Non è stata una visita di cortesia, ma nemmeno un incontro decisivo. Al massimo è arrivato un segnale di lieve distensione tra l’Unione europea e la Turchia. Il viaggio del presidente turco Recep Tayyip Erdoğan a Bruxelles, lunedì 9 marzo, è stato piuttosto breve e ha prodotto dichiarazioni concordate da parte di Ursula von der Leyen e Charles Michel, presidenti della Commissione e del Consiglio europeo. I risultati dell’incontro sono stati molto limitati.

Gli europei hanno fatto presente che bisogna “cercare di fare chiarezza” sull’accordo del 2015 con cui la Turchia, in cambio di sei miliardi di euro, si è impegnata a ospitare i profughi siriani in fuga dalla guerra e a impedirgli di entrare in Europa. All’alto rappresentante per la politica estera e la sicurezza Josep Borrell spetterà il compito di gestire una trattativa che secondo Ankara dovrà portare alla revisione dell’accordo.

Nei giorni precedenti Erdoğan aveva invitato i migranti a raggiungere la frontiera con la Grecia, scatenando una crisi attesa ormai da tempo. Il presidente turco pretende il sostegno dei partner occidentali contro il regime siriano a Idlib e nella gestione dei milioni di profughi entrati nel paese. Queste pressioni sono state definite inaccettabili dai leader europei, costretti però ad ammettere di non aver rispettato tutti gli impegni presi cinque anni fa. A cominciare dal fatto che buona parte del denaro promesso (1,5 miliardi di euro) non è stata ancora versata alle organizzazioni che si occupano dell’istruzione, dell’integrazione o della salute dei profughi.

La Turchia nega che Erdoğan abbia chiesto altro denaro durante la sua visita. Von der Leyen e Michel hanno risposto in modo vago. “Da parte turca ci sono molti non detti, soprattutto a proposito della difficile situazione economica del paese”, ha commentato una fonte vicina alla trattativa. Le incognite riguardano anche il comportamento di Ankara nei confronti dei migranti. Quando gli è stato chiesto se Erdoğan si è impegnato a fermare nuovamente il flusso di migranti verso la Grecia (via terra e via mare), Michel ha risposto che “l’importante è mettere in atto l’accordo del 2015”. È chiaro, dunque, che la Turchia non ha preso alcun impegno ufficiale.

Un accampamento di migranti alla frontiera tra Turchia e Grecia, 2 marzo 2020 (Bulent Kilic, Afp/Getty Images)

Per il resto i ventisette si sono accontentati di sottolineare che il dialogo è ripartito. Nessuna precisazione è arrivata in merito alla cancellazione delle barriere commerciali o alla liberalizzazione del regime dei visti, progressi che Ankara continua a ostacolare mantenendo in vigore discutibili leggi antiterrorismo e rifiutandosi di includere le informazioni biometriche nei passaporti. Poche indicazioni sono arrivate anche sul “dialogo politico a breve, medio e lungo termine” di cui si era parlato alla fine della riunione.

Gli europei hanno comunque promesso di prestare più attenzione alle preoccupazioni della Turchia sulla sua sicurezza. A Bruxelles Erdoğan ha incontrato anche il segretario generale della Nato Jens Stoltenberg, invitandolo a “mostrare solidarietà senza condizioni politiche”. Stoltenberg ha garantito che il sostegno della Nato non è in discussione, ma ha manifestato una “profonda preoccupazione” per gli ultimi eventi alla frontiera tra Grecia e Turchia. Fino all’8 marzo Erdoğan ha continuato a invitare la Grecia ad “aprire le porte” ai migranti e a “lasciarli andare” verso gli altri paesi dell’Unione. Queste parole hanno spinto il primo ministro greco Kyriakos Mitsotakis a dichiarare “morto” l’accordo del 2015. Stoltenberg non ha fatto cenno all’intervento della Turchia nel conflitto in Siria, dove all’interno dell’enclave di Idlib i turchi affrontano l’esercito siriano sostenuto dalla Russia. Nessun commento nemmeno sul fatto che Ankara ha comprato dei sistemi antimissile russi, una decisione incompatibile con le regole della Nato. Michel ha precisato che l’Unione è pronta a sostenere “tutte le soluzioni politiche” per stabilizzare la regione.

Coalizione di volontari

Resta il problema drammatico del destino dei profughi bloccati tra la Grecia e la Turchia. Mente la Commissione sostiene di “volersi occupare” dell’assistenza ai profughi, il primo ministro ungherese Viktor Orbán sottolinea che in realtà l’Unione ha seguito le sue raccomandazioni chiudendo le frontiere. Intanto il governo tedesco ha annunciato che una coalizione di paesi “volontari” vorrebbe farsi carico dei bambini migranti bloccati sulle isole greche, dove 38mila persone vivono in campi d’accoglienza sovraffollati. Francia, Portogallo, Lussemburgo e Finlandia hanno manifestato la volontà di partecipare all’operazione.

L’iniziativa annunciata da Berlino è frutto di una faticosa trattativa fra i conservatori (Cdu-Csu) e i socialdemocratici (Spd). All’interno della Cdu-Csu c’era la volontà di mostrare la massima fermezza per non dare nuovi argomenti al partito di estrema destra Alternative für Deutschland (Afd), mentre l’Spd riteneva che un’apertura umanitaria fosse indispensabile per non lasciare il monopolio dell’accoglienza ai Verdi, che avevano lanciato una petizione per chiedere di soccorrere cinquemila minori.

Alla fine il governo ha trovato un accordo sulla proposta di accogliere tra mille e 1.500 bambini “gravemente malati oppure non accompagnati, minori di quattordici anni e soprattutto di sesso femminile”. La Cdu-Csu ha insistito affinché la ripartizione di migranti avvenga all’interno di una coalizione di paesi europei “volontari”. Si tratta, evidentemente, di un modo per ridurre il numero di persone da accogliere in Germania ed evitare che Berlino sostenga per intero il peso dell’iniziativa. Per il governo tedesco è fondamentale evitare di risvegliare il ricordo della crisi migratoria del 2015, quando la cancelliera Angela Merkel fu duramente contestata per aver deciso di non chiudere le frontiere, senza interpellare i partner europei. ◆ as

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Questo articolo è uscito sul numero 1349 di Internazionale, a pagina 38. Compra questo numero | Abbonati