A mezzogiorno del 13 febbraio 1788, una folla immensa si radunò davanti al parlamento di Londra per assistere all’ingresso dei componenti della camera dei lord nella Westminster hall. Stavano per accusare formalmente l’uomo che, di fatto, aveva amministrato gran parte dell’India come governatore generale del Bengala per conto della Compagnia delle Indie orientali. In quel momento lo stato britannico decise finalmente di mostrare i muscoli contro il più potente oligarca della sua epoca, l’Elon Musk della Londra del settecento.

Oltre ai circa 170 lord presenti, nella sala si trovavano giudici, avvocati e numerosi membri della camera dei comuni. Secondo un celebre resoconto dell’apertura del procedimento, la regina era “vestita di raso color fulvo, l’acconciatura semplice, con una sottilissima fila di diamanti”, e aveva preso posto tra il pubblico insieme a tre dei suoi figli. Edward Thurlow, che presiedeva il dibattimento, ne colse l’essenza con una frase che resta valida: “Le imprese commerciali”, dichiarò, “non hanno corpi da punire né anime da condannare. Dunque, fanno ciò che vogliono”.

Ancora oggi continuiamo a dire che furono i britannici a conquistare l’India. In realtà, la conquista del subcontinente indiano tra il 1756 e il 1803 non fu opera di uno stato-nazione, ma di una impresa privata: la Compagnia delle Indie orientali, che aveva sede in un piccolo ufficio di Londra e rispondeva solo ai suoi azionisti.

Se all’inizio il suo obiettivo era commerciare spezie e poi esportare i tessuti indiani, la compagnia era autorizzata dal suo statuto a fondare e amministrare colonie e a condurre operazioni militari. Fin dal suo viaggio inaugurale del 1601 aveva usato la violenza per portare avanti gli affari e accrescere i profitti. Nel 1788 non era solo la più grande impresa commerciale britannica e il primo datore di lavoro del paese: era l’azienda che aveva conquistato l’impero più ricco del mondo, l’India moghul, che con le sue ricchezze avrebbe contribuito a spingere la Gran Bretagna verso la rivoluzione industriale.

Come in buona parte della storia imperiale, qui commercio, colonizzazione e bruta forza economica andavano a braccetto. Come scrisse Tolstoj in una lettera poi pubblicata da Gandhi, “una compagnia commerciale ha ridotto in schiavitù una nazione di duecento milioni di persone”. Tutto questo faceva della Compagnia delle Indie orientali l’impresa privata più potente della storia. Almeno fino a oggi. Nell’ultimo decennio, infatti, anche le grandi aziende tecnologiche hanno cominciato a somigliare a stati sovrani e, per molti versi, sono diventate potenti quanto la Compagnia delle Indie nel suo momento di massimo splendore.

La Nvidia, un’azienda che produce microprocessori e ha circa 42mila dipendenti, vale più di cinquemila miliardi di dollari, circa quanto il prodotto interno lordo della Germania, la terza economia mondiale, con una popolazione di 84 milioni di abitanti. Solo gli Stati Uniti e la Cina hanno un pil superiore alla sua capi­talizzazione di mercato. La Apple vale più del pil annuale del Regno Unito, la Alphabet più di quello della Francia.

Il modo in cui queste aziende controllano snodi globali fondamentali ricorda da vicino il potere politico ed economico esercitato dalla Compagnia delle Indie orientali e dalle sue omologhe europee al culmine della loro potenza. Proprio come la Compagnia olandese delle Indie orientali, che intorno al 1710 dominava circa il 72 per cento del traffico marittimo del capo di Buona Speranza, e come la Compagnia britannica delle Indie orientali, che nel 1820 controllava quasi tre quarti del tonnellaggio trasportato tra Europa e Asia, la quota della SpaceX di satelliti artificiali mandati in orbita è passata da meno del 10 per cento nel 2014 a circa il 75 per cento lo scorso anno. L’azienda ha lanciato in orbita più di diecimila satelliti, quasi due su tre dei veicoli spaziali attivi che circondano il pianeta.

Come dimostra la storia della Compagnia delle Indie orientali, può arrivare un momento in cui un’azienda smette di essere solo un’impresa commerciale e comincia ad appropriarsi di funzioni e poteri tipicamente associati a uno stato-nazione. È vero: i giganti tecnologici di oggi non hanno eserciti permanenti né territori. Eppure, proprio come la Compagnia delle Indie, sono sempre più integrati con le forze armate dei loro paesi e influenzano gli eventi sul campo di battaglia, com’è successo in particolare in Ucraina.

La Compagnia delle Indie orientali finanziava la politica per acquistare potere all’interno dell’assemblea legislativa più influente del suo tempo. Oggi i colossi tecnologici si muovono nella stessa direzione. Elon Musk, dopo aver speso milioni di dollari per contribuire all’elezione di Donald Trump, si è arrogato poteri riservati tradizionalmente al congresso durante il periodo in cui ha guidato il cosiddetto dipartimento per l’efficienza governativa.

Le grandi aziende tecnologiche hanno acquisito un potere di cui solo ora cominciamo a renderci conto. La storia può aiutarci a capire sia i pericoli che abbiamo davanti sia le strade che una democrazia può ancora imboccare per trovare una via d’uscita.

Il Regno Unito impiegò decenni per imbrigliare la Compagnia delle Indie orientali e assumere il controllo diretto di questo gioiello della corona imperiale. Il primo passo fu il tentativo di accusare formalmente il suo governatore generale in India, Warren Hastings. Come osservava il viceré e ministro degli esteri George Curzon, “finché la Gran Bretagna governerà l’India” (cioè finché lo stato manterrà il controllo diretto sulla fonte della sua ricchezza) “sarà la più grande potenza del mondo”.

La domanda oggi è: gli Stati Uniti hanno la volontà e la capacità di limitare il potere delle aziende tecnologiche, oppure questi giganti finiranno per operare sempre più senza vincoli né confini, proprio come a suo tempo la Compagnia delle Indie orientali?

Le grandi aziende tecnologiche cominciano a somigliare a stati sovrani e oggi sono potenti quanto la Compagnia delle Indie nel suo momento di massimo splendore

La compagnia era nata a Londra nel 1600, con il monopolio su tutto il commercio britannico a est del capo di Buona Speranza. Verso la metà del settecento aveva cominciato a conquistare vaste porzioni delle province più prospere dell’impero moghul, che comprendeva gran parte dell’attuale India, tutto il Pakistan e il Bangladesh e metà dell’Afghanistan. In breve era diventata una potenza globale, invertendo quasi da sola il saldo commerciale che, fin dai tempi di Roma, aveva provocato un deflusso costante di metalli preziosi dall’occidente verso oriente: ora il denaro scorreva verso Londra, arricchendone il governo e la nazione.

Dopo il 1780, aveva cominciato a trasportare oppio a est, in Cina, e le sue truppe parteciparono alle guerre dell’oppio per impadronirsi di una base al largo di Hong Kong. Ben presto la compagnia diventò il più grande cartello della droga della storia; dopo il 1860, circa un sesto delle entrate dell’India britannica proveniva dagli stupefacenti, una delle principali fonti di gettito dopo l’imposta fondiaria.

Alla fine del settecento, la compagnia aveva creato un’amministrazione vasta e articolata in India e aveva costruito buona parte dei quartieri portuali di Londra. Le sue spese annuali in Gran Bretagna – circa 8,5 milioni di sterline – equivalevano a circa un quarto dell’intera spesa del governo britannico. In India riscuoteva le imposte, batteva moneta, amministrava la giustizia, aveva i suoi tribunali e un servizio diplomatico separato, issava la propria bandiera, negoziava trattati e muoveva guerra a stati sovrani, con il solo obiettivo di aumentare i dividendi. Un’impresa mercantile nata commerciando spezie si era trasformata in una superpotenza coloniale.

La Compagnia delle Indie orientali aveva sede a Leadenhall street, a Londra. Per buona parte del settecento fu gestita da appena 35 persone in un edificio con cinque finestre. Eppure, in India possedeva un esercito privato che nel 1803 contava circa duecentomila uomini, circa il doppio di quello regolare britannico. Le sue azioni erano un pilastro delle finanze pubbliche, e la sua redditività e solvibilità erano questioni di stato.

Il parlamentare e filosofo Edmund Burke, artefice dell’accusa a Hastings, inquadrò il problema con assoluta chiarezza: la compagnia era “uno stato travestito da mercante”, disse. “La sua costituzione è cominciata nel commercio ed è finita nell’impero”.

Si pensa spesso che l’interesse principale della Compagnia delle Indie orientali fosse la conquista dell’India, ma in realtà i suoi obiettivi erano sempre stati due: il territorio dove conduceva i suoi affari e il paese di origine.

I suoi avvocati, i suoi lobbisti e i suoi azionisti seduti in parlamento lavorarono con pazienza e abilità per sfruttare la sua enorme potenza economica e influenzare la legge fino a sovvertirla. Nel 1693 si scoprì che la compagnia utilizzava le sue azioni per comprare influenza presso ministri e parlamentari di spicco. L’indagine che seguì, il primo scandalo di lobbying aziendale della storia, dichiarò la Compagnia delle Indie colpevole di corruzione e abuso d’informazioni privilegiate.

Dopo la compagnia adottò una strategia più accorta e cominciò a sostenere candidati allineati alle sue posizioni. Si può dire che abbia inventato il lobbying aziendale, quell’alchimia per cui gli interessi di un’impresa finiscono quasi magicamente per diventare politiche pubbliche. Circa un parlamentare su venti faceva parte del consiglio della Compagnia delle Indie e più di un quinto dei suoi direttori conquistò un posto in parlamento almeno una volta; circa il 40 per cento dei parlamentari erano azionisti della compagnia.

Solo nella prima metà del 2025 le grandi aziende tecnologiche hanno speso 36 milioni di dollari in attività di lobbying federale negli Stati Uniti: in proporzione hanno circa un lobbista ogni due parlamentari del congresso; la Meta, secondo l’organizzazione non profit Issue One, ne ha uno ogni sei. Le aziende tecnologiche e i loro dirigenti – escludendo il settore delle criptovalute – hanno contribuito con 35 milioni di dollari al fondo inaugurale da 239 milioni di dollari del presidente Trump; solo Elon Musk ha speso 290 milioni per le elezioni del 2024 ed è stato ricompensato con un incarico di grande peso nel governo. I benefici non si sono fatti attendere: un ordine esecutivo che limita la regolamentazione statale dell’intelligenza artificiale ed esenzioni dai dazi sulle importazioni, in cambio della promessa d’investire nel paese. David Sacks, imprenditore contrario alla regolamentazione dell’intelligenza artificiale, è stato nominato consulente speciale per l’ia dell’amministrazione Trump.

Nel 2019, alla fine di Anarchia, l’ultimo dei miei quattro libri sulla Compagnia delle Indie, scrivevo che le aziende di oggi, per fortuna, non hanno eserciti privati. Walmart “non annovera tra i suoi asset una flotta di sottomarini nucleari; Facebook o la Shell non possiedono reggimenti di fanteria”, osservavo. Oggi quella frase sembra già un pezzo di storia, la fine di un’epoca più innocente.

Gabriella Giandelli

Anche se le aziende tecnologiche non hanno eserciti permanenti da duecentomila uomini, possono contare su altre forme di risorse militari. In Ucraina, dopo che nel 2022 gli attacchi russi avevano distrutto le reti di comunicazione terrestri, la Starlink di Musk è diventata l’infrastruttura tecnologica portante dello sforzo bellico ucraino: permetteva di coordinare i droni, l’artiglieria e i collegamenti sul campo. L’allora ministro della trasformazione digitale Mychajlo Fedorov (che poi è stato ministro della difesa) l’aveva definita “il sangue” dell’infrastruttura di comunicazione del paese.

Per Kiev è stata una catastrofe quando Musk si è rifiutato di attivare la copertura della Starlink vicino alla Crimea occupata dai russi nel 2022, vanificando un’operazione con i droni navali perché secondo lui avrebbe rischiato di portare a un’escalation. In diversi momenti, la SpaceX ha continuato a limitare gli usi militari della rete seguendo i capricci di Musk.

In altre parole, scelte che riguardano la guerra e la pace oggi vengono prese da un imprenditore secondo il suo giudizio personale, proprio come un tempo il consiglio dei direttori della Compagnia delle Indie decideva da Leadenhall street se il nawab del Bengala o l’imperatore moghul dovevano essere combattuti, appoggiati o corrotti. Almeno, però, quando quel consiglio prendeva decisioni del genere aveva alle spalle la carta reale e la corona. Musk risponde solo al valore del titolo sul mercato e alle sue convinzioni.

Nel giugno 2025 l’esercito statunitense ha conferito il grado di tenente colonnello ai direttori tecnologici della Palantir e della Meta e al capo divisione di prodotto della OpenAi. Ai suoi tempi, la Compagnia delle Indie riempiva il parlamento di ufficiali in pensione e grandi azionisti. Oggi i dirigenti delle aziende tecnologiche sono proiettati al centro del potere federale, il che in un certo senso li mette un passo avanti rispetto ai loro omologhi del settecento: quelli almeno dovevano pagarsi l’ingresso in parlamento comprando un seggio in uno dei collegi elettorali che controllavano.

Nata come un’impresa commerciale, nel giro di un secolo la Compagnia delle Indie diventò una delle potenze militari più influenti del pianeta. La Silicon valley sta seguendo la stessa traiettoria, ma a passi da gigante. La Palantir – che deve più del 40 per cento dei suoi ricavi al governo statunitense e oggi vale più di qualsiasi produttore di armamenti tradizionale – ha un contratto da 1,3 miliardi di dollari per il programma di puntamento ia del Pentagono. Nel gennaio 2024 ha firmato un accordo strategico con il ministero della difesa israeliano per fornire tecnologia a supporto di missioni belliche.

Ad agosto è circolato un video in cui Safra Catz, vicepresidente esecutiva della Oracle, si vantava di dare a Israele “una tecnologia veramente spaventosa”. Nel filmato racconta orgogliosa di quando è uscita dal quartier generale dell’esercito israeliano (Idf) mentre cinque dei suoi dipendenti stavano entrando in uniforme.

Google e Amazon hanno un contratto da 1,2 miliardi di dollari per fornire servizi di cloud e ia al governo israeliano, compresi il ministero della difesa e l’Idf. Il Pentagono ha assegnato fino a duecento milioni di dollari ciascuno a OpenAi, Anthropic, Google e xAI. La OpenAi ha aperto alla collaborazione con il settore militare. Google si è rimangiata la promessa di non sviluppare sistemi d’ia destinati ad armi o sorveglianza.

Allora come oggi, non c’è dubbio che le grandi aziende possano arricchire lo stato. Il problema è che possono anche trascinarlo a fondo, ed è in quel momento che gli interessi dello stato e quelli delle aziende cominciano a divergere.

Nell’estate del 1772 la più grande impresa commerciale del mondo era rimasta senza soldi: la Compagnia delle Indie aveva conquistato il Bengala, ma la missione era stata rovinosa; una carestia, aggravata da una gestione negligente, aveva sterminato un quinto della popolazione della provincia e le azioni della compagnia erano crollate.

L’8 giugno, un banchiere scozzese di nome Alexander Fordyce, che aveva speculato pesantemente sulle azioni della compagnia, sparì dal suo ufficio lasciando debiti per 550mila sterline. Poco dopo la sua banca dichiarò bancarotta, seguita la settimana successiva da un’altra, innescando una crisi finanziaria che dalla Gran Bretagna si estese al resto dell’Europa. In autunno, i direttori della compagnia chiesero un salvataggio.

Gabriella Giandelli

Il parlamento la salvò perché non aveva alternative. Come la Lehman Brothers nel 2008, era troppo grande per fallire. Le sue azioni erano un pilastro del credito pubblico britannico e quattro parlamentari su dieci della camera dei comuni erano suoi azionisti. Nel 1773 lo stato anticipò alla compagnia 1,4 milioni di sterline e, cercando un modo per aiutarla, puntò sul tè invenduto accumulato nei magazzini di Londra. Il Tea act permetteva alla compagnia di spedire il tè direttamente in America, tagliando fuori i mercanti coloniali che fino ad allora avevano gestito il commercio.

La legge, pensata per risolvere il problema di scorte di una singola azienda, costò alla Gran Bretagna tredici colonie: nel dicembre 1773, a Boston, un gruppo di coloni gettò il carico di tè nel porto. Uno dei timori principali dei patrioti prima della rivoluzione americana, infatti, era che il parlamento decidesse di dare mano libera alla Compagnia delle Indie anche oltreoceano, lasciandola razziare come aveva fatto in India. Quella “compagnia quasi in bancarotta”, impegnata a infliggere “barbarie, estorsioni e monopoli inauditi” nel Bengala, ora aveva “messo gli occhi sull’America come un nuovo teatro in cui esercitare i suoi talenti di rapina, oppressione e crudeltà”, scriveva John Dickinson. Nel giro di tre anni, le colonie americane avrebbero dichiarato l’indipendenza.

È così che tra un’impresa e lo stato si passa da un rapporto d’affari a un rapporto di simbiosi: l’azienda diventa troppo grande e lo stato si ritrova a legiferare a suo favore. Alla fine, il conto lo paga il paese, anziché gli azionisti. Il governo di Londra non aveva certo in mente di perdere l’America: voleva solo evitare che la Compagnia delle Indie fallisse. Le conseguenze furono disastrose per la Gran Bretagna e ne indebolirono notevolmente la potenza.

Tutto questo solleva la domanda di come limitare oggi le grandi aziende. A un certo punto lo stato britannico capì che doveva reagire: la Compagnia delle Indie stava diventando tanto potente da mettere in difficoltà stati interi, influenzandone non solo l’economia ma anche la capacità militare.

Edmund Burke passò sette anni in parlamento tentando d’incriminare Hastings, senza riuscirci. Ci vollero altri 63 anni – e la più grande rivolta anticoloniale dell’ottocento, con centinaia di migliaia di morti – perché Londra capisse che solo un intervento legislativo forte poteva arginare il potere della compagnia.

Nel 1857, la gestione miope e arrogante della Compagnia delle Indie fece scoppiare una sanguinosa rivolta, ricordata nel Regno Unito come l’ammutinamento indiano, e in India come la prima guerra d’indipendenza. A quel punto lo stato vittoriano, ormai consapevole dei rischi legati all’avidità e agli interessi dei privati, decise d’intervenire: varò una serie di leggi che di fatto smantellarono la compagnia e trasferirono le sue funzioni al servizio civile imperiale.

La flotta della Compagnia delle Indie fu sciolta e il suo esercito passò alla corona. Nel 1858 il governatore generale annunciò che i suoi possedimenti indiani sarebbero stati nazionalizzati e trasferiti sotto il controllo diretto della monarchia: da quel momento non sarebbero stati più i direttori della compagnia a governare l’India, ma la corona britannica. La compagnia sopravvisse ancora per quindici anni in questa forma ormai amputata, fino alla scadenza del suo statuto e alla sua chiusura definitiva nel 1874, “con meno clamore di un fallimento ferroviario regionale”, osservò un commentatore.

Lo smantellamento non solo mise fine a un monopolio sui traffici con l’oriente: permise anche a Londra di prendere in mano la sua colonia più ricca, con enormi vantaggi per lo stato (ma non per l’India, il cui sfruttamento economico al servizio degli interessi britannici rimase sostanzialmente invariato).

Negli ultimi tempi la Cina, riscoprendo il suo tradizionale approccio comunista, ha adottato un approccio simile con le sue imprese più grandi. Dieci anni fa molti consideravano Alibaba e Tencent i futuri dominatori del mercato globale. Oggi l’economia cinese potrà anche superare quella statunitense ma le sue aziende no, perché così ha deciso Xi Jinping. Nell’ottobre 2020 Jack Ma, cofondatore di Alibaba, ha attaccato i regolatori finanziari cinesi accusandoli di avere una “mentalità da banco dei pegni”. La risposta dello stato non si è fatta attendere: l’operazione di collocamento da più di 310 miliardi di dollari della Ant Group di Ma (che l’avrebbe resa la più grande della storia) è stata annullata due giorni prima dell’avvio delle contrattazioni.

Da lì è partita la più grande stretta regolatoria della storia dell’economia cinese. Alibaba è stata multata per 2,75 miliardi di dollari, la Ant ha subìto una ristrutturazione forzata e il governo ha lanciato una serie di campagne contro interi settori dell’economia. Jack Ma, la vittima più illustre del giro di vite, è sparito quasi completamente dalla scena pubblica, rispuntando solo nel febbraio 2025 per stringere la mano a Xi Jinping durante un simposio televisivo d’imprenditori “richiamati all’ordine”. Mentre la Starlink è l’azienda di un solo uomo, le concorrenti cinesi sono la Guowang, gestita da un’impresa statale che risponde direttamente a Pechino, e la Qianfan, sostenuta da Shanghai. Insieme, le due aziende prevedono di mettere in orbita più di 27mila satelliti.

Un episodio recente dimostra che Washington ha ancora la frusta, quando decide di agire con fermezza. La Anthropic è l’azienda d’ia più coinvolta nei progetti riservati del governo, ma si è autoimposta due limiti: niente sorveglianza di massa sui cittadini statunitensi e niente armi completamente autonome. Lo scorso inverno, il Pentagono le ha ordinato di rendere i suoi modelli utilizzabili “per tutti gli scopi leciti”. La Anthropic ha rifiutato. Il presidente Trump ha quindi disposto che tutte le agenzie federali smettessero di usare la sua tecnologia, e il dipartimento della difesa ha bollato l’azienda come un “rischio per la catena di approvvigionamento”: in altre parole, una minaccia alla sicurezza nazionale, una definizione mai usata pubblicamente per un’impresa statunitense (la Anthropic ha fatto causa al Pentagono; il contenzioso è tuttora in corso).

I direttori della Compagnia delle Indie orientali si trovarono davanti a una situazione analoga nel 1773, quando il parlamento approvò il Regulating act, un primo tentativo di controllo statale. In quel caso, Westminster era intervenuta per porre un limite all’uso della forza da parte di un’impresa privata. L’amministrazione Trump, al contrario, è intervenuta per rimuovere le restrizioni che un’impresa privata si è autoimposta proprio sull’uso della forza.

Cominciano a intravedersi le prime avvisaglie di resistenza popolare. Come gli eccessi della Compagnia delle Indie orientali finirono per provocare una reazione non solo in parlamento ma in tutto il paese, così anche negli Stati Uniti sta prendendo forma un’ostilità diffusa – e sorprendentemente trasversale – nei confronti dei colossi della tecnologia.

Secondo l’istituto Gallup, quasi quattro statunitensi su dieci pensano che l’ia faccia più male che bene – un netto rialzo rispetto all’anno precedente – e quasi otto su dieci sono convinti che ridurrà il numero di posti di lavoro negli Stati Uniti. La rabbia ha trovato il suo bersaglio più tangibile nei data center, la materializzazione fisica del boom dell’ia. Nei primi tre mesi del 2026, le proteste organizzate a livello locale hanno bloccato o rallentato 75 grandi progetti, per un valore complessivo di circa 130 miliardi di dollari. E lo stesso sondaggio Gallup ha rilevato che più di sette elettori su dieci, sia democratici sia repubblicani, non vogliono queste strutture vicino a casa.

Il senatore Bernie Sanders e la deputata Alexandria Ocasio-Cortez hanno chiesto una moratoria nazionale sui nuovi data center. Gli studenti hanno fischiato i dirigenti dell’ia durante le cerimonie di laurea. E l’aumento delle bollette – spinto anche dall’enorme fame di energia delle aziende tecnologiche – ha contribuito a portare i democratici alla vittoria in Virginia, in Georgia e in New Jersey. Proprio questa settimana, la Meta ha chiuso un contenzioso con 47 stati, il District of Columbia e diversi territori statunitensi, accettando di pagare fino a 17,1 miliardi di dollari di sanzioni e d’introdurre cambiamenti sostanziali nel funzionamento delle sue piattaforme.

Che tutto questo possa davvero tradursi in una legge capace di tenere a freno le grandi aziende tecnologiche come è successo a suo tempo con la Compagnia delle Indie resta da vedere, soprattutto quando alla presidenza c’è un magnate che tratta gli affari di famiglia e quelli del paese come se fossero una cosa sola. Il caso britannico non riguarda solo le atrocità che una corporation può commettere all’estero. Riguarda anche il modo in cui quel potere finisce per deformare la politica e le istituzioni in patria. Proprio come allora, i colossi di oggi usano denaro, lobbying e relazioni che contano per piegare politica ed economia ai loro interessi, e nel frattempo assumono sempre più la funzione di attori statali. Burke lo aveva capito già dopo il 1780: non lo preoccupavano tanto gli abusi della compagnia in Bengala, quanto l’influenza che il suo potere economico avrebbe avuto in Gran Bretagna.

La storia dimostra che quando un’azienda comincia ad acquisire le prerogative di uno stato – entrate fiscali, tribunali, trattati, la capacità di fare la guerra e la pace – la sua metamorfosi può danneggiare il paese d’origine almeno quanto i territori che sfrutta. L’attività di lobbying corrompe il parlamento. Le casse dello stato sono prese in ostaggio, perché la solvibilità dell’azienda diventa un interesse pubblico. La politica estera si riduce a un’appendice del bilancio aziendale. E una volta superata quella soglia, tornare indietro è incredibilmente difficile. La finestra in cui si può ancora rimediare si chiude in fretta.

Gli stati possono tenere a freno le imprese private. Lo dimostra la parabola della potentissima Compagnia delle Indie, e lo dimostrano anche le recenti prove di forza di Pechino. Ma il primo caso racconta quanto è difficile: per riprendere il controllo della compagnia, ci vollero 85 anni di attività parlamentare, tre interventi legislativi, una carestia, una bancarotta e la più sanguinosa rivolta coloniale del secolo. E quando finalmente successe, i danni in India erano già irreparabili.

Gli strumenti esistono ancora. Manca il coraggio politico di usarli. ◆ fas

William Dalrymple è uno storico britannico. Il suo ultimo libro pubblicato in Italia è Anarchia (Adelphi 2022), che si occupa dell’ascesa della Compagnia delle Indie orientali. Questo articolo è uscito sul New York Times con il titolo “What it took to dismantle the most powerful company in the world”.

è uno storico britannico. Il suo ultimo libro pubblicato in Italia è Anarchia (Adelphi 2022), che si occupa dell’ascesa della Compagnia delle Indie orientali. Questo articolo è uscito sul New York Times con il titolo “What it took to dismantle the most powerful company in the world”.

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Questo articolo è uscito sul numero 1687 di Internazionale, a pagina 88. Compra questo numero | Abbonati