11 febbraio 2020 Le spettrali città deserte, un’ambientazione comune nei manga che leggevo da ragazzo in Giappone, sono diventate realtà in Cina, inclusa la capitale, che di solito brulica di vita. Sotto gli imponenti grattacieli di Pechino le strade sono desolatamente vuote. In metropolitana e sugli autobus praticamente non ci sono passeggeri. Anche se le attività commerciali hanno riaperto il 10 febbraio dopo le vacanze (prolungate) del capodanno lunare, nel quartiere commerciale di Guomao c’è poco viavai.
Le autorità stanno cercando con ogni mezzo di proteggere dall’epidemia la capitale, sede del Partito comunista. I bus a lunga percorrenza che collegano la città al resto del paese sono fermi e tutti i viaggi organizzati, dentro la Cina e all’estero, sono stati cancellati. È come se un muro invisibile fosse stato eretto intorno a Pechino per limitare gli spostamenti delle persone e, si spera, impedire al virus di entrare. “Questa settimana ho chiesto al personale di lavorare da casa”, spiega il dirigente di un’azienda giapponese che opera nella zona e che ha seguito l’invito delle autorità cinesi. Ieri in metropolitana c’era ancora meno gente rispetto a domenica. “Tutti sono convinti che la situazione sia peggiore rispetto all’epidemia di Sars del 2003”, spiega una donna sulla sessantina. “Nessuno vuole uscire di casa, tutti hanno paura di prendere il virus”.
Camminando per le strade vuote mi colpisce l’infinità di telecamere, che sembrano più numerose della gente per strada. Ogni tanto rilevano qualcosa ed emettono un inquietante flash. Ma i duecento milioni di occhi elettronici che sorvegliano la popolazione cinese non possono individuare il virus né tantomeno fermare la sua diffusione.
Le cose sarebbero dovute andare diversamente. Il 23 gennaio, quando il governo ha isolato la città di Wuhan, gli abitanti di Pechino erano convinti che l’emergenza fosse lontana. Alcuni importanti siti turistici come il museo del palazzo e la Grande muraglia erano stati chiusi, ma i centri commerciali erano invasi dalla consueta folla della vigilia delle vacanze di capodanno. L’atmosfera festiva è evaporata il giorno di capodanno, il 25 gennaio. Quella sera, mentre entravo in una stazione della metropolitana, sono stato fermato da due persone con una tuta protettiva bianca. Quando ho chiesto se dentro la stazione ci fossero persone infette, mi hanno risposto che stavano solo controllando la temperatura dei passeggeri per garantire la sicurezza. A quel punto le autorità avevano già installato i rilevatori termici nelle zone più trafficate di Pechino. Chiunque avesse più di 37,3 gradi veniva bloccato e mandato in ospedale. Quando sono tornato a casa, ho dovuto passare di nuovo davanti a un rilevatore messo all’ingresso del mio palazzo. Se avessi avuto la febbre non sarei potuto entrare nel mio appartamento, mi avrebbero portato in ospedale e messo in quarantena.
Perché il livello d’allarme era cresciuto così all’improvviso? Poche ore dopo ho avuto la risposta. La sera del 25 gennaio la tv statale Cctv ha trasmesso le immagini di una riunione del comitato permanente del politburo, il principale organismo decisionale del paese. Alla riunione era presente anche il presidente Xi Jinping. La voce fuoricampo ha letto una direttiva con cui Xi ordinava di rafforzare “la leadership centralizzata e unificata” del comitato centrale del partito data la “situazione grave” che il paese doveva affrontare.
Il discorso di Xi ha segnato l’inizio della “guerra del popolo” che sta impegnando i cinesi in una battaglia campale contro il virus. Le cose, in Cina, si muovono molto rapidamente quando gli ordini arrivano dal vertice. L’idea è controllare totalmente i movimenti delle persone. Il giorno dopo il traffico pedonale è diminuito drasticamente. In vari punti della città sono apparse barriere con l’avviso “accesso vietato per prevenire l’infezione”. All’ingresso di quartieri e complessi residenziali sono state messe barriere protettive e il marciapiede che uso quasi ogni giorno è diventato inaccessibile. Per ordine delle autorità i supermercati e i minimarket sono rimasti aperti. Non si registrano carenze di prodotti alimentari, e il governo ha promesso ripetutamente che garantirà “la fornitura di carne, frutta e verdura”. Ma molti negozi espongono due cartelli alla porta: “Per la vostra sicurezza e quella degli altri vi preghiamo di indossare una mascherina” e “Abbiamo finito mascherine e disinfettante”.
◆ In Cina più di 150 milioni di persone, pari a oltre il 10 per cento della popolazione, sono sottoposte a restrizioni più o meno rigide della loro libertà di movimento. I dubbi sulla necessità di misure così drastiche non mancano. Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, l’isolamento delle città cinesi ha rallentato di due o tre giorni la diffusione del nuovo coronavirus da Wuhan (epicentro dell’epidemia) al resto del paese, e di due o tre settimane quella dalla Cina al resto del mondo.
◆ Il 15 febbraio è stato arrestato Xu Zhiyong, l’accademico che aveva postato un articolo molto duro in cui chiedeva le dimissioni di Xi Jinping definendolo “incapace di gestire crisi gravi” (Internazionale 1345). Xu Zhangrun, un altro intellettuale che aveva criticato il governo dopo lo scoppio dell’epidemia, è stato messo agli arresti domiciliari e gli è stato impedito di usare internet, scrive il Guardian.
◆ Il 19 febbraio Pechino ha espulso tre corrispondenti del Wall Street Journal dopo che il quotidiano aveva pubblicato un articolo che criticava la gestione dell’emergenza e definiva la Cina il “malato d’Asia”. Pechino ha chiesto scuse ufficiali e, non avendole ottenute, ha espulso i reporter. Non succedeva dal 1998. Il giorno prima Washington aveva deciso di trattare le redazioni degli organi d’informazione statali cinesi presenti nel paese come sedi diplomatiche. Questi uffici devono quindi registrare il personale e le proprietà negli Stati Uniti.
◆ Le ricadute della crisi sull’economia cinese saranno peggiori del previsto, scrive il South China Morning Post. Solo un terzo dei 291 milioni di lavoratori è rientrato dalle province d’origine dopo la pausa festiva. La Foxconn, che assembla gli iPhone per la Apple, offre un bonus agli operai che tornano nelle fabbriche. I ritardi rischiano di fermare i settori manifatturiero e terziario, che non possono contare sul telelavoro.
◆ Il 19 febbraio centinaia di passeggeri non infetti hanno lasciato la nave da crociera ancorata a Yokohama, in Giappone. Sul caso sono scoppiate polemiche quando un immunologo, dopo una visita sulla nave, ha denunciato il caos a bordo e “misure di quarantena totalmente inadeguate”.
◆ In Cina il numero di nuovi contagi giornalieri sembra rallentare. Dall’inizio dell’epidemia, nel mondo sono stati registrati 75.284 casi confermati (dati del 19 febbraio). Di questi, 74.261 sono in Cina e più di mille sparsi in 27 altri paesi. I morti sono 2.012, tutti in Cina, tranne sei registrati tra Filippine, Taiwan, Giappone, Francia e Iran.
L’epidemia dovrebbe favorire le app di consegne a domicilio. Ma pare siano inondate di ordini, e i fattorini scarseggiano. I pochi fortunati che ricevono una consegna se la fanno lasciare lontano dalla porta, per limitare il rischio di contagio.
Diversi paesi stanno facendo rientrare i diplomatici dalla Cina. Vedo quotidianamente stranieri partire dal mio complesso residenziale, con grandi bagagli al seguito. L’esodo da Pechino continua. Ogni giorno le autorità locali modificano la mappa dei luoghi dove si registrano dei contagi. I punti rossi si moltiplicano. Le voci circolano sempre più incontrollate. All’orizzonte ancora non si vede la fine di quest’emergenza sanitaria, e la paura stringe la sua morsa sulla città. Come a indicare una tempesta imminente per il Partito comunista, i punti rossi appaiono sempre più vicini al distretto di Zhongnanhai, dove si trovano gli uffici di Xi Jinping e di altri esponenti del comitato permanente.
14 febbraio La neve continua a cadere, Pechino resta in allarme. Al momento il mio problema principale sono i pasti. Nel quartiere di Guomao solo un quinto dei ristoranti è aperto. Nel ristorante giapponese dove torno per la seconda volta in una settimana, mi controllano la temperatura e mi chiedono di lasciare nome e numero di telefono. Potrebbero servire per contattarmi nel caso qualcuno risultasse infetto. “La situazione è sempre più critica”, dico a una giovane dipendente. Lei mi sorride e risponde che siamo in un teshu shiqi, un periodo speciale. L’espressione è ormai uno slogan per i cinesi. Dopo aver completato la procedura entro nel ristorante e scopro che sono l’unico cliente. A Pechino la fine del “periodo speciale” sembra molto lontana.
18 febbraio La sessione annuale dell’Assemblea nazionale del popolo, il principale evento politico, che dovrebbe aprirsi il 5 marzo, è in dubbio. A breve le autorità decideranno se rinviare la riunione a cui parteciperebbero circa tremila delegati da tutto il paese, ora impegnati nell’emergenza. Passo davanti alla Grande sala del popolo e un poliziotto con la mascherina sta in piedi, da solo, dove di solito si fermano orde di turisti per scattare fotografie. In piazza Tiananmen vedo solo agenti della sicurezza armati. Il rinvio della sessione posticiperebbe l’inizio del calendario politico cinese. A quel punto per il presidente Xi sarebbe molto complicato gestire l’agenda politica per l’anno in corso. Quando torneranno i delegati? L’incertezza conferma la gravità della crisi. ◆ as
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Questo articolo è uscito sul numero 1346 di Internazionale, a pagina 16. Compra questo numero | Abbonati