L’epidemia di coronavirus è penetrata nella vita quotidiana di milioni di persone in tutto il mondo e la chiusura delle scuole in Italia, la sospensione delle lezioni nella capitale dell’India e le allerte sulla possibile chiusura delle scuole negli Stati Uniti stanno aggravando lo sconvolgimento che interessa 300 milioni di studenti in tutto il mondo. Solo poche settimane fa la Cina, dov’è cominciata l’epidemia, era l’unico paese ad aver sospeso le lezioni. Ma il virus si è diffuso con una tale rapidità che all’11 marzo 34 paesi in tre continenti avevano annunciato la chiusura totale o parziale delle scuole, in modi e tempi diversi. Per le Nazioni Unite “la portata globale e la rapidità con cui si stanno diffondendo i disagi nell’istruzione non hanno precedenti”.
Al momento non vanno a scuola gli studenti di Corea del Sud, Iran, Giappone, Francia, Pakistan, Polonia, Ucraina, Spagna e altri paesi, alcuni solo per pochi giorni, altri ininterrottamente da settimane. Dal 5 marzo a tutte le scuole elementari di New Delhi, capitale dell’India, è stata imposta la chiusura per il mese di marzo. Si tratta di un provvedimento che coinvolge più di due milioni di alunni. In Italia, dov’è in corso una delle epidemie più letali fuori dalla Cina, il governo ha esteso la chiusura delle scuole fino al 3 aprile dal nord a tutto il paese.
La costa ovest degli Stati Uniti è la regione con il maggior numero di infezioni nel paese e Los Angeles, il secondo più grande distretto scolastico, il 4 marzo ha dichiarato lo stato d’emergenza, avvertendo i genitori di prepararsi per la chiusura delle scuole. Lo stato di Washington, che ha confermato almeno 19 decessi provocati dall’epidemia, ha chiuso alcune scuole, e anche a New York nuovi casi hanno portato alla chiusura di diversi istituti.
L’interruzione delle lezioni nel mondo durerà giorni, settimane o mesi, con ripercussioni incalcolabili per i bambini e, più in generale, per la società. Le scuole, infatti, forniscono struttura e sostegno a famiglie, comunità e intere economie.
Senza precedenti
“Continuano a chiedere ‘Quando possiamo andare fuori a giocare? Quando possiamo andare a scuola?’”, racconta Gao Mengxian, un’addetta alla sicurezza che vive a Hong Kong e le cui due figlie sono bloccate a casa da gennaio.
In alcuni paesi gli studenti più grandi hanno saltato la preparazione per gli esami d’ammissione all’università mentre i più piccoli rischiano di restare indietro nella lettura e nella matematica. I genitori hanno perso stipendi, hanno provato a lavorare da casa o si sono affannati a trovare servizi per l’infanzia. Alcuni hanno spostato i bambini in scuole che si trovano in aree non interessate dall’epidemia e hanno perso tappe fondamentali come le cerimonie di consegna del diploma o gli ultimi giorni di scuola. “Non mi viene in mente nessun esempio nell’epoca moderna in cui le economie avanzate hanno chiuso le scuole per un periodo di tempo prolungato”, racconta Jacob Kirkegaard, del Peterson institute for international economics di Washington.
A Hong Kong famiglie come quella di Gao faticano a mantenere una parvenza di normalità. Gao, 48 anni, ha smesso di lavorare per badare alle figlie e ha cominciato a risparmiare nelle spese di casa. Esce solo una volta alla settimana e trascorre gran parte del suo tempo ad aiutare le figlie di dieci e otto anni a seguire le lezioni online.
I governi cercano di dare una mano. Il Giappone sta offrendo contributi per aiutare le aziende a compensare i costi dei congedi chiesti dai genitori. La Francia ha promesso 14 giorni di congedo retribuito per malattia ai genitori dei bambini che devono stare in quarantena. Ma il carico di questa situazione è diffuso e tocca ambiti della società apparentemente non legati all’istruzione. In Giappone le scuole hanno cancellato gran parte delle consegne di pasti pronti, e questo colpisce agricoltori e altri fornitori. A Hong Kong un esercito di collaboratrici domestiche è rimasto senza lavoro dopo che le famiglie più ricche hanno mandato i loro figli in scuole all’estero.
Julia Bossard, 39 anni e due figli in Francia, dice di essere stata costretta a ripensare tutte le sue abitudini perché la scuola del figlio più grande è chiusa per due settimane per disinfezione. Adesso passa le giornate ad aiutare i bambini con i compiti e a setacciare i supermercati a caccia di pasta, riso e cibo in scatola, alimenti che vanno a ruba.
Personale scolastico e funzionari governativi cercano di fare lezione ai bambini e di tenerli occupati anche a casa. Il governo italiano ha creato una pagina web per fornire agli insegnanti strumenti per le videoconferenze e lezioni già pronte. In Mongolia ci sono canali tv che trasmettono lezioni. Il governo iraniano ha reso gratuiti tutti i contenuti web per l’infanzia. Gli studenti fanno addirittura educazione fisica in casa: almeno una scuola a Hong Kong chiede agli studenti di seguire un istruttore online e di ripetere gli esercizi davanti a una webcam.
Sulle spalle delle donne
La realtà offline, però, è difficile. Quando bambini e adolescenti vengono lasciati soli con i loro dispositivi, ostacoli tecnologici e inevitabili distrazioni sono ovunque.Thira Pang, 17 anni, studente delle superiori di Hong Kong, è arrivata spesso tardi a lezione perché ha una connessione internet lenta. Adesso si connette un quarto d’ora prima. “È una questione di fortuna”, dice. Seguire le lezioni da casa pone problemi ancora più grossi per gli alunni più giovani e per le persone che si prendono cura di loro, se anziane. Ruby Tan, un’insegnante di Chongqing, megalopoli cinese che ha sospeso le lezioni a febbraio, racconta che molti nonni stanno dando una mano con i nipoti, così i genitori possono andare a lavoro. Ma gli anziani non sempre sanno usare gli strumenti tecnologici. Sui social network cinesi, poi, circolano immagini di insegnanti e studenti che salgono sui tetti o vagano intorno alle case dei vicini in cerca di un wifi più potente. Una rivista cinese ha raccontato di una famiglia nella Mongolia Interna che ha imballato la sua iurta ed è emigrata in un altro punto della steppa in cerca di una connessione migliore.
Con la chiusura delle scuole le famiglie devono ripensare a come sostenersi e dividersi le responsabilità domestiche. Questa situazione pesa soprattutto sulle donne, su cui un po’ in tutto il mondo si regge ancora in larga misura la cura dei figli. Le baby-sitter scarseggiano o evitano i bambini che arrivano dalle regioni colpite dall’epidemia. Lee Seong-yeon, responsabile dell’informazione sanitaria in un ospedale di Seoul, in Corea del Sud, ha un figlio di 11 anni che non va a scuola dal 2 marzo, quando il governo ha sospeso le lezioni in tutto il paese. La Corea del Sud ha il più alto numero di casi di Covid-19 dopo la Cina e l’Italia. Lee non ha mai avuto la possibilità di lavorare da casa: lei e il marito, anche lui dipendente dell’ospedale, in questo periodo sono più oberati che mai. Perciò il figlio sta tutto il giorno da solo e mangia salsicce e kimchi fritto preparato la mattina dalla madre. “Se mio figlio fosse stato più piccolo probabilmente avrei dovuto lasciare il lavoro”, dice la signora Lee. Teme comunque che la sua carriera ne risentirà. “Cerco di smettere di lavorare alle sei in punto, anche quando i colleghi sono ancora alle loro scrivanie, e corro a casa per preparare la cena”, dice.
Per madri che hanno poche forme di assistenza su cui contare, le scelte sono ancora più limitate. Ad Atene, Anastasia Moschos, una broker assicurativa di 47 anni, si dice fortunata. Quando la scuola del figlio di sei anni ha chiuso per una settimana, lei ha lasciato il bambino con il padre, che era andato a trovarli. Se però le scuole dovessero restare ancora chiuse, potrebbe avere difficoltà a trovare un aiuto. “Si dà per scontato che tutti abbiano qualcuno che dà una mano”, dice. “Ma io sono una madre single e non ho nessuno”.
Anche le donne che hanno potuto lasciare le aree colpite dall’epidemia hanno difficoltà a trovare chi le aiuti con i bambini. Cristina Tagliabue, imprenditrice che lavora nel campo della comunicazione a Milano, si è trasferita con il figlio di due anni a Roma, dove ha una seconda casa. Tuttavia, racconta, il figlio non è stato accettato in nessun asilo nido perché gli altri genitori non lo vogliono. La chiusura delle scuole in Italia, che include anche i servizi per la primissima infanzia, sta creando problemi ai genitori di tutto il paese. Tagliabue ha dovuto rifiutare diverse proposte di lavoro perché non è in grado di lavorare da casa senza l’aiuto di una baby-sitter.
L’epidemia ha sconvolto interi settori legati a una realtà in cui gli studenti vanno a scuola e i genitori al lavoro. I presidi in Giappone, sorpresi dall’improvvisa decisione di chiudere le scuole, si sono affrettati a cancellare gli ordini di pasti pronti per le mense, così i fornitori si sono ritrovati con prodotti e dipendenti non necessari. Kazuo Tanaka, vicedirettore del centro per i pasti scolastici di Yachimata, nel Giappone centrale, spiega che per ogni mese di chiusura perderà circa 170mila euro.
“I panifici sono in grande difficoltà”, dice Yuzo Kojima, segretario generale dell’Associazione nazionale per la ristorazione scolastica. “I produttori caseari e gli agricoltori saranno particolarmente colpiti”. Per mitigare gli effetti di questa situazione, il governo giapponese offrirà aiuti finanziari ai genitori, alle piccole imprese e agli operatori sanitari. Ma i responsabili del settore delle mense scolastiche dicono di non aver sentito parlare di aiuti per i loro dipendenti.
A Hong Kong la richiesta di baby-sitter era già calata di un terzo quando l’epidemia è scoppiata perché molte aziende avevano permesso ai loro dipendenti di lavorare da casa, spiega Felix Choi, direttore dell’agenzia Babysitter.hk. Adesso molte famiglie straniere hanno lasciato la città anche prima che le scuole chiudessero. “Più del 30 per cento della nostra clientela è formata da famiglie occidentali e per il momento non prevedo che torneranno a Hong Kong”, dice Choi. “Molte dicono che torneranno solo quando riapriranno le scuole”. ◆ gim
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Questo articolo è uscito sul numero 1349 di Internazionale, a pagina 16. Compra questo numero | Abbonati