L’8 ottobre 2026 alcuni droni ucraini hanno colpito un data center della Yandex, l’azienda che gestisce il principale motore di ricerca russo. L’attacco è avvenuto a Sasovo, nella regione di Rjazan, circa trecento chilometri a sudest di Mosca. Il giorno dopo è toccato a un impianto a Kaluga, a sudovest della capitale. L’11 ottobre, infine, la Yandex ha comunicato di aver chiuso anche il suo data center nella regione di Vladimir dopo un altro attacco. Secondo Cybernews, gli impianti di Sasovo e di Vladimir sono ancora fermi e a Kaluga una parte delle macchine è inutilizzabile.
Il presidente ucraino Volodymyr Zelenskyj ha detto che questi attacchi sono una reazione ad altri bombardamenti fatti dai russi sui data center ucraini.
Le infrastrutture su cui si reggono non solo le intelligenze artificiali ma anche tutto l’ecosistema digitale sono ormai obiettivi strategici e militari. È una questione di cui bisognerebbe tenere conto quando si decide dove costruirle e come farle.
Questa notizia, però, oltre a ricordarci le strutture materiali che permettono ai servizi digitali di esistere e funzionare, ha preso anche un’altra piega inaspettata. Su X e su Bluesky ha cominciato a circolare un grafico di Cloudflare Radar, il servizio con cui la Cloudflare osserva il traffico di internet. Il grafico mostra il crollo delle richieste automatiche partite dalla rete della Yandex, scese allo 0,4 per cento del picco delle due settimane precedenti.
Da questo dato si è arrivati a un salto logico: è bastato bombardare tre data center per fermare la propaganda dell’internazionale nera, che evidentemente viene dalla Russia.
Secondo lo storico statunitense Timothy Snyder, a giudicare dai dati di quel giorno, gran parte dei bot che pubblicano contenuti a favore di Donald Trump negli Stati Uniti e di Alternative für Deutschland (Afd) sembrava dipendere direttamente dai data center russi. Il deputato europeo ceco Tomáš Zdechovský ha condiviso un’immagine che mostrava il crollo dell’attività online intorno all’Afd. Molte persone hanno cominciato a dire che effettivamente sembrava che ci fosse meno disinformazione russa, a giudicare da quel che vedevano dai loro account.
Il 12 ottobre lo stesso Zelenskyj ha cavalcato questa lettura sostenendo che quando i droni hanno raggiunto i data center della Yandex, usare i social media è diventato all’improvviso più facile, perché i bot erano diminuiti. Secondo lui, a quel punto era abbastanza chiaro da dove arrivassero.
Ma è proprio così? Prima di tutto, si è scoperto che l’immagine condivisa dal deputato non era vera. Lo ha spiegato, fra gli altri, antibot4navalny, un account che da anni segue le campagne coordinate della propaganda di stato russa. Funziona così: Cloudflare Radar registra le richieste che arrivano ai siti protetti dalla Cloudflare e assegna a ciascuna un punteggio, che stima la probabilità che a generarla sia stato un programma automatico.
Tuttavia, nel caso della Yandex quei programmi sono soprattutto crawler, cioè software che visitano le pagine per indicizzarle e raccogliere dati, anche per le intelligenze artificiali. È il modo in cui funziona normalmente un motore di ricerca.
Il grafico racconta quindi che per qualche giorno il motore di ricerca russo ha visitato molto meno i siti occidentali. Ma non ci dà alcuna informazione su chi paga gli account falsi, chi diffonde propaganda, né su cosa succede su X o su Facebook.
Fra l’altro, nella settimana degli attacchi il traffico automatico complessivo dalla Russia misurato dalla Cloudflare è rimasto simile a quello delle settimane precedenti e il traffico della Yandex ha ripreso a salire lentamente già domenica 11 ottobre. Non solo: è dal 2022 che piattaforme come Reddit e Facebook bloccano le connessioni che arrivano direttamente dai data center delle aziende russe. Per questo le operazioni di propaganda passano da reti di proxy residenziali, dispositivi violati, vpn commerciali e servizi cloud occidentali, che nascondono la vera origine del traffico. Hadi Ghanbari, esperto di guerra cibernetica, ha detto a Newsweek che è difficile stabilire se le campagne condotte con account falsi abbiano subìto qualche danno.
E così sono arrivate le prime retromarce: l’eurodeputato ceco Zdechovský ha ammesso di non avere prove che gli attacchi fossero collegati a un calo dell’attività delle reti di disinformazione russe. Alla Bbc, un portavoce di Zelenskyj ha detto che il presidente ucraino si riferiva genericamente “all’atmosfera sui social media”.
Le affermazioni sullo spegnimento dei bot russi, insomma, sono nella migliore delle ipotesi esagerate. Nella peggiore sono false. Caroline Orr Bueno, scienziata comportamentale che studia la disinformazione, ha scritto che chi vuole difendere la democrazia deve rifiutare la disinformazione anche quando racconta la storia che vorrebbe sentirsi raccontare. Un progetto online sta sottoponendo a verifica sistematica tutto quello che è stato detto in merito.
Questa storia ci insegna che, purtroppo, la propaganda funziona quando conferma quello che crediamo già. Vale per chi sta con Mosca e vale per chi sta con Kiev. E la scorciatoia è sempre a portata di mano, per esempio chiamare “bot di disinformazione russa” tutto quello che ci dà fastidio online, mettendo nello stesso calderone i programmi che indicizzano il web e gli account coordinati che manipolano le conversazioni.
Chi potrebbe chiudere la questione? Gli unici in grado di dire se l’attività degli account di disinformazione è calata davvero sono le piattaforme. Però la X di Elon Musk nel 2023 ha chiuso l’accesso gratuito ai suoi dati, usato da molti ricercatori. E la Meta nel 2024 ha spento CrowdTangle, lo strumento con cui giornalisti e studiosi seguivano la circolazione dei contenuti su Facebook. Il Digital services act europeo prevede che le grandi piattaforme aprano i dati ai ricercatori accreditati, ma la strada per arrivarci è lenta.
Se davvero vogliamo capire cosa succede nella guerra dell’informazione, servono dati pubblici e verificabili e una ricerca indipendente in grado di usarli. Fra l’altro, con le intelligenze artificiali che abbiamo a disposizione l’analisi di questi dati sarebbe particolarmente semplice da fare e anche molto efficace. Solo che oggi a decidere cosa possiamo sapere sono sempre le solite poche aziende private (spesso le stesse che producono ia) e hanno deciso che questi dati non li dobbiamo avere. Così, quel vuoto informativo viene riempito dal primo grafico condiviso, purché racconti la storia nel modo in cui piace a noi.
Questo testo è tratto dalla newsletter Artificiale.
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