La bodycam appesa in cima all’asta della flebo era lì per controllare ogni minimo movimento di Yang Guoliang, steso in un letto d’ospedale sanguinante e paralizzato dopo essere stato pestato a colpi di mattone dalla polizia. La sorveglianza non era una novità per la famiglia Yang, originaria di una zona rurale della Cina e ormai intrappolata in un’intricata rete di sorveglianza costruita con tecnologie statunitensi per spiare i loro movimenti: i biglietti ferroviari, le prenotazioni negli alberghi, gli acquisti, i messaggi e le telefonate, tutto viene trasmesso alle autorità.

La loro casa è circondata da una quindicina di telecamere. Negli ultimi anni hanno tentato venti volte di andare a Pechino, ma ogni volta, spesso ancor prima di partire, sono stati fermati e catturati da uomini a volto coperto. Nel 2024 la moglie e la figlia minore di Yang sono state arrestate e ora sono sotto processo con l’accusa di aver ostacolato il lavoro dello stato cinese, un reato che può costare anche dieci anni di detenzione. Gli Yang però dicono di non essere dei criminali. Sono semplici agricoltori che supplicano Pechino di impedire ai funzionari locali di confiscare il loro terreno di circa mezzo ettaro nella provincia del Jiangsu, nella Cina orientale.

“Ogni mio movimento in casa è monitorato”, dice Yang, seduto dietro una tenda nera che lo protegge dalla luce abbagliante dei fari della polizia puntati contro la sua casa. “Questa sorveglianza mi fa sentire minacciato, sempre e ovunque”. Come la famiglia Yang, in tutta la Cina decine di migliaia di persone classificate come sovversive sono intrappolate in una gabbia digitale dal più grande apparato di sorveglianza tecnologica al mondo, che gli impedisce di uscire dalla loro provincia e a volte anche di casa. La maggior parte di queste tecnologie proviene da aziende di un paese che si è sempre dichiarato un difensore delle libertà in tutto il mondo: gli Stati Uniti.

Affari d’oro

Quest’inchiesta rivela che nell’ultimo quarto di secolo le aziende tecnologiche statunitensi hanno aiutato in modo rilevante a progettare e costruire lo stato di sorveglianza cinese, contribuendo alle sue violazioni dei diritti umani più di quanto creduto finora. Hanno venduto tecnologie per miliardi di dollari alla polizia, alle autorità statali e alle aziende di sorveglianza cinesi, nonostante i ripetuti avvertimenti del congresso statunitense e dei mezzi d’informazione sull’uso di questi strumenti per reprimere il dissenso e perseguitare comunità religiose e minoranze. Soprattutto, va ricordato che le tecnologie di sorveglianza statunitensi hanno reso possibile una brutale campagna di detenzione di massa nella regione dello Xinjiang, dove quasi l’intera popolazione uigura è stata presa di mira, monitorata e schedata con l’obiettivo di assoggettarla e assimilarla forzatamente.

Sono state infatti le aziende statunitensi a portare in Cina i sistemi di “polizia predittiva”, cioè quell’insieme di tecnologie che assorbono e analizzano dati per “prevenire” crimini, proteste e attentati terroristici. Questi sistemi attingono a immense quantità di informazioni (messaggi, telefonate, pagamenti, voli, video, test del dna, consegne postali, internet, perfino dati sulle utenze idriche ed elettriche) per scovare individui ritenuti sospetti e prevedere il loro comportamento, ma consentono anche alla polizia cinese di minacciare amici e familiari e arrestare persone per reati che non hanno nemmeno commesso.

Per esempio, basandosi su migliaia di pagine di documenti governativi riservati ottenuti da un informatore, verificati dall’Associated Press e qui rivelati per la prima volta, abbiamo scoperto che la Huadi, azienda cinese del settore della difesa, ha lavorato con la statunitense Ibm per progettare il principale sistema di sorveglianza del paese, noto come “scudo d’oro”, ideato per consentire a Pechino di censurare internet e contrastare i presunti terroristi, il movimento religioso Falun Gong e perfino i contadini ritenuti sovversivi. L’Ibm e altre aziende sostengono di aver rispettato alla lettera tutte le normative, le sanzioni e i controlli sulle esportazioni passati e presenti imposti a chi fa affari con Pechino.

Un passante in un vicolo di Pechino illuminato da una telecamera di sorveglianza, 9 ottobre 2025 (Ng Han Guan, Ap/Lapresse)

Lista nera

In tutta la Cina i sistemi di sorveglianza monitorano le persone inserite in una lista nera, i cui movimenti sono limitati e registrati. Nello Xinjiang i funzionari hanno schedato le persone su una scala di rischio (alto, medio o basso) con un punteggio che può andare da zero a cento: portare la barba lunga, avere un’età compresa tra i 15 e i 55 anni o il semplice fatto di essere uiguro sono fattori che corrispondono a una presunta maggiore pericolosità. Alcune aziende tecnologiche nelle loro campagne pubblicitarie menzionavano espressamente il fattore etnico. Dal suo account ufficiale su WeChat, nel 2019 la Dell promuoveva, insieme a un’azienda di sorveglianza cinese, un laptop “di tipo militare” basato sull’intelligenza artificiale con una funzione di “riconoscimento razziale”. Prima che li contattassimo nell’agosto 2025, anche sul sito del gigante delle biotecnologie Thermo Fisher scientific compariva una pubblicità di kit per il test del dna rivolta alla polizia cinese, in cui si specificava che il prodotto era “studiato” per la popolazione cinese, “comprese le minoranze etniche come uiguri e tibetani”.

Se da un lato l’acquisto consistente di tecnologie statunitensi si è considerevolmente ridotto a partire dal 2019 per l’indignazione provocata dalle atrocità nello Xinjiang e le sanzioni che ne sono seguite, quei sistemi hanno comunque gettato le fondamenta per l’apparato di sorveglianza di Pechino, che poi sono state consolidate e in parte anche rimpiazzate dalle aziende cinesi. Ancora oggi l’uso a cui potrebbero essere destinate le tecnologie vendute alla Cina continua a preoccupare. Alla fine del luglio 2025, per esempio, venti ex funzionari ed esperti di sicurezza nazionale statunitensi hanno pubblicato una lettera criticando l’accordo siglato dalla Nvidia per la vendita alla Cina di chip H20 usati nei sistemi d’intelligenza artificiale, di cui Washington ha incassato il 15 per cento. Gli autori della lettera sostenevano che, indipendentemente da chi fosse l’acquirente, i chip sarebbero finiti nelle mani dell’esercito e dei servizi d’intelligence cinesi. La Nvidia ha dichiarato di non produrre sistemi o software di sorveglianza, di non lavorare con la polizia cinese e sostiene di non aver progettato l’H20 per la sorveglianza di polizia. Nel 2022 l’azienda aveva pubblicato un post sul suo profilo WeChat in cui dichiarava che le ditte di sorveglianza cinesi Watrix e Geoai hanno usato i suoi chip per addestrare droni da pattugliamento dotati d’intelligenza artificiale e sistemi per identificare le persone dall’andatura, ma ha dichiarato all’Ap che questi rapporti sono stati interrotti. La Casa Bianca e il dipartimento del commercio statunitense non hanno risposto alle nostre richieste di commento.

Come dimostrano alcuni post pubblicati online, nel 2025 la Thermo Fisher e la Seagate (azienda produttrice di hard disk) hanno promosso i loro prodotti presso la polizia cinese in occasione di fiere e conferenze. Per le strade di Pechino gli agenti di polizia passeggiano equipaggiati di walkie talkie Motorola. Come dimostrano i contratti d’appalto, i chip della Nvidia e Intel continuano a svolgere un ruolo cruciale nei sistemi di sorveglianza cinesi. E i contratti per continuare a garantire l’uso di software e dispositivi Ibm, Dell, HP, Cisco, Oracle e Microsoft già installati, spesso stipulati con aziende terze, sono ancora oggi diffusissimi.

Un monito per altri paesi

Il processo cominciato in Cina più di dieci anni fa può essere considerato un monito per altri paesi in un’epoca in cui l’uso delle tecnologie di sorveglianza sta drasticamente aumentando in tutto il mondo, compresi gli Stati Uniti. Rafforzate dall’amministrazione Trump, le aziende tecnologiche statunitensi oggi sono più potenti che mai. Il presidente ha anche revocato un ordine esecutivo dell’epoca Biden che avrebbe dovuto tutelare i diritti civili dagli abusi delle nuove tecnologie di sorveglianza.

Quanto più sono cresciute la capacità e la sofisticazione di queste tecnologie, tanto più si è esteso il loro raggio d’azione. Tra le tecnologie di sorveglianza oggi figurano sistemi di intelligenza artificiale che negli Stati Uniti consentono di individuare e arrestare gli immigrati e nella guerra tra Israele e Hamas sono stati usati per identificare le persone da uccidere. La Cina nel frattempo ha messo a frutto quello che ha imparato dagli Stati Uniti per diventare a sua volta una superpotenza della sorveglianza, vendendo tecnologie a paesi come l’Iran e la Russia.

Questa inchiesta si basa su decine di migliaia di email e banche dati di un’azienda di sorveglianza cinese, decine di migliaia di pagine di documenti aziendali e statali riservati, materiale pubblicitario in lingua cinese e migliaia di contratti d’appalto, molti dei quali forniti da ChinaFile, rivista digitale pubblicata dall’organizzazione non profit Asia Society. L’inchiesta ha attinto anche a decine di richieste di accesso agli atti e interviste a più di cento ingegneri, dirigenti, esperti, funzionari, amministratori e poliziotti cinesi e statunitensi, alcuni dei quali ancora in attività, altri non più in servizio.

Anche se le aziende spesso dichiarano di non essere responsabili dell’uso che si fa dei loro prodotti, alcune (come dimostrano i materiali pubblicitari di Ibm, Dell, Cisco e Seagate) hanno promosso esplicitamente le loro tecnologie presso la polizia cinese come strumenti per il controllo dei cittadini. Le loro proposte commerciali (sia pubbliche sia private) citavano alcune espressioni ricorrenti usate nella comunicazione del Partito comunista sulla repressione delle proteste, come “tutela della stabilità”, “persone chiave”, “assembramenti anomali”, menzionando i programmi con cui le autorità soffocano il dissenso.

Anche altre aziende come Intel, Nvidia, Oracle, Thermo Fisher, Motorola, Amazon web services, Microsoft, Western digital, Arcgis esri (software per la mappatura geospaziale) e l’allora Hewlett Packard (o HP) hanno consapevolmente venduto tecnologie o servizi alla polizia o ad aziende di sorveglianza cinesi. Secondo quattro avvocati sentiti separatamente, vendite come quelle scoperte dall’Ap potrebbero violare per lo meno lo spirito, se non proprio il dettato, delle norme statunitensi sulle esportazioni vigenti all’epoca, ma le aziende negano.

I sistemi attingono a immense quantità di informazioni per scovare individui ritenuti sospetti e prevedere il loro comportamento

“È stato tutto costruito a partire da tecnologie statunitensi”, dice Valentin Weber, ricercatore del consiglio tedesco per le relazioni internazionali, che si è dedicato al tema. “Le competenze cinesi erano quasi nulle”.

Le aziende Ibm, Dell, Cisco, Intel, Thermo Fisher e Amazon web services hanno tutte dichiarato di agire in conformità con le politiche di controllo delle esportazioni. La Seagate e la Western digital hanno affermato di rispettare tutte le norme e i regolamenti in materia nei contesti in cui operano. La Oracle, la Hewlett Packard (HP) e il colosso tecnologico Broad­com, che nel 2023 ha acquisito VMWare e la società di cloud Pivotal, non hanno voluto rilasciare commenti ufficiali; la HP, la Motorola e la Huadi non hanno risposto e la Esri ha negato un suo coinvolgimento ma non ha dato risposte in merito a esempi specifici. La Microsoft ha dichiarato all’Ap di non aver riscontrato alcuna prova che attesti che l’azienda avrebbe “consapevolmente venduto tecnologie all’esercito o alla polizia” nell’ambito di aggiornamenti dello “scudo d’oro”.

Norme lacunose

Alcune aziende statunitensi hanno annullato i loro contratti con la Cina dopo le sanzioni e a causa dei timori in materia di diritti umani. Per esempio l’Ibm ha dichiarato di aver vietato le vendite alle polizie del Tibet e dello Xinjiang dal 2015 e di aver sospeso nel 2019 i rapporti commerciali con la Huadi, azienda cinese del settore della difesa. Ma gli esperti di sanzioni dicono che le norme hanno importanti lacune e spesso non sono aggiornate. Per esempio, le nuove tecnologie o i prodotti di uso generico che possono essere usati dalle forze dell’ordine non rientrano nel divieto di vendere attrezzature militari e di polizia alla Cina applicato dopo il massacro di Tiananmen del 1989. Gli esperti spiegano anche che la legge sul controllo delle esportazioni è intricata. Raj Bhala, esperto in diritto commerciale internazionale dell’università del Kansas, dice che le questioni descritte dall’Ap ricadono in “quel genere di zone grige”. “In effetti susciterebbero preoccupazione su possibili incongruità e violazioni”, afferma Bhala, che tiene a precisare di parlare a livello generale e di non riferirsi a nessuna azienda nello specifico. “Ma sottolineo ‘possibili’. Abbiamo bisogno di più dettagli”.

Se è vero che anche aziende tedesche, giapponesi e coreane hanno avuto la loro parte, le aziende tecnologiche statunitensi sono state di gran lunga le principali fornitrici di questi sistemi.

Il governo dello Xinjiang ha dichiarato in un comunicato di usare le tecnologie di sorveglianza per “prevenire e combattere il terrorismo e le attività criminali” e ha affermato di rispettare la privacy e i diritti dei cittadini, senza prendere di mira nessuna etnia in particolare. Il comunicato afferma inoltre che anche i paesi occidentali usano queste tecnologie, definendo gli Stati Uniti “un vero stato di sorveglianza”. Altre agenzie governative, tra cui la polizia e le autorità della provincia in cui vivono gli Yang, non hanno risposto alla richiesta di commenti.

Guigiu Chen, fuggita dalla Cina con le figlie dopo l’arresto del marito, a Midland, Stati Uniti, 12 ottobre 2025 (David Goldman, Ap/Lapresse)

Ancora oggi questa tecnologia è quella che fa funzionare i database della polizia che controlla gli Yang e altri cittadini comuni. Secondo una stima basata sulle statistiche del governo cinese, negli ultimi dieci anni tra le 55mila e le 110mila persone sono state sottoposte alla “residenza sorvegliata” (una forma di detenzione domiciliare in luoghi scelti dalla polizia) e tanti abitanti dello Xinjiang e del Tibet non possono spostarsi liberamente. Le città, le strade e i villaggi della Cina sono ormai costellati di una quantità di telecamere superiore a quella dell’intero resto del mondo, dicono gli analisti: una ogni due persone. “Oggi siamo noi cinesi a subirne le conseguenze”, dice Caiying, la figlia maggiore di Yang, oggi in esilio in Giappone, “ma prima o poi anche gli statunitensi e gli altri perderanno la loro libertà”.

La spinta dell’11 settembre

All’epoca in cui la Cina stava riemergendo dalla caotica violenza della Rivoluzione culturale, nel 1976, tre cinesi su quattro erano agricoltori, compresa la famiglia Yang, che viveva in una casa di tre stanze in terra battuta incastonata tra i campi umidi e lussureggianti del delta dello Yang­tze. Dopo la morte di Mao Zedong, avvenuta quell’anno, i nuovi leader di Pechino aprirono la Cina al mondo e le aziende tecnologiche statunitensi come l’HP e la Ibm accorsero. Ma c’erano limiti stringenti alla portata dei cambiamenti che il governo avrebbe accettato. Nel 1989 le proteste per la democrazia di Tiananmen sconvolsero Pechino, che mandò carri armati e soldati a sparare sugli studenti. Poco dopo cominciò a progettare lo “scudo d’oro”, uno strumento pensato per digitalizzare le forze di polizia cinesi.

Nel 2001 gli attacchi dell’11 settembre diedero un enorme impulso all’interesse per le tecnologie di sorveglianza. Un ricercatore, svelando i legami tra i dirottatori attraverso informazioni pubbliche accessibili da vari database, affermò che le autorità avrebbero potuto sventare l’attentato. Le aziende statunitensi approfittarono dell’occasione vendendo al governo di Washington tecnologie di sorveglianza per miliardi di dollari e affermando che queste avrebbero potuto prevenire il crimine e scongiurare attentati terroristici, e anche in Cina fiutarono le stesse opportunità di fare affari.

Nonostante gli avvertimenti sul rischio che nelle mani di stati autoritari le tecnologie di sorveglianza potessero diventare “strumenti di repressione”, la Ibm, la Cisco, l’Oracle e altre aziende statunitensi si aggiudicarono gli appalti per alimentare lo “scudo d’oro” di Pechino. “La Cina non possedeva questi strumenti”, spiega Wang, ex funzionario di polizia cinese in servizio nello Xinjiang, che ha chiesto di essere identificato solo con il cognome per timore di ritorsioni. “Questi concetti sono arrivati tutti dall’occidente”.

Alcuni fedeli di una chiesa cinese in esilio a Midland, Stati Uniti, 12 ottobre 2025 (David Goldman, Ap/Lapresse)

Presto hanno cominciato a emergere storie preoccupanti. La polizia cinese bloccava le notizie sensibili, identificando i dissidenti con una sconcertante precisione, e braccava i seguaci della setta Falun gong, messa al bando dalle autorità. A quel punto il congresso statunitense cominciò a chiedere chiarimenti alle aziende.

Nel 2008 alcuni documenti fatti arrivare ai giornali rivelarono che la Cisco considerava lo “scudo d’oro” un’opportunità commerciale, citando un funzionario cinese che aveva definito la Falun gong “un culto malefico”. Una presentazione della Cisco risalente a quell’anno spiegava che i suoi prodotti erano in grado di identificare più del 90 per cento dei materiali della Falun gong su internet. I seguaci del movimento fecero causa alla Cisco, che oggi ha presentato un ricorso alla corte suprema statunitense chiedendo di annullare la precedente sentenza di un tribunale di grado inferiore che aveva reso possibile l’azione legale.

Durante una conferenza sui diritti umani del febbraio 2025, Katie Shay (all’epoca nel team legale della Cisco) ha dichiarato che le aziende devono sapere come i clienti potrebbero abusare delle loro tecnologie per imporre “sorveglianza e censura”.

“Molte persone hanno sofferto a causa dei loro governi e io voglio che questo dolore sia noto a tutti”, ha detto Shay, che ha lasciato l’azienda nel giugno 2025. “Vorrei anche precisare che la Cisco respinge le accuse di un proprio coinvolgimento”. La Cisco ha dichiarato all’Ap di essere impegnata nella difesa dei diritti umani, ma sostiene che le accuse della corte potrebbero “aprire la strada a una serie di cause contro le aziende statunitensi che hanno solo esportato legalmente beni e servizi disponibili sul mercato”.

Centomila agenti furono reclutati per bussare alle porte degli abitanti e acquisire nomi, indirizzi, impronte digitali e scansioni

Intanto, mentre la Cisco era convocata al congresso, l’Ibm stringeva una partnership con un’azienda della difesa cinese per la “fase due” dello “scudo d’oro”. Alcuni documenti governativi secretati ottenuti dall’Ap infatti mostrano che nel 2009 ­l’Ibm lavorò alla creazione di sistemi di polizia predittiva in collaborazione con la Huadi, impresa statale controllata dalla più grande azienda missilistica cinese, nata come costola del ministero della difesa di Pechino. “Consolidare l’autorità del Partito comunista”, si legge nei piani della Huadi, dai quali emerge che le banche dati sarebbero servite a monitorare online centinaia di migliaia di persone. In risposta alle nostre domande, l’Ibm ha definito tutti i rapporti che l’azienda potrebbe eventualmente aver intrattenuto con agenzie statali cinesi come “interazioni vecchie, superate”.

Affaccio sul lago

Nel 2009 Pechino aveva urgente bisogno di questa tecnologia per stroncare i contatti online tra dissidenti. Tra questi c’erano gli Yang. Nell’aprile di quell’anno le autorità locali ordinarono a loro e ad altre trecento famiglie del villaggio di lasciare le loro terre. I costruttori non vedevano l’ora di mettere le mani su quelle proprietà con affaccio privilegiato sul lago per realizzarvi appartamenti e ville “in stile occidentale”, con fontane, campi da calcio e centri commerciali.

Gli Yang non avevano idea che la polizia stesse installando dei sistemi che avrebbero potuto prenderli di mira. Sapevano solo che la loro terra stava per essere confiscata in cambio di un misero appartamento a un quinto piano senza ascensore, troppe scale da salire per la loro anziana madre. Gli Yang e altri come loro nel resto del paese fecero ricorso contro le autorità. “Avevo scoperto che il modo in cui lo stato si era preso la nostra terra era illegale”, dice Yang Caiying. “Ci avevano imbrogliato”.

Nel luglio del 2009, tre mesi dopo l’esproprio, scoppiarono dei disordini nello Xinjiang, dalla parte opposta del paese. Le immagini raccapriccianti di un uiguro linciato in una fabbrica di giocattoli si diffusero online, gli uiguri infuriati scesero in piazza e furono uccisi a centinaia. Ancora una volta le aziende statunitensi pubblicizzarono la loro tecnologia come una soluzione al problema.

Il governo mandò le truppe nello Xinjiang e tagliò le connessioni telefoniche e internet. Secondo la testimonianza di tre ingegneri che all’epoca lavoravano per il governo dello Xinjiang, nel corso di riunioni segrete i funzionari conclusero che la polizia non era riuscita a riconoscere i segnali di pericolo perché non era stata in grado di identificare gli uiguri ritenuti separatisti, terroristi ed estremisti. Gli ingegneri riferiscono che all’epoca la polizia e le banche dati dello Xinjiang già operavano con tecnologie statunitensi di aziende come la Ibm, la Cisco, l’Oracle e la Microsoft (informazione che abbiamo verificato consultando i relativi contratti), ma i database non erano collegati tra loro.

L’amministrazione dello Xinjiang lanciò allora un’ambiziosa iniziativa per combinare i dati di tutte le fonti a disposizione, comprese banche, compagnie ferroviarie e telefoniche, in un unico database. Secondo gli ingegneri, i funzionari chiedevano di raccogliere informazioni complete su tutti gli individui sospetti e i loro familiari per tre generazioni. Due degli ingegneri intervistati hanno chiesto di restare anonimi, temendo per le loro famiglie in Cina; il terzo, Nureli Abliz, oggi vive in Germania.

Presto si aprirono grandi opportunità di guadagno. Tra le aziende che intendevano beneficiarne c’era l’Ibm. “Previeni i problemi”, prometteva l’Ibm ai funzionari cinesi. In un opuscolo dell’agosto 2009 l’Ibm citava le proteste nello Xinjiang dicendo che la sua tecnologia avrebbe potuto aiutare il governo a “garantire la sicurezza e la stabilità urbana”. I dirigenti dell’azienda percorsero il paese in lungo e in largo per fare la corte ai funzionari cinesi. Nel dicembre del 2009 fondarono a Pechino l’Ibm institute for electronic governance innovation (istituto Ibm per l’innovazione della governance elettronica). Nel 2011 l’azienda acquisì l’i2, un software progettato per prevenire le “minacce terroristiche”. Nelle sue campagne promozionali l’azienda pubblicizzava la capacità dell’i2 di analizzare i social media cinesi e, come dimostrano i documenti interni, concesse a un’azienda di Shanghai, la Landasoft, la licenza per venderlo alla polizia cinese.

Un registro contabile fatto arrivare da un informatore ed entrato in nostro possesso dimostra che la polizia cinese ha acquistato prodotti per il valore di milioni di dollari da aziende come la Ibm, la Cisco, l’Oracle e la Microsoft per potenziare il suo “scudo d’oro”. Nella contrapposizione tra lo stato cinese e i suoi dissidenti le tecnologie statunitensi hanno spostato l’ago della bilancia del potere.

Troppa fiducia

Nel 2011 alcuni ladri fecero irruzione in casa della famiglia Yang frugando in cerca degli atti di proprietà, senza trovarli. Due anni dopo alcuni uomini con tatuaggi e collane d’oro sfondarono la porta, fracassarono le finestre e rovesciarono tutti i mobili per intimidire la famiglia e costringerla a lasciare la casa. La madre di Yang cadde a terra in preda al terrore. I medici le diagnosticarono un attacco cardiaco, ma la famiglia non aveva i soldi per un pace­maker. Infuriati, gli Yang denunciarono la polizia locale. Nel giugno 2015 un giudice stabilì che la loro terra era stata confiscata illegalmente. Gli Yang festeggiarono. Ma poche settimane dopo la sentenza, identificandoli tramite la tecnologia dello “scudo d’oro”, le autorità arrestarono centinaia di avvocati per i diritti umani, che in tutto il paese furono ammanettati e trascinati nelle camionette della polizia. Un avvocato in seguito ha ricordato come la polizia monitorasse i suoi messaggi in cui parlava di diritti umani su WeChat e come poi fu catturato, legato a una sedia e torturato.

Da un giorno all’altro il nascente movimento cinese per i diritti umani subì un colpo letale, e con quello la causa degli Yang. La famiglia fu convocata e le fu comunicato che la sentenza era stata annullata e che il loro fascicolo ero stato archiviato e non sarebbe arrivato a un processo. “Avevamo davvero troppa fiducia nella legge”, dice Yang Guoliang, con le mani chiuse a pugno. “Alla fine è stato inutile”.

Nel frattempo Pechino stava trasformando lo Xinjiang nel luogo più sorvegliato del pianeta, arrivando a rastrellare circa un milione di persone per rinchiuderle in campi e prigioni. Quando nel 2014 alcune bombe sventrarono una stazione ferroviaria nella capitale dello Xinjiang poche ore dopo la visita di Xi Jinping, il presidente impose un giro di vite. “Era arrabbiatissimo”, dice Abliz, uno degli ingegneri che collaboravano con il governo locale. “La loro conclusione fu che la sorveglianza nei confronti degli uiguri non era sufficiente”.

L’anno dopo, nell’aprile del 2015, Abliz partecipò a una fiera a porte chiuse nello Xinjiang. Uno stand della Landasoft, ex partner della Ibm, catturò la sua attenzione. Dopo anni passati a vendere il software di sorveglianza i2 dell’Ibm alla polizia dello Xinjiang, la Landasoft si era messa in proprio, pubblicizzando un software analogo all’i2 in grado, stando alla loro promozione, di far arrestare gli estremisti prima che causassero problemi. La somiglianza non era casuale: secondo email e registri fatti trapelare, il software della Landasoft era copiato dall’i2. Usava un sistema brevettato di visualizzazione dati sviluppato dall’i2 ed era alla base della “piattaforma integrata per le operazioni congiunte”, che aveva l’autorità di far scattare gli arresti. Abliz restò pietrificato. “Ho pensato che quella sarebbe stata la fine dell’umanità”, dice.

La Landasoft non ha risposto alle nostre richieste di commenti mentre l’Ibm dice di aver interrotto i rapporti con la Landasoft nel 2014 e di non essere a conoscenza di alcuna interazione tra la Landasoft e il dipartimento di pubblica sicurezza dello Xinjiang. Come dimostrano alcune email, nell’autunno del 2015, qualche mese dopo quella fiera, Landasoft firmò diversi contratti con la polizia dello Xinjiang. Furono installate milioni di telecamere, e più di settemila posti di polizia furono collegati alla rete. Circa centomila agenti furono reclutati per bussare alle porte degli abitanti e acquisire nomi, indirizzi, impronte digitali e scansioni facciali. Nonostante la preferenza per l’hardware cinese, i software stranieri erano insostituibili per le loro prestazioni e per la compatibilità con i sistemi basati su tecnologia statunitense, spiegano gli ingegneri.

Il software della Landasoft allertava la polizia quando le persone segnalate uscivano di casa la notte o accedevano più volte a internet

La stretta repressiva cominciò verso la fine del 2016. A rivelare come funzionava il sistema sono dei documenti interni, una copia trafugata del software Landasoft e le interviste con 16 ex agenti di polizia, funzionari e ingegneri dello Xinjiang. Il software Landasoft combinava i dati immessi in un database centrale della polizia e compilava dossier su ampi settori della popolazione dello Xinjiang, classificandoli in categorie come “ha fatto il pellegrinaggio”, oppure “ha studiato all’estero”. I funzionari poi interrogavano queste persone, calcolavano i punteggi di rischio e decidevano chi arrestare. I messaggi fatti trapelare mostrano che centinaia di migliaia di persone furono classificate come “inaffidabili”. Documenti ottenuti dall’Ap mostrano che nel 2017 in una sola settimana la “piattaforma integrata per le operazioni congiunte” segnalò 24.412 persone come “sospette”, facendone arrestare la maggior parte. “Pensavano fosse meglio catturare migliaia di innocenti che lasciare a piede libero un singolo criminale”, commenta Abliz.

Ma quella tecnologia era approssimativa e difettosa. Dalle email della Landasoft emerge un episodio in cui gli ingegneri dovettero frettolosamente correggere un errore del software per consentire il rilascio di centinaia di persone classificate come altamente pericolose. Inoltre le telecamere di sorveglianza spesso identificavano erroneamente le persone, come spiega un ex agente di polizia. Ma agli agenti veniva detto che “i computer non possono mentire” e che gli obiettivi indicati dalla piattaforma erano “assolutamente corretti”, racconta ancora Abliz. Gli ordini del software erano spesso eseguiti con timore e senza fare domande. “Le aziende tecnologiche dicevano al governo che il loro software era perfetto”, dice Abliz. “È tutta una leggenda”.

Quote di arresti

Questa sorveglianza a 360 gradi imponeva l’obbedienza totale e così gli agenti finivano a volte per arrestare i propri colleghi, i vicini di casa si denunciavano a vicenda. Nel maggio 2017 Kalbinur Sidik, un’insegnante che oggi vive nei Paesi Bassi, fu convocata negli uffici governativi distrettuali in un caseggiato di mattoni gialli nella capitale dello Xinjiang. Una giovane uigura neolaureata si alzò in piedi e si presentò come una funzionaria locale. Spiegò a Sidik che sarebbe stata nominata responsabile del suo condominio e incaricata di raccogliere informazione sui vicini. “Per cosa saranno usati questi dati?”, chiese Sidik. La donna spostò lo sguardo verso un computer, dove un programma Landasoft mostrava una lista di nomi e categorie: “Esce di notte”, “telefono straniero”, “disoccupato”. C’era un tasto che spiccava sugli altri: “Allerta automatica”. La donna ci cliccò sopra e lo schermo si riempì di nomi. Quelle persone, spiegò, sarebbero state arrestate e interrogate per sospetti legami con il terrorismo. Sidik sgranò gli occhi. “La odiavo per quello che stava facendo”, dice. “Sapevo che quelle persone sarebbero scomparse”.

Sidik e altri cinque ex agenti e ufficiali spiegano che le autorità dello Xinjiang stabilivano delle quote di arresti. Sidik cominciò a constatare con orrore che il numero di partecipanti alla settimanale cerimonia dell’alzabandiera nel suo complesso residenziale diminuiva gradualmente, da 400 a circa cento, man mano che gli abitanti erano arrestati.

Nell’ufficio del distretto notava i loghi statunitensi che comparivano sugli schermi: Oracle, Microsoft, Intel. Sidik chiese alla funzionaria del suo quartiere da dove arrivassero tutti quei sistemi. “Abbiamo speso un sacco di soldi per importare tecnologie straniere”, fu la risposta.

Tra le persone finite nella ragnatela digitale c’era anche Parida Qabylqai, farmacista di origine kazaca che lavorava in un ospedale militare dello Xinjiang. Nel febbraio 2018 Qabylqai fu segnalata dalla piattaforma perché era andata a trovare i suoi genitori in Kazakistan. All’inizio il suo superiore pensò che si trattasse di un errore. “Sei una brava persona, non dovresti essere nella lista”, le disse. Poi controllò sulla piattaforma e trovò il suo nome. “La cosa è seria! Finirai nei campi”, si lasciò sfuggire scioccato. Poi un agente le diede il testo di una confessione. “Cosa ho fatto di male?”, chiese Qabylqai. “Firma e basta!”, le urlò l’agente.

La donna fu ammanettata, incappucciata e trasportata in un campo, dove c’erano telecamere che la controllavano giorno e notte, perfino quando era nuda in bagno. Attraverso gli altoparlanti le guardie tuonavano ordini intimandole di non parlare e non muoversi. “Ci hanno fatto cose che nessun essere umano dovrebbe mai subire”, racconta. “Ma dicevano che il mio nome era segnalato dalla piattaforma, quindi non dovevano dare nessuna spiegazione”.

Il sistema non risparmiava neppure i propri funzionari. Nel 2018 Liu Yuliang, impiegato statale nello Xinjiang, fu mandato a casa di un giovane poliziotto nel suo villaggio. Insieme ad altre decine di persone assistette silenzioso alla scena dell’agente che abbracciava sua moglie incinta in lacrime. Quel poliziotto aveva fatto rinchiudere molte persone nei campi. Stavolta era toccato a lui essere segnalato e arrestato. Troppo spaventato per opporre resistenza, Liu non fece nulla per impedire l’arresto. Il software della Landasoft allertava la polizia quando le persone segnalate facevano qualunque cosa fosse considerata sospetta, come uscire di casa la notte o accedere ripetutamente a internet. Liu veniva mandato a bussare alle porte delle case per interrogare gli abitanti, che lo guardavano “con occhi pieni di paura”.

Come dimostrano alcune email, nel periodo in cui la polizia passava al setaccio la popolazione dello Xinjiang, la Landasoft acquistò un nuovo software dalla Pivotal, un’azienda di cloud poi acquisita dalla Broadcom. Nel 2018, inoltre, la Landasoft registrò dei nuovi account con l’Amazon web services e la Microsoft Azure per espandere l’offerta di servizi cloud alla polizia. L’Amazon web services ha dichiarato che la Landasoft “ha consumato una quantità molto limitata di servizi clould per un breve periodo” e non per i software usati nella repressione dello Xinjiang. La Microsoft afferma che la Landasoft ha usato i servizi dell’Azure attraverso un portale self-service dismesso nel 2021 e che tutti i dati dell’azienda cinese sono stati cancellati. Il governo dello Xinjiang ha dichiarato all’Ap: “Non esistono nella misura più assoluta ‘violazioni su larga scala dei diritti umani’”.

Liu alla fine lasciò il lavoro e tornò nella sua città d’origine nella Cina orientale, cercando di dimenticare quello che aveva visto e fatto. Ma notò con disagio che intorno alla sua casa erano state installate nuove telecamere e posti di controllo. Quattro giorni dopo, la sicurezza di stato lo convocò per interrogarlo. L’onniveggente apparato di sorveglianza l’aveva seguito fino a casa. “Il modello dello Xinjiang oggi viene replicato in tutte le città cinesi”, dice Liu.

Tre anni di inchiesta

◆ Questo articolo fa parte del lavoro dell’Associated Press che ha vinto il premio Pulitzer nella categoria inchieste internazionali. L’inchiesta, durata tre anni, ha esaminato migliaia di pagine di documenti e condotto numerose interviste. Ha rivelato che le basi del sistema usato dal governo cinese per controllare i propri cittadini negli ultimi decenni sono state gettate con l’aiuto di aziende statunitensi. Comprende articoli, video e foto. Per le immagini in queste pagine i fotografi hanno usato delle fotocamere che catturano gli infrarossi. “Quando sblocchi il telefono, passi davanti al raggio d’azione di una telecamera di sicurezza o a un lettore di targhe di notte, fasci di luce a infrarossi – invisibili a occhio nudo – illuminano i contorni del tuo viso, del tuo corpo e delle lettere della tua targa”, spiega l’Ap. “Quei fasci a infrarossi consentono alle telecamere di individuare e riconoscere le persone. Negli ultimi dieci anni la tecnologia di riconoscimento facciale è passata dalla fantascienza alla realtà, soprattutto in Cina, dove ci sono più telecamere di sicurezza che in tutto il resto del mondo. Negli aeroporti e nelle stazioni i passeggeri si mettono in fila per la scansione facciale ai gate e davanti agli agenti. Nelle strade le telecamere scansionano i pedoni e segnalano i veicoli che violano il codice stradale. Per legge, chiunque registri una nuova scheda sim in Cina deve fare una scansione del volto; le immagini sono archiviate in database. Secondo molti questa tecnologia ha offerto comodità e sicurezza. Per altri, invece, è diventata una forma invadente di controllo dello stato”.


Nel 2024 Liu ha lasciato la Cina senza dare ascolto a un ufficiale dell’aeroporto che lo avvertì che ovunque fosse andato sarebbe stato controllato. “Questa tecnologia non ha emozioni”, continua Liu. “Ma nelle mani di un governo che non rispetta i diritti diventa uno strumento malvagio”.

Autocrazia automatizzata

La famiglia Yang intanto è ancora intrappolata dalla tecnologia statunitense. Come dimostrano dei contratti di manutenzione del 2025, i sistemi di polizia che li perseguitano funzionano grazie a server, switch di rete e drive targati Ibm, Dell, HP, Cisco e Seagate. I chip Intel e Nvidia processano i dati. I software di Oracle e Vmware fanno funzionare i database. Ma più la famiglia insiste nella sua battaglia, più si fa dura la risposta del sistema.

Nel febbraio 2023 si era rivolta all’amministrazione nazionale dei reclami pubblici a Pechino per consegnare una petizione. Due giorni dopo la polizia li ha catturati nel loro albergo e li ha riportati a casa. Gli Yang non si sono arresi, cercando di convincere le autorità di Pechino a esaminare il loro caso. Nei mesi successivi i membri della famiglia sono stati catturati alle fermate degli autobus o in stazioni ferroviarie, picchiati in ospedale e sequestrati con un’ambulanza.

Nel luglio 2025 la madre di Yang ha fatto un ulteriore tentativo. Ha indirizzato una lettera al presidente cinese Xi Jinping: “Usano la violenza e i sequestri per impedirmi di presentare istanze e di ricevere cure mediche… Segretario generale, noi la supplichiamo, ci salvi”.

Davanti alla sede del governo alcuni uomini robusti vestiti di nero l’hanno bloccata a terra. La donna è stata incarcerata per più di un mese, interrogata, perquisita, costretta ad assumere farmaci e privata di cibo e acqua. A ottobre la madre e la sorella di Yang sono scomparse.

La casa della famiglia Yang oggi è l’ultima rimasta in piedi. Il padre vive da solo. I parenti hanno interrotto i rapporti, intimoriti dalla schiera di poliziotti che lo tallona costantemente. Migliaia di pagine di incartamenti accumulati in cassetti, valigie e scatole accatastate in una vasca da bagno documentano ogni singolo passaggio della loro battaglia per la giustizia, che ormai dura da sedici anni. Nell’aprile 2025 Yang ha ricevuto le notifiche delle accuse penali in cui sono dichiarate le spese affrontate dalla polizia per fermare la quantità “anomala” di denunce presentate dalla famiglia. Costo totale: circa 37mila dollari. ◆ fdl

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Questo articolo è uscito sul numero 1665 di Internazionale, a pagina 42. Compra questo numero | Abbonati