sa neanche di cosa stiamo parlando. Evidentemente la differenza tra una schermata e la materialità di un foglio di carta è importante solo per me e mio marito.
Seguono l’attesa e l’imbarco precipitoso, che con la Ryanair sembra avvenire clandestinamente, sempre a un gate isolato dove a un certo punto, senza nessun annuncio, la fila di persone in attesa si mette in movimento: segui quella fila, è la tua. Ecco, volendo essere un po’ melodrammatici, tutto questo si potrebbe definire una sofferenza. L’aereo strapieno, il personale di bordo esausto che sembra quello di un qualsiasi centro commerciale europeo, la lotta per lo spazio nelle cappelliere, i sedili che sono a prova di vandali e si sente.
Il volo costa pochissimo, ma la domanda è: quanto poco costiamo ormai noi passeggeri? Dopo il decollo vado in bagno, è talmente sporco che neanche un maschio sa a che santo votarsi. Avviso la hostess: tra un’incombenza e l’altra, sta addentando un panino che, come scoprirò più tardi, deve pagarsi da sola. Alza le braccia al cielo, in segno di assoluta impotenza, e per poco non decolla anche il panino.
Sul viso di quella hostess sovraccarica di lavoro e mal pagata, che dopotutto rappresenta la sua compagnia aerea e che rende possibili tutti quei viaggi piacevoli ed economici nelle capitali europee – e ne fa vari al giorno, con venticinque minuti esatti di pausa tra un volo e l’altro – su quel viso intravedo la mancanza di senso di tutto ciò. Si è già tolta da un pezzo la sua maschera sorridente. Il mio io turistico mi disgusta. E mi vergogno.
La crociata dei borghesi
La critica al turismo è vecchia come il turismo stesso, un’invenzione che risale alla metà dell’ottocento, in cui gruppi di persone intraprendono un viaggio più o meno organizzato. Qualcuno si occupa dei biglietti per le navi e i treni, e più tardi anche dei voucher per gli alberghi. Nasce un nuovo mestiere, il cosiddetto agente di viaggio. Il più famoso è indubbiamente il britannico Thomas Cook (1808-1892), che intorno al 1840 organizza un viaggio in treno per circa seicento persone da Leicester a Loughborough, nel Regno Unito, per un totale di neanche diciotto chilometri. Ben presto l’intraprendente Cook offre anche viaggi all’estero, sul Reno e a Parigi. E nel 1869 organizza “la prima crociata della classe media”, una crociera in terra santa per la piccola borghesia.
Negli stessi anni un console britannico in Italia esprime le proprie rimostranze sul Blackwood’s Magazine. Afferma di aver scoperto “un nuovo male”: “Quaranta o cinquanta persone, indifferentemente dall’età e dal sesso, vengono portate da Londra a Napoli e accompagnate in giro per la città, viaggio di ritorno incluso”. Il console osserva le città italiane “invase da queste creature, che si muovono sempre in gruppo e restano vicine alla propria guida, che le precede come un cane pastore”. Se c’è qualcosa che definirà il carattere di massa del turismo, questo è indubbiamente il “comportamento gregario” disumanizzato notato da chi, come il console britannico, si trova casualmente nei luoghi in cui va in scena questo spettacolo.
Gli “altri”: sono sempre loro i colpevoli in questa rappresentazione di dubbio gusto. Il critico, sorprendentemente, non ha nessuna colpa.
Nel suo libro del 1961 The image: a guide to pseudo-events in America, lo storico e saggista statunitense Daniel J. Boorstin fece alcune considerazioni ironiche sul turismo. Il 1961 è anche il mio anno di nascita. Per me il turismo è sempre esistito, anzi, sono stato un turista fin da bambino. Un ricordo: nel 1966 o nel 1967 i nostri vicini fecero un viaggio organizzato in Egitto. I poliziotti precedevano i turisti per cacciare a bastonate i mendicanti dalle strade. E pensare che per anni l’Egitto è stato considerato dagli operatori turistici una destinazione facile ed economica, finché il terrorismo islamico non ha oscurato il sole.
Nel suo libro Boorstin parla dell’“arte perduta del viaggiare”, un riferimento ai grand tour intrapresi nel seicento e nel settecento dai giovani aristocratici. Quelli erano ancora veri viaggi, con avventure, cavalli e strade fangose. Si formavano opinioni e si ammiravano panorami che sarebbero rimasti impressi nella memoria per tutta la vita. Si chiedeva di essere ricevuti da famosi filosofi tedeschi e pensatori francesi e si tornava a casa da uomini di mondo.
Io non conosco altra realtà se non quella del viaggiatore che a un certo punto diventa turista, anche se intraprende un viaggio a piedi in solitaria nel nordovest della Thailandia. Anche in quel caso incontrerà altri stranieri, con in mente la stessa meta. Si riconosceranno, fraternizzeranno fugacemente, si scambieranno esperienze e consigli. E magari s’incontreranno di nuovo all’aeroporto di Bangkok, in attesa dello stesso volo.
A lungo si è cercato di distinguere il “vero viaggiatore” dall’altra, ordinaria categoria, quella turistica. Oggi questa distinzione ha perso ogni significato. Già nel 1961 Boorstin arrivava alla conclusione che “quando il rischio corso dal viaggiatore diventa assicurabile, il viaggiatore è diventato un turista”.
La meta devastata
A dire il vero pensavo di aver fatto pace da tempo con il mio io turistico. Facciamo un tour che tocca tre città spagnole: Malaga (la spiaggia e la sede del nuovo centro
Georges Pompidou), Cordoba (la moschea) e Granada (l’Alhambra). Viaggiamo in aereo, per i piccoli spostamenti prendiamo treni e autobus, mio marito ha pensato agli Airbnb. Dice che costano meno e sono più amichevoli e accoglienti dei soliti alberghi che vorrei prenotare io: “A casa della gente, cosa vuoi di più?”. Mi vengono i brividi, ma a me vengono sempre i brividi.
Già nel 1958 Hans Magnus Enzensberger aveva scritto Una teoria del turismo, un saggio che non cade nello snobismo del viaggiatore e guarda freddamente a un fenomeno che stava assumendo dimensioni sempre più di massa. All’epoca erano ancora i ricchi a partire per le vacanze in aereo. Dagli anni settanta anche la loro domestica avrebbe prenotato con la stessa disinvoltura.
Enzensberger si chiede senza sentimentalismi: “Abbiamo creato il turismo o è stato il turismo a dare forma a noi?”. Lui suggerisce la seconda possibilità. In quegli anni circolava già l’idea secondo cui il “movimento turistico” non era controllabile e sarebbe stato la causa del proprio declino. Perché, osserva Enzensberger, “il turismo non si può comprendere dal punto di vista storico, e ogni critica al turismo è cieca”. In altre parole: quando la raggiungi, la tua destinazione è già stata devastata.
Enzensberger sottolinea la novità storica del viaggio fine a se stesso, non motivato da una necessità materiale o economica. Fino al settecento Enzensberger vede “un esercito di soldati e messaggeri, pellegrini, studenti, uomini di stato, vagabondi e fuggiaschi” percorrere strade sconosciute. Qualcuno viene cacciato dalla propria comunità o colpito da una catastrofe naturale, e finisce così in balìa della misericordia di estranei. Viaggiare significa sventura. Ma poi, con lo sviluppo delle ferrovie e la nascita dell’albergo “come castello per l’alta borghesia”, nasce il desiderio di vedere e sperimentare di persona ciò che è lontano e sconosciuto. Sulle orme di poeti romantici come John Keats, Percy Bysshe Shelly e George Gordon Byron, il turista cerca di “realizzare il sogno che il romanticismo proiettava sul Lontano”. A metà dell’ottocento l’alpinismo è in gran voga e la vetta irraggiungibile è il simbolo del sublime.
E così prima i ricchi e i benestanti, e più tardi anche la nascente classe media, cominciano a viaggiare. Nasce un nuovo “diritto umano”, quello di “ritirarsi per un po’ dalla propria civiltà” e dalla propria vita. Enzensberger fornisce alcune cifre. Nel 1940 il 25 per cento dei lavoratori statunitensi usufruisce di ferie retribuite. Nel 1957 la quota è salita al 90 per cento. Il turismo, afferma Enzensberger, si basa sull’idea della pursuit of happiness, la ricerca della felicità. Anche nell’Europa del dopoguerra la crescita è impetuosa.
“Il turismo occidentale è uno dei grandi movimenti nichilisti, grazie al quale sciami di batteri giganti, anche detti turisti, contaminano ormai il medio e l’estremo oriente, lasciandosi alle spalle la luccicante scia di bava di Thomas Cook, cancellando le differenze tra Il Cairo e Honolulu e rendendo insignificante quelle tra Taormina e Colombo”. Non sono parole di Enzensberger. Sono tratte da un saggio del 1950 dello scrittore e critico tedesco Gerhard Nebel. Enzensberger è severo nei confronti del proprio connazionale: la sua non è una “critica”, ma una “risposta privilegiata” al turismo. Cosa intende Nebel con nichilismo, da dove viene tutta quella arroganza, perché dovrebbe essere negato alla massa ciò che a Nebel è concesso?
Ancora oggi, anche se ormai da settant’anni il turismo è diventato un’epidemia, ogni critica suona come un tronfio appello a riservare i piaceri turistici alle Persone Come Noi, che sono in grado di riconoscere e apprezzare le attrazioni del luogo. Il turista si lamenta per definizione di ciò che è turistico. Lui è l’eccezione e loro, l’orda, sono nel torto. Enzensberger ricorda anche il paradosso intrinseco che il turismo porta in sé. “L’incontaminato e l’intatto può essere vissuto solo toccandolo. È importante essere i primi”. Così il viaggio turistico si trasforma in una gara contro gli altri.
Da qualche anno si parla di un’esplosione del turismo. Secondo l’istituto di statistica olandese Cbs, “negli ultimi sette anni il numero di passeggeri delle compagnie low cost è più che raddoppiato, passando da 3,4 milioni nel secondo trimestre del 2010 a 7,5 milioni nel secondo trimestre del 2017”. Io non sono rientrato per poco in queste cifre, dato che ho viaggiato nel terzo trimestre. Ma per il resto sono pienamente colpevole. “La grande maggioranza dei voli low cost che partono dai Paesi Bassi sono diretti in Spagna”, afferma il Cbs.
Padroni senza volto
Internet ci permette di essere gli agenti di viaggio di noi stessi e ha reso possibile la nascita e lo sviluppo di Airbnb. Gli abitanti di Amsterdam possono anche lamentarsi dei disagi provocati dal turismo nei loro quartieri, ma questa città è in testa per quanto riguarda il prezzo medio di Airbnb: 136 euro a notte, molto al di sopra di Barcellona e Londra. E gli stessi abitanti di Amsterdam che si lamentano si trasformano spesso in utenti entusiasti di Airbnb a Parigi (prezzo medio 88 euro, un affare). Da contestatori a oggetto di contestazione in meno di un’ora di viaggio.
La compagnia low cost spagnola Vueling pubblicizza “voli per Malaga a partire da 24,99 euro”. Non bisogna mai cadere nella trappola dell’“a partire da”, ma è proprio questo il motivo per cui Elsa, seduta accanto a me, ha passato un fine settimana a Malaga. È una ragazza simpatica e si è appena laureata. Lei e la sua migliore amica si sono chieste: “Andiamo sul mare del Nord o da qualche parte al sole?”. Il sole era molto più economico, e quello più economico di tutti era a Malaga. Con le compagnie low cost il fattore decisivo non è più la destinazione, ma il prezzo. Non si parte più per la meta dei sogni ma per un posto a caso, il più lontano possibile per il proprio budget.
È così anche per me: un ampio appartamento di Airbnb nel centro storico della città. Arriviamo nel pomeriggio e stando ai messaggi saremo accolti da un tal Ignatio. Ma come succede negli Airbnb di Cordoba e Granada, questo nome che continua a mandare messaggi amichevoli non è altro che il marchio di un prodotto. Dietro si nasconde un’impersonale azienda che si occupa di consegnare le chiavi e gestisce un intero palazzo di appartamenti. Mi aspettavo di essere accolto da un uomo o da una donna che ci avrebbe raccomandato un buon ristorante nei paraggi e il miglior posto dove fare colazione. Ma a riceverci non c’è nessuno, solo qualche messaggio su WhatsApp con i codici per accedere a un corridoio dove c’è un armadietto con dentro le chiavi, da aprire con un altro codice. Tre strade più avanti c’è la tua destinazione, tanti saluti da Ignatio.
La sharing economy mostra il volto amichevole di un sistema postcapitalistico. Un sistema che vuole esserti amico e alimenta la tua illusione di dormire “a casa della gente”, fuori dalle piste battute e dalle catene di hotel. Naturalmente esistono gli Airbnb dove il proprietario esiste davvero e ti fa anche trovare un mazzo di fiori, ma la gran parte dei profitti finisce nelle tasche di aziende anonime con maschere umane.
L’appartamento si affaccia sull’angolo di una grande strada. Ha un sacco di finestre che offrono luce e panorama da tutti i lati. Questo alle quattro di pomeriggio. Di sera e soprattutto di notte, invece, la casa si trasforma in un’enorme cassa di risonanza dove rimbombano grida e parole biascicate. Dalle due di notte conto, nel giro di un’ora, sei addii al celibato e al nubilato che passano sotto alla nostra finestra. Un uomo vestito da strega, una donna travestita da cavallo e tutti i loro migliori amici. Tedeschi, inglesi e spagnoli. Anche il vomito è internazionale.
Questi festeggiamenti non sarebbero stati così fuori luogo nel bar del paese a due passi da casa, dove se non altro i vicini conoscono la futura sposa o il futuro sposo. Qui invece una città viene divorata da estranei che sono lì solo per i capricci di una compagnia aerea. Una volta siamo stati portati al nostro indirizzo da un tassista pensieroso che ci ha chiesto: “Ma lì c’è un hotel?”. No, un Airbnb. Al che lui ha sospirato sconsolato: “Una volta vivevo lì vicino”.
Enzensberger ha capito presto che il “turismo di massa”, come ha cominciato a essere chiamato negli anni sessanta, era una logica conseguenza della famosa frase della dichiarazione d’indipendenza degli Stati Uniti d’America, che promette ai cittadini diritti inalienabili come quelli “alla vita, alla libertà e alla ricerca della felicità”. A quei tempi la felicità non si trovava ancora su EasyJet. Ma noi turisti siamo diventati accaniti cercatori di felicità, o forse è meglio volgere il concetto al negativo: ostinati artisti della fuga.
Punto critico
Il diritto umano di ritirarsi per un po’ dalla vita quotidiana, anche sei o otto volte all’anno (nel fine settimana o durante la settimana): cos’è che rende la nostra vita così insopportabile da dover continuamente scappare? La frenesia e lo stress di tutto l’anno, che riusciamo ad affrontare solo pensando al prossimo viaggio? C’è stata una strana inversione: la tregua e la gita sono ormai diventate la norma, e devono far parte della vita lavorativa. Non ci si riesce mai, il contrasto con la vita di tutti i giorni è troppo forte. Non dovremmo piuttosto organizzare la nostra esistenza in modo da non dover continuamente scappare?
Nel dibattito sull’immigrazione c’è un’idea ampiamente condivisa secondo cui i privilegiati paesi occidentali non possono lasciar entrare liberamente e senza regole tutti i “cercatori di felicità”, altrimenti si arriverebbe a un punto critico in cui le società aperte occidentali che i migranti comprensibilmente vogliono raggiungere diventano invivibili società chiuse. In altre parole, la quantità influenza direttamente la qualità della vita.
Sono poche le persone che non ammettono questo dilemma, ma quando si parla di turismo la questione assume improvvisamente un aspetto innocuo. La ragione è che, secondo questo punto di vista, noi turisti portiamo soldi nei luoghi dove andiamo, e soprattutto ce ne torniamo a casa in un lasso di tempo ragionevole.
Forse è vero a livello individuale, ma a livello collettivo siamo diventati una forza di occupazione che nelle grandi città europee non si limita più ai periodi di vacanza. Così come oggi si comprano frutta e verdura al supermercato senza badare alla stagione, allo stesso modo il turismo non è più confinato nei periodi che un tempo gli erano riservati. A Venezia, Firenze, Barcellona, Praga, Granada, Roma, Londra e Amsterdam l’alta e la bassa stagione sono concetti molto relativi: il flusso non si ferma mai.
Articolo di giornale: “Nel 2016 Amsterdam ha attirato quasi 18 milioni di turisti, contro gli 11 milioni del 2005”. È un dato che si ricava da una ricerca commissionata dal comune di Amsterdam. L’affollamento causa parecchi disagi, ma è anche redditizio. Secondo la ricerca, nel 2016 nella capitale olandese c’erano 61mila posti di lavoro collegati al turismo. La città nel complesso si arricchisce: nel 2015 i turisti hanno speso circa 6,3 miliardi di euro. C’è chi ne trae un grande vantaggio immediato, chi lo nota sul lungo periodo e, soprattutto, ci sono i cittadini che vedono quello che una volta era il “loro centro”, la loro piazza o agorà, ormai sotto il controllo di un gruppo di estranei di passaggio, che non si affeziona e non stabilisce alcun legame, ma vive nella prospettiva del viaggio di ritorno. Intere vie commerciali si adeguano e si uniscono alla dieta del fine settimana di tre giorni: una monotona offerta di gelato, Nutella, un po’ di sesso, alcolici, droghe e coffee to go.
Nel 1953 a Rotterdam fu inaugurata la famosa statua di Ossip Zadkine in memoria del bombardamento tedesco del 14 maggio 1940. In tempo di pace il monumento, una figura umana vuota al centro, acquista un nuovo significato se si pensa agli invivibili centri delle grandi città europee.
Anche qui si sta per raggiungere un punto critico: una città o una regione che non può gioire dell’interesse di estranei sicuri di trovarci qualcosa che merita di essere visto è una città morta, orfana. Tuttavia una città le cui parti vitali sono bloccate dai vacanzieri sarà anche “vitale”, ma diventa invivibile per i suoi stessi cittadini, che hanno a loro volta bisogno di un viaggio per scampare al caos. E siamo punto e a capo.
Massa cliccante
Ultimamente sono stato anche a Venezia (biennale, arte) e a Firenze (ancora arte), in autunno, inverno e all’inizio della primavera. Ma pur avendo ottime motivazioni per soggiornare all’estero, l’effetto rimane insostenibile. Perfino il “turismo di fascia alta”, come lo chiamano gli addetti al marketing, fa parte dello tsunami. Anche noi occidentali benestanti siamo cercatori di felicità, e a un certo punto ti ritrovi nel bel mezzo dell’interminabile fila per gli Uffizi, con i biglietti prenotati su internet dieci giorni prima su cui è indicata una “finestra di tempo”: il tuo gregge sarà fatto entrare alle 9.30 in punto. Di quadri non ne vedi. Vedi soprattutto telefoni sollevati in aria, qualcuno che vuole fare una foto migliore ti spinge. Esclami: “Ehi, le persone contano più delle foto”, ma fai parte anche tu di quella massa cliccante, che avanza a piccoli passi e cerca di andare avanti.
Nel volto stressato dell’Altro devi riconoscere il tuo: quello del turista invasore. La conseguenza è il disgusto e un sentimento di odio verso se stessi. Tutte quelle persone che si muovono per la città come bestie cieche, con i nervi a fior di pelle per il disorientamento, inebetiti perché concentrati solo sul proprio telefono, febbrili, spaesati e smarriti. Attorno a te soldati in tenuta da guerra con il mitra. Sono lì per proteggerti, perché dal 2001 il turismo vive sotto l’ombra del terrorismo. A volte durante l’hajj, il pellegrinaggio alla Mecca, centinaia di persone vengono calpestate a morte dalla folla. L’occidente non conosce nel proprio passato il dovere sacro di viaggiare. Eppure per quanto riguarda le folle calpestanti non è da meno.
Ad agosto la scienziata olandese Louise Fresco ha pubblicato sul quotidiano Nrc Handelsblad un articolo dal titolo esplicito: “Turista, resta a casa”. La sua posizione è questa: “Il turismo è un settore che non possiamo lasciar crescere senza regolamentazioni”. Come avviene, aggiungo io, per le ondate migratorie, di cui proprio come nel caso del turismo sono i più poveri a subire le conseguenze. Significa che proprio le persone come me – con un passato pieno di “esperienze di viaggio” – e non l’eternamente ordinario Altro, sono chiamate a fare il primo passo e a smetterla con questi “viaggi di piacere”, che spesso si trasformano in un incubo già all’aeroporto di partenza.
Noi, cosmopoliti di buonsenso, viaggiatori, cittadini del mondo: fermiamoci. Niente più fine settimana a 2.500 chilometri di distanza per fare acquisti nello stesso negozio di Massimo Dutti che c’è anche dietro l’angolo. “Il Rijksmuseum è online”, scrive Fresco, e anche gli Uffizi. Tutti questi spostamenti inutili dimostrano solo che non siamo contenti della nostra vita di tutti i giorni. “Devi cambiare la tua vita”, ha scritto il filosofo tedesco Peter Sloterdijk. Non si riferiva all’ambiente in cui vive qualcun altro. Basta con il turismo. A cominciare dal nostro. ◆ vf
Le foto di questeo articolo sono state scattate in Islanda, uno dei paesi dove il turismo sta crescendo più rapidamente. Nel 2016 gli arrivi sono aumentati del 39 per cento e, secondo le autorità locali, nel 2017 i visitatori totali potrebbero essere sette volte di più dei trecentomila abitanti.
Stephan Sanders è un giornalista e scrittore olandese. Lavora per De Groene Amsterdammer e ha una rubrica su Trouw e De Volkskrant.
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Questo articolo è uscito sul numero 1235 di Internazionale, a pagina 46. Compra questo numero | Abbonati