C’è qualcosa di strano in questa pandemia di covid-19. Anche dopo mesi di ricerche approfondite della comunità scientifica globale, molte domande restano senza risposta. Perché, per esempio, ci sono state tante vittime nell’Italia del nord e non nel resto del paese? Tre regioni hanno avuto 25mila dei quasi 36mila decessi totali. In Lombardia ci sono stati circa 17mila morti. Quasi tutto è avvenuto nei primi mesi dell’epidemia. Cos’è successo a Guayaquil, in Ecuador, dove ad aprile sono morte tante persone in poco tempo che i corpi sono stati abbandonati per strada? Perché nella primavera del 2020 in poche città si è concentrata una parte sostanziale dei decessi globali, mentre molte altre città simili per densità di popolazione, condizioni meteorologiche, distribuzione per età e spostamenti sono state risparmiate? Cosa possiamo davvero imparare dalla strategia della Svezia? Alcuni pensano che sia un grande successo, perché il paese scandinavo ha un basso numero di casi e di decessi mentre il resto d’Europa è alle prese con una seconda ondata. Per altri è un grande fallimento, perché non ha fatto il lockdown e all’inizio della pandemia ha avuto un tasso di mortalità eccessivo. Perché le previsioni di una catastrofe in Giappone non si sono avverate? Gli esempi sconcertanti potrebbero continuare.
Ho sentito molte spiegazioni per tutti questi casi: il clima, la forte presenza di anziani nella popolazione, la vitamina D, un’immunità già acquisita, l’immunità di gregge. Nessuna però giustifica i tempi e la portata di queste enormi variazioni. Ma c’è un altro modo, probabilmente trascurato finora, di capire l’andamento della pandemia. Potrebbe aiutarci a trovare una risposta a queste domande, a spegnere molte polemiche e, soprattutto, a tenere sotto controllo il covid-19.
La sovradispersione dovrebbe influire sul tracciamento dei contatti
Molte persone hanno sentito parlare dell’R0 (erre con zero), il numero di riproduzione di base di un agente patogeno (è il numero medio di infezioni secondarie prodotte da ogni individuo infetto; se un malato infetta in media altre tre persone, l’R0 è 3). Ma a meno che abbiate letto qualche rivista scientifica, è meno probabile che vi siate imbattuti nel fattore k, che misura la dispersione del virus. Il fattore k stabilisce come si diffonde: se in modo costante o in grandi raffiche a causa di persone che ne infettano molte altre in una volta. Dopo nove mesi di raccolta di dati epidemiologici, sappiamo che il sars-cov-2 è un agente patogeno sovradisperso, che procede per sovradispersione, ossia tende a creare dei focolai, ma questa nozione non è ancora entrata completamente nel nostro modo di pensare alla pandemia e alle misure di prevenzione.
L’ormai famoso R0 è stato ampiamente pubblicizzato come un dato fondamentale per capire in che modo funziona la pandemia. I mezzi d’informazione ne hanno proposto molte spiegazioni e visualizzazioni. I grafici mostrano la sua evoluzione in tempo reale, spesso indicata come R o Rt (Rt descrive il tasso di contagiosità dopo l’applicazione delle misure decise per contenere la diffusione della malattia). Se le persone usano la mascherina e si isolano o l’immunità è in aumento, una malattia non può più diffondersi allo stesso modo, da qui deriva la differenza tra R0 e R. Purtroppo le medie non sono sempre utili per comprendere un fenomeno. Se l’amministratore delegato di Amazon, Jeff Bezos, entra in un bar dove ci sono cento persone comuni, in quel bar la ricchezza media supererà improvvisamente il miliardo di dollari. Se in quel bar entro io, non cambierà molto. Chiaramente la media non è un numero molto utile per capire la distribuzione della ricchezza in quel bar. A volte, non lo è affatto. Se invece in quel locale c’è una persona infetta da covid-19, e per di più l’ambiente è poco ventilato e rumoroso, quindi costringe le persone a parlare ad alta voce a distanza ravvicinata, quasi tutti potrebbero essere infettati, com’è stato osservato più volte dall’inizio della pandemia. Questo dato non è descritto dal parametro R, e qui entra in gioco la dispersione.
La Svezia ha tenuto le scuole aperte senza distanziamento né mascherine
Ci sono stati casi in cui probabilmente un singolo individuo ha infettato l’80 per cento o più delle persone presenti in un locale in poche ore. Altre volte, invece, il covid-19 può essere sorprendentemente meno contagioso. Nelle ricerche di tutto il mondo si parla di sovradispersione e superdiffusione. Secondo le stime di un numero sempre maggiore di studi, gran parte delle persone infette potrebbe non contagiare nessuno. Un recente studio ha rilevato che a Hong Kong, dove sono stati eseguiti test approfonditi e i contatti sono stati tracciati, circa il 19 per cento dei casi era responsabile dell’80 per cento della trasmissione, mentre il 69 per cento dei casi non era responsabile di nessun contagio. Questo dato non è insolito: fin dall’inizio da diverse ricerche sul covid-19 è emerso che dal 10 al 20 per cento delle persone infette può essere responsabile dell’80-90 per cento della trasmissione e che molte persone trasmettono pochissimo il virus.
Eventi noti
Questa distribuzione fortemente squilibrata significa che una prima ondata di casi sfortunati con pochi eventi di superdiffusione, o focolai, può produrre risultati notevolmente diversi anche in paesi per altri versi simili. Gli scienziati hanno esaminato eventi noti a livello globale di prima introduzione del virus avvenuta quando una persona infetta è entrata in un paese, e hanno scoperto che in alcuni posti questi casi importati non hanno provocato morti o infezioni, mentre in altri hanno scatenato focolai enormi. Con l’aiuto dell’analisi genomica, alcuni ricercatori neozelandesi hanno esaminato più della metà dei casi confermati nel loro paese. Nei primi mesi hanno trovato 277 casi importati distinti, ma hanno anche scoperto che solo il 19 per cento di questi ha provocato più di un caso. Una recente revisione dei dati dimostra che questo può valere anche per spazi abitativi collettivi, come le case di cura, e che potrebbe essere necessaria l’introduzione di più casi distinti prima che un’epidemia decolli. Ma è anche vero che a Daegu, in Corea del Sud, una sola donna, chiamata Paziente 31, è all’origine del focolaio esploso in una grande chiesa con più di cinquemila casi.
Non sorprende che anche il sars-cov, il coronavirus che causò l’epidemia di sars del 2003, procedesse allo stesso modo: la maggior parte delle persone infette non lo trasmetteva, ma quasi tutti i focolai furono provocati da alcuni episodi di superdiffusione. Anche il mers, un altro parente del coronavirus sars, sembra trasmettersi per superdiffusione, ma fortunatamente ancora non si trasmette bene tra gli esseri umani.
Questo tipo di comportamento, che alterna alta e bassa contagiosità, è proprio quello descritto dal fattore k, cosa che ci sfugge se ci si concentra esclusivamente sul parametro R. Secondo Samuel Scarpino, assistente di epidemiologia e sistemi complessi alla Northeastern university di Boston, negli Stati Uniti, questo è un grande problema, specialmente per le autorità sanitarie dei paesi occidentali, che all’inizio della pandemia pensavano si trattasse d’influenza , e non senza motivo, perché l’influenza pandemica è una vera minaccia. Tuttavia, l’influenza in genere non provoca lo stesso numero di focolai.
Possiamo pensare all’andamento di una malattia come deterministico o stocastico: nel primo caso la distribuzione è più lineare e prevedibile; nel secondo la casualità gioca un ruolo molto importante ed è difficile, se non impossibile, fare previsioni. In una traiettoria deterministica aspettiamo di vedere cos’è successo ieri per avere un’idea di cosa aspettarci domani. In presenza di fenomeni stocastici, invece, gli stessi input non sempre producono gli stessi output, e la situazione può ribaltarsi da un momento all’altro. Come mi ha detto Scarpino, “malattie come l’influenza sono quasi deterministiche e in questo caso l’R0 (anche se imperfetto) ci dà il quadro giusto della situazione (è quasi impossibile fermarla fino a quando non c’è un vaccino)”. Questo non è necessariamente il caso delle malattie a superdiffusione.
La natura e la società sono piene di fenomeni squilibrati come questi, alcuni dei quali si dice funzionino secondo il principio di Pareto, dal nome del sociologo italiano Vilfredo Pareto. L’intuizione di Pareto è talvolta chiamata principio 80/20: l’80 per cento degli effetti è provocato da un 20 per cento di cause, anche se le percentuali non sono sempre così rigide. In base a questo principio, quindi, un piccolo numero di eventi o persone è responsabile della maggior parte delle conseguenze. Questa non sarà una sorpresa per chi, per esempio, ha lavorato nel settore dei servizi, dove un piccolo gruppo di clienti problematici può creare quasi tutto il lavoro in più. In questi casi liberarsi di quei clienti o concedergli un forte sconto può risolvere il problema. Se invece le lamentele sono distribuite in modo uniforme, saranno necessarie strategie diverse. Allo stesso modo nel caso di una pandemia superdiffusa non è affatto detto che concentrarsi solo sul fattore R o adottare la strategia che si applica alle pandemie di influenza, funzioni. Hitoshi Oshitani, ricercatore della National covid-19 cluster taskforce al ministero della salute, del lavoro e del welfare giapponese e docente dell’università di Tohoku, mi ha detto che il Giappone si è concentrato fin dall’inizio sulla superdiffusione. Oshitani paragona la scelta del suo paese a quella di guardare una foresta cercando di vedere gli alberi nel loro complesso e non come singoli elementi. Secondo lui, invece, i paesi occidentali si sono fatti distrarre dai singoli alberi e non hanno visto la foresta. Per combattere efficacemente una malattia a superdiffusione, le autorità devono capire perché si verifica la superdiffusione e come questo influisce su tutto, compresi i nostri sistemi di diagnosi e tracciamento dei contatti.
Il ruolo dell’insetto
Ci possono essere molti motivi per cui un agente patogeno si superdiffonde. La febbre gialla si propaga principalmente attraverso la zanzara Aedes aegypti, ma fino a quando non è stato scoperto il ruolo dell’insetto, il suo modello di trasmissione aveva disorientato molti scienziati. Si pensava che la tubercolosi fosse diffusa da goccioline emesse a distanza ravvicinata fino a quando un’ingegnosa serie di esperimenti non dimostrò che quelle goccioline restavano nell’aria. Non si sa ancora molto sulla superdiffusione del sars-cov-2. Può darsi che alcune persone siano superdiffusori del virus. Come in altre malattie, inoltre, i tipi di contatto svolgono sicuramente un ruolo importante: un politico in campagna elettorale o uno studente in un dormitorio universitario può infettare un numero di persone molto diverso rispetto, per esempio, a una persona anziana che vive in una famiglia con pochi componenti. Tuttavia, analizzando nove mesi di dati epidemiologici, abbiamo raccolto importanti indizi su alcuni fattori.
Diversi studi hanno dimostrato che i cluster (un gruppo di casi di una stessa patologia che si verificano in una data zona e in dato periodo) superdiffusi di covid-19 scoppiano quasi sempre in ambienti chiusi scarsamente ventilati, dove si riuniscono molte persone: matrimoni, chiese, cori, palestre, funerali, ristoranti e simili, specialmente quando si parla ad alta voce o si canta senza mascherina. Perché si verifichino eventi di superdiffusione devono succedere più cose contemporaneamente, e il rischio non è lo stesso per tutti gli ambienti e le attività, mi ha detto Müge Çevik, docente di malattie infettive e virologia medica dell’università scozzese di St. Andrews e coautrice di una recente ampia revisione delle condizioni di trasmissione del covid-19.
Çevik identifica come elementi chiave di un evento di superdiffusione “il contatto prolungato, la scarsa ventilazione, la presenza di una persona altamente infettiva e l’affollamento”. Al chiuso la superdiffusione può anche avvenire a una distanza superiore ai due metri, perché l’agente patogeno sars-cov-2 può viaggiare attraverso l’aria e accumularsi, specialmente se la ventilazione è scarsa. Dato che alcune persone ne infettano altre prima di mostrare sintomi o quando hanno sintomi molto lievi, non è sempre possibile sapere se noi stessi siamo altamente contagiosi. E non sappiamo neanche se ci sono altri fattori, ancora ignoti, che influiscono sulla superdiffusione. Ma non abbiamo bisogno di conoscere tutti i fattori che incidono su un evento di superdiffusione per evitare quella che il più delle volte sembra essere una condizione necessaria: la presenza di molte persone, soprattutto in un ambiente chiuso e scarsamente ventilato, che non indossano la mascherina. Come mi ha detto Natalie Dean, una biostatistica dell’Università della Florida, dati gli enormi numeri associati ai cluster superdiffusori, concentrarsi su questi eventi sarebbe molto utile per ridurre la trasmissione.
La sovradispersione dovrebbe anche influire sul metodo di tracciamento dei contatti. In effetti, potremmo aver bisogno di capovolgerlo. In questo momento molti paesi si concentrano sul tracciamento in avanti, o potenziale. Una volta individuata una persona infetta, si cerca di scoprire con chi è stata in contatto per testare e mettere in quarantena le persone esposte. Ma non è l’unico modo per tracciare i contatti e, a causa della superdiffusione, non è sempre il migliore. In molti casi, infatti, dovremmo provare ad andare a ritroso per vedere chi ha infettato il soggetto. La maggior parte delle persone sarà stata infettata da qualcuno che ha infettato anche altri individui, perché solo una piccola percentuale di persone ne infetta molte alla volta, mentre la maggior parte non infetta nessuno o forse una sola persona. Come mi ha spiegato Adam Kucharski, epidemiologo della London school of hygiene & tropical medicine, se possiamo usare il tracciamento dei contatti all’indietro per trovare la persona che ha infettato il nostro paziente e poi tracciare i suoi contatti in avanti, in genere troveremo molti più casi rispetto al tracciamento dei contatti in avanti, che individuano solo potenziali esposizioni, molte delle quali non si tradurranno in un contagio, perché la maggior parte delle catene di trasmissione si estingue da sola.
L’importanza del tracciamento a ritroso è legata a quello che il sociologo Scott L. Feld ha definito il paradosso dell’amicizia: i nostri amici, in media, avranno più amici di noi. Se pensate alle amicizie in rete, questo è evidente. Le amicizie non sono distribuite equamente: alcune persone hanno molti amici ed è quindi probabile che la nostra cerchia di amicizie includa qualche animale sociale. Queste persone più mondane faranno aumentare il numero medio di amici che i nostri amici hanno rispetto a noi che siamo persone normali. Allo stesso modo la persona infetta che trasmette la malattia è una sorta di animale sociale pandemico: il numero medio di persone che infetta sarà molto più alto di quello della maggior parte della popolazione, che trasmette la malattia molto meno frequentemente. Infatti, come hanno dimostrato matematicamente Kucharski e i suoi colleghi, la superdiffusione significa che “in media il solo tracciamento in avanti può individuare al massimo il numero di infezioni secondarie (cioè R)”; al contrario, “il tracciamento a ritroso aumenta questo numero massimo di individui tracciabili di due o tre volte, perché è più probabile che i pazienti zero provengano da un cluster”.
Anche in una pandemia sovradispersa, non è inutile fare il tracciamento in avanti per essere in grado di avvisare e testare le persone se ci sono le risorse e la capacità di farlo. Ma non ha senso fare il tracciamento in avanti senza dedicare risorse al tracciamento a ritroso e alla ricerca dei cluster, che provocano tanti danni.
Test rapidi ed economici
Un’altra conseguenza significativa della sovradispersione è che sottolinea l’importanza di alcuni tipi di test rapidi ed economici. Le autorità sanitarie cercano di trovare i contatti in avanti di una persona infetta, sottoponendoli tutti a costosi test molecolari, che richiedono tempo ma sono estremamente precisi. Questo però non è per forza il sistema migliore se i cluster sono così importanti per la diffusione della malattia. I test molecolari individuano segmenti di Rna del coronavirus in campioni di tamponi nasali, in pratica cercano la sua firma. I test diagnostici possono essere valutati in base a due caratteristiche: se sono in grado di identificare le persone non infette (specificità) e se sono in grado di identificare le persone infette (sensibilità). I test molecolari sono estremamente accurati a entrambi i livelli. Tuttavia, sono anche lenti e costosi e richiedono l’uso di un lungo e scomodo tampone nasale in una struttura sanitaria. La lentezza dei tempi di elaborazione significa che le persone non ottengono informazioni tempestive quando ne hanno bisogno. Peggio ancora, i test molecolari sono così reattivi che possono trovare piccoli resti della firma del coronavirus molto tempo dopo che qualcuno ha smesso di essere contagioso, causando quarantene inutili.
Nel frattempo i ricercatori hanno dimostrato che test rapidi molto precisi nell’individuare le persone che non hanno la malattia, ma non altrettanto efficaci nell’individuare le persone infette, possono aiutarci a contenere la pandemia. Secondo Dylan Morris, dottorando in ecologia e biologia evolutiva all’università di Princeton, negli Stati Uniti, test economici e a bassa sensibilità possono aiutarci a mitigare una pandemia anche se non è sovradispersa, ma sono particolarmente preziosi in una pandemia sovradispersa. Questo è tanto più importante se si considera che alcuni di questi test possono essere eseguiti attraverso la saliva e con altri metodi meno invasivi, anche al di fuori delle strutture sanitarie.
In un regime sovradisperso individuare gli eventi di trasmissione (qualcuno che ha infettato qualcun altro) è più importante che identificare i contagiati. Considerate una persona infetta e i suoi venti contatti diretti, le persone che ha incontrato da quando è stata contagiata. Supponiamo di sottoporne dieci a un test rapido ed economico e di avere i risultati in un’ora o due. Questo non è il modo migliore per sapere esattamente chi è malato tra quei dieci, perché al test sfuggiranno alcuni positivi, ma va bene per i nostri scopi. Se tutti sono negativi, possiamo agire come se nessuno fosse infetto, perché il test è abbastanza efficace per trovare i negativi. Ma nel momento in cui scopriamo alcune trasmissioni, sappiamo che potremmo trovarci davanti a un caso di superdiffusione e possiamo dire a tutte e venti le persone di presumere che siano positive e quindi di autoisolarsi: se ci sono una o due trasmissioni, è probabile che ce ne siano altre, proprio perché è così che funzionano i cluster. A seconda dell’età e di altri fattori, si possono testare queste persone individualmente usando i test molecolari o dirgli che potenzialmente sono infette. Scarpino mi ha spiegato che la sovradispersione rende più efficaci altri metodi di rilevazione, come l’analisi delle acque reflue, specialmente in contesti di convivenza come i dormitori o le case di cura, permettendo di rilevare i cluster senza testare tutti.
Anche l’analisi delle acque reflue ha una bassa sensibilità e possono sfuggirle i positivi se le persone infettate sono troppo poche, ma è utile ai fini dello screening della popolazione. Se il test sulle acque reflue segnala che probabilmente non ci sono infezioni, non c’è bisogno di testare tutti per trovare un potenziale caso. Ma nel momento in cui si vedono segni di un cluster, si possono isolare rapidamente tutti, in attesa di ulteriori test molecolari somministrati in base alla situazione. Purtroppo fino a poco tempo fa negli Stati Uniti molti di questi test economici erano bloccati dalle autorità, in parte per la loro relativa mancanza di precisione rispetto ai test molecolari: una preoccupazione che non teneva conto della loro utilità per questo particolare agente patogeno.
Per tornare ai misteri della pandemia di covid-19, cos’è che all’inizio ha causato traiettorie drasticamente diverse in posti simili? Perché i nostri strumenti analitici – studi di casi, confronti tra paesi – non ci hanno fornito risposte migliori? Quelle che ci hanno dato non sono soddisfacenti, ma a causa della sovradispersione e della sua stocasticità potrebbe non esserci una spiegazione oltre a quella che nelle regioni più colpite, almeno inizialmente, si sono semplicemente verificati alcuni sfortunati eventi di superdiffusione. Ovviamente, non è stata solo sfortuna: la densità della popolazione, l’età avanzata delle persone e la convivenza abitativa, per esempio, hanno reso le città di tutto il mondo più suscettibili alle epidemie rispetto alle zone rurali, meno affollate, e a quelle che hanno popolazioni più giovani, meno mezzi di trasporto di massa o cittadini più sani. Ma perché a febbraio è toccato a Daegu e non a Seoul, nonostante le due città siano nello stesso paese, sotto lo stesso governo, con la stessa densità di popolazione, lo stesso clima e non solo? Per quanto frustrante possa sembrare, a volte la risposta è semplicemente che in una città c’erano la paziente 31 e la grande chiesa che frequentava.
La sovradispersione rende più difficile imparare dal resto del mondo, perché interferisce con il modo in cui normalmente pensiamo al rapporto di causa ed effetto. Per esempio, significa che gli eventi dietro la diffusione o la non diffusione del virus sono asimmetrici. Prendiamo il caso molto pubblicizzato di Springfield, negli Stati Uniti, dove due parrucchiere infette, che indossavano entrambe la mascherina, hanno continuato a lavorare mentre erano sintomatiche. A quanto pare, non sono state riscontrate infezioni tra le 139 clienti esposte (67 sono state testate direttamente, le altre non hanno dichiarato di essersi ammalate). Anche se è ampiamente dimostrato che le mascherine sono fondamentali per ridurre il contagio, quell’evento da solo non ci direbbe se hanno funzionato. Al contrario, se si studia la trasmissione, un evento più raro può dare più informazioni. Se quelle due parrucchiere avessero trasmesso il virus a un gran numero di persone nonostante le mascherine, sarebbe una prova importante che forse le mascherine non sono utili per prevenire la superdiffusione.
Anche i confronti ci danno meno informazioni rispetto ai fenomeni in cui input e output sono collegati più strettamente. In questi casi possiamo verificare la presenza di un fattore (per esempio, la luce solare o la vitamina D) e vedere se è correlato a una conseguenza (tasso d’infezione). Ma è molto più difficile quando le conseguenze possono variare ampiamente in base a colpi di sfortuna, come il fatto che a metà febbraio in Corea del Sud la persona sbagliata si trovava nel posto sbagliato. Questa è una delle ragioni per cui i confronti tra più paesi non sono riusciti a identificare dinamiche che spieghino sufficientemente le traiettorie in luoghi diversi.
Se riconosciamo la superdiffusione come fattore fondamentale, i paesi che sono sembrati per certi aspetti troppo rilassati ci appaiono sotto un’altra luce, e i nostri soliti dibattiti polarizzati sulla pandemia non funzionano più. Prendiamo la Svezia, un presunto esempio di grande successo o di terribile fallimento dell’immunità di gregge, a seconda di chi ne parla. In realtà, anche se la Svezia come molti altri paesi non è riuscita a proteggere la popolazione anziana nelle strutture di assistenza, le sue misure contro la superdiffusione sono state più severe di quelle di molti altri paesi europei. Anche se non ha deciso il blocco totale, come mi ha fatto notare Kucharski, a marzo la Svezia ha imposto un limite di cinquanta persone per le riunioni al chiuso e non l’ha tolto neanche quando altri paesi europei hanno allentato le restrizioni dopo aver respinto la prima ondata (molti stanno di nuovo limitando le dimensioni degli assembramenti in seguito alla recrudescenza del virus). Inoltre, in Svezia le famiglie sono poco numerose e c’è un numero inferiore di famiglie multigenerazionali rispetto alla maggior parte dell’Europa, il che limita ulteriormente le possibilità di trasmissione e di focolai. Il paese ha mantenuto le scuole aperte senza distanziamento né mascherine, ma solo per gli studenti sotto i 16 anni, i quali difficilmente sono superdiffusori della malattia. Sia i rischi di trasmissione sia quelli di malattia aumentano con l’età, e la Svezia ha imposto la didattica a distanza per gli studenti delle scuole superiori e gli universitari. Ha anche incoraggiato il distanziamento fisico e chiuso i locali che non rispettavano le regole. Dal punto di vista della sovradispersione e della superdiffusione, la Svezia non potrebbe essere classificata come uno dei paesi più permissivi, ma non è neanche il più severo. Semplicemente non merita lo spazio che occupa nei nostri dibattiti sulle diverse strategie.
Anche se la sovradispersione rende più difficile applicare alcuni dei metodi usati per analizzare i rapporti causali, possiamo studiare i fallimenti per capire quali condizioni trasformano la sfortuna in catastrofe. E possiamo anche studiare i motivi di un successo duraturo, perché alla fine la sfortuna colpirà tutti, e quello che conta è la risposta.
I casi che offrono maggiori informazioni potrebbero essere quelli che all’inizio sono stati più sfortunati, come in Corea del Sud, e sono comunque riusciti a ridurre notevolmente le conseguenze del virus. All’inizio della pandemia l’Europa è stata ampiamente elogiata per come ha affrontato il problema, ma è stato prematuro farlo. Oggi molti paesi europei registrano un aumento dei casi e alcune delle misure introdotte sembrano simili a quelle degli Stati Uniti. In realtà il fatto che l’Europa abbia raggiunto un certo grado di successo la scorsa estate e si sia poi rilassata, consentendo anche eventi al chiuso con un numero maggiore di persone, ci dice anche un’altra cosa importante sulla gestione di un agente patogeno sovradisperso: rispetto a un regime più stabile, il successo in uno scenario stocastico può essere più fragile di quanto sembri.
Una volta che un paese ha troppi casi, è quasi come se la pandemia entrasse in “modalità influenzale”, come ha detto Scarpino. Questo comporta livelli elevati e sostenuti di diffusione del virus all’interno delle comunità, anche se la maggior parte delle persone infette potrebbe non trasmetterlo. Scarpino spiega che in mancanza di provvedimenti davvero drastici, una volta entrato in quella modalità diffusa ed elevata, il covid-19 può continuare a espandersi a causa dell’enorme numero di catene già esistenti. Inoltre, l’alto numero di contagi potrebbe alla fine innescare altri focolai, peggiorando ulteriormente la situazione.
Eventi concatenati
Come ha affermato Kucharski, un periodo relativamente tranquillo può nascondere il fatto che nelle grandi epidemie la situazione si può ribaltare velocemente e che alcuni eventi concatenati possono rapidamente trasformare una situazione apparentemente sotto controllo in un disastro. Ci viene spesso detto che se Rt, la misura in tempo reale della diffusione, è superiore a uno, la pandemia è in crescita, mentre se è inferiore a uno sta sparendo. Questo può essere vero per un’epidemia che non procede per sovradispersione, e mentre un Rt inferiore a uno è certamente positivo, è fuorviante rallegrarsi troppo per un Rt basso, dal momento che solo pochi eventi possono far salire di nuovo i numeri. Nessun paese dovrebbe dimenticare la paziente 31 sudcoreana.
Detto questo, la sovradispersione è anche motivo di speranza, come dimostra la risposta aggressiva e di successo della Corea del Sud all’epidemia, con un massiccio impiego di test, tracciamenti e isolamenti. Da allora la Corea del Sud ha anche esercitato una continua vigilanza e ha dimostrato l’importanza del tracciamento a ritroso. Quando di recente a Seul è scoppiata una serie di focolai collegati ai locali notturni, le autorità sanitarie hanno rintracciato e testato decine di migliaia di persone collegate a quei luoghi, indipendentemente dalle loro interazioni con il paziente zero e che fossero o meno a due metri di distanza: una risposta sensata, dato che sappiamo che l’agente patogeno è disperso nell’aria.
Forse uno dei casi più interessanti è quello del Giappone, un paese non particolarmente sfortunato che è stato colpito presto e ha seguito quello che sembrava un modello non convenzionale: non ha effettuato test di massa e non si è mai chiuso completamente. Alla fine di marzo influenti economisti pubblicavano terribili avvertimenti, prevedendo un sovraccarico del sistema ospedaliero e un forte aumento dei decessi. Ma la catastrofe prevista non è mai arrivata e, anche se il paese ha affrontato altre ondate, non c’è mai stato un forte aumento di decessi nonostante l’età media avanzata della popolazione, l’uso ininterrotto dei mezzi pubblici, la densità abitativa delle città e la mancanza di un blocco ufficiale.
Non è che all’inizio il Giappone fosse in una posizione migliore. Come gli Stati Uniti e l’Europa, mi ha detto Oshitani, nei primi tempi non era in grado di eseguire un gran numero di test molecolari. Né poteva imporre un blocco totale o un rigido confinamento a casa, anche perché sarebbe stato legalmente impossibile.
Oshitani mi ha detto che in Giappone avevano notato le caratteristiche di sovradispersione del covid-19 già a febbraio e quindi avevano scelto una strategia incentrata principalmente sul tentativo di impedire a un focolaio di accenderne un altro. Secondo Oshitani, “la catena di trasmissione non può reggere senza una catena di focolai o megafocolai”. Il Giappone ha quindi adottato l’approccio dell’eliminazione dei focolai, usando anche il tracciamento a ritroso per individuarli. Il paese si è concentrato anche sulla ventilazione, consigliando alla popolazione di evitare gli ambienti chiusi e affollati, dove le persone sono a stretto contatto, parlano o cantano, unendo la teoria della sovradispersione con quella della trasmissione nell’aria.
◆ Uno studio dell’università di Edimburgo, in Scozia, ha valutato le conseguenze dell’introduzione e del successivo ritiro delle misure di contenimento del contagio sulla pandemia di covid-19. La ricerca ha preso in considerazione sia l’effetto combinato delle principali restrizioni (la chiusura delle scuole e di alcuni luoghi di lavoro, il divieto di organizzare eventi pubblici o riunioni con più di dieci persone, l’invito a restare in casa, la possibilità di spostarsi solo in aree circoscritte) sia l’effetto di ogni singola misura in 131 paesi. Secondo lo studio, uscito sulla rivista The Lancet Infectious Diseases il 22 ottobre, le restrizioni cominciano a mostrare i loro effetti nel giro di 1-3 settimane. Dopo il ritiro delle misure i contagi impiegano lo stesso tempo a risalire. Il parametro analizzato dai ricercatori è l’R0 (erre con zero), il numero di riproduzione di base di un agente patogeno (è il numero medio di infezioni secondarie prodotte da ogni individuo infetto; se un malato infetta in media altre tre persone, l’R0 è 3). Gli autori dello studio avvertono tuttavia che non è stato possibile tener conto di altri fattori potenzialmente decisivi, come l’uso della mascherina e il mancato rispetto dei divieti. La combinazione di più misure di restrizione è la più efficace e “riduce il parametro R del 29 per cento a partire dal 28° giorno. L’effetto sale al 52 per cento se si aggiungono altri provvedimenti, avvicinandosi a un vero e proprio lockdown”, sostengono i ricercatori. Per quanto riguarda l’effetto di una singola misura, invece, il divieto di eventi pubblici (come quelli sportivi o religiosi) è la restrizione più efficace: riduce il parametro R del 24 per cento dopo 28 giorni, probabilmente perché previene gli eventi superdiffusori ed è inoltre una delle prime misure decise in quasi tutti i paesi. Invece le misure che hanno avuto più effetto sulla ripresa dei contagi sono l’autorizzazione a riunirsi in più di dieci persone e la riapertura delle scuole: l’aumento di R è stato rispettivamente del 25 e del 24 per cento dopo 28 giorni. Gli autori, però, non hanno potuto tener conto delle misure prese da alcuni governi per la ripresa delle lezioni come la riduzione del numero di alunni o l’obbligo di indossare le mascherine. Inoltre non è chiaro se l’aumento dipenda più che altro dalla fascia d’età: i comportamenti dei ragazzi possono variare molto fuori e dentro le scuole.
Oshitani contrappone la strategia giapponese di individuare subito quasi tutte le manifestazioni importanti della pandemia a quella occidentale di cercare di eliminare la malattia “paziente per paziente”, quando non è necessariamente così che si diffonde. In effetti il Giappone ha ridotto il numero di casi, ma ha mantenuto la vigilanza: quando ad aprile ha cominciato a notare un aumento dei contagi, il governo ha dichiarato lo stato d’emergenza e ha deciso la chiusura temporanea di attività che avrebbero potuto provocare eventi di superdiffusione, come i teatri, i locali dove si ascolta musica e gli stadi. Ora nelle scuole sono tornate le lezioni in presenza e anche gli stadi sono aperti, ma è vietato intonare slogan.
Una forte mitigazione
Come ha affermato Morris, l’impegno a colpire i focolai “ha permesso al Giappone di ottenere una forte mitigazione dell’epidemia, imponendo restrizioni scelte con giudizio. I paesi che hanno ignorato la superdiffusione hanno rischiato di ottenere i risultati peggiori, con restrizioni severe che non sono riuscite a mitigare in modo sostanziale il contagio. La recente decisione del Regno Unito di limitare gli incontri all’aperto a sei persone, consentendo allo stesso tempo a pub e bar di rimanere aperti è solo uno dei tanti esempi di questo tipo”. Concentrarci sulla limitazione degli eventi di superdiffusione, impegnarci a eliminare i focolai e fare test di massa rapidi ed economici: una volta che il numero di casi sarà sufficientemente basso per poter applicare queste strategie potremo tornare a una vita più normale? Molti posti con una bassa trasmissione all’interno delle comunità potrebbero cominciare a farlo subito. Una volta che avremo visto la foresta, sarà più facile trovare una via d’uscita. ◆ bt
Zeynep Tufekci è una sociologa turca che insegna all’università del North Carolina, negli Stati Uniti.
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Questo articolo è uscito sul numero 1382 di Internazionale, a pagina 48. Compra questo numero | Abbonati